Questione Sarda e complesso militare-industriale

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Andrea Pili 15 Aprile 2021

Il militarismo italiano ha storicamente un impatto specifico sulla Sardegna, dove mostra la sua impostazione coloniale e la commistione tra classe politica, imprese belliche e Forze Armate contro gli interessi generali

Il governo Draghi, nominando Roberto Cingolani Ministro della Transizione Ecologica ha ri-svelato il problema dei legami tra politica e apparato militare in Italia: si tratta infatti del Chief Technology & Innovation Officer di Leonardo, la compagnia italiana, a forte partecipazione statale, protagonista della Difesa, della Sicurezza e dell’Aerospazio. Recentemente si è discusso della «porta girevole» attraverso cui l’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti è diventato presidente di Med-Or, nuova fondazione dello stesso gruppo. Inoltre, l’ingerenza militare in ambito civile si è acuita con la nomina del Generale Figliuolo a commissario straordinario per l’emergenza Covid. 

Con «complesso militare-industriale» si indica la coalizione di interessi formatasi nella commistione tra classe politica, imprese belliche e Forze Armate contro gli interessi generali. Il concetto ha i suoi antecedenti nell’economia istituzionalista di Thorstein Veblen (1904)  e nella sociologia politica di Charles Wright Mills (1956), per poi essere sistemato, dopo gli anni Sessanta, da economisti come il keynesiano John Kenneth Galbraith. Tutti questi autori videro la funzione del settore militare a sostegno delle élite, restringendo il controllo democratico per soddisfare gli interessi di una coalizione a scapito dello sviluppo economico; sul piano culturale, hanno visto nel militarismo uno strumento per disciplinare la società, irreggimentare la scienza e l’educazione, controllare il conflitto sociale, rendere accettabili restrizioni nei diritti civili e nella democrazia.

Se esiste un complesso militare-industriale in Italia, la Sardegna è un contesto essenziale per i suoi obiettivi. Nell’isola sono presenti i due maggiori poligoni militari italiani (Quirra, il più grande d’Europa, 12.700 ettari e Teulada 7.200), oltre a poligoni minori come Capo Frasca e S’Ena Ruggia, l’aeroporto militare di Decimomannu e numerose servitù militari

La lotta contro le basi ha una lunga storia e oggi è portata avanti da A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, da gruppi antimilitaristi più piccoli oltre che da singoli cittadini. Non si tratta di mero pacifismo o antimilitarismo ma di uno scontro per l’autodeterminazione dell’isola. Per questo è utile riflettere sugli effetti specifici del militarismo italiano in Sardegna sul piano politico, economico e culturale, situandolo nella questione sarda. Come caso esemplificativo, osserveremo le vicende legate alla progressiva crisi della società Vitrociset e al ridimensionamento della Difesa, che hanno portato alla nascita del Distretto AeroSpaziale Sardo.

Presenza militare e sviluppo locale

Come scritto da Angelo Floris e Guido Ledda in Servitù militari in Sardegna. Il caso Teulada (2010)  e Fernando Codonesu in Servitù Militari, modello di sviluppo e sovranità in Sardegna (2013), all’installazione di tali poligoni negli anni Cinquanta, nei comuni a essi prossimi, sono seguiti spopolamento e redditi inferiori alla media provinciale. Infatti, il demanio militare aveva sottratto loro zone volte ad attività agropastorali e aree di pesca, oltre che impedito uno sviluppo turistico analogo a quello di comuni dalle condizioni simili. 

Il geografo economico Giovanni Sistu e le economiste Daniela Meleddu ed Elisabetta Strazzera, dell’Università di Cagliari, hanno compiuto un’analisi di valutazione costi-benefici percepiti su un campione casuale di cittadini delle aree toccate dalla presenza del Poligono Interforze Salto di Quirra (Pisq). Lo studio è riassunto dalle due economiste citate in un capitolo di Sardegna. Geografie di un’isola (2019).

Tra i benefici, situati in gran parte alla fase iniziale del poligono, sono indicati: assunzione diretta di personale; indotto generato dal consumo delle famiglie dei militari; dotazione di servizi prima assenti; esplosione mercato immobiliare; tra i costi, i danni per la salute e l’ambiente e vincoli posti alla produzione agricola e al turismo costiero. Soltanto nel comune più economicamente dipendente dalla presenza del Pisq si ritiene che l’interesse economico per la sua conversione superi i costi. Meleddu e Strazzera scrivono giustamente che, nelle aree rurali, le basi introducono nuove monocolture produttive rispetto alle attività produttive precedenti: «dato che le decisioni da cui deriva il loro sviluppo sfuggono al controllo delle comunità locali, le basi militari contribuiscono sovente ad accentuare gli effetti negativi dello sviluppo a forte controllo esogeno delle aree di frontiera o periferiche». La Sardegna può sicuramente rientrare in tali aree. 

