Ancora vel-ENI sull’informazione

Dal blog http://www.labottegadelbarbieri.org

La Bottega del Barbieri

Mega-cause contro «Il fatto quotidiano». A seguire 5 notizie (fra le tante) che i “grandi” media oscurano perchè non sono gradite al cane con 6 zampe.

Eni: è vietato raccontare i guai di Descalzi & C.

di Gianni Barbacetto (pubblicato su «Il fatto quotidiano» del 4 dicembre)

La più grande causa civile che il Fatto abbia mai subìto. Ce l’ha intentata Eni: non per un singolo articolo ritenuto diffamatorio, ma per l’intera produzione di articoli, inchieste, cronache politiche, interventi, commenti, perfino schede e calendari giudiziari riguardanti la compagnia petrolifera che abbiamo pubblicato negli ultimi anni.

Nelle 63 pagine dell’atto di citazione civile sono messi in fila ben 29 articoli, indicati come denigratori e diffamatori, tanto da meritare una richiesta di danni per 350 mila euro, a cui aggiungere una non precisata sanzione pecuniaria per il direttore del Fatto e una ridicola “restituzione dell’illecito arricchimento” che il nostro giornale avrebbe conseguito per il solo fatto di scrivere di Eni. Poi, censura finale: richiesta di rimuovere dal web tutti gli articoli del Fatto su Eni sgraditi a Eni.

È un attacco mai visto che proviene dalla potentissima compagnia petrolifera italiana, che – non dimentichiamolo – è a controllo pubblico. E che si aggiunge a una causa da 5 milioni per il libro di Claudio Gatti Enigate (Paper First). Eni è da sempre una grande protagonista delle cronache italiane e internazionali: economiche, finanziarie, politiche, giudiziarie. Fin dai tempi delle vicende Eni-Petromin, conto Protezione, Eni-Sai, Enimont. Anzi, fin dai tempi del suo fondatore, Enrico Mattei (incautamente richiamato nell’atto di citazione dai suoi attuali successori pro tempore, nani al confronto di un gigante forgiato nel fuoco della guerra partigiana ed eroe della ricostruzione italiana, che riusciva comunque a pronunciare frasi del tipo: “Io uso i partiti come taxi. Pago la corsa e scendo”. Tanto da meritarsi l’indimenticabile definizione di Montanelli: “L’incorruttibile corruttore”). Nel nostro meno epico presente, Eni è stata interessata da alcune grandi inchieste giudiziarie. Su presunte corruzioni internazionali in Algeria, in Nigeria, in Congo; su questioni ambientali in Basilicata; su un complesso “complotto” che sarebbe stato ordito per infangare un paio di membri del cda e intorbidare e rallentare le inchieste della Procura di Milano; sul conflitto d’interessi dell’attuale amministratore delegato, accusato di non aver comunicato che società estere, secondo la Procura di Milano riconducibili alla moglie, hanno fornito servizi a Eni, incassando negli anni 300 milioni di dollari. È dunque normale che un giornale attento alla realtà abbia dedicato alla più strategica delle aziende italiane molti articoli, nessuno dei quali è mai stato ritenuto diffamatorio dalla compagnia al punto da rendere necessaria una querela.

Negli ultimi mesi c’è stato poi il dibattito pubblico sulla riconferma al vertice dell’amministratore delegato, imputato e indagato in due diverse inchieste giudiziarie. È quindi naturale che il Fatto abbia riservato a queste vicende la necessaria attenzione: per denunciare un conflitto d’interessi in famiglia che sarebbe inaccettabile in qualunque Paese civile; e per sostenere con vigore l’inopportunità della riconferma di Claudio Descalzi al vertice di una società a controllo pubblico.

