Il governo ha perso la maglietta della salute

Dal blog https://jacobinitalia.it/i

Salvatore Cannavò 19 Novembre 2020

Nella seconda ondata emerge la priorità dei profitti sulla salute e la scarsità di mezzi con cui una delle principali potenze capitalistiche può affrontare un’emergenza sanitaria. In un quadro politico bloccato solo i soggetti reali possono fare la differenza

Il governo si è accorto che il nuovo approccio al Coronavirus non sarà facile da gestire. Le regioni pezzate con i diversi colori dell’emergenza mostrano il ribaltamento delle priorità con cui il nostro paese si era presentato come esempio nella prima ondata di pandemia: la salute prima dei profitti. Oggi invece la salute ha un prezzo raffigurato dai diversi colori e da una scelta di non procedere a vere restrizioni delle attività produttive in presenza di limiti strutturali della sanità pubblica.

Il primo lockdown pressoché totale, stabilito con il Dpcm dell’11 marzo, iniziò con «solo» 2.076 casi di contagio giornaliero e 196 morti: il 17 novembre abbiamo avuto 731 morti e oltre 31 mila casi di contagio giornalieri. Allora, quei numeri bastarono a far muovere il governo e stabilire la chiusura delle attività produttive e distributive a eccezione di quelle «essenziali». Da quel momento la parola «essenziali» nasconderà una dura battaglia, in particolare con Confindustria, per tenere aperte quante più aziende possibile. La diatriba sarà poi regolata il 24 marzo a seguito di un Protocollo con la firma del governo e dei sindacati, ma non delle aziende, e che dettaglia, tramite i famigerati codici Ateco, l’elenco delle attività che potranno rimanere aperte. Secondo studi ufficiosi, in ambito sindacale e giornalistico, si calcolò che poco meno della metà della forza lavoro rimase al lavoro, con effetti evidenti sui contagi. 

Il segnale politico però fu chiaro: di fronte alla logica dell’economia, la salvaguardia della salute e della vita ebbe la priorità, almeno a parole e nel messaggio mediatico, consapevoli che l’unico modo per frenare la pandemia fosse quello di garantire una distanza di sicurezza effettiva, l’autoprotezione delle persone e quindi il lockdown. La scelta fece balzare gli indici di popolarità del presidente del Consiglio e il consenso per il governo, ma da lì in avanti il problema di come dare seguito a questa priorità è diventato complicato. Perché, nonostante una dichiarata volontà di arrivare con sussidi e sostegni a tutta la popolazione, le cinghie di trasmissione burocratica da un lato – si veda la complessità dei pagamenti da parte dell’Inps – e la scarsità di risorse dall’altro, non hanno permesso di raggiungere pienamente gli obiettivi. Anche perché, come vedremo, per raggiungere quegli obiettivi servirebbe un’altra agenda politica. 

Ma la direzione è stata quella, almeno così è stata percepita dalla maggioranza della popolazione. E, ci sembra di poter aggiungere, il sistema politico-istituzionale non ha avuto alcuna torsione autoritaria in quel passaggio, la stessa polemica contro i presunti «pieni poteri» della presidenza del Consiglio, via Dpcm, attivata dalla destra di Salvini e Meloni, non ha trovato alcun fondamento.

Il governo, e soprattutto il presidente del Consiglio, ha tenuto a lungo questa posizione anche quando dalle Regioni, da Confindustria e dal centrodestra è arrivato il martellamento per la riapertura delle attività. Per molti dei soggetti citati si sarebbe dovuto riaprire tutto già ad aprile mentre il governo ha tenuto fino al 24 maggio e poi a metà giugno. E a quel punto è cambiato il vento.

La durezza delle conseguenze economiche ha fatto ritenere all’esecutivo e all’insieme della classe dirigente italiana che dal lockdown si sarebbe usciti pienamente solo con un rilancio di tutte le attività, che il turismo sarebbe stato rifocillato solo se non si fossero posti limiti alle vacanze estive ed è iniziato a circolare il messaggio implicito per cui il virus era di fatto superato. Magari si sarebbe ripresentato in autunno, ma in forme lievi e comunque gestibili. Il governo si è vantato di essere stato «tra i migliori al mondo» a gestire la crisi e soprattutto, in funzione del conto economico e di quello del debito, alla vigilia della complessa partita per accedere ai fondi europei del Next Generation Eu, ha iniziato a cambiare le proprie priorità. Chiudere l’anno con un deficit non peggiore del -9% è stato l’imperativo del ministero dell’Economia, arrivare a gennaio con un saldo da finanziare compatibile con le risorse europee e garantire la ricucitura con l’associazione degli industriali sono diventate delle linee-guida.

