Nelle risaie vercellesi, un’alleanza tra agricoltori e ambiente naturale

Dal blog http://www.piemonteparchi.it/

Laura Succi Martedì, 6 Luglio 2021

Oggi la produzione agricola deve essere sostenibile e tener conto della biodiversità e della tutela del paesaggio. Andiamo insieme alla scoperta delle buone pratiche, sull’esempio della Cascina Cesiola Vecchia di Crescentino, che coltiva il riso in modo innovativo, riscoprendo le tecniche della tradizione.

Paolo Mosca, titolare della Cascina Cesiola Vecchia di Crescentino, in uno scatto del padre Giovanni

Ci sono posti dove è bene che vadano i bimbi la domenica mattina, si tolgano le scarpe e si inzaccherino da capo a piedi, come la piccola protagonista del libro “Valentina e i segreti della natura” (Editore Piccoli), giusto per sfogare il loro puro istinto di unione con la natura, che proprio attraverso di loro si rinvigorirà.

Uno di questi luoghi è nelle risaie vercellesi – nel territorio compreso fra i comuni di Crescentino, Fontanetto Po, Livorno Ferraris, Tricerro, Trino, Crova, Ronsecco, Salasco, Sali Vercellese, San Germano Vercellese e Tronzano Vercellese, in cui sono state istituite delle Zone di Protezione Speciale (ZPS) della Rete Natura 2000 per l’avifauna.

Qui, grazie ad alcuni agricoltori, sono rispuntate in un batter d’occhio le specie vegetali tipiche di quei luoghi: querce, frassini, carpini, tappeti di carici e di giunchi, che erano impazienti di tornare a vivere nel loro ambiente di origine, proprio come avevano sempre fatto, prima che l’uomo irrompesse nell’ordito sapiente della natura.

Coltivare riso, sostenibilmente

Già, perché oggi produrre tonnellate di cibo non è più sufficiente, bisogna generare anche altrettante tonnellate di biodiversità, paesaggio e sostenibilità.

Lo sa bene l’agronomo Paolo Maria Mosca titolare della Cascina Cesiola Vecchia di Crescentino che ha interpretato la coltivazione del riso in un modo diverso dal comune: “Bisogna sapersi guardare indietro mentre si guarda lontano verso il futuro. Vengo da una famiglia di agricoltori da generazioni: mio nonno, classe 1920, aveva sulla punta delle dita i principi cardine dell’agroecologia, era questione di sopravvivenza, non vi erano alternative, non c’erano strumenti d’ausilio oltre alla conoscenza delle regole agronomiche che fanno funzionare l’agricoltura.

Chi nasceva alcuni anni dopo, durante il boom economico, nel momento della rivoluzione verde, alcune di queste conoscenze le aveva già perse, allettato dalla comodità di strumenti più semplici e sostitutivi. Oggi l’agricoltura è forse giunta al culmine di questa fase di sostituzione della conoscenza con la tecnologia e ci illudiamo talvolta che con droni, sensori, software e chimica ad alta tecnologia per i controlli degli insetti e delle malerbe tutto sia facilmente risolvibile.

Quello che vediamo accadere oggi in agricoltura ci conferma che non è tutto semplice quanto sembra, infatti serve ben altro oltre alla chimica e alle tecnologie: occorre tornare a essere agricoltori conoscitori di agronomia ed ecologia, lavorare con costanza per ottenere agro-ecosistemi più complessi e variegati. In questo modo si concorre ad un controllo ecologico naturale. Un ecosistema bilanciato e in equilibrio deve essere diversificato, perché è ormai chiaro che più semplifichiamo il sistema più aumentano i problemi”.

Paolo Mosca e Giuseppe Alesina, grazie a una collaborazione alquanto proficua e a un contributo del Piano di Sviluppo Rurale (PSR), hanno riqualificato l’ecosistema di un’importante area considerata da tanti una semplice area marginale, la Cascina Torba, per alcuni persino fastidiosa, non avendo ai loro occhi rilevanza economica, ma che invece possiede una funzione incredibilmente utile dal punto di vista agroambientale.

