Il capitalismo dei disastri alla conquista del Libano

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Joseph Daher 27 Agosto 2020

L’esplosione che ha devastato Beirut è stata la dimostrazione del malgoverno dei partiti al potere da decenni. Eppure quegli stessi partiti, sulla spinta di Macron e del Fmi, stanno cavalcando il disastro per approfondire le politiche liberiste

Il 4 agosto 2020 al porto di Beirut si è verificata un’esplosione di proporzioni mai viste nella storia del Libano. I morti sono stati oltre 180, tra libanesi, siriani e altre nazionalità; i feriti più di 6.500 e 300.000 gli sfollati. Decine di persone sono ancora disperse e interi distretti della capitale devastati.

L’esplosione ha distrutto gran parte del porto di Beirut, dove nel 2019 è transitato oltre il 70 per cento del valore delle merci importate dal paese. Ha anche distrutto la riserva strategica di grano del Libano. I danni materiali ammontano a miliardi di dollari: la stima delle autorità libanesi è di 15 miliardi.

Una crisi sempre più profonda

L’esplosione ha peggiorato in modo inimmaginabile una situazione socio-economica già disastrosa, dopo la crisi economica che si è sviluppata nell’ottobre 2019 e gli effetti del Covid. La pandemia ha fatto schizzare il tasso di povertà del paese a circa il 55% e la disoccupazione sopra il 35%. Contemporaneamente, il valore della moneta libanese è in caduta libera da diversi mesi, con l’inflazione che supera il 400%, riducendo drasticamente il potere d’acquisto dei lavoratori.

Il deprezzamento della moneta ha colpito in modo particolarmente pesante un paese che importa dall’estero molto di ciò che consuma: nel 2019 il deficit commerciale del Libano ha superato i 16 miliardi di dollari, e le importazioni sono state più di cinque volte superiori alle esportazioni. I prezzi sono saliti vertiginosamente e le merci hanno cominciato a scarseggiare.

Dopo il 4 agosto molti capi di Stato del Medio oriente e del mondo hanno dato pubblicamente sostegno al popolo libanese. Ma dalle crisi precedenti abbiamo imparato che gli Stati e le istituzioni finanziarie internazionali usano questi eventi come opportunità per promuovere ed estendere il neoliberismo, che significa anche estendere l’economia di mercato a quei settori economici che finora erano dominati dallo Stato.

La dottrina dello Shock di Macron

Il presidente francese Emmanuel Macron ha voluto tenere una videoconferenza sul Libano a pochi giorni dall’esplosione. Vi hanno preso parte rappresentanti di una trentina di paesi, arabi e occidentali, oltre che funzionari del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Banca mondiale, del Comitato internazionale, della Croce Rossa e della Banca europea per gli investimenti.

Tutti hanno accettato di aprire un canale di finanziamento d’emergenza per il Libano, sbloccando in totale 252,7 milioni di euro, e hanno anche promesso miliardi di dollari di sostegno finanziario. A condizione, però, che il Libano avviasse un piano di «riforme istituzionali». Macron ha insistito particolarmente su l’auspicio della formazione di un governo capace di «riforme». Anche la direttrice del Fmi, Kristalina Georgieva, ha parlato di «riforme», presentandole come il modo per uscire dall’impasse delle discussioni in corso tra il paese il Fmi, nodo giudicato «essenziale».

L’attuazione delle «riforme» sono per il Fmi un prerequisito di qualsiasi concessione di aiuti finanziari. Lo stesso hanno detto i partecipanti alla conferenza di Parigi dell’aprile 2018 (la Conférence économique pour le développement, par les réformes et avec les entreprises, acronimo «Cedre») che ha promesso di sbloccare per il Libano oltre 11 miliardi di dollari tra prestiti e sovvenzioni. In cambio dei fondi, anche in questo caso, il governo libanese dovrebbe impegnarsi a sviluppare partenariati pubblico-privato, ridurre i livelli di debito e imporre misure di austerità.

I partiti settari e borghesi che dominano la scena politica libanese attuale sono tutti d’accordo, nonostante le loro rivalità. Del resto hanno costituito insieme il governo di unità nazionale guidato dall’ex primo ministro Saad Hariri, prima delle dimissioni nell’ottobre del 2019, dopo lo scoppio del movimento di protesta.

Il piano economico proposto dal governo Hariri per il 2020 prevedeva la fusione o l’abolizione di diverse istituzioni pubbliche e la privatizzazione del settore energetico gestito dallo Stato, che soddisfaceva i requisiti della Banca Mondiale, del Fmi e dell’accordo Cedre. In realtà tali politiche non faranno altro che aggravare il disastro neoliberista in cui è sprofondato il paese fin dagli anni Novanta, con la fine della guerra civile.