È evidente che la richiamata “difesa della storia e delle origini di Eni” si fa non silenziando le inchieste giornalistiche, né promuovendo azioni giudiziarie che si concluderanno tra molti anni, ma ripulendo subito l’azienda dalle incrostazioni e chiudendo con personaggi compromessi, indagati, imputati, o semplicemente unfit, impresentabili per motivi reputazionali. A parlare di “tangenti e mazzette”, scandali e “complotti” – non certo invenzioni del Fatto – sono le autorità giudiziarie, che contestano ai vertici Eni, per esempio, la più grossa tangente mai indagata (1,092 miliardi di dollari che, secondo la Procura di Milano, sarebbero stati pagati per ottenere in Nigeria il campo petrolifero Opl 245). Il nostro giornale ha soltanto raccontato i fatti e allineato legittime opinioni, dando conto degli argomenti dell’accusa e di quelli della difesa. Non ha fatto “propaganda politica” (per chi?), non ha condotto una “campagna denigratoria e diffamatoria”, ma ha esercitato il diritto-dovere di informazione e di controllo sui beni pubblici garantito dalla Costituzione. Si chiama giornalismo, evidentemente insopportabile per Eni, abituata a essere trattata con reverenza dalla stampa in nome dell’“interesse nazionale” e degli ingenti investimenti pubblicitari distribuiti a giornali e tv. La compagnia sembra non sopportare cronache scomode e opinioni critiche. Così ha intentato una causa civile omnibus che rischia di diventare la replica della somma di tutti i procedimenti penali e civili già in corso a Milano e a Londra (dove è stata trascinata in giudizio dallo Stato della Nigeria). Tutto ciò dimostra quanto fossero ridicoli gli strepiti di chi ha scritto che, con il rinnovo del consiglio d’amministrazione, il Fatto aveva “conquistato Eni”, con l’arrivo come presidente della professoressa Lucia Calvosa, già componente indipendente del cda del Fatto. Stiano tranquilli, nei palazzi di San Donato: noi non ci lasceremo intimidire e, avendo come unico padrone i lettori, continueremo a fare il nostro mestiere che si chiama giornalismo.

In “bottega” siamo correi. Fra l’altro abbiamo invitato a leggere «Enigate»; cfr Vel-Eni: tangenti, processi, pubblicità, silenzi

Foto Palazzo Chigi/Tiberio Barchielli/LaPresse

SOLIDARIETA’ CON «IL FATTO»

ENI è il più grande ostacolo alla #decarbonizzazione della nostra economia ed elargisce tangenti miliardarie per poter estrarre sempre più #petrolio.
Non appena qualcun@ prova a denunciare pubblicamente le sue responsabilità, viene attaccato, represso o portato in #tribunale. Esattamente come è successo agli/lle attivist@ di #ExtinctionRebellion pochi mesi fa.

Per questo e in solidarietà a «Il Fatto Quotidiano»

abbiamo lanciato un tweetstorm!

Basta cliccare su questi link ? fatene più che potete, dobbiamo far arrivare il nostro messaggio chiaro e tondo a chi ci ruba il futuro e zittisce la stampa!

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Ritwitta più che puoi! Facciamo sentire la nostra voce, anche se a distanza!

Se a ENI non piace i “grandi” media italiani celano

1- In primo luogo gli affari e i vel-Eni in Mozambico. Consigliamo chi passa nelle botteghe del commercio equo o nelle librerie non allineate di acquistare l’ultimo numero del mensile «AltrEconomia» con l’inchiesta di Marina Forti.

2 – Sulla propaganda di Eni nelle scuole e le proteste di studenti (tanti) e insegnanti (pochi) abbiamo scritto in “bottega”. Vale leggere Fuori ENI dalle scuole, le iniziative degli studenti (su Pressenza).

3 – Re:Common ha lanciato “Il Caso Congo – Gli affari dell’Eni nella Repubblica del Congo e i silenzi del governo italiano”. Il rapporto ricostruisce gli aspetti controversi che riguardano due licenze ottenute dalla principale multinazionale italiana nel Paese africano e che sono sotto la lente d’ingrandimento della magistratura. Le indagini attuali sono iniziate anche grazie a un esposto dell’associazione, presentato a maggio.

