Ricchi da fare schifo: Patrimoniale e dintorni

Dal blog http://www.labottegadelbarbieri.org/

Francesco Masala

articoli di Giacomo Gabbuti, Francesco Gesualdi, Marco Bersani, Alberto De Nicola, Biagio Quattrocchi e un appello su “Il fatto quotidiano”

Chi ha di più paghi di più – Francesco Gesualdi

Dagli esperti sono definiti HWI,   High Wealth Individuals, ma più popolarmente possiamo chiamarli milionari. Sono tutti quelli con un patrimonio superiore a un milione di dollari: all’incirca 52 milioni di individui a livello mondiale. Almeno così dice il Credit Suisse.

Ma 513mila fra essi  hanno una ricchezza addirittura superiore ai 30 milioni di dollari e sono definiti ultramilionari, in sigla UHWI. In Italia i milionari superano il milione e mezzo mentre gli ultramilionari sono quasi undicimila.

Ventuno di essi compaiono addirittura nella lista dei miliardari stilata da Forbes e posseggono, cumulativamente, lo stesso patrimonio posseduto dal 20,3% della popolazione italiana. Quella più povera composta da oltre 12 milioni di individui.

Le differenze fra ricchi e poveri sono diventate così scandalose in ogni parte del mondo, da indurre perfino un’istituzione come il Fondo Monetario Internazionale ad annoverare l’iniqua distribuzione della ricchezza fra le massime priorità da risolvere.

E non tanto per senso morale, quanto per la stabilità del sistema. Una ricchezza mal distribuita oltre a provocare tensione sociale che si ripercuote negativamente sulle relazioni industriali, rallenta i consumi e di conseguenza l’intero sistema produttivo.

Per ammissione generale uno degli ambiti che negli ultimi decenni ha contribuito in maniera determinante ad aggravare le disuguaglianze è il sistema fiscale. Per dirne una,  nei paesi OCSE  l’aliquota sui  redditi d’impresa è scesa da una media del 32,5% nel 2000 al 23,9% nel 2018.

Così pure si è assistito ovunque a una riduzione delle aliquote sui redditi più alti delle persone fisiche. In Italia ad esempio gli scaglioni sono passati da trentadue, nel 1974, ai cinque odierni, con l’ultima aliquota al 43% oltre i 75.000 euro, mentre nel 1974 arrivava al 72% oltre i 258.000 euro.

Allo stesso modo si è assistito ovunque ad un alleggerimento sulle tasse di successione, nonostante Picketty ritenga che la trasmissione  della ricchezza per via ereditaria  sia uno dei meccanismi  portanti dell’allargarsi delle disuguaglianze.

E per finire la demolizione della patrimoniale. Negli anni novanta del secolo scorso una dozzina di paesi europei disponeva di un sistema di tassazione   complessiva della ricchezza   delle famiglie. Oggi ce l’hanno solo in tre: Spagna, Norvegia, Svizzera.

L’Italia non compare fra i paesi dotati di una patrimoniale complessiva, eppure la CGIA di Mestre sostiene che le imposte sul patrimonio procurano allo stato un gettito di circa 45 miliardi di euro, pari al 5% del suo gettito tributario.

In effetti in Italia esistono varie imposte, quali Imu, Tasi, bollo auto, imposta di bollo, che colpiscono la ricchezza delle famiglie detenuta sotto forma di case, autoveicoli, depositi bancari, pacchetti azionari.

Ma si tratta di imposte spezzettate, spesso ad aliquota fissa, su voci trattate singolarmente.  Ciò che manca è l’obbligo di dichiarazione cumulativa dei patrimoni con una tassazione sull’insieme della ricchezza netta posseduta, ossia depurata dai debiti.

Unica via che consente di avere un panorama completo dello status economico di ogni individuo o famiglia e quindi di applicare una contribuzione progressiva come prevede la nostra Costituzione.

Accortezza che invece hanno   Norvegia, Svizzera e Spagna, benché adottino ciascuno  metodi di tassazione diversificati. La Norvegia ad esempio applica un’aliquota fissa dello 0,85% sul patrimonio complessivo che oltrepassa i 150.000 euro, con lo 0,7% che va agli enti locali e lo 0,15 allo stato centrale.

In Svizzera, invece, l’imposta patrimoniale è cantonale, con forme e aliquote differenziate da cantone a cantone. In Spagna l’imposta sul patrimonio è progressiva e va dallo 0,2% a partire da 167.000 euro fino al 2,5% oltre 10 milioni e mezzo di euro, con possibilità di modifiche da parte delle Autonomie regionali.

Ed è stata proprio una recente iniziativa del governo spagnolo a riaccendere il dibattito sulla patrimoniale in Italia. Prendendo spunto dalla decisione del governo Sanchez   di innalzare di un punto percentuale l’aliquota oltre i 10 milioni di euro,  alcuni parlamentari di Leu e del PD hanno deciso di   forzare la mano per introdurre anche in Italia un’imposta complessiva sul patrimonio che assorba tutte le altre frammentate per singole voci.

La via utilizzata è stata la presentazione di un emendamento alla prossima manovra finanziaria, tramite il quale si propone l’introduzione di quattro scaglioni d’imposta. Partendo da un’aliquota dello 0,2% su un patrimonio complessivo di 500mila   euro, si sale   allo 0,5% quando si raggiunge il milione di euro, per andare all’1% sopra i 5 milioni e finire al 2% oltre i 50 milioni.

Una proposta piuttosto modesta rispetto a quella spagnola, ma sufficiente per gettare nel panico gran parte dello schieramento politico e del mondo economico.

Ma ormai perfino la Banca Mondiale sostiene la necessità della patrimoniale, mentre i ricchi stessi chiedono di essere tassati. Il 13 luglio scorso 83 milionari di varie parti del mondo hanno scritto una lettera a Forbes in cui implorano i governi di tassarli.

“L’impatto della pandemia durerà per decenni – essi scrivono. Potrebbe spingere mezzo miliardo di persone in povertà. Centinaia di milioni di persone perderanno il loro lavoro. Ormai c’è già un miliardo di bambini fuori dalla scuola, molti di loro senza possibilità di ripresa. (…) I problemi provocati dalla pandemia non possono essere risolti con la carità, non importa quanto generosa. I capi di governo devono assumersi la responsabilità di trovare i fondi che servono e usarli bene. (…) A differenza degli altri, noi non dobbiamo preoccuparci del nostro lavoro, delle nostre case, del sostentamento delle nostre famiglie. (…) Perciò per favore tassateci, tassateci, tassateci. E’ la scelta giusta. E’ la sola scelta possibile. L’umanità conta più del nostro denaro.”

Non ci resta che ascoltarli e attuare le loro suppliche.

da qui

Come tassare i ricchi in quattro mosse –  Marco Bersani, Attac Italia 

PREMESSA

Due elementi di fondo vanno tenuti presenti, senza la risoluzione dei quali tutte le altre misure indicate rischiano di essere solo provvedimenti straordinari e di non produrre cambiamenti sistemici.

Il primo riguarda la trappola del debito pubblico. Il nostro debito pubblico ha raggiunto nel 2020 i 2.500 miliardi e su di esso ogni anno paghiamo una cifra variabile tra i 60 e i 70 miliardi di interessi (è la terza voce del bilancio nazionale, dopo la previdenza e la sanità, ed è superiore a quanto investiamo nell’istruzione).

Di tutto il debito pubblico accumulato, la parte reale prodotta dai deficit di spesa non supera i 266 miliardi (pari all’11% del totale). Il resto è in gran parte dovuto al meccanismo infernale degli interessi.

Occorre di conseguenza una campagna rivolta alla cancellazione del debito (che comporta la trasformazione della Bce in una vera banca centrale che assuma il debito degli Stati membri).

Il secondo riguarda la riforma fiscale. Abbiamo un sistema fiscale che, dal 1974, ha perso la progressività stabilita dalla Costituzione, aumentando le tasse per le fasce deboli della popolazione e diminuendole drasticamente per i super ricchi: se avessimo mantenuto i criteri di allora, oggi le aliquote Irpef andrebbero dal 12% all’86%, invece che avere l’attuale vergognosa forbice che va dal 23% al 43%. Un sistema fiscale che, dal 1974 ad oggi, ha comportato 146 miliardi in meno di gettito, per ovviare al quale lo Stato è ricorso ai mercati finanziari, accollandosi, in virtù degli interessi composti, quasi 300 miliardi di debito, pari al 13% di tutto il debito accumulato.

