Perché il calo delle nascite può essere una buona notizia

Dal blog https://www.iltascabile.com/

Alessio Giacometti / Immagine: Una scena del film “Il senso della vita” dei Monty Python (1983) 2.8.2021

A patto di capire come governare questo rallentamento: una riflessione a partire dall’ultimo libro di Danny Dorling.

Alessio Giacometti è nato a Padova nel 1992 e ha una laurea in Sociologia. Suoi testi sono stati pubblicati su Il Tascabile, la newsletter MEDUSA, Le Macchine Volanti, Singola e altre riviste. Share Share

L’ anno scorso, con l’umanità bloccata a casa dal lockdown, più di qualcuno ipotizzava che il confinamento domestico avrebbe acceso la miccia di un nuovo baby boom, un aumento repentino e generalizzato dei concepimenti che nella storia recente si è spesso verificato in corrispondenza dei momenti di maggiore incertezza, quando mettere al mondo un figlio è, o almeno sembra essere, un’assicurazione sul futuro.

Con buona pace delle profezie, però, i dati raccolti dai centri di ricerca nazionale e internazionale rilevano una realtà completamente diversa: tutt’altro che con un baby boom, un po’ ovunque nel mondo le persone hanno reagito alla pandemia di COVID-19 con un baby bust, un crollo delle nascite. Negli Stati Uniti, ad esempio, il numero di nuovi nati nel 2020 è caduto al livello più basso degli ultimi quaranta anni, in Canada è tornato alla media registrata durante la Prima guerra mondiale, mentre in Italia sono nati solo 404.104 bambini, mai così pochi dall’unificazione del 1861. Con le culle rimaste in larga parte vuote, si è tornati a chiedersi se il calo delle nascite sia un bene o un male, se sul pianeta gli esseri umani siano già troppi o non rischino invece di diventare troppo pochi, se quello demografico sia un problema di sovrappopolamento o, al contrario, di lento suicidio della razza.

Chi giudica negativamente il declino delle nascite teme soprattutto l’invecchiamento della popolazione e il conseguente dissesto dell’economia, che si fonda sul contributo della forza lavoro giovane al sostentamento della popolazione non più attiva. Chi si preoccupa per la sovrappopolazione crede invece che troppi esseri umani sulla Terra condurranno dritti al collasso ambientale, e che il numero di persone che il pianeta può sostenere sia di molto inferiore rispetto a quello attuale – intorno ai 3 miliardi di individui calcolati da uno studio, sempre molto citato, di qualche anno fa. Come ha osservato Laura Spinney sul Guardian, è certo che la crescita della popolazione e la crisi climatica sono in qualche modo legate, anche se non sappiamo dire esattamente come: più gente sulla Terra vuol dire più consumi e più emissioni, ma è una minoranza della popolazione mondiale a concentrarne la maggior parte, per cui quello tra demografia e sostenibilità rimane un rapporto dibattuto e controverso, che ancora divide gli esperti.

La popolazione mondiale sta ancora crescendo, però di una crescita che decelera, il tipo di decelerazione necessario e auspicabile, secondo il geografo sociale Danny Dorling.

Tra gli studiosi “apocalittici” c’è chi legge nella crescita della popolazione una minaccia per l’ambiente e include la decisione di non avere figli fra i maggiori contributi alla riduzione dell’impronta ecologica individuale. E c’è chi, come Darrell Bricker e John Ibbitson, autori di Pianeta vuoto. Siamo troppi o troppo pochi? (2020), avverte invece che la denatalità porterà più sventure alla società che benefici concreti per l’ambiente. Dal canto loro, gli ottimisti della crescita demografica sono soliti ripetere che più persone significhi maggiore creatività e innovazione per lo sviluppo di tecnologie che possano rendere sostenibile la presenza umana sul pianeta.