Il neoliberismo e il Medio Oriente

Dopo la guerra civile il Libano ha intrapreso la strada della liberalizzazione economica (già in corso in altre parti del Medio Oriente sin dagli anni Ottanta) con un accento su un’integrazione più profonda nell’economia globale e sulla crescita del settore privato. Le politiche neoliberiste hanno rafforzato le caratteristiche consolidate dell’economia libanese: un modello di sviluppo orientato alla finanza e ai servizi, in cui le disuguaglianze sociali e le disparità regionali sono molto accentuate.

Il Libano ha una delle più disuguali distribuzioni di ricchezza al mondo, e una delle più alte concentrazioni di miliardari pro capite. Nel 2019, il primo 10 per cento più ricco della popolazione adulta possedeva il 70,6 per cento della ricchezza del paese.

Nella regione del Medio Oriente e Nord Africa la privatizzazione dei beni pubblici è iniziata con le politiche neoliberiste dei primi anni Novanta, principalmente nei settori industriale, immobiliare e finanziario. E quando negli ultimi anni, le istituzioni finanziarie internazionali hanno promosso in tutto il mondo il modello di partnership pubblico-privato (Ppp) come uno strumento innovativo per la privatizzazione e la gestione dei beni pubblici da parte di soggetti privati, la regione non ha fatto eccezione.

Ne è un chiaro esempio l’attività della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Bers) dopo l’inizio delle rivolte popolari arabe del 2011. Uno dei principali obiettivi della Bers è stata la promozione di infrastrutture compartecipate tra privato e pubblico. Questo modello mira a promuovere la gestione privata delle infrastrutture pubbliche (soprattutto nei settori delle telecomunicazioni, dell’elettricità e della sanità). Le Istituzioni finanziarie internazionali come la Bers hanno molto spesso insistito sulla necessità di privatizzare tali infrastrutture come condizione per la concessione di prestiti.

Thatcherismo saudita

Al pari del Libano, diversi paesi del Medio Oriente hanno adottato leggi sul partenariato pubblico-privato, vedendoci di fatto un modo per intensificare le privatizzazioni dei servizi pubblici e delle infrastrutture statali. In Arabia Saudita, questo modello è diventato un elemento fondamentale del programma politico-economico «Vision 2030» lanciato dal Principe Mohammad Bin Salman. Indirizzo che è stato poi descritto nel dettaglio dal Programma Nazionale di Trasformazione 2020, che pone il capitale privato al centro della futura economia saudita. Il governo di Riad ha dichiarato di voler trasformare in partenariati pubblici-privati molti servizi pubblici come l’istruzione, l’edilizia abitativa e la sanità. Politica che il Financial Times ha descritto efficacemente come «Thatcherismo saudita».

Il regno ha anche usato la crisi del Covid-19 per tagliare i sussidi, eliminare l’indennità per il costo della vita, aumentare pesantemente l’Iva dal 5 al 15 per cento. Nel frattempo, il fondo patrimoniale sovrano del regno ha investito più di 8 miliardi di dollari dall’inizio della pandemia in colossi dell’economia globale come Boeing e Facebook.

Analogamente, anche in Siria il regime ha accelerato le sue politiche neoliberiste dopo la rivolta del 2011 e la militarizzazione del conflitto dopo il 2012. Assad ha approvato una legge sulle partnership pubblico-privato nel gennaio 2016, dopo sei anni di gestazione. La legge autorizza il settore privato a gestire e sviluppare il patrimonio statale in tutti i settori dell’economia a eccezione del petrolio. La «nuova strategia economica», cui il regime ha dato il nome di Partenariato nazionale, lanciata un mese dopo nel febbraio 2016, indicava come punto di riferimento proprio le compartecipazioni con privati.

Queste dinamiche regionali si sono sviluppate in tempi di crisi economica, di guerra e ora durante l’attuale pandemia. Non si tratta di misure pragmatiche o «tecnocratiche», come spesso sostenuto dai regimi che le hanno promulgate. Piuttosto, dovrebbero essere viste come un modo per trasformare le condizioni generali per l’accumulazione di capitale e potenziare le reti economiche legate a questi regimi.

Il costo della crisi

Tornando al Libano, i principali partiti libanesi e le diverse frazioni della borghesia hanno sfruttato gli schemi di privatizzazione da un lato e il loro potere sui ministeri dall’altro per rafforzare le reti di mecenatismo, nepotismo e corruzione, mentre la maggior parte della popolazione libanese, sia straniera che autoctona, ha sofferto la povertà e l’indignazione. Sebbene le parti siano tutte d’accordo sulle misure della conferenza di Fmi e Cedre di cui si è parlato sopra, c’è una controversia tra loro derivante dalla crisi economica dell’ottobre 2019.