A questo cambiamento ha contribuito la determinazione di solidi settori politici e sociali a condizionare la politica governativa. Confindustria e centrodestra hanno condotto una campagna permanente durante l’estate con il supporto di settori interni alla maggioranza, non solo il partito di Matteo Renzi ma anche nel Pd. E a questa offensiva non è corrisposta un’analoga controtendenza che ponesse dei vincoli fermi sul tema della salute, delle risorse per il welfare, delle garanzie per il mondo del lavoro. A malapena si è riusciti a ribadire la necessità di continuare lo stato di emergenza, che poi si è rivelato utile. Ma poco di più.

Se il ministero della Salute non ha mai abbassato la guardia ha anche trovato il tempo di lavorare a un libro del ministro Roberto Speranza che si è rivelato un autogol in autunno e ha accettato di finire spesso in minoranza in Consiglio dei ministri. Ma le priorità generali sono cambiate. Se ne è avuta un’avvisaglia quando intervenendo all’assemblea nazionale di Confindustria il premier Conte e il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sono stati accolti tra gli applausi mentre fino a qualche giorno prima il presidente degli industriali, Carlo Bonomi, si rivolgeva all’esecutivo a suon di pernacchie.

Qualcosa è iniziato a cambiare, ma non è cambiato l’assetto strutturale del welfare dato che condiziona pesantemente la possibilità di chiusure più rigorose per meglio proteggere la vita e la salute. Se una cosa la pandemia ha dimostrato con micidiale puntualità è la scarsità di mezzi con cui una delle principali potenze capitalistiche del mondo può affrontare un’emergenza sanitaria. Decenni di tagli alla Sanità hanno mostrato la debolezza numerica del personale medico, la vetustà delle strutture, l’assenza di mezzi a cominciare dai più elementari, i dispositivi di protezione per il personale, il fallimento dell’assistenza territoriale, smantellata in ossequio alla sanità privata, come dimostra chiaramente la Lombardia. Centinaia di miliardi in diversi anni spostati dal sistema pubblico a quello privato. Lo stesso si può dire per la scuola. Si assiste a un dibattito un po’ astruso tra chi vorrebbe, a protezione degli insegnanti e degli studenti, che le scuole fossero chiuse e chi, invece, per ribadire la priorità dell’insegnamento, le vorrebbe aperte ma in sicurezza.

Il punto è che nessuno è in grado, stante le coordinate attuali, di allestire una scuola degna di questo nome. Classi-pollaio effetto dei tagli generati da destra e sinistra negli ultimi venti-trent’anni, organici massacrati con la precarizzazione di circa un quarto del corpo docente, strutture fatiscenti e inadeguate tecnologicamente, nonostante le «belle scuole» di cui si sono vantati leaderini del centrosinistra. All’approssimarsi dell’anno scolastico non è stato fatto nemmeno il minimo indispensabile: riaprire le scuole con un rapporto virtuoso ed efficace con il sistema sanitario, garantendo assistenza nei casi di contagio, realizzando velocemente e prontamente tamponi ai primi casi di positività tra gli studenti e i docenti. La cronaca racconta di una scuola abbandonata dalle strutture sanitarie locali e che quando rimane aperta lo deve solo all’impegno e al sacrificio dei suoi lavoratori e lavoratrici. 

E poi il welfare. La crisi ha dimostrato che se fosse in vigore una misura di sostegno universale al reddito attivabile in assenza di altri redditi, quale che sia la causa, gran parte delle emergenze sociali sarebbe stata per lo meno affrontata. E invece ci troviamo con un Reddito di cittadinanza che, all’atto di nascita, è stato vincolato e limitato dalle solite logiche liberiste, da una miriade di bonus e redditi di «emergenza» attivati sull’onda dell’epidemia, insufficienti e pieni di limitazioni, la stessa Cassa integrazione, che si è mostrata l’unica vera rete di protezione, ha dovuto scontrarsi con difficoltà burocratiche apparentemente insormontabili nei casi di micro-emergenza relativi a piccole aziende che normalmente non rientrano nei suoi ranghi.

