Verbali Cts: i tecnici consigliarono solo chiusura del Nord, non il lockdown nazionale

Dal blog https://www.startmag.it

di Carlo Terzano

Le differenze di impostazione sul lockdown fra parere del Comitato tecnico scientifico (Cts) datato 7 marzo e decisione del governo il 9 marzo. Che cosa emerge di rilevante dai verbali del Cts desecretati dal governo

Aggiungono parecchia carne al fuoco i verbali Cts (Comitato tecnico scientifico cui il governo si è affidato per contrastare l’avanzata del virus) appena desecretati dall’esecutivo e pubblicati da Fondazione Einaudi. Alla fine il governo ha deciso di pubblicarli senza aspettare la condanna del Consiglio di Stato, per non aumentare la polemica politica, già corposa specie dopo che anche il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir presieduto dall’opposizione, dal leghista Raffaele Volpi) nelle ultime ore aveva iniziato a chiedere con insistenza di vedere i documenti. Documenti importanti, sebbene manchino dalle carte quelle riguardanti la Valseriana, che potrebbero rivelarsi cruciali per delineare eventuali responsabilità penali per quanto accaduto.

COSA DICONO I VERBALI CTS

L’aspetto politicamente più rilevante si trova in questo file datato 7 marzo 2020. Si tratta di un documento riservato inviato dai tecnici al ministro della Salute Roberto Speranza. In base all’analisi della situazione epidemiologica, il Comitato tecnico scientifico proponeva al governo di Giuseppe Conte di “adottare due livelli di misure di contenimento: uno nei territori in cui si è osservata maggiore diffusione del virus, l’altro sul territorio nazionale”. Nello specifico: misure più rigorose in Lombardia e nelle province di Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini e Modena, Pesaro Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Alessandria e Asti.

COSA ACCADDE INVECE

Nelle prime ore di quelle convulse giornate il governo Conte segue pedissequamente le indicazioni racchiuse nei verbali Cts. Come si ricorderà, nella serata del 7 marzo il Corriere della Sera svela la bozza del decreto con cui viene disposta la chiusura della Lombardia. L’esecutivo resta in silenzio: non conferma e nemmeno smentisce. Sparuti gruppi di persone (per effetto delle sommarie informazioni non ancora ufficiali) corrono in tutta fretta alle stazioni di Milano Centrale e Garibaldi per prendere quelli che potrebbero essere gli ultimi treni che lasceranno la Lombardia. La bella serata primaverile unita al fatto che, a partire dagli ultimi giorni di febbraio, l’intero mondo politico stesse invitando gli italiani a riaprire tutto e a recuperare la propria normalità (Matteo Salvini e Giorgia Meloni facevano video a ripetizione per dire ai turisti stranieri di venire in Italia, Nicola Zingaretti si faceva immortalare sui Navigli affollati, il sindaco di Milano Beppe Sala scalpitava per riaprire i musei e i bar all’ora dell’aperitivo e aveva lanciato la campagna – boomerang #Milanononsiferma), fanno sì che in quel sabato sera fossero ben pochi i milanesi davanti alla tv e molti quelli al pub.

verbali cts

Quella che ex post appare come una comunicazione politica poco lungimirante potrebbe quindi aver salvato il Meridione: se la notizia anticipata dal Corriere e rimbalzata in pochi minuti su tutti i media ben prima che i confini venissero chiusi fosse stata appresa tempestivamente da molte più persone, probabilmente avremmo avuto scene di panico e il rischio che il Covid-19 sfondasse anche nel Centro e al Sud.

IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO DEL CTS DATATO 7 MARZO

IL DPCM CHE CHIUDE IL NORD

Ma questa è un’altra storia. Torniamo invece a ciò che accadde davvero. Il primo DPCM che chiude il Nord Italia lo si ha solo alle 4 antimeridiane dell’8 marzo. È lo stesso Giuseppe Conte ad annunciarlo via Twitter.