La questione sarda: colonialismo interno e modernizzazione passiva

La costruzione dei poligoni è avvenuta nel contesto della guerra fredda e dell’adesione italiana alla Nato. La scelta dell’isola è stata però una decisione interna all’Italia, probabilmente analoga allo «strategic island concept» applicato dagli Usa e richiamato dall’antropologo David Vine riferendosi a Diego Garcia: l’installazione di basi militari in diverse isole scarsamente popolate è conveniente, in quanto è facile preservarle da proteste popolari. La posizione strategica della Sardegna nel Mediterraneo, la sua insularità e la sua condizione di sottosviluppo economico ci consentono di situare l’ingente presenza militare entro la questione sarda. 

Nel 1847, con la perdita delle sue istituzioni autonome di Ancien Régime, la Sardegna venne integrata nelle istituzioni del Regno sabaudo continentale: nasce la questione sarda, il primo rapporto Nord-Sud entro un ordine statuale italiano. Un colonialismo interno proseguito in diverse forme lungo un secolo e mezzo, dallo sfruttamento delle miniere a opera del capitale genovese sino ai petrolchimici del capitale lombardo. Si definisce «colonia interna» quel territorio la cui condizione di sottosviluppo viene sfruttata per i profitti di soggetti localizzati altrove, entro lo stesso Stato, malgrado, a differenza del colonialismo esterno, tutti i cittadini godano dei medesimi diritti formali. Non è un caso che uno dei principali ispiratori dei teorici del colonialismo interno sia stato il sardo Antonio Gramsci, che nei suoi scritti  aveva riconosciuto la condizione coloniale dell’isola nei confronti dei capitalisti torinesi e del governo centrale, ritenuta analoga a quella della classe operaia nei confronti del capitalismo. 

L’isola si distingue dal meridione per la sua specificità territoriale e culturale (linguistica) rispetto alla penisola italica; ciò rende problematico inserirla nella costruzione nazionale italiana che, come  le altre, si basa pure su un carattere etnico, come mostrato dai lavori dello storico Alberto Mario Banti sul Risorgimento. Per questo, da un secolo e mezzo esiste un rapporto di incontro e scontro tra l’identità sarda e quella italiana: la prima è legata agli aspetti etnoculturali e la seconda all’adesione a un progetto politico. Se all’inizio, l’italianizzazione fu una scelta della borghesia sarda, oggi ha una dimensione di massa dovuta all’influenza dell’apparato ideologico di Stato, dalle scuole ai media sino all’azione e propaganda dei partiti politici di riferimento statale. 

Tra le caratteristiche del colonialismo interno vi sono i processi di modernizzazione passiva. L’economista Emanuele Felice in Perché il Sud è rimasto indietro definisce questa come «adattamento delle classi dirigenti» e della società «a una modernità imposta dall’esterno, in primo luogo dallo Stato centrale, che viene accettata solo fintanto che non mette in discussione gli interessi consolidati». Per questo, malgrado la realizzata convergenza nelle condizioni di vita con il Nord, gli interventi esterni lungo la storia unitaria – da parte di Stato e capitale esterno – hanno ampliato il divario economico, ostacolando uno sviluppo endogeno, ovvero sostenuto per forza principale da soggetti localizzati entro l’isola. La classe politica sarda si è legittimata non per la sua capacità di creare sviluppo ma come mediatrice con il potere esterno, al fine di ottenere fondi pubblici; gli imprenditori si sono focalizzati più sulla redistribuzione di questi che nella creazione di imprese efficienti, oltre che su attività di valore inferiore (ad esempio, l’edilizia) ma liberi da concorrenza esterna. 

Tali processi hanno alimentato un rapporto tra sardità e italianità non armonico ma gerarchico, entro un discorso coloniale in cui l’Italia diventa sinonimo di progresso, apertura, sviluppo economico e la sardità sinonimo di tradizione, isolamento, immobilismo. Il sociologo Alessandro Mongili in Topologie Postcoloniali ha mostrato come l’italianità sia stata identificata con la modernizzazione, forgiando, in sua opposizione, la sardità come l’Altro arretrato. Sino agli anni Settanta ha dominato una narrazione, tuttora persistente, di integrazione dei sardi in Italia, basata sulla necessità di liberarsi da un’appartenenza etnico-culturale percepita come uno stigma. 

