Il piano di annessione di Israele viene da una lunga storia

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Greg Shupak 22 Luglio 2020

Il piano del governo Netanyahu – spalleggiato da Trump – di annettere parte della Cisgiordania è l’ultimo atto di settant’anni di violenta appropriazione della terra e distruzione dei diritti del popolo palestinese

Il piano di Israele – portato avanti con l’appoggio degli Stati uniti – di annettere gran parte della Cisgiordania, una violazione sfacciata delle leggi internazionali e un furto su base razziale, mira a distruggere le aspirazioni nazionaliste palestinesi. La mossa si basa sull’«Accordo del secolo» dell’amministrazione Trump, un piano su cui i palestinesi non hanno avuto alcuna voce in capitolo: non una tabella di marcia verso la pace, dunque, ma un tentativo di liquidare il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi.

L’accordo cerca di risolvere la questione palestinese provando a corrompere i palestinesi stessi, affinché concedano a Israele più territori. Gli si chiede di demilitarizzarsi, senza che Israele faccia lo stesso, e di accettare un apartheid impraticabile al posto di uno stato vero e proprio, al fine di vedere soddisfatte una lista di condizioni ridicole decise dagli oppressori – inclusa la rinuncia al diritto dei rifugiati a ritornare nelle proprie case e la cessione a Israele e agli Stati uniti della possibilità di decidere chi debba governare Gaza o rendere vivibile il suo territorio.

L’annessione vedrebbe Israele reclamare la sovranità su circa il 30 percento della Cisgiordania, compresa quasi tutta la Valle del Giordano e oltre 230 colonie israeliane illegali – uno schema già noto di furto colonialista, che ricalca le precedenti annessioni di Israele di Gerusalemme e delle Alture del Golan siriane, per non parlare di quel 77 percento della Palestina che oggi si chiama Israele.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha inizialmente detto che avrebbe dichiarato un nuovo giro di annessioni il primo luglio, ma il suo governo ha rimandato l’operazione a data da destinarsi, mentre Netanyahu prova a tenere le redini di un governo politicamente traballante nel bel mezzo dell’epidemia di Covid-19. Sta anche cercando indicazioni precise su quale forma di saccheggio gli sarà concessa dai suoi capi a Washington. Tuttavia, tutto indica che la leadership israeliana vuole cogliere l’opportunità per consolidare in fretta questa fase di colonizzazione, prima che la situazione cambi.

Una storia di conquista

Per spiegare cosa significhi l’annessione dobbiamo comprendere il doppio impulso – verso l’espansionismo e verso una supremazia demografica – al cuore della strategia sionista. Per gli strateghi di Israele la sfida è sempre stata quella di aumentare la quantità di terra palestinese su cui esercitare un controllo, e al contempo rendere quella terra a maggioranza israeliana – «la maggior estensione di terra possibile con il minor tasso di popolazione araba», per dirla con le parole dello storico Nur Masalha. Ad esempio, il progetto di Trump implica il trasferimento forzato di più di 260 mila palestinesi, che passerebbero dall’essere cittadini israeliani all’essere sottomessi a un’ipotetica futura enclave palestinese.

L’annessione, che verosimilmente dovrebbe concludersi quest’anno, è l’ultimo capitolo di quell’ingegneria sociale che è sempre stata al centro della moderna politica sionista. Il suo fondatore, l’autore austro-ungarico Theodor Herzl, scrisse nel 1895 nel suo diario che «dovremmo sforzarci di espellere la popolazione povera [palestinese] al di là del confine, senza farci notare, garantendole un lavoro nei paesi di passaggio, ma negandole qualsiasi impiego» nelle stato sionista coloniale in Palestina che era parte della sua visione.

Anche se il sionismo ha avuto diverse correnti, due sono state egemoni dalla creazione dello stato di Israele: il sionismo socialista e il sionismo revisionista; entrambe, come sottolinea Avi Shlaim, «aspirano a creare uno stato ebraico in una terra che era già abitata da altre persone», anche se divergono sulla quantità di territori palestinesi che dovrebbero essere effettivamente sotto il controllo dei sionisti, o sulle tattiche da utilizzare per perseguire i propri obiettivi.

