La nuova strategia cinese in Africa

Dal blog https://it.insideover.com/

Federico Giuliani
9 settembre 2020

Nuovi accordi per la ristrutturazione del debito, la diffusione del 5G Huawei in tutto il continente ma soprattutto la costruzione di nuovi basi militari. Si sviluppa lungo queste tre direttive la strategia della Cina in Africa, una regione fondamentale per gli interessi di Pechino. E non solo da un punto di vista economico, come si potrebbe esser portati a pensare in un primo momento.

Certo, il Continente nero è formato da un territorio immenso e, seppur mediamente povero, potenzialmente vergine. Ciò significa che la prima potenza che riuscirà a stabilire in loco le radici commerciali potrà godere, nel lungo periodo, di una valvola di sfogo non da poco per il proprio export

Per la Cina sarebbe una terra promessa, anche se Pechino si è ormai lanciata quasi del tutto nella modernizzazione dell’economia, abbandonando la paccottiglia a basso costo. Accanto al lato economico troviamo poi la sfida per la supremazia globale. Detto altrimenti, farsi degli “amici” in Africa può essere decisivo in campo diplomatico, a maggior ragione quando anche il voto di un piccolo e povero Paese africano può rivelarsi decisivo nella votazione per la presidenza di un’agenzia di caratura mondiale.

Nuove basi militari cinesi all’estero?

Al momento l’unica base militare cinese in Africa si trova a Djibouti. Aperta ufficialmente nell’agosto 2017, la struttura ospita diversi mezzi corazzati a ruote e artiglieria della Marina militare dell’Esercito popolare di liberazione cinese (EPL). Il rapporto tra Cina e Djibouti è decollato nel novembre 2017, quando le parti si accordarono per siglare un partenariato strategico che rappresentava (e rappresenta ancora oggi) l’adesione del piccolo Stato africano alla Nuova Via della Seta.

Per capire l’importanza di Djibouti nello scacchiere mondiale basta prendere una cartina geografica e dare un’occhiata alla sua posizione, collocata proprio all’ingresso dello Stretto di Aden, lo stesso che conduce verso il Canale di Suez. Insomma, stiamo parlando di un’area commerciale di primissimo piano. Non solo: a pochi passi dalla base cinese troviamo anche una base americana. Dunque, oltre a quelli commerciali, possiamo immaginare altri due obiettivi cinesi da conseguire mediante la struttura: controllare il centro statunitense Camp Lemonnier, e quindi le attività Usa in Africa, e avere un punto fermo in un Continente da “conquistare” diplomaticamente.

Secondo quanto riferito da un approfondito rapporto stilato dal Dipartimento della Difesa Usa, che ha analizzato le strategie politiche, militari, commerciali ed economiche del rivale cinese, la Cina punterebbe a rafforzare la propria presenza nel Continente Nero. In che modo? Attraverso il possibile insediamento di quattro basi militari in Kenya, Seychelles, Tanzania e Angola. Reagendo ai contenuti del documento, fino a questo momento alcuni dei Paesi citati come possibili, future basi militari cinesi hanno negato di aver trattative in corso con Pechino.

Il report del Pentagono parla tuttavia chiarissimo: “Oltre alla sua attuale base a Gibuti, molto probabilmente la Repubblica Popolare cinese sta già valutando e pianificando ulteriori strutture logistiche militari all’estero per supportare le forze navali, aeree e di terra. Il PRC ha probabilmente considerato le posizioni per le strutture logistiche militari dell’EPL in Myanmar, Tailandia, Singapore, Indonesia, Pakistan, Sri Lanka, Emirati Arabi Uniti, Kenya, Seychelles, Tanzania, Angola e Tagikistan”.

Il jolly di Pechino in Africa

Prima di poter conquistare diplomaticamente l’Africa, Pechino deve fare i conti con un problema non da poco. Stiamo parlando dell’indebitamento di molti Paesi africani che, a causa della pandemia di Covid, hanno chiesto al gigante asiatico una ristrutturazione del loro debito. Dal canto suo la Cina, ha scritto il Financial Times, ha affermato di aver raggiunto accordi con la metà delle 20 nazioni a basso reddito che hanno richiesto ristrutturazioni del debito come parte dei loro sforzi per affrontare la guerra contro il coronavirus.

Il Ministero degli Esteri cinese ha fatto sapere che il lavoro procede nella giusta direzione. Il jolly del Dragone per consentire ai vari alleati di respirare, aiutandoli indirettamente a concentrarsi sulle crisi sanitarie ed economiche locali, ha un nome ben preciso. Si chiama Debt Service Suspension Initiative (Dssi), ed è uno schema che consente ai Paesi debitori di congelare i rimborsi bilaterali dei prestiti fino alla fine dell’anno.

Il laboratorio per capire cosa potrebbe succedere nel continente è l’Angola. Questo Stato ha ricevuto quasi un terzo di tutti i prestiti cinesi dirottati in Africa e ha un debito pubblico verso l’estero pari a 49 miliardi di dollari, il 45% del quale in mano a Pechino. Stando alla Banca mondiale, tramite il DSSI potrebbero essere congelati circa 2,6 miliardi di dollari di rimborsi relativi al 2020, pari al 3,1% del pil angolano. Per la cronaca, in questa particolare classifica, al secondo posto troviamo il Mozambico, con 295 milioni di dollari (il 2% del pil). In ogni caso, i attesa di capire come si svilupperanno le varie vicende, la sensazione è che la Cina farà di tutto per accrescere la propria influenza in loro, espandendo la rete infrastrutturale, il controllo del territorio e i legami diplomatici. A discapito, va da sé, dei rivali americani.


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