Occorre di conseguenza una campagna per un nuovo sistema fiscale fortemente progressivo.

Fatta questa premessa, vediamo quali provvedimenti vanno immediatamente presi per redistribuire la ricchezza e recuperare risorse che affrontino l’emergenza economica e sociale.

  1. Paperoniale

Attualmente, la ricchezza finanziaria privata è pari 4.400 miliardi. Questa ricchezza è molto concentrata: 307.000 famiglie (pari all’1,2%) detengono portafogli finanziari del valore superiore a 880mila euro (pari al 20,9% della ricchezza finanziaria complessiva).

La situazione attuale

In Italia, la rendita finanziaria è tassata con aliquota fissa del 26%, ovvero meno di un reddito da lavoro di 16.000 euro/anno.

La proposta

Proponiamo una tassa straordinaria del 3% su tutti i portafogli finanziari con valore superiore a 880.000 euro. L’introito previsto è di 10 miliardi.

La tassa rimarrebbe in vigore per tre anni, durante i quali dovrebbe divenire operativa una riforma fiscale progressiva che elimini l’aliquota fissa del 26% e inserisca la rendita finanziaria nell’imponibile Irpef.

  1. Patrimoniale

Secondo i dati dello studio 2019 del Boston Consulting Group sulla ricchezza privata, in Italia le persone “affluenti” (con un reddito tra i 200mila e il milione di euro) sono 1,5 milioni. Oltre a queste, 400.000 persone detengono oltre il milione di euro e 36 di loro sono “Paperoni” che possiedono oltre il miliardo di euro.

La situazione attuale

In Italia vige una tassazione, molto favorevole ai ceti più alti, che prevede cinque scaglioni di aliquote comprese fra il 23% e il 43%.

La proposta

Proponiamo una tassa straordinaria del 0,5% sulla ricchezza patrimoniale compresa fra i 500mila e 1 milione di euro; del 2% su quella compresa fra 1 milione e 100 milioni di euro; del 3% sulla ricchezza patrimoniale compresa fra 100 milioni e 1 miliardo; del 5% su quella superiore al miliardo di euro.

L’introito previsto è di 25 miliardi (3 mld dalla prima fascia, 6 mld dalla seconda, 14 mld dalla terza e 2 mld dalla quarta).

La tassa rimarrebbe in vigore per tre anni, durante i quali dovrebbe divenire operativa una riforma fiscale progressiva complessiva.

  1. Web Tax

Nel periodo 2015-2019 i giganti del web e del software hanno più che raddoppiato il proprio fatturato, ad un ritmo dieci volte superiore a quello delle aziende manifatturiere.

Il fatturato mondiale del 2019 dei primi 25 colossi ha raggiunto 1.014 miliardi, con una concentrazione che vede i primi tre, Amazon, Google e Microsoft, fare la metà dei ricavi e con Amazon da sola che raggiunge un quarto del fatturato mondiale (249,7 miliardi).

Poiché circa la  metà dell’utile è tassato da paesi a fiscalità agevolata, i colossi del web hanno risparmiato 46 miliardi nel quinquennio 2015-2019, avvalendosi di fatto di un’aliquota fiscale pari al 16,4% (per dare l’idea, l’aliquota che paga un lavoratore con stipendio annuo pari a 15.000 euro è il 23%). A tutto questo vanno aggiunti i sovraprofitti (+ 30%) realizzati durante quest’anno, nel quale le misure di contrasto alla pandemia hanno di fatto permesso loro una sorta di monopolio.

La situazione attuale

In attesa di una normativa europea, l’Italia ha approvato una web tax con la Legge di Bilancio 2019, poi modificata con la Legge di Bilancio 2020. La legge prevede un’aliquota del 3% per società che hanno un ammontare complessivo di ricavi annui non inferiore ai 750 milioni di euro e un ammontare di ricavi da servizi digitali non inferiori ai 5,5 milioni di euro. L’introito previsto è di 700 milioni.

La proposta

Proponiamo una web tax con un’aliquota del 30% per società che hanno un ammontare complessivo di ricavi annui non inferiore ai 500 milioni di euro e un ammontare di ricavi da servizi digitali non inferiori ai 2,5 milioni di euro. L’introito previsto è di 8 miliardi.

  1. Tassa sulle transazioni finanziarie

 La tassa sulle transazioni finanziarie è una battaglia portata avanti da oltre 20 anni dai movimenti. La TTF è una piccola tassa che verrebbe applicata a tutte le transazioni sui mercati finanziari (scambi di azioni, obbligazioni, scambi valutari e contratti derivati) sia sui mercati regolamentati che over the counter (OTC). I tassi proposti variano dallo 0,01% allo 0,5%.

La situazione attuale

In attesa di una normativa europea, in Italia la tassa è stata approvata nel 2012, ma in una versione molto distante da quella proposta dai movimenti e in discussione a livello europeo. E’ una tassa che si applica solo ad alcune fattispecie di transazioni finanziarie, lasciando intatte quelle speculative. L’introito previsto è di 500 milioni.

La proposta

Proponiamo una TTF completa. L’introito previsto è di 4 miliardi.

Conclusione

L’insieme di questi quattro provvedimenti produrrebbe un gettito di 47 miliardi/anno per i prossimi tre anni, consentendo di avere le risorse necessarie per affrontare la crisi economica e sociale e per intraprendere la strada della trasformazione ecologica, sociale e culturale del modello di società.

Il processo andrà accompagnato da una radicale riforma fiscale complessiva, in sintonia con i principi stabiliti dalla Costituzione, e basata su tre pilastri:

  1. a) no tax area (per i redditi fino a 10.000 euro);
  2. b)una tassa progressiva individualizzata (come da modello tedesco);
  3. c)un tetto massimo di aliquota pari al 65%.

da qui

Patrimoniale: perché si sono tanto affrettati ad asfaltare (in 3 giorni) l’inoffensivo Fratoianni?

Voi direte: chi è Fratoianni? È il portavoce di Sinistra italiana, l’erede di Nichi Vendola, uno tra i più celebri venditori di fumo tossico di fine novecento, noto alle cronache per il suo accanimento nel disperdere ai quattro venti quel tanto di energie proletarie vive che si era raccolto in Rifondazione comunista. Il suo erede, assai più modesto di lui nella produzione di fumo a mezzo di fumo, è però riuscito a comparire per tre brevi giorni sulle prime pagine dei giornali insieme a tale Orfini, uno dei tanti mestieranti in cerca di visibilità che affollano le stanze/istanze di affari del Pd. Nei giorni scorsi questa bella coppia di deputati della sinistra parlamentare, ispirata dallo spagnolo Sanchez, ha messo in campo una proposta di patrimoniale sostanzialmente innocua per le grandi fortune (anche perché bilanciata, in parte, da una abolizione dell’IMU – pare di capire generale): 0,2% sui patrimoni mobiliari e immobiliari netti al di sopra dei 500.000 euro, 0,5% da 1 a 5 milioni, 1% da 5 a 50 milioni, 2% sopra i 50 milioni, 3% al di sopra del miliardo di patrimonio.

È bastato questo a scatenare il finimondo. Di Maio, Di Battista, Tajani, Tremonti, Meloni, Salvini, Fassina, Bagnai, oltre che – naturalmente – Zingaretti, si sono esercitati nel tiro al piccione.