Sin dall’inizio si è trattato di un’impresa di insediamenti coloniali, basata sullo sradicamento della popolazione indigena e sulla sua sostituzione con persone provenienti da altre parti. Per dirla con Joseph Massad, nella sua storia il sionismo è «rimasto inamovibile nel suo impegno a costruire uno stato esclusivamente ebraico da un punto di vista demografico, sul modello dell’Europa cristiana, una nozione pervasa… da un’epistemologia religiosa-razziale di supremazia sugli arabi palestinesi, non diversa da quella utilizzata dal colonialismo europeo e dalla sua ideologia di suprematismo bianco sui nativi».

Negli anni precedenti e immediatamente successivi alla creazione di Israele, i sionisti furono molto chiari sulle loro intenzioni, e persino sulla legittimità delle pretese palestinesi sulla Palestina stessa. Vladimir Jabotinsky – il fondatore del sionismo revisionista – sostenne che i sionisti che cercavano un compromesso con i palestinesi si illudevano «che gli arabi fossero degli idioti che possono essere ingannati… [e] che abbandoneranno il loro diritto di nascita sulla Palestina».

Più tardi, David Ben-Gurion, il primo primo ministro del sionismo socialista, ammise: «Se fossi un leader arabo, non scenderei mai a patti con Israele. È naturale; abbiamo occupato il loro paese». Secondo lui, ridurre i palestinesi a minoranza nella loro terra natale non era abbastanza: «Non ci sarà mai uno stato ebreo forte e solido finché la maggioranza ebraica sarà soltanto del 60 percento».

Cacciare fuori i palestinesi

Ridurre la popolazione palestinese e contemporaneamente aumentare quella di Israele è stata una delle caratteristiche fondanti del sionismo non solo in teoria, ma anche in pratica. La creazione di Israele ha coinvolto le forze sioniste, che nella Nakba del 1947-48 espulsero 750 mila palestinesi. Cinque milioni di quei palestinesi e dei loro discendenti sono ancora oggi registrati come rifugiati delle Nazioni Unite. Secondo Badil, una Ong che ha uno status consultivo speciale con il Consiglio economico e sociale delle Nazioni unite, altri 2,5 milioni di palestinesi sono diventati rifugiati dal 1948 in poi (di questi, oltre un milione è stato cacciato dalla propria casa durante la conquista israeliana della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme est nel 1967) e 178 mila palestinesi vivono come sfollati all’interno del proprio territorio.

Israele fa in modo che i rifugiati non possano esercitare il diritto a ritornare nelle proprie case, mentre – al contrario – la Legge del ritorno di Israele permette a chiunque sia considerato ebreo dallo stato di migrare verso Israele da qualsiasi parte del mondo, e diventare automaticamente cittadino. Se i rifugiati palestinesi dovessero ottenere giustizia, entrambi i versanti della Linea verde sarebbero a maggioranza palestinese – una sconfitta storica per il movimento sionista.

Israele si è assicurato che i rifugiati restassero rifugiati in modo da costruire il proprio stato etnico. Ma non solo: l’orribile muro di separazione è stato, in realtà, un meccanismo di annessione, dal momento che per l’85 percento sorge su terra palestinese. Israele ha tolto terreno a Gaza prendendo possesso della terra palestinese o della Striscia e definendola «zona tampone», privando i palestinesi che vivono lì delle loro case e dei loro campi.

Secondo il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, a Gerusalemme est la polizia di Israele ha il compito di fare pressione sui palestinesi affinché lascino la città, in modo da formare «una realtà geografica e demografica che possa contrastare qualsiasi tentativo futuro di sfidare la sovranità di Israele su quelle terre». Dal 1967, come sottolinea il gruppo, Israele ha revocato la residenza a circa 14.500 palestinesi a Gerusalemme est. È quasi impossibile per i palestinesi ottenere permessi di costruzione in città e, nel 1973, Israele ha legalmente sancito un vantaggio demografico di 73 a 26 per gli ebrei a Gerusalemme.