Tra le voci fuori dal coro, spicca per acume e autorevolezza quella del geografo sociale Danny Dorling, secondo il quale il rallentamento nella crescita della popolazione è un fenomeno epocale e decisivo, cominciato già da tempo, con conseguenze sul futuro del capitalismo, dell’umanità e della biosfera tutta che nel lungo termine si riveleranno essere positive. “Quello che stiamo vedendo”, assicura Dorling nel suo Rallentare. La fine della Grande Accelerazione e perché è un bene (Raffaello Cortina, 2021), “è quasi esattamente il tipo di decelerazione necessario se vogliamo sopravvivere in un modo che ci permetta di essere felici”.

Per descrivere il rallentamento demografico in corso a livello mondiale Dorling ricorre a delle timeline o “ritratti di fase”, una tecnica di visualizzazione del cambiamento inusuale per le scienze sociali perché tiene graficamente insieme quattro diverse variabili: il tempo, il numero di persone sulla Terra, la sua variazione in termini assoluti (la derivata prima della curva) e la velocità stessa della variazione (la derivata seconda). Nel suo lavoro così scrupoloso sulle proiezioni demografiche e sulle serie storiche c’è lo sforzo divulgativo di accorciare la distanza tra la realtà e l’idea che ce ne siamo fatti, tra i timori che abbiamo e quelli che invece dovremmo avere, con la convinzione di fondo che per capire davvero un fenomeno si debba anzitutto individuare la forma della sua curva. E i grafici “a spirale” tratteggiati Dorling ci dicono che sì, la popolazione mondiale sta ancora crescendo, però di una crescita che decelera. 

Nel 2017 le Nazioni Unite prevedevano che l’umanità avrebbe superato i 10 miliardi di individui a metà di questo secolo e gli 11 nel 2100: due cifre spaventevoli ma smentite dalle proiezioni al ribasso delle stime più recenti. Uno studio dell’Università di Washington pubblicato l’anno scorso su Lancet fissava il raggiungimento dello human peak molto prima della fine del secolo, precisamente nel 2064, e non a 11 miliardi di individui, ma a 9,7. Poi comincerà il declino che per molti Paesi del mondo significherà recessione demografica, nell’attesa che il numero di esseri umani si assesti intorno a un nuovo e più basso livello stazionario. A quel punto, però, il capitalismo per come lo conosciamo sarà per forza di cose diverso, a giudizio di Dorling muterà in qualcosa di più stabile e sensato, perché nella sua forma attuale si regge, tra le altre cose, sull’assunto che la popolazione continuerà a espandersi indefinitamente. 

Perché averne più di due?
Quando è nato Dorling, nel 1968, in quasi tutte le nazioni del mondo la popolazione cresceva in media del 2% l’anno. Può sembrare poca cosa, ma si tratta del tasso più alto mai raggiunto dalla nostra specie. Il biologo Joel Cohen, autore di How many people can the Earth support? (1995), ha calcolato che nei primi diciassette secoli dopo Cristo il tasso di crescita annuo della popolazione mondiale è stato dello 0,05%, salito a 0,5% nell’Ottocento e a 0,6% nella prima metà del Novecento. Una popolazione che aumenta ogni anno a un ritmo vicino al 2% è quindi qualcosa di anomalo e irripetibile, un’aberrazione demografica resa possibile più dal crollo della mortalità e dall’aumento della speranza di vita che da un vero e proprio baby boom.

Il nostro giudizio sulla crescita della popolazione umana è sempre cambiato nel corso del tempo, oscillando dalla paura per la sovrappopolazione a quella speculare per il declino demografico.

La Grande Accelerazione è infatti quel periodo della storia in cui l’umanità mantenne per un po’ le abitudini riproduttive della civiltà contadina in un mondo in via di urbanizzazione in cui i bambini non morivano più come un tempo e i vecchi potevano vivere mediamente più a lungo. “Quando cominciarono a vaccinare i nuovi nati e vide la luce la sanità pubblica”, spiega Dorling, “rimanendo alta la fecondità, l’accelerazione stessa poté accelerare”. In un secolo di latenza, dal 1900 al 2000, la popolazione mondiale è balzata da 1,5 a 6 miliardi.