Di Maio: “Nessuna patrimoniale. Sarebbe folle in un momento di crisi come questo, in cui le nostre imprese hanno bisogno di ossigeno e le famiglie di lavoro, introdurre qualsiasi tipo di patrimoniale. Il M5S è sempre stato contrario e continuerà ad esserlo”. Conferma il suo rivale Di Battista, scambiato da qualcuno per uomo di sinistra: ciò che si deve fare è “una corposa riduzione del carico fiscale per piccole e medie imprese”. Dalle destre bordate fragorose ben riassunte nell’hashtag #comunisti (!!!), subito entrato tra le tendenze su Twitter. Il sobrio Tajani: “Hanno buttato giù la maschera”. Il consigliere degli esportatori di capitali Tremonti: “La patrimoniale è una cazzata abissale”. Meloni: “Un furto sui conti correnti. Questi nemici dei cittadini vanno fermati il prima possibile”. L’ex-ministro di polizia Salvini: “Il solo fatto di pensare in questo momento, con un Natale magro come mai, di tassare chi ha una casa e risparmi è da crimine da arresto immediato”. Il suo portaborse Bagnai, che fino a poco tempo fa imperversava su Sinistra in rete da guru di tutti gli sciagurati Italexit “di sinistra”, gli ha fatto subito eco: è una proposta insensata, che non colpisce i grandi patrimoni “che sono al riparo nei paradisi fiscali”, contro cui “la Lega farà le barricate in parlamento affinché questa vergogna non vada in porto”. Ma sta’ calmo, senza-vergogna-Bagnai, sai bene che anche il Pd è contro. Il suo furbo responsabile economico Fiano ammicca all’idea di una riforma fiscale “progressiva” alla tedesca, con aliquote cosiddette personalizzate da 0 a 44%, quando sarà, e lascia già cadere sul tavolo una limatura dell’aliquota massima (oggi è, formalmente, al 45%)… Anche Fassina, membro di Leu e in ottimi rapporti con la galassia bruna degli “Italexit di sinistra”, si è detto contrario: il problema è vero, dice, però “è stato posto nella maniera sbagliata e al momento sbagliato perché c’è una drammatica crisi di liquidità. Oggi anche chi ha un patrimonio, fatica a pagare un’imposta rispetto a quel patrimonio”. Per lui, quindi, non è il caso di colpire la classe capitalistica nazionale (chi altro c’è in quel 10% di cui parliamo?) neppure con i piumini di una pistola-giocattolo, perché è proprio con quella che aspira a stringere un patto d’azione nazionalista contro la perfida Germania/UE, tutti uniti, sfruttati e sfruttatori, senza riserve e plurimiliardari, contro il nemico esterno che “ci” soffoca.

Follìa, insensatezza, cazzata abissale, vergogna, furto, rapina, crimine da arresto immediato, fino all’iperbole delle iperboli: è comunismo! Insomma in soli tre giorni hanno asfaltato questi due esserini inoffensivi (i compagni di Iskra li hanno gratificati di ciarlatani) come se si trattasse di nemici mortali del capitalismo.

Perché mai?

Il fatto è che a fronte di una povertà assoluta in crescita, di una disoccupazione che sta per dilagare, di un collasso dei bilanci familiari in tante aree del mondo proletario e anche del piccolo lavoro autonomo, la necessità di “far pagare i più ricchi” conquista uno spazio sempre più ampio nella mente e nei sentimenti di chi suda e rischia la vita nei posti di lavoro per tirare avanti. Questo, enormemente al di là delle iniziative del Patto d’azione anti-capitalista che ha inserito questa rivendicazione, dandole un preciso contenuto, nella sua piattaforma, e l’ha portata nelle piazze da Napoli a Milano. Un’indagine che l’Swg ha svolto in autunno per conto dell’Osservatorio internazionale per la coesione e l’inclusione sociale (Ocis) ha dato i seguenti risultati: il 60,2% si è detto a favore, o molto a favore, di un’imposta patrimoniale del 5% sul 10% più ricco della società – che avrebbe un ammontare di 120 miliardi di euro, se la imposta riguardasse le sole attività finanziarie, dal momento che questo 10% di parassiti detiene in Italia il 55% della ricchezza finanziaria complessiva, che è pari a 4.347 miliardi di euro (al 2017). Dell’inchiesta opportunamente occultata hanno dato conto solo Jacobin e Altreconomia con gli interventi del prof. Graziano dell’università di Padova, che è tra i più convinti sostenitori di una simile proposta per ragioni di “equità” (che non sono le nostre ragioni).

Che le cose stiano in questo modo può sfuggire, certo, a qualche compagno in strettissimo contatto solo con il proprio irrepetibile cervello, ma non sfugge alla combriccola degli sgamati asfaltatori di Fratoianni&Orfini, che di società, di umori sociali e di dinamiche sociali, da fottuti reazionari, ne sanno qualcosina in più, purtroppo, di tanti compagni. Costoro fanno terrorismo mediatico per impedire che nelle menti della “gente comune”, anzitutto dei proletari, cammini il tarlo dell’indispensabile attacco alla ricchezza accumulata dai “più ricchi” attraverso il furto, la rapina (qui ci vuole) di tempo di lavoro non pagato alla classe essenziale che tutto produce, sia sotto forma di aumenti salariali (contro cui sparano a zero Bonomi e i suoi), sia sotto forma di vero prelievo forzoso sulle grandi ricchezze. In questi decenni di furibonda offensiva ideologica mondiale per legittimare il sistema sociale capitalistico e la sua folle, insensata, criminale (qui ci vuole) ricerca del profitto, della massima valorizzazione del capitale, costi quel che costi all’umanità e alla natura, la assoluta intangibilità della proprietà privata delle montagne di lavoro non pagato accumulate dalla classe capitalistica, è assurto a dogma purtroppo anche nelle menti della stragrande maggioranza degli sfruttati. Un dogma in difesa del quale sono stati sguinzagliati ad abbaiare migliaia di “esperti di economia” à la Bagnai, Borghi e altri magliari del genere per il timore che, come è accaduto a tutti i dogmi, possa crollare di botto sotto i colpi della realtà.

Il fatto è questo: nonostante una patrimoniale sui più ricchi e – più in generale – la imposta progressiva sulla ricchezza siano entrambe pienamente compatibili con il capitalismo, ed attuabili (in una misura o nell’altra) entro il perimetro degli attuali rapporti sociali poiché non toccano né la proprietà dei mezzi di produzione e la centralità dell’azienda nella produzione sociale, né l’organizzazione e la divisione sociale del lavoro, è dal 1848 che i borghesi più potenti reagiscono di norma contro l’imposta progressiva sulla ricchezza accusando i suoi promotori di essere eversori dell’ordine costituito, rivoluzionari da mettere a tacere. Si sono piegati a questa rivendicazione operaia (contenuta già nel Manifesto del partito comunista) solo circa un secolo dopo, ed esclusivamente sotto l’incalzare di grandi crisi, grandi guerre e grandi lotte (pensiamo agli Stati Uniti della metà degli anni ‘30 o all’Europa del secondo dopoguerra). E si sono piegati usando abilmente questa concessione fatta a malincuore per provare a ricompattare una società divisa, o in vista di sanguinosi regolamenti di conti con i “nemici esterni” o per prevenire scontri sociali pericolosi o per entrambi gli scopi: il primo è il caso del New Deal rooseveltiano, il secondo dell’Europa occidentale post-seconda guerra mondiale. In entrambi i casi l’operazione è riuscita passando, però, nel primo caso attraverso una guerra mondiale, nel secondo utilizzando gli strascichi della guerra e, almeno in Italia, un ventennio abbondante di repressione sistematica dell’iniziativa operaia.

Oggi la polarizzazione sociale si è fatta in Italia, in Europa, in Occidente così estrema – specie in questo anno di catastrofe economico-sanitaria – che sarà impossibile, per la classe dominante, sottrarsi del tutto a misure che diano almeno l’impressione di “far pagare di più a chi ha di più”. Ed ecco scatta l’operazione: patrimoniale sì, ma leggera e spalmata su tutti gli strati sociali “abbienti”. Così, accanto agli asfaltatori demagoghi e ai loro lacchè abbaiatori, entrano in scena i ragionatori: attenti, dicono, la patrimoniale pesante sui più ricchi è un autogol, perché ha un effetto depressivo sugli investimentie sull’occupazione. O anche: attenti, gli introiti sarebbero irrisori, perché i veri ricchi i soldi li hanno portati all’estero da sempre (vero, ma vediamo di non esagerare: Bankitalia sostiene, e possiamo crederle, che siano qui, nelle banche italiane, oltre 2.500 miliardi di euro dei “sudati risparmi” di questa brava gente). Ed attraverso questi avvisi, un passo dopo l’altro, compaiono in scena ‘patrimoniali’ spalmate sulla metà delle famiglie italiane – ce n’è una sul sito di Repubblica, formulata da docenti delle università piemontesi, che prevede un prelievo sul solo patrimonio finanziario, a un tasso che va dallo 0,15 (per chi ha sul conto 20.000 euro) fino al sensazionale 0.8% per il 10% più ricco. L’hanno chiamata “paperoniale”… per far capire anche alle teste di legno, già dal nome, che è uno scherzetto. E tale sarebbe per la classe del capitale.