Tale controversia riguarda l’entità delle perdite che dovrebbero essere prese in considerazione come base per la ristrutturazione del debito pubblico, che ammontava a 93,1 miliardi di dollari alla fine di maggio 2020 (oltre il 180 per cento del Pil libanese). Le banche libanesi gestiscono una sorta di schema Ponzi fin dai primi anni Novanta: offrono tassi di interesse elevati per attirare depositi in dollari e poi prestano il denaro al governo fino all’esaurimento dei depositi. Tuttavia, le banche e la Banca Centrale del Libano ora non vogliono assumersi alcuna responsabilità per le perdite loro assegnate dal piano di ripresa economica del governo di Hassan Diab.

La posizione è sostenuta da partiti come il Movimento il futuro di Saad Hariri (che è anche proprietario di una banca) e il partito Amal di Nabih Berri. Secondo il piano del governo, il capitale del settore bancario libanese verrebbe cancellato, con il salvataggio completo degli azionisti e la ricapitalizzazione delle banche. In questo quadro, le istituzioni che non sono in grado di raccogliere nuovo capitale potrebbero essere costrette a cessare l’attività.

Le banche respingono anche la proposta di una revisione legale dei conti della Banca centrale libanese, che dovrebbe poter tracciare la fonte delle transazioni inserite nei suoi bilanci, e l’adozione di una legge che formalizzi i controlli sul capitale che di fatto sono stati imposti dalle banche ai correntisti da quasi un anno.

In questa sua opposizione l’élite bancaria è sostenuta da alcuni politici. I libanesi ricchi hanno continuato a spostare i loro beni all’estero, mentre la maggior parte della popolazione è soggetta a restrizioni su quanto può prelevare dai propri conti bancari.

Le banche e i loro alleati politici si sono anche opposte all’idea del governo precedente di non pagare il debito in sterline libanesi, come raccomandato dal Fmi. Le banche libanesi detengono infatti il 28,8% del debito pubblico nazionale, che equivale a 16,3 miliardi di dollari in buoni del tesoro statunitense e 10,5 miliardi di dollari in eurobond (titoli di debito denominati in valuta estera).

I banchieri libanesi hanno rifiutato ogni responsabilità per la crisi economica del paese, pur avendone molte. Questo ha scatenato la reazione dei manifestanti, che negli ultimi mesi hanno preso di mira le istituzioni finanziarie, saccheggiando le sedi centrali e le filiali bancarie in diverse regioni del paese. Ma la nomina di un nuovo governo di unità nazionale nel prossimo futuro, soprattutto quello che potrebbe essere guidato da Saad Hariri, rafforzerebbe la posizione delle banche.

«Tutti quanti vuol dire tutti quanti»

In questo quadro, l’appello di Emmanuel Macron per un governo di unità nazionale che riunisca tutte le forze politiche dominanti non può che aiutare a preservare il sistema politico settario e neoliberista esistente e lo status sociale dell’élite. Questa soluzione ha il sostegno di molti paesi della regione mediorientale e del mondo, ed è un viatico per approfondire le cosiddette «riforme» neoliberiste.

Questa è anche l’opzione scelta dai partiti settari e borghesi dopo le dimissioni del governo di Hassan Diab il 10 agosto a causa delle massicce proteste popolari. Alcuni di questi partiti chiedono anche nuove elezioni, ma sempre all’interno del sistema politico settario stabilito.

In questo contesto, la richiesta di elezioni anticipate è una trappola per le forze popolari che cercano un cambiamento radicale, e in generale per tutto il movimento di protesta. I partiti della vecchia guardia settaria sono le forze meglio organizzate, e quelle più profondamente radicate nelle istituzioni statali e nella società libanese.

Alcuni di questi partiti ricevono un massiccio sostegno dalle potenze straniere: Hezbollah dall’Iran, mentre il Movimento il Futuro e (in misura minore) il partito delle Forze libanesi dai sauditi. Se il movimento di protesta non diventerà più strutturato e nessuna forza progressista di sinistra si mostrerà in grado di offrire un’alternativa per le classi popolari libanesi, i partiti settari ed elitari saranno chiaramente nella posizione di vincere anche le prossime elezioni.

Oltre che da loro, il popolo libanese deve guardarsi anche dalle potenze imperialiste, gli stati regionali e le istituzioni finanziarie internazionali, che si stanno tutti muovendo per approfittare della crisi. Tutti costoro sono i nemici della protesta libanese: come recita lo slogan principale della rivolta: «Tutti quanti vuol dire tutti quanti»!

*Joseph Daher è un attivista e studioso di sinistra svizzero-siriano. È autore del libro Hezbollah: The Political Economy of the Party of God and Syria After the Uprisings, The Political Economy of State Resilience. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è di Riccardo Antoniucci.

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