Eppure nello stesso 1968, al crocevia tra il movimento studentesco e il femminismo della seconda ondata, la transizione dall’accelerazione alla decelerazione era già entrata in moto. A innescarla sono stati i giovani sessantottini che hanno deciso di comportarsi in maniera diversa dai loro padri e le donne che finalmente hanno avuto la possibilità di studiare, lavorare e pianificare le dimensioni della propria famiglia. Come rileva lo stesso Dorling, “avendo meno bambini, e avendoli più tardi rispetto ai propri genitori, e giacché i loro figli hanno avuto a loro volta meno figli, spesso nessuno, al massimo due, la generazione degli anni Sessanta ha innescato un enorme cambiamento”.

Toccato il picco di 5,06 figli per donna nel 1964, il tasso globale medio di fecondità è sceso ai 3 figli del 1992 e ai 2,3 di oggi, quando metà dei Paesi del mondo viaggia oramai al di sotto della soglia di sostituzione di 2,1. Anche la crescita demografica dell’India ha smesso di accelerare nel 1995, quando si sono aggiunti 24 milioni di abitanti in un solo anno. La Cina resta oggi il paese più popoloso del mondo, tuttavia la crescita demografica dell’ultimo decennio è stata la più bassa dagli anni Cinquanta, e di questo passo la popolazione cinese potrebbe ridursi a un miliardo entro il 2100. 

Al netto della sostituzione delle perdite con l’immigrazione, a fine secolo le popolazioni di Paesi in forte denatalità come Giappone, Corea del Sud, Spagna e Italia si dimezzeranno, mentre quelle dei Paesi sub-Sahariani continueranno a crescere e addirittura triplicheranno, prima che anche lì il tasso di fecondità si assesti alla soglia di sostituzione utile a mantenere stabili i livelli demografici. Eppure, a sentire Dorling la popolazione dei Paesi africani crescerà così tanto solo se l’emigrazione verrà impedita od ostacolata:

Se aumenterà l’emigrazione dal continente, nasceranno meno bambini su suolo africano. Per giunta, i migranti che abbandonano paesi ad alta fecondità tendono ad avere meno figli nell’arco della propria esistenza rispetto a chi rimane.

La crescita della popolazione africana allarma il resto del mondo perché si temono carestie e migrazioni di massa, ma in futuro la domanda di migranti potrebbe aumentare così tanto nei paesi in declino demografico e in via di senilizzazione che il problema sarà attrarne troppo pochi, non troppi.

A rendere possibile il rallentamento globale delle nascite è un groviglio di fattori. C’entrano ovviamente i progressi in ambito sanitario e quindi la drastica riduzione della mortalità infantile (“una volta che sei sicuro che i tuoi figli ti sopravvivranno”, scrive Dorling, “perché averne più di due?”), così come la diffusione dei contraccettivi (che hanno permesso di avere meno figli senza però dover fare meno sesso), la stabilità politica e l’uscita dall’estrema povertà (“quando si è fiduciosi che la società ci proteggerà, allora si può felicemente scegliere di non avere bambini, oppure di averne uno solo”), anche se la ragione principale va ricercata nella condizione delle donne: l’accesso femminile all’istruzione superiore si è rivelato essere il più efficace tra i metodi anticoncezionali, e dovrebbe essere una priorità tutelata a livello internazionale per quei Paesi in cui la crescita della popolazione sta ancora accelerando, come la Nigeria. 

Lì dove le ragazze sono libere di studiare, iscriversi all’università, essere indipendenti economicamente e intellettualmente, decidere quando formare una propria famiglia e scegliere se avere figli e quanti, le timeline della popolazione esibiscono tutte una derivata seconda negativa (una crescita dei nuovi nati che rallenta) e in molti casi anche una derivata prima negativa (una popolazione che già si ridimensiona). “Un bambino che nascesse oggi”, commenta Dorling, “potrebbe aspettarsi di vivere abbastanza a lungo da vedere la riduzione della popolazione umana mondiale, senza che ci sia necessariamente un disastro a provocarla”. E senza neanche un regime dittatoriale che tenti di controllare brutalmente le scelte riproduttive delle persone.