4 – Greenpeace ha organizzato manifestazioni per urlare che «i soldi del Recovery plan devono essere spesi per la tutela della salute, dei diritti e dell’ambiente. Basta essere green solo a parole!».E ovviamente ENI c’entra molto. «Il Governo deve chiarire una volta per tutte che i soldi del Recovery plan andranno spesi per la tutela della salute, dei diritti, dell’educazione e dell’ambiente. Basta finanziare chi inquina e brucia il Pianeta! FIRMA LA PETIZIONE https://bit.ly/2JHmuH7

5 – Ci sono poi le proteste contro il Css a Ravenna: vedi qui sotto

IL FUTURO NON SI STOCCA! NO AL CCS DI ENI

Né a Ravenna né altrove

La crisi climatica sta devastando sempre di più il nostro pianeta e la diffusione del Covid-19 ha rafforzato la necessità di un’inversione di rotta radicale sui nostri stili di vita e sulle politiche ambientali, eppure a 5 anni dagli accordi di Parigi del 2015 siamo ancora lontanissimi dall’intraprendere concretamente la strada per l’azzeramento delle emissioni di CO2, che in Italia dovrebbe avvenire entro il 2030. Non solo: i grandi colossi energetici come ENI, con il sostegno del Governo italiano, della Regione Emilia Romagna e i soldi europei, non sembrano essere davvero interessati, se non per slogan e campagne di greenwashing, ad abbattere le emissioni, come dimostra il progetto di costruire a Ravenna il più grande ‘centro di cattura e stoccaggio della CO2’ del mondo. Attraverso la tecnologia del CCS (Carbon Capture and Storage – o Sequestration), ENI intende utilizzare i giacimenti di gas di sua proprietà a largo della costa ravennate, per riempirli di 300-500 tonnellate di CO2 ad altissima pressione prodotta dal processo di combustione dei loro stessi impianti, la cui produttività dunque non è messa in discussione. Come attivisti e attiviste, associazioni, comitati e collettivi ambientalisti che lottano per l’abbandono totale dei combustibili fossili, siamo contrari a questo progetto perché: – il CCS non è un modo efficace per abbattere le emissioni, ma un espediente per continuare ad utilizzare le centrali a gas mettendo di fatto la polvere sotto il tappeto; – il CCS viene adottato in primo luogo perché permette di estrarre ciò che resta nei giacimenti ravennati al termine della loro vita produttiva, cosí da immettere sul mercato altre quantità non trascurabili di combustibili fossili; – il CCS è una tecnologia sperimentale ancora in fase di ricerca, altamente costosa rispetto ai benefici economici (come già dimostrato in Norvegia); – sviluppare il CCS significa investire miliardi di euro pubblici che sarebbe invece necessario e urgente utilizzare per la transizione ecologica, tecnologie 100% green, energie rinnovabili; – lo stoccaggio potrebbe provocare gravi effetti sismici nel territorio ravennate, già oggetto di importanti fenomeni di subsidenza e di attività sismiche, a terra e offshore. Gli scandali, ancora non chiariti, che hanno travolto l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, a cui compete il monitoraggio dei terremoti e delle attività sismiche correlate agli stoccaggi, non mettono al sicuro dai dubbi i cittadini e le cittadine; – Ravenna, il suoi preziosi mosaici e gli otto monumenti Unesco, non meritano di essere sede di “esperimenti”; – il progetto del CCS a Ravenna, qualora venisse approvato, diventerebbe un pericoloso precedente che ENI potrebbe replicare in altri siti in Italia. Lanciamo pertanto un appello pubblico, aperto a tutte le organizzazioni, singoli, scienziati e personalità del mondo accademico per la costruzione di una grande campagna contro la costruzione del CCS di Ravenna per una allocazione dei soldi del Recovery Fund in progetti che permettono una transizione energetica e per un radicale cambiamento delle politiche energetiche del nostro paese.

Fridays For Future Italia

Per firmare l’appello: https://forms.gle/mynkKPWWPMZvupdn6

Contatti: noccs.ilfuturononsistocca@protonmail.com

Facebook: NOCCS il futuro non si Stocca

Instagram: noccs_ilfuturononsistocca

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