“Si pensi a circa undici ettari di terra che includono tre diversi habitat di rilevanza comunitaria, con specie autoctone in via di estinzione, quali la felce palustre (Osmunda Regalis), la testuggine palustre (Emys orbicularis), la farfalla delle paludi (Lycaena dispar), il pipistrello di Nathusius (Pipistrellus nathusi) molto raro e tipico delle zone umide. Questo per la nostra azienda è stato un importante passo avanti, una traduzione in termini pratici e concreti del concetto di ‘servizio ecosistemico’ reso dall’impresa agricola, perfettamente in linea con quando previsto dalla transizione ecologica e con i principi voluti anche dalle strategie per lo sviluppo sostenibile dell’ONU e dalla Politica Agricola Comune dell’Unione Europea”.

Quanto al sistema produttivo che cosa sta facendo in concreto? A ottobre, immediatamente dopo la trebbiatura del riso, Mosca semina su tutti i suoi campi una coltura di copertura, la “cover crop” ovvero una coltura di copertura, una coltivazione a perdere fatta da diverse specie come la veccia villosa che è tra le più indicate come leguminosa, mentre le graminacee più adatte sono il loietto, ma anche la segale, il triticale, l’orzo e il frumento che consentono di accumulare grandi quantità di biomassa da restituire poi al suolo per conferirgli fertilità.

Nuovi metodi produttivi

Il manto verde, molto rigoglioso e abbondante durante l’inverno viene poi pascolato, rilasciando al suolo grandi quantità di letame. A maggio la cover crop è pronta per essere “schiacciata a terra” con i rulli per la semina contestuale, definita “su sodo”, cioè direttamente su questo manto coricato a terra. Tutto quanto viene poi sommerso ed è così che, grazie alla pacciamatura naturale si riescono a tenere a freno le erbe infestanti. Si tornerà in campo per la raccolta nell’autunno se tutto va bene con ottimi risultati.

Mosca ha ottenuto in questo modo un risultato straordinario: “Abbiamo azzerato l’uso dei fitofarmaci, ci siamo allontanati, ormai da alcuni anni, dalla dipendenza dalla chimica per produrre. Non è certamente facile fare quello che siamo riusciti a fare ma è certo che ciascuno, nella propria azienda con intraprendenza e ambizione, può arrivare a risultati inimmaginabili.

Viviamo in un sistema che ci impone ritmi, usi, prodotti e tecnologie preconfezionate, servono invece anzitutto grande voglia e coraggio per tornare liberi e indipendenti. È un lavoro faticoso, i risultati impongono una strada tortuosa ma non tardano ad arrivare. Oltre a produrre quasi sei tonnellate per ettaro, una produzione ottima per il riso biologico, si producono anche esternalità positive per il benessere dela collettività. Infatti, alle sei tonnellate di riso dobbiamo aggiungere – come dicevo – una quantità importante di biodiversità, di paesaggio, di presidio del territorio, di salute e anche di piacere nel fare un lavoro che, con strumenti semplicissimi, ottiene una produzione di tutto rispetto, garantendo la sostenibilità economica della sua impresa”.

Uno dei punti caldi è la gestione delle erbe infestanti: la stampa specializzata è infatti piena di articoli e ricerche sull’argomento, così come sugli attacchi fungini, il brusone del riso (Pyricularia grisea), un agente patogeno che ha effetti gravi sulle colture e gli insetti, e il punteruolo acquatico (Lissorhortrus oryzophilus) che non fa dormire sonni tranquilli agli agricoltori.

“Ma la soluzione è molto semplice – dice Mosca – e consiste nel cambiare modello produttivo, un modello votato alla sostenibilità, una strada possibile oltre che conveniente. Non coltivare il riso sempre nello stesso campo, adottare una rotazione intelligente, scegliere varietà di riso più resistenti, varietà più robuste che crescono molto in fretta e hanno bisogno di poco”.