Troppi, o troppo pochi
Nei Paesi dove è già cominciato e visibilmente in corso, il rallentamento demografico è oggi motivo di forte apprensione: il sentimento dominante è che le culle vuote non garantiscano il ricambio della popolazione attiva e minaccino perciò la tenuta dell’economia. In verità il nostro giudizio sulla crescita della popolazione umana è sempre cambiato nel corso del tempo, oscillando dalla paura per la sovrappopolazione a quella speculare per il declino demografico.  

Della necessità di controllare le nascite erano intrisi già molti miti ancestrali, dall’Africa all’Eurasia, e successivamente le teorie di alcuni filosofi dell’età antica come Tertulliano in Occidente e Han Fei in Oriente. Per secoli la natalità venne tuttavia sostenuta da imperatori e governanti smaniosi di accrescere il numero di sudditi e la propria forza militare. Verso la fine del Settecento, lo studioso cinese Hong Liangji e l’economista inglese Thomas Malthus riabilitarono l’idea classica che la popolazione mondiale stesse crescendo a un ritmo superiore a quello delle risorse materiali, e che questa discrasia avrebbe avuto effetti drammatici sul futuro della società. In Europa le argomentazioni di Malthus si scontrarono però con quelle di Jean-Jacques Rousseau, secondo il quale ogni donna della sua epoca avrebbe dovuto mettere al mondo almeno quattro figli per garantire la riproduzione della specie, tanto alto era alto il ritmo con cui i neonati morivano di inedia e malattia.

Nei primi anni Duemila abbiamo assistito a un ritorno delle interpretazioni antinataliste di stampo ecologista che nella crescita della popolazione vedevano uno dei fattori del riscaldamento globale.

Nell’Ottocento le tesi di Darwin sulle specie invasive vennero strumentalizzate in ambito politico per legittimare misure di ingegneria demografica, ma quella di mettere al mondo quattro figli a famiglia con la prospettiva di perderne due rimase la regola fino agli inizi del Novecento. Alle guerre mondiali seguì il baby boom e con la Grande Accelerazione la crescita demografica divenne sinonimo di sviluppo e progresso, almeno fino al 1968, che come detto rappresentò un punto di svolta decisivo.

Quell’anno lo scrittore britannico John Brunner pubblicò il romanzo distopico Tutti a Zanzibar, nel quale immaginava un mondo sovraffollato e costretto a ricorrere all’eugenetica per controllare il numero di nuovi nati, mentre il biologo americano Paul Ralph Ehrlich dava alle stampe con la moglie Anne il best seller The Population Bomb, in cui si profetizzavano catastrofiche carestie di lì a pochi anni per via della sovrappopolazione. 

L’impatto delle teorie neomalthusiane sostenute da Ehrlich, dalle tesi del Club di Roma sui limiti dello sviluppo e da altri teorici di quegli anni come Garrett Hardin – che sempre nel 1968 diffuse un famoso paper in cui suggeriva di limitare la libertà individuale di procreare – fu notevole, soprattutto in Oriente. Paesi come l’India avevano da tempo intrapreso politiche di contenimento della popolazione, ma nel 1970 il governo di Indira Gandhi decise di introdurre la sterilizzazione forzata per chi avesse già tre figli, sollevando proteste e sommosse popolari. In Cina, all’epoca della rivoluzione comunista Mao Zedong era favorevole a un elevato tasso di fertilità e bloccò perciò l’importazione di alcuni tipi di contraccettivi, poi nel 1971, dopo il fallimento del grande balzo in avanti, ritrattò e lanciò la campagna del Wan Xi Shao (“più tardi, più distanti, di meno”) per convincere i cinesi a sposarsi in età più adulta, a procreare con moderazione e a lasciar passare più tempo tra una gravidanza e la successiva. 

