Il Mediterraneo dopo la Primavera araba

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Mauro Indelicato , Sofia Dinolfo
23 Dicembre 2020

Europa e Stati Uniti hanno perso il Mediterraneo dopo la “primavera Araba”? Il quadro della regione dopo le rivolte che 10 anni fa hanno sconvolto il Paesi arabi appare maggiormente frastagliato. Molti attori sono entrati come protagonisti: dalla Russia di Putin alla Turchia di Erdogan passando per le potenze regionali legate alle petromonarchie. Dunque il ruolo dell’Occidente sembra essere palesemente messo in discussione.

La presenza Usa e dell’Europa prima della Primavera araba

È stato dietro la regia degli Stati Uniti nel 1979 che Egitto e Israele hanno posto fine al conflitto politico militare portato avanti da diversi anni. Con gli accordi di “Camp David” firmati dal presidente egiziano Anwar al-Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin, alla presenza dell’allora presidente degli Usa Jimmy Carter, si è aperto un nuovo capitolo di storia basato sul reciproco riconoscimento fra i due governi. In quel contesto il rapporto tra Stati Uniti e Egitto è divenuto sempre più consolidato, soprattutto sotto il profilo militare: i due Paesi si sono forniti reciproca assistenza.

Gli Stati Uniti hanno iniziato ad avere un ruolo importante anche in Tunisia con il governo di Ben Ali dopo l’attentato dell’11 settembre: il governo tunisino laico che si era imposto all’islamismo attivista è divenuto un alleato strategico della Casa Bianca. Prima delle rivoluzioni che hanno caratterizzato la Primavera araba anche l’Italia ha avuto modo di esercitare la propria influenza politica ed economica nel Mediterraneo, soprattutto sulla Libia. I rapporti fra le due nazioni non sono stati sempre idilliaci, soprattutto durante i primi 20 anni del governo Gheddafi, dove la tensione è stata causata dai beni confiscati alle imprese italiane in Libia e dalle pretese di risarcimento per danni coloniali e di guerra. Gli asti sono man mano venuti meno con l’inizio di una discussione diplomatica che ha trovato poi concretezza  col  trattato di Amicizia e Cooperazione stipulato a Bengasi nel 2008 tra Gheddafi e Berlusconi. Da quel momento e fino al 2011, la Libia è divenuta un’alleata  di fondamentale importanza per l’Italia nell’Africa settentrionale nonché la principale fornitrice di petrolio. La regione mediterranea è divenuta così il giardino di casa dell’Occidente.

L’ingresso della Russia nel mondo arabo

Nel 2013 la Russia ha iniziato il suo cammino nel Mediterraneo avvicinandosi all’Egitto e alla Siria dietro la “spinta inconsapevole” degli Usa.  L’attacco chimico nella regione di Ghouta, all’interno del territorio di Damasco, durante la guerra civile in Siria, ha segnato l’inizio dell’ascesa russa nel Mediterraneo. L’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha infatti accusato, senza prove, il governo siriano di Bashar al-Assad quale responsabile dell’attacco.  Al contrario, la Russia ha sostenuto il presidente al-Assad attribuendo la responsabilità dell’azione chimica ai ribelli. In questa circostanza l’intervento di Putin a fianco di Damasco, è stato fondamentale per evitare l’attacco statunitense. Da questo momento in poi il peso del Cremlino è diventato sempre più importante lungo l’asse del Mediterraneo.

Un esempio di ciò è arrivato anche dall’Egitto. Tra il presidente russo Putin e il presidente egiziano Al-Sisi, dal 2014 sono stati posti in essere accordi diplomatici nella lotta all’islamismo e al terrorismo. Da qui l’inizio di rapporti economici che hanno fatto de Il Cairo un importante cliente dell’industria russa delle armi, mentre della Russia la leader di una serie di  investimenti nel territorio del Paese nordafricano. Dall’Egitto alla Libia il passo è stato breve. Come si sa, qui la situazione è divenuta instabile con l’uccisione di Gheddafi. Dal 2011 in poi sono emersi diversi attori all’interno del frammentato scacchiere libico. Tra questi, a partire dal 2014, è emerso il generale Khalifa Haftar il quale, con il suo esercito, ha iniziato a controllare l’est del Paese. Nel 2016  la visita del generale a bordo della portaerei Kuznetsov, ha sancito l’alleanza tra Mosca e le forze di Haftar. Questo ha significato per Putin la possibilità di allargare i suoi orizzonti nel Mediterraneo: la prospettiva di poter mettere piede anche in Libia, ha fatto di Mosca un attore imprescindibile della Regione.