Contro questo bailamme di proposte e propostine di rileggitimazione dei possessori di grandi ricchezze e di nuovi furti su gran parte della popolazione, noi ribadiamo la nostra rivendicazione di lotta, con un preciso contenuto di classemillion tax del 10% sul 10% più ricco della popolazione che detiene il 55% della ricchezza nazionale (è questa l’ultima stima disponibile, la precedente – citata altre voi da noi si fermava al 40%), e corrisponde agli strati più facoltosi della classe capitalistica (che non sono composti solo dai capi delle grandi multinazionali) e dei grandi redditieri, e all’ampia corte dei loro funzionari di alto rango (politici, manageriali, professionali, diplomatici, militari, star dei media e degli sport, etc. – forse potrà capitarci dentro anche qualche sindacalista tricolore più scaltro, e ladro, degli altri).

Per fare cosa?

Anzitutto per parare il drastico peggioramento delle condizioni di esistenza di vasti settori della classe lavoratrice che è in atto da quasi un anno: per il salario garantito a tutti i disoccupati e la cassa integrazione al 100%; per stabilizzare e internalizzare la grande massa di salariati precari che lavorano per l’amministrazione statale; per organizzare una sanità universale e gratuita fondata sulla prevenzione primaria e la medicina territoriale; per la costruzione di asili-nido pubblici, consultori familiari e centri anti-violenza; per risolvere il problema-casa che affligge milioni di famiglie proletarie; per un aumento sostanzioso delle pensioni (il 70% delle quali è sotto i 1.000 euro), per potenziare i trasporti pubblici non inquinanti e gratuiti; etc. Insomma, se proprio volete una formula “economica”, per innalzare sia il salario sociale complessivo (quello che afferisce all’intera classe dei salariati, compresi i disoccupati e gli altri settori di classe solo parzialmente impiegati nella produzione), sia il salario diretto (della massa dei precari che lavorano per l’amministrazione statale o gli enti parastatali), sia il salario indiretto (l’insieme dei beni e servizi che concorrono alla riproduzione della forza lavoro), sia il salario differito (le pensioni).

Ma attribuiamo alla nostra propaganda ed agitazione sulla million tax anche un valore politico e ideologico: avanzare una rivendicazione che, come quella sulla riduzione drastica e generalizzata della giornata lavorativa a parità di salario, riguarda l’intera classe lavoratrice e mette sotto accusa l’intera classe del capitale che ci ha piombati in questa doppia catastrofe, cominciando a infrangere il tabù della intangibilità della proprietà privata della montagna di plusvalore estorta al proletariato. Siamo contro il debito di stato in quanto debito di classe. Siamo contro il suo enorme ingigantimento deciso dalla classe capitalistica perché sarà scaricato sui lavoratori. Siamo per andare a riprenderci con la lotta la massima quota possibile del lavoro non pagato che ci è stato rapinato, con la lotta per sostanziosi aumenti di salario nei rinnovi contrattuali e con un’iniziativa politica generale (million tax). Chi contrappone queste due lotte, lotta economica e lotta politica, non può darci lezioni di strategia e di tattica. Deve prima imparare (bene) l’alfabeto.

da qui

L’eresia della patrimonialeAlberto De Nicola e Biagio Quattrocchi

Il fuoco di fila scatenato contro la proposta parlamentare di tassazione dei grandi patrimoni fa venire allo scoperto nodi che affondano nella recente storia del paese riuscendo nell’intento di nascondere come sta cambiando la diseguaglianza in Italia

È bastato poco per scatenare l’inferno. Definita “moderata” dagli stessi proponenti, il motivo di maggiore interesse che suscita la proposta di emendamento al bilancio firmata da alcuni esponenti di Leu e del PD e passata alle cronache come “patrimoniale”, sta nella reazione indignata e bipartisan raccolta lungo tutto l’arco parlamentare. Difficilmente in Italia si trovano questioni che vedono schierare un fronte così ampio, compatto e privo di incertezze. Proprio nel momento in cui negli Stati Uniti e in molti paesi europei le spaventose diseguaglianze prodotte dalla pandemia hanno posto al centro della discussione politica proposte di tassazione dei grandi patrimoni (arrivando in alcuni casi a trovare una traduzione normativa, come recentemente in Spagna e in Belgio), in Italia la sola ipotesi di “toccare” le grandi ricchezze viene estromessa dal dibattito pubblico, come fosse una profanazione del patto sociale e l’espressione di spiriti primordiali e mai sopiti che attenterebbero alla coesione civile.

Tutto questo accade nello stesso paese dove per settimane editorialisti e classe politica hanno discusso bellamente della necessità, in tempi d’emergenza, di un “contributo di solidarietà” che prelevasse dai dipendenti pubblici una quota del reddito come contropartita del loro “privilegio”, e dove il diritto a essere trattati come “rentier” sembrava spettare in via esclusiva ai beneficiari del Reddito di Cittadinanza.

In questo quadro rovesciato, dove l’alto e il basso si scambiano di posto come in una narrazione distopica, anche le ideologie politiche vanno in cortocircuito nonostante questo sembri lasciare indifferenti i loro sostenitori: partendo dai “populisti” fino ad arrivare ai liberali cantori della “meritocrazia”, tutti si stringono attorno alla difesa oltranzistica della ricchezza dei pochi e a una società dove tutto può essere messo in discussione, tranne le posizioni del privilegio acquisito.

PERCHÉ IN ITALIA NON SI PUÒ PARLARE DI PATRIMONIALE?

Messa per un attimo da parte la malcelata malafede della classe politica e quella delle grandi testate giornalistiche, occorre dire che le resistenze che ogni volta si riscontrano di fronte alle ipotesi di tassazione dei patrimoni trovano in Italia un’eco vasta che spesso oltrepassa il perimetro dei ceti che dovrebbero preoccuparsene. Questa situazione è in buona parte da attribuire a tendenze storiche di lungo periodo, tra le quali spicca il rapporto degli italiani con la proprietà dell’abitazione. Incentivato fin dal secondo dopoguerra dalla Democrazia Cristiana come impulso alla formazione delle classi medie e come contenimento della proletarizzazione di ampie fasce sociali, tra gli anni Ottanta e i Novanta l’accesso generalizzato alla proprietà della casa è divenuta una tendenza di massa arrivando oggi a interessare circa l’80% delle famiglie. Questo fenomeno, quantitativamente eccezionale e presente anche in altri paesi mediterranei, si è spinto fino a ricomprendere al suo interno una parte significativa anche dei cosiddetti ceti popolari che hanno utilizzato la proprietà dell’abitazione per mettere in sicurezza una parte della loro riproduzione sociale.

Assieme alla frammentazione della forma impresa e all’esplosione del lavoro autonomo, questa è stata la principale via attraverso cui il neoliberismo è passato nel nostro paese.

Il grande progetto neoliberale di de-proletarizzare il corpo sociale si è in altri termini presentato qui soprattutto nella forma della “popolarizzazione della proprietà privata”.

Nonostante possedere la casa non trasformi nessuno in un privilegiato né tantomeno in un capitalista, questo vasto programma non ha smesso però di produrre effetti distorsivi: da un lato, ha accentuato la trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze e rafforzato la dipendenza delle persone dal welfare familiare; dall’altro, ha contribuito a formare gli interessi sociali attorno allo “status” di proprietari. È per questa via che passa l’uso disinvolto e onnicomprensivo con cui giornalisti e politici usano la nozione di “classe media” riuscendo nella difficile impresa di nascondere dietro la sua nebulosa definizione posizioni di privilegio e posizioni di svantaggio.

DI QUALE RICCHEZZA PARLIAMO E COME STA CAMBIANDO?

Grazie alla “proprietarizzazione” e tenendo conto dei contraddittori progetti di riforma tributaria intrapresi da vari governi, negli ultimi quaranta anni il tentativo è stato quello di far coincidere quasi interamente nell’opinione pubblica ogni riferimento alla patrimoniale con la tassazione sulla casa. Tutto ciò è avvenuto mentre la composizione della ricchezza e le differenze sociali e politiche interne agli strati dei proprietari, andavano fortemente modificandosi.

Se c’è stato un merito nella proposta di patrimoniale light presentata è stato quello di aver considerato per la prima volta la ricchezza nel suo insieme, senza distinzione di origine, proponendo la sostituzione della lista di micro-prelievi sui diversi patrimoni che rendono fortemente opaco ed iniquo il sistema di imposizione (dall’IMU sulla seconda casa alle imposte di bollo su conti correnti e deposito titoli) con una tassazione ispirata a criteri progressivi sul capitale complessivo, per quanto ancora non completamente soddisfacente.