Fu il suo successore, Deng Xiaoping, a introdurre nel 1979 l’arcinota “politica del figlio unico”, in base alla quale alla maggior parte dei cinesi fu concessa l’autorizzazione ad avere un figlio solo, con tanto di pesanti sanzioni per i trasgressori. In Rane (2009), il Nobel per la letteratura Mo Yan racconta le vicende di una levatrice che negli anni di Mao fu la prima del suo distretto ad adottare le tecniche ostetriche occidentali per favorire le nascite e in quelli di Deng fu incaricata di praticare aborti selettivi e vasectomie. Il numero di figli per donna precipitò dal picco di 6,4 del 1965 agli 1,6 attuali, ma non fu merito della politica del figlio unico: il grosso del crollo, da sei a due figli e mezzo, si verificò nel decennio precedente. La popolazione cinese avrebbe continuato a scendere anche senza aborti forzati, infanticidi e abbandono di neonati, come avvenuto negli altri Paesi dell’estremo Oriente.

A dispetto delle funeste previsioni di Ehrlich, tra gli anni Settanta e Ottanta il tasso globale di fertilità anziché crescere subì una brusca frenata, così ad imporsi nell’immaginario politico furono le misure a sostegno della natalità di stampo conservatore e neoliberale, per altro rinfrancate dall’aumento della produzione agricola di quel periodo. Nei primi anni Duemila, poi, un ritorno del pessimismo e delle interpretazioni antinataliste di stampo ecologista che nella crescita insostenibile della popolazione vedevano uno dei fattori maggiormente responsabili del riscaldamento globale.

Oggi a spaventare è il fatto che il baby bust renda impossibile preservare le dimensioni demografiche attuale: se ne temono le ricadute sulla contrazione della forza lavoro, l’invecchiamento della popolazione, l’ordine economico e la finanziarizzazione del sistema pensionistico. Ma meno nascite vorrà dire anche una riduzione della spesa pubblica in istruzione e in welfare per l’infanzia, oppure un maggiore investimento di risorse nell’istruzione di ogni singolo bambino. Il rallentamento fa paura, fino a che non si capisce che può essere un’opportunità.

Il rallentamento fa paura, fino a che non si capisce che può essere un’opportunità.

“Lo stesso rallentamento rallenta più velocemente di quanto pensavamo sarebbe successo”, ammette Dorling, “e ancor più velocemente di quanto ritenevamo possibile. Sempre di più, e in sempre più regioni, i governi stanno tentando (quasi sempre senza riuscirci) di sostenere i tassi di fecondità”. Nel migliore dei casi le politiche per incoraggiare le nascite prevedono il rafforzamento del welfare familiare, l’estensione dei congedi parentali e l’emissione di sussidi per le famiglie numerose. Nella peggiore delle circostanze troviamo invece la propaganda dei partiti conservatori a favore della famiglia tradizionale, se non addirittura misure discriminatorie di regressione dei diritti delle donne sul fronte dell’aborto e del controllo della propria fecondità, come sta accadendo in Polonia e in Iran.

In Italia il governo ha deciso quest’anno di stimolare la natalità con l’introduzione di un assegno unico universale, che spetterà a tutte le famiglie con figli a partire dal settimo mese di gravidanza e fino alla conclusione degli studi, mentre nelle realtà locali si sperimentano già da tempo servizi innovativi di assistenza all’infanzia. Uno di questi è il sistema delle Tagesmutter, o “madri per la giornata”, un modello di accudimento collettivo basato su piccoli asili nido familiari introdotto in Val d’Ultimo, nella provincia autonoma di Bolzano. Se allarghiamo poi lo sguardo all’Europa, la Svezia viene spesso citata per essere il Paese che ha messo in campo il miglior welfare a sostegno della natalità con centri di assistenza all’infanzia, condizioni di lavoro flessibili per i neogenitori e generosi congedi di paternità, eppure anche lì la crescita del tasso di fecondità è stata esigua e nell’ultimo decennio il numero di nuovi nati è comunque diminuito.

