L’America sempre più divisa

Dal blog https://it.insideover.com/

Andrea Muratore
4 novembre 2020

Contrariamente ai sondaggi della vigilia, che in certi casi lasciavano presagire lo sdoganamento della cosiddetta “onda blu” con vittoria netta di Joe Biden su Donald Trumple elezioni presidenziali statunitensi si sono rivelate, una volta di più, estremamente combattute e polarizzate. E guardando alla storia recente degli Stati Uniti, difficilmente poteva andare diversamente: da tempo le contrapposizioni politiche tra democratici e repubblicani, i corpi elettorali di riferimento, le istanze sociali e i modelli culturali su cui i candidati fanno affidamento stanno profondamente divergendo nel cuore della società statunitense. Le somiglianze sostanziali tra la mappa elettorale del 2016, quella della sfida tra Trump e Hillary Clinton, segnalano l’apertura di grandi faglie sociali.

I dem egemoni nelle due coste

Ci sono, nel Paese, Stati sempre più “blu” elezione dopo elezione e, al contrario, Stati che accollano al Grand Old Party con frequenza le loro preferenze. Al primo gruppo appartengono l’Illinois, gli Stati della costa Ovest e buona parte di quelli del New England, a Nord-Est. Stati ad alto reddito, dominati dall’economia dei servizi, con popolazione fortemente urbanizzata, centro dei maggiori college del Paese, dell’industria tecnologica e dei grandi mass media, tra i maggiori propagandisti del “progressismo liberal”. Assieme a Pennsylvania, Michigan e OhIo questo gruppo di Stati (complessivamente 15, tra cui California, New York, Oregon, Rhode Island e, appunto, Illinois) ha formato dal 1992 al 2012 il “Muro blu” mai ceduto dall’Asinello nemmeno durante le due elezioni vinte da George W. Bush.
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Spicca, tra questi Stati, il Minnesota, che vota democratico dal 1976 e fu l’unico a scampare al “cappotto” repubblicano del 1984, anno in cui Ronald Reagan conquistò tutti gli altri 49 Stati contro Walter Mondale. Le Hawaii, New York, Oregon, Rhode Island, Washington e il Massachussets votano democratico dal 1988, mentre dalla riconquista del 1992, hanno votato ininterrottamente democratico per le 8 elezioni susseguitesi fino ad oggi California, Delaware, Connecticut, Maine, Maryland, New Jersey e Vermont.

Il blocco rosso dell’America profonda

A questo gruppo di Stati si contrappone l’America profonda dei cosiddetti flyover States. L’America conservatrice, identitaria, agricola e industriale, l’America di Clint Eastwood, individualista, tanto patriottica quanto ostile all’ideologia mediatica del politicamente corretto e al “big Government” federale. Un’America sempre più repubblicana, in cui dominanti sono le confessioni evangelico-protestanti, la somma della “Bible Belt” (che comprende l’Alabama, l’Arkansas, la Carolina del Nord, la Carolina del Sud, la Georgia, il Kentucky, la Louisiana, il Mississippi, il Missouri, l’Oklahoma, il Tennessee, il Texas, la West Virginia) e i centri agricoli della Corn Belt (Indiana, Iowa, Nebraska). A cui va aggiunto lo Stato più grande e remoto dell’Unione, nonchè santuario dei petrolieri, l’Alaska.

Questi Stati si colorano puntualmente di rosso repubblicano. L’Alaska, lo Utah, il North e South Dakota, l’Oklahoma, il Kansas, il Wyoming e l’Idaho hanno il record di longevità, votando repubblicano dal 1968 (quattordici elezioni), in Nebraska da allora solo Barack Obama nel 2008 è riuscito a strappare uno dei distretti locali, anno in cui riuscì a espugnare per l’unica volta dalla sfida Nixon-Humphrey del 1968 anche l’Indiana. L’Alabama e il Texas votano per il candidato repubblicano dai tempi di Reagan nel 1980 (undici elezioni)

Gli Stati in bilico

In mezzo a questi estremi si posiziona un numero di Stati sempre più ristretto che fa da ago della bilancia per decidere le elezioni: gli Stati industriali della Rust Belt, dal 2016, si sono aggiunti ai tradizionali swing States, Florida, North Carolina, Arizona, Ohio, nel novero dei terreni di confronto decisivi per la vittoria alle presidenziali. Stati in cui l’eterogeneità etnica, il substrato economico, la complessità sociale o il radicamento politico dell’uno o dell’altro partito contribuiscono a rendere strutturalmente incerto l’esito. Allo stato attuale delle cose, dei quattro stati che già hanno espresso il loro voto solo uno, l’Arizona, ha cambiato padrone, passando ai democratici, dal 2016 al 2020: parliamo dell’unico cambio di colore dal voto Trump-Clinton a quello Trump-Biden. In attesa degli esiti finali dalla Rust Belt, che ha cambiato colore nel 2016 proprio sulla scia dell’attrito tra le diverse visioni dell’America proprie dei due partiti. I dem hanno commesso un vero e proprio autogol lasciando che la retorica produttivista, anti-globalizzazione e identitaria di Trump sfondasse tra i colletti blu di Wisconsin, Pennsylvania, Michigan. Stati in cui ora il colore ha tonalità miste, con sfumature di blu e di rosso. Un caso più unico che raro in un’America che consolida sempre di più le sue faglie.


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