Seguendo la più classica ed elementare logica contabile, l’insieme delle attività reali (abitazioni, terreni, immobili, etc.) e di quelle finanziarie (depositi bancari, obbligazioni, azioni quotate e non quotate, fondi comuni, strumenti assicurativi e pensioni integrative, etc.) possedute dalle singole famiglie, costituisce il patrimonio lordo complessivo (a cui vanno sottratti i debiti per avere la ricchezza netta). Si tratta nient’altro che di quel capitale privato scambiato continuamente sul mercato, che regola la relazione di potere tra i diversi proprietari e nella società: dai mercati finanziari overnight alle più tradizionali compra-vendite di beni reali. Pur considerando che i dati sulla ricchezza sono molto meno attendibili dei dati sul reddito (salari e profitti) è fondamentale, per chiunque voglia fare un discorso compiuto, prestare molta attenzione ai lavori della Banca d’Italia.

Se a cavallo degli anni Sessanta la ricchezza in Italia era rappresentata principalmente dal possesso di attività reali (nel decennio in media intorno al 75%), nel corso del tempo, per effetto dei processi di finanziarizzazione dell’economia, è consistentemente cresciuto il peso dalle attività finanziarie, che tra il 1999 e il 2001, mentre a Wall Street stava per esplodere la bolla delle dot-com, ha persino superato per la prima volta le attività reali. Nell’ultimo dato disponibile all’interno di questa serie storica (2017), con alle spalle la crisi finanziaria globale che a partire dal 2009 aveva comportato in Italia una caduta dei valori del capitale finanziario nei portafogli delle famiglie, l’incidenza di questa frazione di capitale sul totale è stata pari al 50%.

Quello che emerge piuttosto chiaramente dalle ricerche dell’Istituto è che a partire dagli anni Novanta è stata l’accumulazione finanziaria – principalmente trainata dal possesso di obbligazioni e azioni – a guidare la crescita della ricchezza familiare in Italia.

Di conseguenza, si intuisce facilmente quanto alla progressiva crescita degli asset finanziari sul totale, anche le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza non poteva che aumentare consistentemente.

L’ultima indagine sui bilanci delle famiglie italiane del 2018 mostra con quale processo di concentrazione e polarizzazione della ricchezza abbiamo a che fare, dimostrando che il 30% delle famiglie più povere detiene in Italia appena l’1% della ricchezza complessiva, a fronte del 30% più ricco che possiede il 75% circa del patrimonio lordo rilevato, mentre oltre il 40% della ricchezza complessiva è detenuto da appena il 5% delle famiglie più ricche. E ancora, se il valore della casa di residenza inizia a essere «apprezzabile [solo] dal quarto decimo più povero», resta confermato che le attività finanziarie (azioni italiane ed estere, obbligazioni, etc.) sono particolarmente concentrate nel decile più possidente.

Diversi studi confermano che la distribuzione della ricchezza è nella gran parte dei paesi capitalistici più diseguale e assai più concentrata della distribuzione del reddito e, tutto sommato, l’Italia comparativamente non è neppure tra i paesi peggiori.

Ciò che soprattutto nel confronto con l’Europa è caratteristico del caso italiano è la relazione tra la distribuzione della ricchezza e quella del reddito (salari e profitti): nel 2017 la ricchezza complessiva lorda delle famiglie era circa 9,3 volte più alta del reddito disponibile (in Germania oltre 6 volte più grande e in Francia poco più di 8 volte il valore del reddito disponibile).

Se si guarda invece al reddito disponibile, qui la diseguaglianza è più radicale che negli altri paesi europei principalmente a causa dei salari stagnanti e della forte iniquità del sistema di prelievo sui redditi da lavoro che ha perso negli anni gran parte della sua caratteristica di progressività, conquistata grazie alle lotte.

Nelle società dove il valore del capitale è di molto superiore a quello del reddito disponibile prodotto ogni anno, la diseguale dotazione di ricchezza di partenza non fa altro che amplificare la forte diseguaglianza tra salari e profitti e quella dei redditi in generale, come per altro dimostra ampiamente Thomas Piketty nel suo famoso libro Il Capitale del XXI Secolo.

Questa situazione è poi in Italia radicalizzata dal peso enorme che giocano i trasferimenti di ricchezza per via ereditaria sulla formazione del patrimonio individuale, passaggi agevolati dal più basso livello di prelievo fiscale sulle successioni in Europa. Il volume dei trasferimenti di ricchezza sul reddito disponibile è passato nel giro di vent’anni (dal 1995 al 2016) dall’8,5 % al 15%, quasi raddoppiando quindi e concentrandosi progressivamente nelle mani di una sempre più ristretta parte della popolazione.

Basterebbe già solo questo per destinare definitivamente all’oblio, o al cassetto delle peggiori robinsonate contemporanee, le ricerche ideologiche delle più illustri global university sul salario come risultato della produttività individuale e della dedizione alla formazione del capitale umano da vendere al mercato o, come si usa dire adesso, nella mitica resilienza della forza-lavoro.

OLTRE LA “DEMOCRAZIA” DEI PROPRIETARI

La messa al bando di qualsiasi discussione sulla patrimoniale si accompagna in Italia all’esaltazione di una nebulosa “democrazia dei proprietari”. Eppure, la crescente concentrazione delle ricchezze e delle diseguaglianze che questa retorica tenta malamente di mettere in ombra, non sembra avere proprio nulla di democratico. L’incredibile squilibrio tra ricchezza accumulata e reddito, e la disparita che dentro quest’ultimo divide i profitti dai salari, fanno di quello italiano un sistema dove la diseguaglianza assomiglia a qualcosa come un destino. Il familismo e il dispotismo padronale trovano qui le loro solide base materiali.

Per questo proporre politiche redistributive in Italia significa incidere su rapporti sociali e di potere che si sono consolidati nel tempo, alla difesa dei quali viene eretto un muro apparentemente invalicabile. Incidere sui motori che generano diseguaglianze è una via da cui è indispensabile passare. Così come tenere assieme rivendicazioni tenute per troppo tempo separate anche all’interno dei movimenti sociali, come il salario minimo per via legislativa, il reddito di base, un welfare universale e la tassazione dei grandi patrimoni e dei redditi in chiave radicalmente progressiva.

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È ora che paghino i ricchi – Marco Bersani

In attesa che la fondamentale discussione sull’apertura o meno dei campi da sci trovi una conclusione consona alla statura politica e culturale del Paese, è forse giunto il momento di spiegare a governo e classe politica che il rilancio dell’economia – di questa economia – assomiglia alla ruota del criceto, che, per quanti sforzi faccia, si ritrova costantemente al punto di partenza.

Il fatto è che l’idea di essere tutt* sulla stessa barca fa acqua da tutte le parti, e stare su un barcone o su uno yacht non sono solo due modi diversi di viaggiare.

Governare significa scegliere da quale punto osservare il mondo, e la pandemia obbliga a decidere se questo modello economico-sociale deve proseguire, costringendo la gran parte della popolazione a scegliere oggi tra reddito e salute e domani tra debito e diritti, o se è ora che si inverta decisamente la rotta.

“È ora che paghino i ricchi”: quale parte di questa frase non è chiara a governo e arco parlamentare? Proviamo a spiegarglielo con due esempi.

Per il primo, ci facciamo aiutare dal rapporto “The State of  Tax Justice 2020” redatto da Tax Justice Network, secondo il quale al nostro Paese ogni anno viene sottratto -grazie alla libertà di movimento dei capitali, ai paradisi fiscali e ai paesi a fiscalità agevolata- un valore di 10,5 miliardi di euro, che, per dare l’idea, garantirebbe la copertura dello stipendio di 380.000 infermieri.

Vogliamo aprire un contenzioso forte dentro l’Europa per imporre che la tassazione delle multinazionali sia legata a dove svolgono l’attività e non a dove hanno collocato la sede legale?

Vogliamo dire che, finché non verrà attuata questa disposizione, non ci sono vincoli finanziari che tengano, e si spende tutto quello che è necessario per assumere medici e infermieri per la sanità pubblica e insegnanti e personale per la scuola pubblica?