In Cina il governo ha deciso di rilanciare le nascite rilassando la politica del figlio unico per la prima volta nel 2015, con la licenza a mettere al mondo un secondo bambino, e poi di nuovo a maggio di quest’anno, con l’autorizzazione ad averne anche tre. La misura è stata duramente criticata su Weibo da donne comuni e da intellettuali femministe per via del suo carattere smaccatamente patriarcale in un Paese ancora discriminatorio e misogino, ma pare dai sondaggi che meno del 10% dei cinesi desideri davvero avere un terzo figlio. “L’atteggiamento culturale verso le dimensioni della famiglia è talmente cambiato che ormai potrebbe essere arduo invertire la tendenza”, scrive Dorling. Il governo cinese non demorde e continua a motivare i giovani ad avere figli con iniziative che sfiorano il parossismo, come la creazione di “zone matrimoniali sperimentali”.

Secondo Dorling, l’ascesa economica della Cina non farà tramontare l’Occidente, semplicemente perché stanno rallentando entrambi, in demografia come in economia.

Per decenni la Cina ha goduto di “rendita demografica”, un surplus di forza lavoro giovane e a basso costo in assenza del quale non sarebbe mai diventata la fabbrica del mondo che è oggi. Di questo passo, però, la popolazione in età lavorativa crollerà dai 950 milioni del 2017 ai 360 del 2100, e gli effetti del declino già si ripercuotono sull’economia, col PIL cinese che ha cominciato a rallentare dopo il picco di crescita del 2017. “Oggi la Cina decelera più rapidamente di quanto fecero Gran Bretagna o Stati Uniti all’apice del capitalismo”, rileva Dorling, “perché il capitalismo era (ed è ancora) un processo, una transizione, non un punto d’arrivo da reiterare continuamente fino a quando viene rovesciato da una rivoluzione”. L’ascesa economica della Cina non farà tramontare l’Occidente, semplicemente perché stanno rallentando entrambi, in demografia come in economia. E il capitalismo potrebbe finire non già con uno schianto, come vanno predicando gli accelerazionisti, bensì con un più sobrio lamento.

L’inizio della fine del capitalismo?
Che senza una popolazione in costante aumento non si possa avere una crescita economica perpetua è un’ipotesi già formulata da Derek Hoff, economista dell’Università dello Utah e autore di The State and the Stork: The Population Debate and Policy Making in US History (2012). Il principio macroeconomico da tenere a mente è che se la popolazione cresce bisogna stampare più soldi per evitare la deflazione, ma se non lo fa allora non è più necessario creare inflazione e i prezzi dei beni possono stabilizzarsi nel lungo periodo. “I nostri nipoti potrebbero scoprire a sessant’anni che una birra costa uguale a quando ne avevano appena compiuti ventuno”, esemplifica Dorling. Si ripete spesso che senza crescita economica staremo peggio e che la stagnazione sarà per tutti una iattura, ma non è affatto detto che sarà così.

Meno nascite vuol dire poi che la popolazione mediamente invecchia, riduce i propri consumi e richiede pochi prestiti in banca, indebitandosi di meno. Il debito è un ingrediente irrinunciabile per la crescita: senza di quello non possono esserci investimenti, i cui ricavi dipendono dalla possibilità per chi investe e finanzia di sottrarre ricchezza alla futura popolazione più numerosa. Un impresario si fa prestare dei soldi per costruire un condominio con molti appartamenti che conta di vendere a giovani indebitati ricavandone un profitto, ma se la popolazione è stabile o diminuisce allora rischia di non farci alcun margine oppure di non vendere affatto. “La speculazione si ridurrà a zero”, decreta Dorling. “Non si faranno grandi profitti in futuro, però altre persone non saranno derubate, ed è un fatto di importanza vitale”.

La crisi climatica e ambientale, però, potrebbe accelerare notevolmente il declino demografico, causando più morti per stress termico, ondate di calore e polveri sottili, oppure riducendo la natalità a un livello troppo basso.

Invece di decidersi a tassarli seriamente, oggi anche i governi preferiscono prendere in prestito i soldi dai capitalisti, facendo così lievitare il debito pubblico che graverà sulle spalle delle generazioni future, numericamente sempre più esigue. Ma è un trucchetto che non può continuare per sempre, e certo non funziona in un mondo che si avvia alla stazionarietà demografica ed economica. Il debito non crescerà in eterno, nulla può farlo. E se i governi cominceranno a prelevare la ricchezza dai conti in banca dei cittadini più ricchi allora anche le disuguaglianze avranno smesso di crescere e la società potrà rallentare con maggiore giustizia.

