Tutta la carriera da procuratrice di Kamala Harris

Dal blog https://www.startmag.it/

di Giuseppe Gagliano

Kamala Harris non è una donna di opposizione al sistema come potrebbe essere Angela Davis, ma è stata – ed è – una donna dell’establishment americano. Il commento di Giuseppe Gagliano

La disinformazione che è in grado di veicolare il politicamente corretto sia in Europa che negli Stati Uniti è certamente ampia e pervasiva, come dimostra il caso di Kamala Harris. Affermare che la Harris abbia sempre e indistintamente sostenuto i diritti degli afroamericani e delle donne nere costituisce un errore di una evidenza lapalissiana, considerando la sua carriera come procuratrice. In secondo luogo, utilizzare le categorie di destra e sinistra di matrice europea per inquadrare il modus operandi dei politici americani costituisce un errore rilevante sotto il profilo interpretativo.

La Harris ha costruito la sua carriera facendosi portavoce delle norme contenute nella Three Strikes Law e nella Stop and Frisk che hanno rafforzato il sistema carcerario in California. Durante i primi anni della sua carriera, in qualità di procuratore distrettuale in California, il tasso delle condanne che si era assestato sul 52% arrivò al 67%, al punto che la Harris fu soprannomiata la procuratrice di ferro.

La Harris si è infatti sempre schierata non solo dalla parte della polizia ma soprattutto dalla parte dei metodi utilizzati dagli agenti per disarmare o per reprimere i reati; non a caso la Harris ha sempre evitato di riaprire casi investigativi molto imbarazzanti relativi ai metodi brutali adottati dagli agenti di polizia nei confronti di persone che erano disarmate e, non a caso, proprio a San Francisco dove operava non solo i casi di violenza da parte della polizia sono stati di gran lunga superiori rispetto alla media ma le inchieste condotte sugli abusi di potere da parte degli agenti locali si sono ridotte drasticamente grazie al suo intervento.

In altri termini, la Harris – esattamente come Hillary Clinton – non è una donna di opposizione al sistema come potrebbe essere Angela Davis ma è stata – ed è – una donna dell’establishment americano. Esiste infatti un esempio clamoroso che dimostra quanto la Harris sia stata – e sia – una donna pienamente integrata con il sistema di potere americano. Nonostante la Corte Suprema americana del 2011 avesse sentenziato che il sistema carcerario californiano violava i diritti fondamentali dei prigionieri anche per la presenza di un inaccettabile sovraffollamento, la Harris in qualità di procuratore della California non solo non accettò la sentenza della Corte Suprema ma pose anche in essere pratiche legali di natura ostruzionistica con lo scopo di vanificare l’operato della Corte. Lo dimostra il fatto che nel 2012 la Harris decise che la riduzione della popolazione carceraria al 137,5% fosse inadeguata per la California e fece quindi una controproposta innalzando la percentuale al 145%.

Ma esiste certamente un dato ancora più interessante e per certi versi anche più clamoroso rispetto ai giudizi e alle valutazioni che vengono date in un paese come l’Italia dominato dal politicamente corretto, dal pacifismo cristiano di sinistra e dal buonismo alla Gramellini e cioè il fatto che la procuratrice Harris sia sempre stata una sostenitrice della pena di morte.

E infine come dimenticare il fatto che nel 2014 prima che avvenisse l’omicidio di Michael Brown a Ferguson gli attivisti dei diritti civili di Auckland distribuissero volantini di protesta su cui era scritto di chiedere al procuratore generale Kamala Harris di indagare sui poliziotti assassini e sul loro lavoro? Proprio a tale proposito durante la campagna presidenziale la Harris, allo scopo di creare attorno alla sua candidatura il più ampio consenso possibile presso la comunità afroamericana, ha condannato gli abusi commessi dalla polizia, condanna questa tuttavia che si rivela essere puramente strumentale rispetto al modus operandi che ha contraddistinto tutta la carriera della Harris come procuratrice.

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