Il discorso coloniale del militarismo italiano in Sardegna

Grazie al lavoro dei sociologi Aide Esu e Simone Maddanu possiamo notare tale retorica coloniale nell’evoluzione della comunicazione mediatica sulle basi sarde. All’inizio (1956-1968), il supporto alla costruzione del Pisq è sovrastante; esso veniva ritratto come un centro di innovazione tecnologica civile e militare, tra aerospazio e missilistica, rappresentazione della modernità, contrapposto alla società arretrata agropastorale in nome della trasformazione sociale e della crescita economica. Tale narrazione coincise con l’elaborazione e applicazione del primo Piano di Rinascita, cioè l’intervento statale – in collaborazione con la Regione – per lo sviluppo della Sardegna; fu l’apice dell’esaltazione della modernizzazione portata dalla petrolchimica, contrapposta alle resistenze della cultura sarda «tradizionale». I risultati furono deludenti e la crisi petrolifera degli anni Settanta demolirà quel progetto, creando un contesto favorevole alla critica dello Stato centrale e del suo modello di sviluppo.

Così, i movimenti sociali contro le basi sorsero in un quadro politico segnato dalla contestazione dei primi movimenti indipendentisti. In questa fase (1968-1980) la stampa cercò di delegittimare le lotte popolari elogiando la riuscita modernizzazione portata dagli esperimenti entro il poligono, orientando il discorso sul tema economico, focalizzandosi sulla difesa dei posti di lavoro civili nelle basi e l’indotto generato da esse. Nei due decenni successivi gli attori antimilitaristi entrano nel dibattito pubblico ponendo l’attenzione sul rischio dell’attività militare per la salute, sull’onda dell’ecologismo anti-nucleare e poi, negli anni 2000, della Guerra in Kosovo. Diversi soldati attribuirono le proprie malattie agli armamenti utilizzati nella missione nei Balcani; così, l’alta incidenza tumorale nelle aree intorno al Pisq viene collegata alle armi all’uranio impoverito impiegate nelle esercitazioni. Seguiranno una commissione parlamentare d’inchiesta e un processo. 

Come ci spiegano sempre Esu e Maddanu, in corrispondenza a questa crisi di consenso si verifica un cambio del registro comunicativo; compare un nuovo discorso modernizzante volto a contrapporre il rischio di sottosviluppo al rischio ambientale e sanitario, evidenziando come nuove tecnologie consentirebbero la riduzione dell’impatto ambientale delle attività militari. 

Forze Armate e classe politica sono unite nella costruzione di una narrazione del poligono come una delle più importanti industrie della Sardegna, entro lo stretto collegamento civile-militare, date le ricadute positive di ricerca e sperimentazione duale. Il discorso economico del militarismo in Sardegna è integrato nell’egemonia culturale del nazionalismo italiano. Vi sono alcune sue costanti nel dibattito pubblico. La questione sarda viene negata con una falsa contrapposizione tra le attività belliche e l’industria, il turismo di lusso e la speculazione edilizia, considerate invasive sull’ambiente sardo, preservato nel demanio militare; al contrario, si tratta di elementi collegati e tenuti insieme dalla posizione subalterna dell’isola. L’enfasi attuale sulla tecnologia generosamente donata dalle Forze Armate (oggi l’aerospazio e la sperimentazione sui droni a Quirra e il Sistema Integrato di Addestramento Terrestre a Teulada) è inserita nella storica tensione tra italianità e sardità: la dipendenza dall’Italia come unico modo per sanare la Sardegna da isolamento e arretratezza, dato che i sardi sarebbero incapaci di far fruttare la propria terra.

Il militarismo italiano in Sardegna: profitto duale (civile e militare)

Oggi è il settore militare a essere diventato centrale nella funzione mediatrice della classe politica sarda: negli ultimi 35 anni sono stati ben sette i sardi nel Ministero della Difesa: un ministro (Parisi) e sei sottosegretari (Pisanu, De Martini, Cicu, Casula, Cossiga e Calvisi), come in nessun altro ministero.