Per il secondo esempio, ci facciamo aiutare dallo studio 2019 del Boston Consulting Group sulla ricchezza privata, secondo il quale in Italia le persone “affluenti” (con un reddito tra i 200mila e il milione di euro) sono 1,5 milioni. Oltre a queste, 400.000 persone detengono oltre il milione di euro e 36 di loro sono “Paperoni” che possiedono oltre il miliardo di euro.

Vogliamo applicare da subito una tassa patrimoniale progressiva, finendola con la narrazione dello Stato che non può mettere le mani nelle tasche degli italiani, essendo solo quelle dei ricchi sinora intonse?

In attesa, vogliamo applicare da subito un raddoppio dell’aliquota sulla ricchezza finanziaria (circa 5mila miliardi) oggi tassata al 26%, ovvero meno di un reddito da lavoro di 16.000 euro/anno?

E vogliamo riformare l’Iva, diminuendo quella sui beni di consumo e aumentando esponenzialmente quella sui beni di lusso?

Abbiamo un sistema fiscale che ha perso dal 1974 la progressività stabilita dalla Costituzione, aumentando le tasse per le fasce deboli della popolazione e diminuendole drasticamente per i super ricchi: se avessimo mantenuto i criteri di allora, oggi le aliquote Irpef andrebbero dal 12% all’86%, invece che avere l’attuale vergognosa forbice che va dal 23% al 43%.

Un sistema fiscale che, dal 1974 ad oggi, ha comportato 146 miliardi in meno di gettito, per ovviare al quale lo Stato è ricorso ai mercati finanziari, accollandosi, in virtù degli interessi composti, quasi 300 miliardi di debito, pari al 13% di tutto il debito accumulato (http://italia.cadtm.org/wp-content/uploads/2018/10/Fisco-Debito1-1.pdf).

Come si vede, i soldi ci sono, sono tanti e persino troppi. Il problema è che sono tutti nelle mani sbagliate e vanno ricollocati per uscire dall’economia del profitto e costruire la società della cura.

É venuto il momento di farlo capire con forza a chi continua a discutere solo di discese libere e di digestivo nella grolla a fine giornata.

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Il fantasma della patrimoniale – Giacomo Gabbuti

È bastato un emendamento alla finanziaria per un’imposta sui patrimoni sopra i 500 mila euro per scatenare l’allarme in difesa del «ceto medio». La tassa toccherebbe il 6% della popolazione che detiene il 45% della ricchezza

Ealla fine arrivò la patrimoniale. In un annus horribilis non poteva mancare il fantasma più terrificante. Galeotto un emendamento alla finanziaria che, assieme ai parlamentari del gruppo di Liberi e Uguali registra firme «pesanti» di diversi esponenti del Partito democratico, tra cui l’ex presidente e compagno di Playstation di Renzi, Matteo Orfini.

Ispirata alle misure annunciate dal governo spagnolo pochi mesi fa, la proposta è riuscita a compattare contro di sé non solo tutto il resto della maggioranza, ma anche le opposizioni. Chissà com’è, basta la vaga idea di spostare appena il peso fiscale dalle spalle dei lavoratori a quelle dei più ricchi per ricompattare quasi tutto l’arco parlamentare. Dal segretario Dem un tempo tacciato di «corbynismo» (che chiarisce immediatamente si tratti di «una iniziativa libera ma individuale di alcuni deputati del Pd, che però non impegna il gruppo»), alla destra «populista», che dovrebbe rappresentare il «popolo» abbandonato dalla «sinistra», passando ovviamente per il grande centro, dove si affollano Italia Viva, un Di Maio desideroso di meritarsi il bacio di Brunetta, e Forza Italia, che per alcuni è già parte della maggioranza.

La colonna sonora di questa commedia romantica è più scontata della trama: la grande stampa italiana, come al solito monopolizzata dai maître à penser del liberismo de noantri, tuona all’unisono contro l’iniziativa. Se la Stampa sbatte Alessandro De Nicola in prima pagina (Le mani dello Stato sui nostri portafogli, fantasioso quasi come la Adam Smith Society di cui è presidente, ben al di sotto dei picchi creativi sfoggiati in difesa di Feltri jr.), il Corriere si concede la sciccheria di includere nel suo inserto economico Alberto Mingardi. Senza parlare direttamente della patrimoniale, il direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni (celebre per il «contatore del debito pubblico» italiano e per lo sfacciato negazionismo climatico) ci spiega che l’aumento delle disuguaglianze sarebbe una mera «illusione ottica». In ossequio alla sua proverbiale eleganza, Mingardi lo fa omettendo qualsiasi riferimento a dati, grafici, o altre volgarità tipiche di noi sgraziati materialisti storici.

Del resto, chissà com’è, quando si arriva a parlare di tassare i più ricchi, nel piccolo grande mondo dei «liberali» all’amatriciana, i numeri si fanno merce rara. «Conoscere per deliberare» – ma quando mai! A cosa servono i numeri, le statistiche, persino la lettura del testo dell’emendamento, quando si può parlare per luoghi comuni? Ed ecco che all’improvviso, i soliti «comunisti» vogliono mettere le mani nelle borse delle vecchiette, tassare al 120% la fatina dei dentini, e dare la caccia alla più minacciata delle specie in via di estinzione: il ceto medio. Cosa sia questa bizzarra creatura non è chiaro: qualcuno sostiene di averla vista ereditare tre attici nel centro di Milano; qualcuno giura possieda migliaia di euro in titoli azionari; ma c’è anche chi prega per i molti sfortunati che ereditano multinazionali di famiglia.

Fatto sta che, di fronte a un provvedimento che aboliva «micropatrimoniali» già esistenti – l’Imu sulle seconde case, l’imposta di bollo su conti correnti e deposito titoli – per sostituirla con una imposta dallo 0.2 al 2% applicata solo oltre i 500 mila euro di patrimonio, gli stessi che sostenevano suggestivi patti tra competenti contro gli «opposti populismi» si ritrovano allineati a Matteo Salvini nel «no a nuove tasse».

Chi pagherebbe la tassa

Eppure, i numeri raccontano che un provvedimento come quello proposto riguarderebbbe una quota decisamente minoritaria di italiani. Utilizzando i dati più facilmente accessibili – quelli dell’indagine campionaria della Banca d’Italia, liberamente scaricabili online – veniamo a sapere che il patrimonio netto della famiglia «mediana» italiana è di 126 mila euro. Visto che la ricchezza finanziaria è appannaggio quasi esclusivo dei più ricchi, per l’italiano «mediano» questa cifra è fatta quasi interamente di immobili: anche considerando solo le città sopra i 500 mila abitanti, il valore delle case possedute dalla famiglia mediana è di 170 mila euro. Per superare la soglia dei 500 mila euro di ricchezza familiare complessiva (al netto di debiti e mutui), bisogna entrare dentro l’ultimo decile. Dunque, secondo i dati di Banca d’Italia, nemmeno una famiglia su dieci verrebbe toccata, a fronte di quelle che smetterebbero di pagare Imu e imposte di bollo. Tra i pochi «sfortunati» c’è solo il 2% degli operai, poco più del 7% degli impiegati (compresi quelli pubblici, su cui molti autorevoli commentatori cercano di attirare l’invidia sociale), e circa un pensionato su 10 – a fronte di un quarto dei dirigenti e un po’ meno di un terzo degli imprenditori.

Certo, come tutte le rilevazioni statistiche, anche quella della Banca d’Italia è imperfetta. L’indagine si basa sulle famiglie (mentre l’imposta si applicherebbe ai singoli contribuenti), e sovrastima il valore degli immobili – riportandone i prezzi d’acquisto, tendenzialmente molto più elevati dei valori catastali su cui dovrebbe applicarsi l’imposta. Vale la pena sottolineare che proprio chi accusa la sinistra di rappresentare le «ZTL» delle grandi città, consideri «normale» ereditare immobili con valore catastale superiore al mezzo milione di euro – dato che rende evidente quanto il dibattito italiano sia arretrato e schiavo di pregiudizi, come rilevato da Andrea Roventini sul manifesto.