Il capitalismo reale, quello in cui viviamo concretamente non quello immaginato dagli editorialisti liberisti, si dimostra non in grado di gestire una pandemia. Grazie a incentivi pubblici e al ruolo innegabile dello Stato sa anche trovare il vaccino, ma non è stato in grado, all’inizio della pandemia, di assicurare i rifornimenti essenziali, e solo l’intervento dello Stato ha risolto la penuria di mascherine; non è in grado di garantire protezione e salute, assistenza sociale. Altre sono le sue logiche e le sue priorità come abbiamo sempre cercato di dimostrare in questa rivista.

Nella seconda ondata della pandemia il governo, però, ha scelto di sottostare a queste logiche e queste priorità. Il lockdown è diventato un tabù, le attività produttive sono rimaste quasi tutte a pieno regime nonostante registrino il 17% dei contagi, la scuola è aperta a metà, scontentando tutti. Le limitazioni raccontate dai media come «lockdown leggero» sono in realtà piuttosto pesanti sulla vita delle persone, ma lasciano completamente intatta la sfera della produzione, ribaltando la gerarchia tra vita e Pil di cui sopra. Stavolta sono stati messi nel conto un certo numero di morti, una certa quantità di disagio della sanità pubblica, una certa fatica sociale. Se a inizio ottobre, quando i contagi giornalieri si attestavano ancora a 1.324 e i morti a 24, si fosse programmato un piano di chiusura progressiva e una riduzione delle attività, l’Italia sarebbe stata di nuovo additata dal resto del mondo come un esempio. Una scelta che sarebbe costata non poco, chiaro, ma che avrebbe rispettato il detto tanto caro agli italiani secondo cui «quando c’è la salute c’è tutto».

La svolta del governo Conte potrà lasciare il segno. Di un suo indebolimento, infatti, di cui si intravedono diversi elementi, non potranno che approfittare le destre e un «centro» politico opportunista e imbarazzante dai quali non verranno conseguenze migliori. Ma non si tratta ancora una volta di attestarsi a difesa del «meno peggio». 

Chi può davvero fare la differenza, in un quadro politico bloccato, sono i soggetti reali. Se a marzo, ad esempio, si era arrivati a un pur parziale blocco della produzione, ciò era stato dovuto almeno in parte alla forte spinta dal basso di una serie di scioperi. Questa pressione non è poi più stata esercitata se non in rarissimi casi, nel lavoro o altrove. Per troppo tempo le persone in carne e ossa che più di tutti sono state in prima linea non hanno avuto parola e, forse, non se la sono nemmeno presa. La gestione di una simile pandemia non ha potenzialità sociali e solidali se non emergono  figure come i medici e gli infermieri, i docenti della scuola pubblica e gli studenti, i lavoratori della logistica e quelli dei settori «essenziali» (perché anche in caso di un lockdown rigido nodi nevralgici come quelli rappresentati dal settore alimentare, energetico e della cura sarebbero comunque chiamati in causa). Finora è mancata la voce di questa gente, la «nostra» gente. Che, ovviamente, non può essere semplicemente evocata da un articolo o da un appello, ma che ha bisogno dei suoi tempi e dei propri spazi. Da lì, solo da lì, si potrebbe immaginare un programma di richieste e di interventi che invertano la situazione drammatica in cui siamo ormai incastrati. Reddito, Welfare e Servizi pubblici garantiti, oltre a una diversa organizzazione del lavoro a cominciare dagli orari e dal lavoro di cura, sono le coordinate principali da modificare. Bisognerebbe dirlo con quante più voci possibile.

Non sapere organizzare e dare a queste voci la possibilità di parlare è oggi il più grande deficit del sindacato, soggetto muto e inconsapevole della drammaticità attorno a noi. 

*Salvatore Cannavò, vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre) e Da Rousseau alla piattaforma Rousseau (PaperFirst).

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