Netanyahu ha chiarito che intende continuare a far crescere la colonia e al contempo lasciare che Israele sia legalmente responsabile per il minor numero possibile di palestinesi – il logico corollario a «la maggior estensione di terra possibile con il minor tasso di popolazione araba» è «la maggior parte degli arabi nel territorio più piccolo possibile» e «massimo controllo e minima responsabilità». Israele, ha dichiarato Netanyahu, annetterà la Valle del Giordano, ma i 50.000-60.000 palestinesi che vivono lì non diventeranno cittadini di Israele, e men che mai avranno voce in capitolo su chi li deve governare e come.

Ciò nondimeno, ha insistito, il generale «controllo di sicurezza» israeliano sarà applicato in ogni caso anche a Gerico, per esempio, una città palestinese nella Valle del Giordano. Il primo ministro ha aggiunto che non permetterà la parodia discontinua e priva di sovranità di un ipotetico «stato» palestinese promessa da Trump. In altre parole, il piano israelo-statunitense è di continuare a dominare i palestinesi e contemporaneamente negare loro gli elementari diritti democratici e nazionali.

Mentre Israele annetteva le terre sottratte ai palestinesi in questi modi, oltre a ucciderli in gran numero, faceva crescere la sua propria popolazione e il territorio sotto il suo controllo installando illegalmente 620.000 persone in Cisgiordania e a Gerusalemme est. In questo contesto, l’annessione è l’ennesima prova del fatto che il progetto sionista implica prendere possesso di territori palestinesi che Israele non ha nessuna intenzione di restituire.

Le spoglie al vincitore

La storia dell’espropriazione palestinese non è mossa solo da un desiderio di supremazia razziale-religiosa. Ha anche significato un aumento della ricchezza della classe dirigente di Israele, e quella dei capitalisti suoi alleati in tutto il mondo. Dopo la Nakba, Israele ha varato la Legge sulla proprietà degli assenti, che definisce la pulizia etnica dei palestinesi come «assenza», dando il pretesto a Israele per appropriarsi della terra, delle case e dei conti in banca dei palestinesi.

La legge ha creato l’assurda categoria del «presente assente», di modo che Israele potesse confiscare le proprietà dei palestinesi che ancora vivevano in Palestina da sfollati interni. Questi atti hanno creato un’ulteriore barriera per i palestinesi e al contempo hanno arricchito gli israeliani.

La Mekerot, l’azienda di proprietà israeliana che gestisce le risorse idriche, prende l’acqua dai palestinesi della Cisgiordania per rifornire gli israeliani – inclusi quelli che vivono negli insediamenti illegali – per scopi domestici, agricoli e industriali. Spesso la rivende ai palestinesi a un prezzo gonfiato che può arrivare ad prosciugare metà del reddito mensile di una famiglia povera.

Gli insediamenti israeliani controllano circa l’85 percento della terra più fertile della Cisgiordania: la Valle del Giordano, in particolare, è la regione agricola più ricca di risorse. Il lato nord del Mar morto, un altro obiettivo della rapina a mano armata chiamata «accordo del secolo», è pieno di magnesio, potassio e bromo del valore di centinaia di milioni di dollari per anno. Le annessioni sancite dal piano di Trump, fa notare B’Tselem, permetterebbero a Israele di proseguire il saccheggio delle terre di valore e delle risorse palestinesi.

Anche se l’alleanza Stati uniti-Israele permette in teoria la creazione di «enclavi di autogoverno palestinese», l’idea è quella che Israele ne controlli i confini, lo spazio aereo e quello marittimo, che possa cioè determinare le condizioni in cui capitale, lavoro e risorse naturali entrano ed escono dalla Palestina. Allo stesso modo, i palestinesi avrebbero comunque bisogno del permesso di Israele per costruire o investire. Questi meccanismi permetterebbero a Israele di strangolare economicamente i palestinesi, mentre la classe dirigente israeliana controllerebbe le attività produttive di tutta la zona.

