Il cesto marcio

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Annamaria Manzoni 12 Luglio 2021

Di fronte all’orrore dei fatti di Santa Maria Capua Vetere dovremmo avere prima di tutto la consapevolezza di quanto i casi di tortura siano una realtà estesa nelle carceri.

La domanda è: quali sono le dinamiche alla base di comportamenti che certo non sono la norma, ma sufficientemente diffusi da avere i contorni di un fenomeno sociale?

Al concetto abusato di “mele marce” di norma usato per descrivere gli scandali che scoppiano all’interno di alcune istituzioni totali, Philip Zimbardo contrappone il concetto di “cesto marcio”: non sono individui aberranti a compiere azioni riprovevoli a danno di una istituzione, ma sono certi tipi di istituzioni a costituire il contenitore, il cesto marcio che contagia chi vi è all’interno.

Le sue considerazioni vanno estese ad altre realtà, dalla più mastodontica, la guerra, alla quotidianità dei mattatoi

I fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, oggetto della cronaca di questi giorni, che parlano di vessazioni a danno dei detenuti, fanno riferimento ai uno dei tanti modi in cui si declina il concetto di tortura. Tortura che, in Italia, è considerata reato dal luglio del 2017, con l’entrata in vigore della legge al riguardo, la cui discussione si era protratta per quasi trent’anni, anni irti di una infinità di ostacoli, da leggere come riferiti a un’innegabile diffusa giustificazione dei comportamenti aggressivi che possono avere luogo ad opera dei tutori dell’ordine a danno dei cittadini, detenuti o meno che siano.

La storia della tortura è antichissima e ben documentata dagli studiosi. Limitando l’ottica solo ai tempi più recenti, l’idea di fondo che le carceri siano quasi per loro stessa natura luoghi di prepotenza e prevaricazione tra i detenuti e sui detenuti, è stata supportata anche da un’enorme filmografia, che, di certo comprende titoli atti a soddisfare, con la messa in onda di una sadismo fuori controllo, i bisogni voyeristici e morbosi di una vasta porzione di pubblico. Ma anche opere importanti, di esplicita denuncia di un sistema malato, divenute in modi diversi dei cult-movies dalle più svariate ambientazioni: tanto per citare Papillon (1974; Guyana francese); Fuga di mezzanotte (1978; Turchia) ; Nel nome del padre (1993) e Hunger (2008; Irlanda del nord). Solo l’imbarazzo della scelta per quanto riguarda gli Stati Uniti: Bruebaker (1980); Le ali della libertà (1994); L’isola dell’ingiustizia-Alcatraz (1995); Sleepers (1996). Limitandoci alle cose di casa nostra, senza dimenticare Detenuto in attesa di giudizio con la denuncia, regolarmente rimossa, di Alberto Sordi dei mali grotteschi del sistema giudiziario, è ovvio ricordare Diaz, sul G8 di Genova, e Sulla mia pelle, ricostruzione della tragica uccisione di Stefano Cucchi.

Ma esiste anche un docu-film biografico-sociale, Ossigeno (2012), sulla vita di Agrippino Costa, uno che di carcere se ne intendeva avendovi passato vent’anni della sua vita, dodici dei quali nelle carceri speciali: la ricostruzione che ne fa è sconvolgente, riferita, tra le altre cose, alla normalizzazione dei soprusi da parte delle guardie, alla prassi consolidata dei pestaggi programmati, che i detenuti aspettavano con la terrorizzata consapevolezza di non potervisi sottrarre, al ripetersi dei passaggi obbligati nello spazio tra le forche caudine delle guardie che colpivano con calci, pugni, manganelli. Il senso di oppressione è racchiuso in quel titolo, Ossigeno, che è un anelito a poter respirare. Non risulta ne siano seguite denunce di falso. E nemmeno che ne siano seguiti indagini di alcun tipo.

Non è il caso di guardare fuori dal mondo occidentale, nei paesi dove i diritti umani sono carta straccia: nessun commento sarebbe in grado di dare forma alle reazioni di sconquasso del pensiero davanti ai documentari che, on line, è possibile reperire.

La punta dell’iceberg

Restiamo quindi nei limiti del “nostro” mondo: Susan Sontag, quando parlava della sconvolgente testimonianza che le foto di guerra ci offrono, sollecitava a guardarle pensando a tutto quello che non offrono; in altri termini, spesso ciò che emerge, anche molto faticosamente, è solo la punta dell’iceberg di qualcosa di ben più vasto e drammatico. Il suo appello a non costringere il pensiero entro i limiti dell’informazione offerta, penso vada a buon diritto accolto per i casi di torture emersi nelle carceri italiane, che rimandano a una realtà ben più estesa.