Consultando i dati sulle successioni, sulla base delle quali Paolo Acciari (Mef) e Salvatore Morelli (Roma 3) stanno proponendo misure più accurate della ricchezza dei «paperoni» italiani, viene fuori che a «piangere» sarebbero ancora di meno: circa il 6% dei contribuenti. Un piccolo gruppo, che difficilmente andrebbe in rovina per le lievi aliquote proposte, visto da solo si gode circa il 45% della ricchezza complessiva. Dai dati di Acciari e Morelli emerge anche come il rapporto medio tra valori di mercato e catastali sia superiore a 3 (e proprio nei centri storici delle città questo valore è ancora più alto): senza una riforma del catasto, per rientrare nella patrimoniale bisognerebbe dunque ereditare una casa dal valore di mercato di almeno un milione e mezzo. Altro punto importante sollevato da Morelli, è che la ricchezza non è solo frutto di «merito» individuale, ma ancor più del reddito riflette spesso gli investimenti della collettività: pensiamo proprio all’aumento di valore degli appartamenti nelle aree gentrificate delle grandi città.

Cos’è davvero una patrimoniale

C’è da dire che nemmeno i più ottimisti dei promotori potevano sperare che bastasse buttar lì un emendamento per portare a casa una simile misura – non la panacea di tutti i mali, ma certo in netta controtendenza rispetto al clima politico degli ultimi anni, tanto più in una legislatura iniziata nel segno della flat tax. Ancor più improbabile nel contesto di un governo che va in pezzi parlando di plastic tax, e messo sempre più in difficoltà dalla seconda ondata, e che continua a rinviare in modo grottesco i dossier economici. Nelle parole di Orfini riportate da Domani, al massimo si poteva «provare almeno a discuterne ‘laicamente’».

In questo senso, va riconosciuto che la proposta, ponendo al primo comma l’abolizione di Imu e imposta di bollo, cercava di superare l’impasse generata nel dibattito italiano dal termine «patrimoniale». Quella che infatti, per gli ultimi reduci della sinistra, rappresenta la messianica quanto vaga promessa di «far pagare i ricchi», genera in altri pensieri più cupi. Che sia frutto della confusione dei proponenti, o della sistematica mistificazione mediatica, è un fatto che in Italia qualsiasi proposta di prelievo progressivo sui più ricchi – anche sui redditi, come quella spuntata in modo poco meno estemporaneo lo scorso aprile – venga impropriamente definita «patrimoniale». Eppure in italiano, come dovrebbe chiarire l’etimologia, il termine indica un prelievo basato sul patrimonio – cioè sul complesso dei beni posseduti (case, risparmi, titoli, e così via) – e non sul reddito guadagnato (sia composto di salario, rendite immobiliari o finanziarie). Questo a prescindere dalla sua progressività – e cioè che chi è più ricco paghi di più non solo in termini assoluti, ma in proporzione alla capacità contributiva.

Alcuni paesi (soprattutto nord-europei) vantano una lunga tradizione di imposte sulla ricchezza detenuta da persone e famiglie (imposte simili sono in vigore in Norvegia e Svizzera; un quadro recente l’ha fornito l’Ocse). In Italia invece, se si escludono alcuni provvedimenti straordinari presi a cavallo delle due guerre mondiali, si ricordano due principali casi: le imposte sugli immobili, che in una girandola di esenzioni e acronimi hanno animato la seconda Repubblica, ma soprattutto, il leggendario prelievo forzoso del sei per mille imposto dal governo Amato nel 1992. Questo atto, oggettivamente con pochi precedenti (e spesso visto, ex post, come primo «sacrificio di sangue» versato sull’altare dei vincoli europei) traumatizzò un’intera generazione di contribuenti. Ma anche Imu e Ici non godono di buona fama, colpendo quella parte della ricchezza che è più diffusa in un paese dove i proprietari di casa sono più numerosi che altrove (seppur secondo l‘Agenzia delle Entrate, almeno un quarto delle famiglie non possiede la casa dove abita). La stessa imposta di successione (quella sulla ricchezza ereditata), decisamente difendibile da posizioni moderatamente liberali, in Italia è stata abolita ben due volte, senza che chi lo ha fatto ne pagasse grandi conseguenze. Ancora oggi, le aliquote italiane sono tra le più basse, nonostante i dati mostrino l’aumento preoccupante e con pochi precedenti della ricchezza ereditata (non esattamente un sintomo di economia dinamica e «competitiva», e con effetti drammatici sui già preoccupanti livelli di mobilità sociale del belpaese).

Per queste ragioni, un gruppo di professori delle università piemontesi ha definito la loro recente proposta di prelievo progressivo sulla ricchezza finanziaria Paperoniale (per un confronto con la «patrimoniale» appena proposta si veda qui). È infatti gioco facile, per la larghissima coalizione che si oppone alla progressività fiscale e alla redistribuzione di redditi e ricchezze, parlare di patrimoniale per scatenare l’opposizione di chi nulla ha da temere da simili provvedimenti; questo nonostante, come si è visto, andrebbe a toccare una sparuta minoranza che può permettersi e magari è anche disposta a dare qualcosa in più. In effetti, fuori dalla cerchia di addetti ai lavori della politica e dei giornali, i giudizi sembrano essere più favorevoli di quanto era lecito aspettarsi. Paolo Graziano e Matteo Jessoula su Altreconomia riportano i risultati di un sondaggio Swg secondo cui oltre il 60% degli intervistati è «abbastanza» o «molto favorevole» a un  «contributo straordinario di solidarietà nazionale pari al 5% della ricchezza soltanto per il 10% più ricco per finanziare interventi volti a rafforzare i sistemi sanitario, di contrasto alla povertà e pensionistico». Una misura più drastica (per aliquote e soggetti coinvolti) di quella in discussione, tanto che per Graziano e Jessoula potrebbe fruttare circa 117 miliardi. Oltre il 70% sarebbe favorevole a un prelievo sopra il milione di euro (la soglia di applicazione della proposta spagnola).

Serve un’alternativa radicale di politica economica

Nonostante l’opposizione quasi totale di politica e stampa (e l’assenza di soggetti credibili a sostenerlo), l’emendamento ci segnala, dunque, che una riforma fiscale, capace di riequilibrare il peso delle imposte a favore dei molti, potrebbe rappresentare una vasta maggioranza sociale. Senza riporre troppe speranze nella periodica riproposizione estemporanea di «patrimoniali», sarebbe ora di riprendere seriamente l’iniziativa politica su questi temi. È allora utile, più che chiosare sui dettagli della proposta, appuntarsi alcuni principi generali che è bene tenere presenti.

In primo luogo, il fisco in Italia è un tema delicato, che merita proposte serie e sistematiche: se le paure evocate nel «ceto medio» dalle «patrimoniali» sono create ad arte, non lo è il peso delle imposte, opprimente per chi le tasse le paga – lavoratori dipendenti, ma anche la maggioranza onesta dei lavoratori autonomi. Bisogna allora porsi il tema di una riconfigurazione complessiva del sistema fiscale. In un paese in cui la quota dei profitti sul reddito nazionale è in costante crescita, e le eredità e la ricchezza pesano sempre di più, al sacrosanto principio della progressività deve affiancarsi uno spostamento del peso del fisco dal lavoro alle rendite e alla proprietà.

Come ha spiegato sempre Morelli su Jacobin Italia, un simile risultato passa, prima che da nuovi prelievi o da aliquote più elevate, dalla ridefinizione dell’Irpef: quella che dovrebbe essere la principale imposta «equalizzatrice», viene oggi pagata quasi solo da lavoratori e pensionati, mentre rendite immobiliari e finanziarie sono tassate con tasse piatte, ad aliquote ben inferiori (il 26% per molte rendite finanziarie, e ancora meno con la «cedolare secca» sugli affitti, al 21 o persino 10%, rispetto a un’Irpef che parte dal 23 e sopra i 15 mila euro è già al 27%). Il contrasto a questa erosione della base imponibile, e al groviglio di esenzioni, deduzioni e detrazioni, oltre a quello all’evasione vera e propria e ai paradisi fiscali (a partire da quelli dentro l’Ue), richiede più lavoro e ripaga con meno visibilità. Ma oltre a dribblare la propaganda reazionaria, offre prospettive concrete per combattere le disuguaglianze migliorando le condizioni di chi sta peggio, oltre che chiedendo di più ai ricchi.

Da questo punto di vista, va ripresa l’idea di una riforma «a saldi invariati», che abolisce tasse piatte su singoli beni per sostituirle con un’imposta progressiva sulla ricchezza degli individui. Un altro esempio è la proposta di una «imposta sui vantaggi ricevuti» avanzata dal Forum Disuguaglianze: reintroducendo una tassazione progressiva della componente per definizione meno «meritata» della ricchezza, la proposta si applicherebbe a chi eredita più di mezzo milione, esentando tutti gli altri.