“In tanti mi dicono però che non ci si può nascondere dietro a un dito, perché la produzione con il sistema biologico è inferiore a una coltivazione convenzionale. Questo è vero, ci mancherebbe, ma vanno considerati anche altri aspetti oltre a quello esclusivamente produttivo: vivere in un ambiente sano e privo di inquinanti ha un valore importante, passeggiare in mezzo agli alberi in una campagna verde (non arancione per via dei disseccanti utilizzati qua e là) ha un valore, evitare di contaminarmi facendo i trattamentimha un valore che va considerato”.

Aumentare il livello di biodiversità

Aumentare il livello di biodiversità ha un valore altissimo, adottare pratiche che concorrono ad aumentare la fertilità naturale dei suoli è altrettanto  importante anche per contribuire a contrastare il cambiamento climatico che sta impattando irreversibilmente su tutti noi. Se mettiamo sul piatto della bilancia tutti gli aspetti e li ponderiamo attentamente, allora forse il bilancio torna a favore del sistema biologico (quello vero s’intende) anche se per contro dobbiamo rinunciare ad una esigua parte di produzione. Senza contare il valore che ha essere liberi dalla dipendenza da strumenti terzi per poter produrre; questo è il vero tema che, per un imprenditore oggi, vale tantissimo.

Alice Cerutti, Vicepresidente dell’Ente di gestione delle Aree protette del Po piemontese, ha qualcosa da aggiungere: “La realtà risicola è una realtà agricola oltremodo diversificata: ogni azienda, piccola o grande, riflette la concezione agronomica di chi la conduce. L’agricoltura è un settore chiave. Si fa sempre più strada, pur fra molte difficoltà, la consapevolezza che l’agricoltore sia un custode del territorio e che il territorio non sia un bene ripetibile.

Nuova coscienza, dunque, e nuove tecniche di coltivazione, sinergia necessaria tra aspetti ambientali ed economici dell’azienda agricola, per raggiungere risultati per il bene comune. La nuova coscienza è sentita anche dai consumatori, sempre più attenti all’origine e al sistema di coltivazione dei prodotti, tutti elementi che diventano fondamentali nelle scelte alimentari. Questo è il momento della transizione ecologica ed è nostra responsabilità costruire insieme, lungo tutta la filiera, un nuovo sistema. La grande sfida dell’Ente Parco è quindi la capacità di recepire esperienze diverse, comunicare e alimentare la visione ecologica che lo contraddistingue.

Promuovere progetti di ricostruzione degli ambienti naturali, delle siepi, dei boschetti e delle zone umide. La tutela e l’incremento della biodiversità diventano fondamentali. Nella nostra azienda abbiamo creato una vasta area umida importantissima per la biodiversità, finalizzata in particolare alla sopravvivenza e alla riproduzione di specie differenti tra cui anfibi, farfalle, libellule, e alla nidificazione di varie specie di uccelli acquatici migratori, in particolare la Pittima reale, per la quale i terreni della nostra azienda rappresentano l’ultimo sito censito di nidificazione in Italia”.

Gli agricoltori stanno prendendo coscienza dei rapporti di causa ed effetto tra ciò che si fa nei campi e le ricadute in termini di biodiversità, quest’ultima straordinariamente utile all’agricoltura e del tutto gratuita: un’azienda innovativa non può non tenerne conto. Se passare tutti quanti al biologico non è pensabile, almeno nel breve periodo, si devono fare scelte sostenibili e coraggiose da subito, il nostro pianeta ce lo sta facendo capire in tutti i modi.

Una nuova alleanza tra agricoltori e ambiente naturale è tutt’altro che utopia, occorre mettere insieme le tradizioni degli avi con le ricerche più innovative sviluppate nel settore, cosa che sta diventando sempre più diffusa.

Per approfondimenti

Convegno conclusivo del progetto Risobiosystems, finanziato dal MIPAAF e coordinato dal CREA – Centro per la Cerealicoltura e le Colture Industriali,  sulla risicoltura biologica nazionale.

Registrazione del verso del tarabuso (Botaurus stellaris

Riferimento di Paolo Maria Mosca (Cascina Cesiola Vecchia di Crescentino): paolomariamosca@gmail.com

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