Le denunce, ora che la legge esiste, sono diventate frequenti, spesso presentate dai parenti dei detenuti attraverso l’associazione Antigone (il nome è quello della protagonista dell’omonima tragedia di Sofocle, che ostinatamente pone le regole della morale al di sopra di quelle stabilite dalla legge). I fatti riguardano tante diverse carceri: ad Ascoli Piceno, Piacenza, Modena, Rieti, Monza… Gli episodi denunciati, simili l’uno all’altro, parlano di interventi violenti di operatori carcerari che infuriano sui detenuti. Lo fanno difesi dalle loro divise, spesso con i visi nascosti da caschi e visiere abbassate: usano calci, pugni, manganelli; sono in tanti contro uno solo; picchiano furiosamente mentre l’altro, indifeso e quasi denudato, cerca di proteggere qualche parte del proprio corpo, in un’impresa impossibile perché i colpi arrivano da più parti e colpiscono indifferentemente la testa, il viso, le gambe, i genitali, le braccia. Le urla sono il sottofondo che rende più spaventosa l’aggressione; gli insulti sono la norma; l’umiliazione è parte del tutto. Non mancano variazioni sul tema, con pestaggi su chi è chiuso in ascensore e quindi in una situazione fortemente claustrofobica, che dilata il vissuto di impotenza; o su chi è in carrozzella e quindi ancora più debole. Non c’è via di scampo per nessuno. A interrompere il disastro morale potrebbe risvegliarsi una sopita forma di empatia, che sembra però latitare per quasi tutti. Quasi, come vedremo. Se le descrizioni sono spaventose, i filmati lo sono di più, come avvertono le introduzioni on line: Si informa che il filmato, a causa di scene particolarmente violente, può disturbare la sensibilità di chi guarda. La sensibilità di chi guarda è in effetti molto disturbata, ma non autorizza a non guardare allo scopo di difendere se stessa, pena la rinuncia al dovere di sapere, che è condizione imprescindibile per prendere posizione e provare ad agire.

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Dovrebbero farlo anche e soprattutto politici e commentatori, che, pur nelle diversità che li definiscono, tendono a tarare il grado di indignazione e il ricorso al garantismo del tutti innocenti fino all’ultimo grado di giudizio a seconda della convenienza. È un dato di fatto, per esempio, che la questione carcere, nella declinazione di tutte le sue problematiche, è regolarmente assente dalle campagne elettorali, per un il semplice motivo che non interessa e quindi non porta voti. Il carcere e i suoi inquilini, oggetto di una vasta rimozione, non disturbano i pensieri della gente, si confondono con una grande discarica dove buttare i colpevoli di qualsivoglia reato e, in quanto tali, ricettori del male, di cui noi, quelli fuori, siamo felici di riconoscerci innocenti. I politici, che in genere non vivono di ideali, ma di sondaggi, pur divisi su tutto, appaiono uniti in una comoda alleanza in linea con il pensiero comune.

Li rassicura forse la considerazione che, in occasione di soprusi violenti, mai ne risulta vittima uno che conta, un colletto bianco o un boss riconosciuto: solo i più reietti, che si tratti di migranti, spacciatori di piccolo calibro, gente comune. Il che induce tra l’altro alla riflessione che i “picchiatori”, lungi dall’essere ottenebrati dall’ira, siano ben capaci di intendere e volere mentre buttano all’aria ogni norma, anche morale.

Al di là del doveroso accertamento dei singoli fatti, resta una fondamentale domanda di fondo: perché, come è possibile, quali sono le dinamiche alla base di comportamenti che certo non sono la norma, ma sufficientemente diffusi da avere i contorni di un fenomeno sociale?

Philip Zimbardo e il male situazionale

Assolutamente fondamentale richiamarsi agli studi di Philip Zimbardo, psicologo statunitense di prestigio mondiale. Lui, nel 1971, alla Standford University, diede vita a un famosissimo esperimento: si riproduceva una situazione fittizia in cui venivano calati nel ruolo di carcerati e carcerieri ventiquattro studenti universitari, reclutati per uno studio inizialmente teso a occuparsi dei modi dell’adattamento al carcere. I giovani, assegnati a rivestire il ruolo di guardie o di prigionieri, furono portati all’interno dell’università dove fu ricreato con precisione l’ambiente di una prigione, con tanto di guardie in uniformi color cachi, occhiali a specchio, manganelli, fischietti… e i prigionieri in uniformi da galeotti, sandali di gomma, nessun indumento intimo, catena al piede.