Il progetto del Distretto AeroSpaziale Sardo pare in continuità con il passato: una risposta alla crisi di consenso per il militarismo, per salvaguardarne attività e profitti. Fondato nel febbraio 2013, tra i soci del Dass, con le due università isolane, figurano imprese attive nello sviluppo tecnologico di sistemi d’arma quali la Avio, Aermatica, Nurjana, Poema e Vitrociset. Quest’ultima è operante nel Poligono di Quirra da lunga data; il suo ruolo nel progetto aerospaziale è stato ricercato dalla politica, affinché la «Strategia di Specializzazione Intelligente» regionale venisse sostenuta dai fondi europei. Contro i tagli alla Difesa previsti dalle finanziarie del governo Berlusconi per il 2005 e il 2006, la Vitrociset mise in cassa integrazione e in mobilità interna decine di dipendenti, provocando la reazione della classe politica locale e dei sindacati contro la possibile perdita di posti di lavoro. Il 2006 fu un anno cruciale per il rinnovamento del discorso sul Pisq. A gennaio, una manifestazione del territorio in difesa dell’impresa vede sindaci e sindacati uniti nel richiedere una concertazione governo-Regione-Provincia per l’aumento degli stanziamenti alla Difesa. 

Nella classe politica prendono piede due argomentazioni, con il tentativo di distogliere l’attenzione popolare dall’occupazione militare: il Poligono non sarebbe una servitù militare ma un polo tecnologico strategico per lo sviluppo, per la sua utilità in campo civile nell’aeronautica e nell’aerospazio, tecnologicamente all’avanguardia; il problema delle «servitù militari», riducibili, va scorporato dalla presenza dei poligoni, essenziali. A giugno, celebrando i cinquant’anni del Pisq, il sindaco di Perdasdefogu lo definisce «motore per lo sviluppo economico della comunità» per via delle ricadute civili della spesa per la Difesa. A ottobre i consiglieri regionali di Forza Italia richiedono alla Giunta Soru di operare affinché la Sardegna conservi il ruolo di centro europeo di ricerca e sviluppo tecnologico. A novembre il sottosegretario alla Difesa del nuovo governo Prodi, Emidio Casula, dal Poligono afferma l’intenzione di fare dell’isola un centro della ricerca tecnologica, capace di attrarre investimenti e lavoro altamente qualificato dall’Europa e dal mondo, rassicurando circa il rinnovo del contratto tra la Difesa e la Vitrociset. Nel 2007 la vertenza finirà con la firma dell’accordo tra assessorato regionale al lavoro, l’azienda e i sindacati; lo stesso anno si assiste al primo volo di un aereo senza pilota in collaborazione tra il Pisq e la Cira. 

Nel 2013 e nel 2014, a seguito dell’inchiesta giudiziaria sul Poligono, la Vitrociset ha usato ancora l’arma del ricatto occupazionale. Nel frattempo l’allargamento delle attività dell’azienda ha reso meno conveniente il suo possesso; così di fronte alla progressiva crescita dei debiti e a un drastico calo degli utili, la famiglia Crociani nel febbraio 2019 ha ceduto a Leonardo la proprietà del 100% delle azioni, riuscendo a conservare in Italia il controllo di un’impresa di interesse strategico per lo Stato. 

Il complesso militare-industriale e le istituzioni estrattive sarde

Recentemente, 45 persone sono state rinviate a giudizio, su richiesta della Procura distrettuale anti-terrorismo: 5 per associazione con finalità eversive dell’ordine democratico e 40 per reati minori commessi nell’ambito delle manifestazioni contro le basi di Quirra, Decimomannu e Teulada dal 2014 al 2017. Il governo si è costituito parte civile contro di loro, considerati – dai capi di imputazione – come esponenti di un «antimilitarismo sovversivo».

Il tentativo è quello di criminalizzare una lotta di autodeterminazione, la cui pericolosità sta nel mostrare all’opinione pubblica la reale condizione di subalternità della Sardegna. Non si tratta di mero antimilitarismo. Porsi il problema dell’occupazione militare, infatti, implica riflettere sulla questione sarda in generale, ragionare sulla collocazione isolana nel Mediterraneo, entro lo Stato italiano e la Nato, comprendere quali siano gli interessi dominanti e quanto sia necessario rompere gli attuali rapporti di forza. La questione sarda è una questione di potere e rafforzare il potere di fatto del popolo sardo è condizione preliminare alla sua risoluzione. 

*Andria Pili è studente presso il corso di laurea magistrale in Scienze Economiche/Politiche Pubbliche dell’Università degli studi di Cagliari. Si è laureato in Economia e Finanza con una tesi sul rapporto tra istituzioni e sottosviluppo nella storia economica sarda. Ha militato come attivista politico-culturale nella gioventù indipendentista e nel comitato studentesco contro l’occupazione militare. Membro del collettivo Filosofia de Logu, con cui è co-autore del libro Decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna (Meltemi 2021).

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