L’ingresso delle potenze regionali

Non è stata solo la Russia a sfruttare il rimescolamento delle carte successivo alla primavera araba. Sono stati diversi gli attori a entrare in campo, occupando quello spazio progressivamente lasciato dall’Europa. Un caso emblematico riguarda il dossier libico: con i Paesi del vecchio continente sempre più ai margini, la Turchia è subentrata prepotentemente ponendosi come principale alleata del governo di Tripoli. Con il Cremlino alleato di Haftar, ben si intuisce come oggi in Libia le chiavi della situazione sono in mano soprattutto ad Ankara e Mosca. Vale per il Paese in guerra dalla caduta di Gheddafi, ma vale anche per il resto della regione. Anche in Siria ad esempio gli incontri tra Putin ed Erdogan sono stati risolutivi per le svolte nel conflitto e il cessate il fuoco.

Non c’è però solo la Turchia tra gli attori regionali in ascesa nel Mediterraneo. Al contrario, nei vari Paesi attraversati dall’onda della primavera araba è in corso un lungo braccio di ferro tra due blocchi contrapposti: da un lato proprio la Turchia, affiancata dal Qatar, che sostiene i Fratelli Musulmani, dall’altro le petromonarchie wahabite affiancate dall’Egitto. Non è un caso che Haftar, oltre che i russi, ha come alleati emiratini, sauditi e soprattutto gli egiziani. Ma è in tutto il medio oriente che la contrapposizione appare ben evidente. Anche lì dove non c’è guerra, come in Tunisia. Qui il governo è corteggiato da entrambe le sponde, con i partiti vicini ai Fratelli Musulmani ritenuti più affini ad Ankara.

In uno scenario del genere, l’Europa appare drasticamente ridimensionata: “Ci sono state importanti mutazioni – ha confermato su InsideOver il docente di relazioni internazionali alla Cattolica Vittorio Emanuele Parsi – La Turchia ad esempio è passata dall’essere Paese cerniera tra occidente e oriente a Paese protagonista. Erdogan prova questa carta, occorrerà vedere quanto durerà perché è possibile che Ankara abbia inghiottito un boccone troppo grosso per le sue capacità”. La novità nello scenario mediterraneo è però evidente: “Questo per l’Europa – ha spiegato ancora Parsi – è una grande sfida”.

“Mediterraneo come una faglia sismica”

Non tutto è dipeso dalla primavera araba. Tutto però è partito da lì, da quei giorni e quelle settimane che hanno cambiato volto al mondo arabo: “Indubbiamente prima del 2011 il Mediterraneo aveva l’aspetto di un lago americano – dichiara Parsi – Nell’ultimo decennio invece è tornato ad essere contendibile”. La caduta di governi vicini agli Usa e all’occidente ha accelerato questo processo: “L’instabilità legata alle proteste ha messo tutto in discussione – conferma Parsi – Ma occorre chiarire anche un altro punto: l’instabilità c’era già da prima della primavera araba, era solo nascosta. Era una stabilità solo apparente, altrimenti le rivolte non si sarebbero diffuse in modo così rapido”.

Oggi il Mediterraneo è comunque più frazionato e l’instabilità, soprattutto in alcune aree, rappresenta un dato di fatto. Cosa aspettarsi quindi per il futuro? Di certo è difficile pronosticare in che modo arriveranno nuovi equilibri: “Dobbiamo abituarci a pensare il Mediterraneo non come un mondo a sé stante, bensì come una faglia sismica – dichiara ancora il docente – in cui vengono assorbite tutte le tensioni delle regioni circostanti. Si troverà quindi un equilibrio nel momento in cui ci saranno nuovi equilibri nella altre aree”.

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