La situazione sfuggì di mano in pochissime ore: i carcerieri cominciarono a mettere in atto rituali degradanti e condotte violente tanto da provocare nelle vittime seri rischi personali, e l’esperimento previsto della durata di due settimane dovette essere sospeso dopo solo sei giorni a causa del serio pericolo per l’incolumità fisica e psichica dei partecipanti.

I gradi di sadismo non risultarono gli stessi in ognuno dei perpetratori di violenze e tra le guardie ci fu chi (Geoff Landry) si comportò correttamente, come tra i detenuti non tutte le reazioni furono di identica sofferenza.

I dati emersi risultarono assolutamente scioccanti per gli stessi sperimentatori e da allora sono costante oggetto di interpretazione nel tentativo di trovare una risposta a una domanda essenziale: come è possibile che ragazzi “normali”, “per bene”, potessero in poche ore trasformarsi in aguzzini spietati dei loro coetanei?

Zimbardo, che ancora oggi a distanza di mezzo secolo viene regolarmente intervistato al proposito, sostiene che il male è spesso situazionale, frutto non di disposizioni personali disfunzionali, ma del ruolo che si ricopre: il confine tra bene e male, lo ribadisce in continuazione, è labile e chiunque lo può oltrepassare con grande facilità se immesso in particolari contesti.

Il “cesto marcio”

Al concetto abusato di “mele marce” di norma usato per descrivere gli scandali che scoppiano all’interno di alcune istituzioni totali, lui continua a contrapporre il concetto di “cesto marcio”: non sono individui aberranti a compiere azioni riprovevoli a danno di una istituzione, ma sono certi tipi di istituzioni a costituire il contenitore, il cesto marcio che contagia chi vi è all’interno.

Il cesto marcio nello specifico è da individuare nella stessa struttura carceraria, punitiva, definita da durissimi rapporti di potere, dalla convinzione che tutto il male sta dalla parte di chi è lì per scontare le sue colpe, che fanno di lui un essere non meritevole di rispetto, mentre dall’altra i tutori di ordine, disciplina, legalità identificano se stessi come i rappresentanti della “Giustizia” con la G maiuscola. Tutto l’apparato carcerario può supportare queste convinzioni, dalle divise degli operatori corredate da pistole, alla riduzione dei carcerati a un po’ che adulti: ancora oggi, nelle carceri italiane, le richieste alla direzione sono definite “domandine“, termine che umilia i loro autori incassandoli in un ruolo di scolaretti davanti all’insegnante: potenza del linguaggio, che non è certo casuale.

Queste interpretazioni furono riproposte da Philippe Zimbardo, chiamato come esperto a valutare i fatti di Abhu Graib, dove alcuni soldati e soldatesse americani si erano macchiati dei peggio trattamenti a danno di prigionieri iracheni.

Per chiarire ancora meglio: se il contesto è caratterizzato da rapporti di potere a da comportamenti di grande durezza, questo stesso contesto può divenire causa prima della prepotenza esercitata nei confronti di chi è indifeso. Certamente non deve essere ignorata l’eventuale presenza di persone con strutture sadiche di personalità, ma è fondamentale occuparsi dei meccanismi attivi nei contesti in cui agiscono: esercitare in contesti duri e difficili un potere riconosciuto su un altro che si trova in una posizione fortemente subalterna diventa il nucleo di comportamenti che si alimentano poi della parte peggiore di sé, di noi. Perché una parte negativa, un’ombra, fa di certo parte del mondo interiore di ognuno di noi e la possibilità del male ci appartiene in quanto esseri umani tanto quanto la possibilità del bene: esistono realtà che nutrono e alimentano il nostro sé peggiore, scardinano i freni inibitori, danno la stura al peggio.

Interessante notare come nell’esperimento di Zimbardo emerga la figura della guardia buona, di quel Geoff Landry che si rifiuta di fare ciò che i suoi colleghi fanno, che ha il coraggio di opporsi e la forza di restare aderente a un proprio codice morale. Anche nei fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere c’è un’analoga figura, quella della guardia che si oppone, anche se solitaria e invitata dal collega a farsi i fatti suoi. Si tratta di ben più di uno spiraglio di ottimismo: in ogni situazione è possibile opporsi, dire di no, non adeguarsi all’autorità o alla maggioranza: e questo riporta al ruolo della responsabilità individuale, da cui, comunque, non è lecito prescindere.

