Intervista a Idrees Jamali: l’inferno e la bellezza delll’Afghanistan raccontati in Italia

Dal blog https://www.pressenza.com/

10.10.2020Cristina Mirra

Intervista a Mohammad Idrees Jamali, vice presidente dell’associazione nazionale della comunità Afghana in Italia

Cosa è successo in questi giorni in Afghanistan?
Venerdì mattina almeno quattro civili sono stati uccisi e altri tre sono stati feriti nell’esplosione di una bomba sul ciglio della strada nel distretto di Tagab, nella provincia centrale di Kapisa. Questa tragedia fa parte di un’escalation terribile che ha investito il paese in questi giorni: ieri mattina, il ministero della Difesa afgano (MoD) ha informato la stampa che nel distretto di Qarabagh di Kabul, su un veicolo tipo Corolla sono stati trovati cinque Frame BM1, che stavano per essere trasportati a Kabul per essere utilizzati dalla 2a Brigata di reazione rapida dell’8a divisione di Kabul. Il 2 ° Battaglione è stato identificato dal personale e gli è stato impedito un attacco missilistico su Kabul. Ma c’è dell’altro: una nuova scuola in costruzione nel distretto Zherai di Kandahar è stata bombardata due giorni fa. Un portavoce del governatore della provincia di Laghman ha annunciato che un’autobomba è esplosa nell’area del sultano Ghazi Baba intorno alle 9 del mattino, uccidendo due persone e ferendone altre tre.

E’ un momento difficile questo? Più di altri?
É un momento doloroso questo, ma da quando la guerra è cominciata, tutti i giorni il popolo afghano raccoglie le salme di propri figli, fratelli, padri, madri, nonni.

Cosa hanno significato vent’anni di guerra?
La guerra distrugge tutto, la mente e la vita. Io ne sono un esempio vivente, che sono nato e cresciuto in un’atmosfera bellica e, da questa sono scappato. Gli afghani sono caduti in una trappola, questa guerra non è nostra, ma sta passando sulla nostra pelle. Da vent’anni sono presenti gli americani in Afghanistan, non hanno portato la pace in questa terra, hanno bombardato il popolo, uccidendo migliaia di persone senza motivo.

E’ corretto il dato: 100 milioni di mine antiuomo?
Si, è corretto e il dato potrebbe essere anche maggiore. Quando l’esercito russo stava per andare via dal paese, ci ha lasciato con un avvertimento: “noi stiamo per uscire, ma la vostra terra vi combatterà per gli anni a venire, l’abbiamo spalmata di mine”.

Cosa rappresentano per te gli Stati Uniti, forze occupanti o liberatori?
Gli Stati Uniti sono venuti con la forza ad occupare il territorio afghano dicendo di voler portare la pace. In vent’anni di guerra non hanno portato niente di buono, ma invece hanno distrutto il nostro paese bombardandolo, e i talebani, che non hanno cacciato, sono più forti che mai.

I mezzi di informazione italiani parlano, e se sì, in modo corretto di Afghanistan?
Ogni tanto capita di sentire il telegiornale dare qualche notizia, ma è veramente raro. Anche la notizia del bombardamento dell’ospedale di Emergency da parte degli Stati Uniti non ha avuto seguito. Il governo italiano non è riuscito a reagire, ad indagare e chiedere agli americani per quale motivo l’ospedale è stato bombardato. Bombardamento che ha anche portato alla morte civili.

Di cosa si occupa la vostra associazione?
La comunità afghana porta avanti molte attività culturali e sociali in questo paese. Raccontiamo in molti modi tutto quello che possiamo della nostra terra di origine e coinvolgiamo gli italiani con rappresentazioni con autori, eventi per far conoscere la nostra cultura, il cibo, gli abiti tradizionali. Più che altro questo. Siamo impegnati culturalmente a far conoscere la situazione attuale in cui versa il paese. Cerchiamo anche di aiutare la comunità afghana in vari modi, come per esempio accompagnando il corpo delle persone defunte in patria. Proviamo anche a raccordarci con altre associazioni del territorio romano.

Le prossime iniziative?
A causa della pandemia le nostre attività sono state sospese, speriamo di riprendere presto a tenere vicino tra loro gli afghani in Italia, a raccontare la bellezza di questa terra e a dare voce a questo popolo che soffre, come in una bolla, nel silenzio di un mondo complice.

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