I facilitatori di Israele

Questi oltraggi devono essere letti nel contesto regionale e globale che li rende possibili. Per decenni, gli Stati uniti hanno fornito a Israele gli strumenti politici, economici e militari necessari per portare avanti i suoi crimini contro i palestinesi, perché Israele è il cane da guardia degli interessi imperialisti statunitensi nel mondo.

Israele è oggi nella posizione di andare avanti con l’annessione, non solo perché la Casa Bianca di Trump gli sta dando il permesso di farlo, ma anche perché prima di Trump ci sono stati otto anni dell’amministrazione Obama – una delle più filo-israeliane della storia. Nel frattempo, alcune nazioni europee potrebbero voler redarguire Israele – in modo relativamente blando – sull’annessione, ma in generale l’Unione europea è molto divisa su cosa fare – se proprio dev’esser fatto qualcosa. Un’eventuale risposta potrebbe limitarsi a un semplice rimbrotto.

Anche le condizioni del Medio oriente sono favorevoli all’annessione: quasi tutti i governi dei paesi a maggioranza araba, che hanno da sempre tacitamente permesso i saccheggi israeliani, sono adesso alleati dichiarati di Israele, sulla base di legami economici e della comune ostilità verso l’Iran. Queste relazioni fanno sì che Israele sappia che può fare qualsiasi cosa ai palestinesi senza il rischio di contromosse da parte dei paesi della regione. La Giordania ha accennato alla possibilità di interrompere il trattato di pace con Israele, ma è difficile che faccia qualcosa di concreto, dal momento che la monarchia giordana dipende dagli Stati uniti.

Una strenua resistenza

L’obiettivo dell’annessione è di estinguere la causa palestinese, ma non funzionerà. I palestinesi non hanno certo sopportato un secolo di colonizzazione, e più di settant’anni di esilio e apolidia, solo per farsi comprare da Donald Trump e dal suo falso genero. Anche i membri più egoisti della borghesia palestinese si sono rifiutati di abboccare all’amo.

L’annessione, e il documento di Trump su cui si basa, promette di esacerbare le sofferenze palestinesi, non di risolverle. Invece di essere d’accordo con i termini della resa che vengono loro proposti, i palestinesi sono convinti nel continuare la loro lotta coraggiosa e di principio contro i disegni israelo-statunitensi.

Il principale effetto dell’annessione sarebbe quello di formalizzare quella che è già, di fatto, la realtà in campo: un solo stato che controlla la totalità della Palestina. Un’eventuale amministrazione Joe Biden tornerebbe probabilmente allo status quo pre-Trump, nel quale il supporto statunitense al furto di terra israeliano era tacito. Se Biden dovesse diventare presidente, Israele potrebbe essere leggermente infastidita da voci sulla ripartenza di un finto processo di pace, senza alcun effetto concreto. L’Europa potrebbe opporsi a qualcosa di così apertamente provocatorio come l’annessione, ma l’Ue è così profondamente invischiata con Israele che l’Europa non ha certo intenzione di abbandonare il più vasto progetto di un colonialismo sionista.

Il risarcimento dei palestinesi, e la decolonizzazione della Palestina, non saranno mai un regalo di Bruxelles o Washington. Potranno essere realizzate solo dalla combinazione di una resistenza palestinese di massa con un supporto nella regione e dalla solidarietà internazionale interna al cuore dell’impero. Mentre le manovre israelo-statunitensi fanno assomigliare l’idea di una soluzione a due stati sempre più a uno scherzo crudele, la lotta dei palestinesi va verso la richiesta di uguali diritti all’interno di un singolo stato che comprende tutto il territorio della Palestina. In questo senso, con ogni annessione e ogni nuovo insediamento, il sionismo potrebbe gettare i semi della sua propria distruzione.

*Greg Shupak insegna media studies all’University of Guelph in Canada. È coautore del libro The Wrong Story: Palestine, Israel, and the Media (OR Books). Questo articolo è uscito su Jacobinmag.com. La traduzione è di Gaia Benzi.

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