Se l’oggetto di studio di Zimbardo è stato quello dei contesti carcerari, le sue considerazioni vanno estese ad altre realtà, la più mastodontica delle quali è quella bellica: in nessun campo come in quello di battaglia le “brave persone” possono agire come carnefici: è il male situazionale a trasformare gente qualunque, gente per bene in gente capace di stuprare, torturare, brutalizzare.

Abbattuti come vitelli

E altri contesti sono abitati da simili dinamiche: sono i mattatoi, laddove chi vi lavora passa la giornata a macellare animali a catena di montaggio, senza un attimo di respiro, in un inferno di sangue, lamenti, dolore. È questo lo scenario dove la violenza spesso esonda da quella “necessaria” a portare a termine il proprio compito di macellatore a quella supplementare che induce a tormentare gratuitamente, senza scopo, gli animali che già stanno soffrendo l’impensabile.

Non è un caso il fiorire di un linguaggio che getta un ponte tra la realtà delle torture da parte delle forze dell’ordine e quelle che vedono come vittime i nonumani. Per esemplificare: Qualche detenuto viene trascinato come un capo di bestiame (descrizione su Domani); Un’orribile mattanza (il GIP che si occupa di Santa Maria Capua Vetere); Una macelleria messicana (il vicequestore che si occupava dei fatti del G8 di Genova), Abbattimento dei vitelli (conversazioni tra agenti nell’azione punitiva a S.M. Capua Vetere).

Ora l’uso di queste similitudini con quanto avviene nella nostra relazione con gli altri animali è fortemente significativo. Nello specifico delle frasi citate, il termine macelleria se chiamato a designare il luogo occupato da esposizione e vendita dei resti sanguinolenti di parti di animali è privo di connotazioni negative, è l’insegna magari luminosa di un negozio: ma se viene riferito a umani, allora lo stesso termine acquista improvvisamente un significato orribile, generatore di raccapriccio. Esattamente come succede a mattanza, che ritrova il senso di azione ignobile solo se le vittime sono umane, a fronte della mattanza dei tonni, della mattanza degli agnelli e di tutti gli altri nonumani che pare non indignare affatto la grandissima maggioranza delle persone.

E niente più dell’abbattimento dei vitelli è in grado di sollecitare l’immagine crudele della forza bruta che si abbatte su un innocente indifeso, così come indigna il trascinamento di un corpo come un capo di bestiame.

Ma quando quel corpo è di un capo di bestiame lo sdegno è rimosso, negato, accucciato in una angolo della coscienza da cui fuoriesce esplodendo solo quando a soffrire è un umano. Sarebbe davvero necessario ripensare a tutto questo e riconoscere che lo sconquasso emotivo che accompagna il venire a contatto con la brutalità esercitata sugli umani dovrebbe a buon diritto conflagrare anche quando le vittime sono animali. L’uso stesso di queste metafore testimonia la nostra consapevolezza al proposito. Non sarebbe fuori luogo riprendere in seria considerazione quanto diceva, in modo simile a tanti altri pensatori, Edgar Kupfer-Koberwitz, reduce dall’internamento a Dachau, che

“gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati… poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli”.

Il linguaggio che ascoltiamo in questi giorni dovrebbe indurre a farlo seriamente.

In fondo ogni cosa è collegata: se il battito d’ali di una farfalla in Brasile può causare un cataclisma in Texas, dovremmo finalmente prendere consapevolezza che anche ciò che ci stupisce e ci sdegna, nel suo ripetersi, non è opera di marziani, ma frutto non programmato delle azioni che compiamo e di cui non percepiamo la portata in termini di conseguenze materiali e di tracollo etico.


Annamaria Manzoni è psicologa e psicoterapeuta. Ha scritto diversi articoli pubblicati su riviste di psicologia; per Bompiani ha pubblicato Noi abbiamo un sogno (il saggio prende spunto dal noto discorso di Martin Luther King estendendone la battaglia antiazzista a quella contro la discriminazione di specie). Per Sonda ha pubblicato In direzione contraria che esplora la comunicazione tra animali umani e non e Sulla cattiva strada (sul legame tra la violenza sugli animali e quella sugli umani).

Molti dei suoi articoli sono su http://annamariamanzoni.blogspot.it/.

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