#Coronavirus, appena firmato il nuovo decreto: https://t.co/jYbSx7FEpG

— Giuseppe Conte (@GiuseppeConteIT) March 8, 2020

L’agenzia Ansa scrive: “Vincolo di evitare ogni spostamento” nell’intera Lombardia e in quattordici province di Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Marche. Giuseppe Conte firma un decreto del presidente del Consiglio che limita le possibilità di movimento nelle zone più colpite dal contagio Coronavirus”.

ITALIA ZONA ARANCIONE

La situazione, già pasticciata dalle fughe di notizie, si complica nemmeno due giorni dopo, quando il presidente del Consiglio Conte con il Dpcm del 9 marzo si discosta – a questo punto lo sappiamo con certezza proprio dai verbali Cts – dal parere dei tecnici – e chiude l’intero Paese e non solo le province indicate dai tecnici del Comitato. “Da oggi ci sarà l’Italia zona protetta, le misure già previste dal Dpcm dello scorso 8 marzo saranno valide sull’intero territorio nazionale”, dice Giuseppe Conte in una conferenza stampa (qui il video) la sera del 9 marzo. È il nuovo decreto “#iorestoacasa”. Il premier ricorre alla denominazione di zona arancione, che però non viene mai citata ufficialmente nei documenti. Alcuni malignano che lo abbia fatto per evitare di estendere ufficialmente all’intero territorio nazionale i benefici fiscali previsti per i Comuni “zona rossa” oggetto dei primi provvedimenti (pensate ai danni miliardari per le casse dello Stato se l’intero Paese fosse stato esentato dal pagamento delle tasse. E in quei momenti nessuno poteva certo immaginare che di lì a poco da via Venti Settembre avrebbero dovuto allargare il buco del debito di altri 100 miliardi per rimediare ai danni del Covid). Altri ritengono che il cambio di nome sia stato voluto per non danneggiare ulteriormente l’immagine del nostro Paese all’estero. Di fatto in quei giorni eravamo la prima nazione a chiudere per malattia.

E I VERBALI CTS?

Il resto è storia. Ma ciò che i verbali Cts raccontano oggi è che il Comitato tecnico scientifico aveva dato al presidente del Consiglio altri pareri, che il premier ha seguito firmando il Dpdm dell’8 marzo ma ha sconfessato con l’ulteriore atto del 9. Cos’è successo nel frattempo? Tra i due decreti non passano nemmeno 48 ore: nel mezzo ci sono altri atti del Comitato tecnico scientifico che non sono stati pubblicati? Oppure la seconda decisione è stata presa senza chiedere consiglio degli esperti? Perché, se così fosse, nonostante il fiorire di tecnici e task force, il Dpcm del 9 marzo sarebbe un atto squisitamente politico cui l’esecutivo potrebbe essere chiamato – sempre politicamente, e sempre ricordando che si tratta di decisioni mai prese fino ad allora da nessuno, quindi con tutte le scusanti del caso per Conte e i suoi – a risponderne, visti i danni economici del lockdown nazionale…

1 Comment

  1. In tutta onestà per un semplice cittadino è difficile farsi una opinione di quello che succede nelle stanze dei bottoni. Credo che più delle decisioni siano da condannare i comportamenti scorretti, se vengono accertati. Il resto, le decisioni – in particolare in democrazia – sono soggette alla ponderazione e concertazione. Mi si dirà: la ricerca del consenso, la conservazione del potere. Può darsi, ma io – dato che i puri non stanno né da una parte, né dall’altra – non perdo tempo nella caccia alle streghe e so che la politica non può (e forse non deve nemmeno) essere etica. I fatti dimostrano che, pur con ritardi ed errate valutazioni iniziali, il decorso della pandemia è stato portato sotto controllo. Sinceramente l’obiettivo è stato raggiungo e penso sia quello ciò che conta.

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