È necessario tuttavia allargare il discorso all’intero sistema fiscale: nel contesto di una riforma complessiva, che riduca il carico fiscale su chi lavora, una nuova imposta di successione o una «patrimoniale progressiva» devono servire a riequilibrare il peso delle imposte dal reddito alla ricchezza, e dal lavoro a rendite e profitti. Se un argomento «storico» di chi si oppone a queste misure è la «doppia tassazione» – un lavoratore che compra un immobile lo fa dopo aver pagato l’Irpef sul suo stipendio – in Italia, oltre ad avere patrimoni anche consistenti costruiti sull’evasione fiscale, abbiamo una tassazione che penalizza chi lavora e non chi eredita una fortuna.

In secondo luogo, se un fisco progressivo è cosa buona e giusta, è bene dirci che non basta, senza chiarire a cosa ci serve. Torna utile, dal libro appena uscito di Emiliano Brancaccio, una citazione illuminante di Mario Monti:

Io sono sempre molto colpito negativamente quando vedo – l’abbiamo visto in Italia per lungo tempo e lo vediamo anche oggi – partiti che si richiamano alla sinistra che però, forse per dimostrare che non hanno niente a che fare con l’ascendenza socialista e marxista, considerano terribile fare uso del sistema fiscale per uno scopo che un capitalista americano accetterebbe pienamente: la ricostituzione di una certa uguaglianza tra i punti di partenza, per esempio, con imposte altamente progressive o con imposte sul patrimonio, che esistono in tanti paesi di vari continenti.

Imposte altamente progressive e/o sul patrimonio sono una questione di equità sociale, persino di efficienza economica; ma proprio per questo, nonostante l’opposizione compatta di M5S, Forza Italia o Lega, non stonano in bocca a Monti o al Fondo Monetario Internazionale. Una sinistra d’alternativa dovrebbe non solo indicare la finalità di un contributo d’emergenza nel finanziamento dei servizi pubblici essenziali e pubblici (senza illudersi che se ne possano ricavare risorse infinite, perché non usarli per stabilizzare i troppi «angeli» precari ed esternalizzati che lavorano nei nostri ospedali?), ma anche offrire un’idea radicalmente diversa della politica economica.

Senza un cambiamento radicale delle politiche economiche (a partire da quelle industriali), le patrimoniali rappresenteranno al più un mezzo gaudio insufficiente a portarci fuori dalla nostra «crisi dei trent’anni», e a risolvere il dramma di un lavoro sempre più scarso, precario e povero. Nell’attuale congiuntura economica – una crisi spaventosa che continua a colpire più duro giovani, donne, precari, e in cui, mentre i tassi di interesse diventano quasi nulli, salta ogni vincolo alla spesa pubblica – la sinistra non può identificarsi solo nella proposta di nuove tasse, per giuste che siano, ma deve tornare a offrire la prospettiva di un’alternativa radicale quanto praticabile.

*Giacomo Gabbuti è dottorando di storia economica e sociale all’Università di Oxford.

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Una tassa sulle grandi ricchezze è il modo più equo ed efficiente per trovare risorse contro il Covid: lo dice uno studio di economisti inglesi

Pubblicate oggi le conclusioni della Wealth Tax Commission. Ipotizzato un prelievo una tantum dell’1% su patrimoni sopra il milione di sterline che frutterebbe 260 miliardi di sterline in 5 anni. L’Argentina ha introdotto una misura simile pochi giorni fa. L’esperto: la scelta tra redditi e ricchezze è solo politica

Ora ci pensa anche la Gran Bretagna. Un prelievo una tantum dell’1% sui patrimoni superiori al milione di sterline (1,1 milioni di euro) per far fronte all’emergenza sanitaria. Secondo il documento conclusivo Wealth Tax Commission, che raggruppa esperti ed economisti di università come Oxford, London School of Economics e Warwhik, questo sarebbe il modo più equo ed efficiente per trovare i fondi necessari per la lotta alla pandemia. Il prelievo potrebbe fruttare fino a 260 miliardi di sterline in cinque anni ma avrebbe un impatto molto limitato sui consumi salvaguardando i redditi dei lavoratori.

Nel calcolo del patrimoni viene inclusa la prima casa, al netto del mutuo residuo oltre a ricchezze aziendali e finanziarie. Applicando la soglia del milione di sterline il prelievo riguarderebbe il 6% della popolazione adulta britannica. Il progetto prevede la possibilità di una rateizzazione quinquennale del prelievo che nel suo ammontare minimo sarebbe di 10mila sterline. Arun Advani, dell’Università di Warwick e uno dei tre estensori dello studio, ha affermato: “Ci viene sempre detto che l’unico modo per aumentare in modo significativo il gettito è alzare l’imposta sui redditi dei lavoratori o l’Iva sui consumi. Ma non è vero come mostrano le cifre dello studio. Decidere dove prendere i soldi è quindi una scelta politica“.

Pochi giorni fa l’Argentina ha deciso un prelievo sulle grandi ricchezze (dai 2,3 milioni di euro in su) per far fronte alle necessità finanziarie per la lotta al virus. L’imposta interessa 12mila cittadini argentina e si calcola sui patrimoni detenuti nel paese e all’estero.

Una tassa sulle ricchezze è agevolata dallo scambio automatico di informazioni a cui hanno aderito negli ultimi tre anni le agenzie fiscali di un centinaio di paesi. Lo scambio di informazioni sui conti esteri è in forte aumento, oggi ad esempio la Francia ha fatto sapere di aver ricevuto notificazioni su 4,8 milioni di conti, un numero cinque volte maggiore a tre anni fa. La Svizzera, che è il paese europeo dove la tassa sulla ricchezza contribuisce maggiormente al gettito complessivo, applica il prelievo anche agli asset detenuti all’estero. L’evoluzione della collaborazione fiscale internazionale rende meno acuti i timori sulla possibile “fuga di capitali” dai paesi che applicano il prelievo. Secondo gli autori dello studio inglese i tempi sono ormai maturi per parlare di una riforma del sistema fiscale che includa anche prelievi di questo tipo.

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Al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte

Al ministro dell’economia Roberto Gualtieri

Ai presidenti di Camera e Senato

Ai leader di partito Nicola Zingaretti, Vito Crimi, Matteo Renzi, Nicola Fratoianni, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi, Emma Bonino, Carlo Calenda

Al presidente di Confindustria Carlo Bonomi

Un piccolo contributo da parte dei quasi tremila super-ricchi italiani per aiutare i milioni di lavoratori autonomi, precari, commercianti e imprenditori in difficoltà. È la proposta de ilfattoquotidiano.it per provare a limitare, almeno in parte, gli effetti della crisi economica scatenata dal coronavirus. Non è una patrimoniale, non è una nuova tassa, ma solo una misura una tantum da far scattare sui grandissimi patrimoni: il 2% per i cittadini che possiedono più 50 milioni di euro (in Italia sono circa 2.700), il 3% per quelli che superano il miliardo (meno di una quarantina).

L’idea del contributo straordinario nasce dalla lettura delle analisi sulle diseguaglianze di due economisti attenti a queste dinamiche: Gabriel Zucman ed Emmanuel Saez. Secondo i loro studi, negli Stati Uniti applicando un prelievo del genere si otterrebbe un gettito di almeno 100 miliardi. Traslata nel contesto italiano, questa imposta una tantum garantirebbe circa 10 miliardi di euro.

Un contributo del genere non avrebbe, al contrario di una patrimoniale da far scattare sopra i 500mila euro, effetti recessivi. Perché i super ricchi non si impoverirebbero. I grandi patrimoni producono rendimenti annui superiori a quelli del prelievo proposto. Ormai anche il Fondo monetario internazionale suggerisce ai governi di tassare le grandi ricchezze. Il motivo è semplice: le diseguaglianze eccessive sono letali per l’economia.

L’Italia in questi mesi ha chiesto grandi sacrifici a chi guadagna anche meno di 1000 euro al mese. Secondo l’Inps sono morti oltre 13mila lavoratori che durante il lockdown della scorsa primavera garantivano l’assistenza negli ospedali, le consegne di pacchi, l’apertura dei supermercati e altri servizi. È giusto quindi che anche gli italiani più fortunati diano ora il loro contributo per tutelare la collettività.

Peter Gomez, Marco Travaglio, Simone Ceriotti e la redazione de ilfattoquotidiano.it

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