Dice Dorling che i “capitalisti del disastro” detestano il fatto di non godere più dei rendimenti entusiasmanti della Grande Accelerazione, ma oggi dovrebbe essere ormai evidente a tutti quanto fosse insostenibile il ritmo di quella crescita. Per la maggior parte della storia umana la stasi demografica ed economica è stata la regola, non l’eccezione, ed è lì che stiamo tornando. La Grande Accelerazione ha rappresentato quel periodo di transizione da sistemi sociali stabili e millenari a qualcos’altro che sarà di nuovo stazionario, a crescita zero, sebbene con più comodità e più tempo libero da dedicare alle cose che ci rendono davvero felici. “È la stessa velocità del cambiamento, la stessa instabilità del capitalismo a dimostrare che si tratta di una transizione”, conferma Dorling. “È ormai chiarissimo, a fronte di tanto cambiamento, che non si tratta di un modo stabile in cui l’economia opera in una particolare maniera ripetitiva”. L’alternativa al rallentamento, con una popolazione che si moltiplica a dismisura e la crescita materiale che erode il mondo fino a consumarlo, porterebbe dritta al collasso ambientale. “Dobbiamo rallentare perché non abbiamo altri posti verso cui accelerare senza conseguenze catastrofiche”.

Se esiste un punto debole nelle sue analisi così provocatorie e controcorrente è forse quello di non considerare che la combinazione di inquinamento ambientale e riscaldamento globale potrebbe accelerare notevolmente il declino demografico, causando più morti per stress termico, ondate di calore e polveri sottili, oppure riducendo la natalità a un livello troppo basso. È questa la tesi di Shanna Swan, epidemiologa dell’ambiente e autrice di Count Down (2021), nel quale ricorda come la conta spermatica nei maschi occidentali si sia pressoché dimezzata negli ultimi quarant’anni a causa di molti fattori, tra i quali l’inquinamento da microplastiche capaci di agire da interferenti endocrini.

Secondo Dorling accogliere la decelerazione e sostenerla è oggi di grande importanza perché rallentando capiamo meglio quel che ci succede attorno, possiamo riflettere e progredire.

Il crollo della fertilità, soprattutto di quella maschile, rappresenta per Swan una minaccia esistenziale per l’umanità, che rischia di dover dipendere sempre più dalla procreazione medicalmente assistita per il proprio successo riproduttivo. Sulla questione Dorling fila dritto limitandosi a constatare come, assieme all’impatto ambientale, acceleri anche il desiderio umano di una vita più sostenibile: col rallentamento della popolazione e del capitalismo, in futuro non inquineremo più l’ambiente come facciamo oggi. “Quello che non sappiamo al momento è quanto ci vorrà per arrivare a quel futuro. Più tempo ci mettiamo, più serie saranno le conseguenze”.

Dorling è interessato al lato beneaugurante del rallentamento demografico ed economico, perciò sostiene che sia un colpo di fortuna vivere all’inizio della fine del capitalismo, al capolinea della growthmania. Accogliere la decelerazione e sostenerla è oggi di grande importanza perché rallentando capiamo meglio quel che ci succede attorno, possiamo riflettere e progredire. Intuiamo ad esempio che “di più” non sempre fa rima con “meglio”, che al crescere del debito diventiamo tutti mediamente più poveri, che all’aumentare della popolazione sale anche la complessità nell’organizzarla, che se l’economia si espande gli effetti sull’ambiente, anziché mitigati, il più delle volte si aggravano. A detta di Dorling, “presto i nostri eredi (o quelli di altri), ripensando ai nostri tempi, si chiederanno come mai non abbiamo visto la trasformazione in arrivo”. Ancora non ce ne accorgiamo, ma sta proprio per finire un’era.

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