Ecco perché il fotovoltaico con batterie è più conveniente del nucleare

Dal blog https://www.qualenergia.it/

26 Agosto 2021 Alessandro Codegoni

Qualche calcolo veloce mostra perché il solare, reso programmabile con sistemi di accumulo, costa molto meno della costruzione di nuovi reattori nucleari.

Ma veramente il solare non può sostituire le fonti “potenti e programmabili”?

Avete presente la favola “I vestiti nuovi dell’Imperatore”? Quella dove un truffatore vende dei vestiti inesistenti al vanitoso sovrano, e quando questi, con i “vestiti” invisibili, sfila fra due ali di cortigiani e popolo, solo un bambino ha il coraggio di gridare “Ma il re è nudo!”, scatenando una tempesta di risate, che seppellisce di vergogna il monarca.

Bene, leggendo l’articolo “Solar challenging nuclear as potential climate change solution”, uscito sull’edizione americana di Pv Magazine, si ha un po’ l’impressione che l’autore, l’esperto di industria fotovoltaica John Fitzgerald Weaver, sia un po’ come quel bambino, con l’industria dell’energia nucleare nella parte dell’Imperatore.

Sono infatti molti anni che i “nuclearisti” guardano dall’alto in basso i proponenti delle energie rinnovabili non programmabili, sostenendo che queste, se vogliono fare sul serio riguardo alla decarbonizzazione dell’economia, non potranno fare altro che chiedere al nucleare di affiancarli, in quanto mai e poi mai fonti incostanti come il solare e l’eolico potranno diventare, a costi accettabili, affidabili come l’energia dell’atomo, l’unica programmabile e con basse emissioni di CO2, che sia anche installabile a volontà nella scala dei GW.

La cosa curiosa è che a questa affermazione di indispensabilità (piuttosto sinistra in termini di sostenibilità, perché legherebbe la produzione elettrica a basse emissioni a una fonte che, prima o poi, terminerà il combustibile) i “rinnovabilisti” spesso non sanno bene che rispondere, perché, in effetti, nessuna fonte rinnovabile programmabile, tipo geotermia, biomasse o idroelettrico, può essere costruita ovunque e nella potenza che si vuole, mentre solare ed eolico, per diventare programmabili, avrebbero bisogno di montagne di batterie, notoriamente molto costose.

Ed ecco allora che entra in gioco Weaver, che, finalmente, va a vedere il bluff dei nuclearisti: ma veramente un impianto solare che produca in modo programmabile quanto una grande centrale nucleare, sarebbe impossibile da costruire o così costoso da essere fuori mercato?

Per rispondere ha fatto un po’ di semplici conti, partendo dall’unico impianto nucleare Usa in costruzione, i reattori 3 e 4 della centrale di Vogtle in Georgia, che vanno ad aggiungersi ai due già esistenti e in funzione da 40 anni, e agli altri 100 sparsi per gli Usa e che forniscono un quinto dell’elettricità statunitense.

Questi due nuovi reattori forniranno 2,3 GW di potenza, a un costo di 30 miliardi di dollari, che sembra tanto se non fosse che si stima produrranno circa 17,5 TWh annui, per 40 e forse addirittura 80 anni, se saranno ristrutturati adeguatamente.

Uno sfoggio di potenza costante impressionante, a cui apparentemente gli “umili” pannelli FV non possono aspirare: ma è proprio così?

Sotto il sole estivo della Georgia, ha calcolato Weaver, servirebbero 7,3 GW di FV per uguagliare la potenza di Votgle 3-4, ma tenendo conto del calo di insolazione invernale e delle perdite comportate dall’uso delle batterie, secondo l’autore, servirebbe complessivamente un impianto da 10,55 GW, che, a 0,8 $/kW, finirebbe per costare 8,4 mld di $.

Il bestione solare richiederà 11mila ettari (lo 0,07% della superficie della Georgia), probabilmente frazionati in più lotti di terreno non contigui, il che richiederà un adeguamento della rete, che aggiungerà altri 527 milioni di dollari al conto.

E poi arriva la mazzata decisiva, quella che i nuclearisti considerano il “bacio della morte” per i sogni del “solare programmabile”: l’aggiunta di un adeguato impianto di accumulo.

Fitgzerald ne prevede uno mai visto prima: 39,7 GWh di batterie (il più grande oggi esistente è da 1,6 GWh), abbastanza da assicurare 12 ore di servizio alla massima potenza della centrale, che, a un pessimistico 200 $/kWh, comporterebbe una spesa di quasi 8 mld di $.

Facendo la somma, sorpresa, si scopre che questa centrale solare programmabile costerebbe 16,8 mld di $, 13,2 mld in meno di quanto (per adesso, visto che i preventivi continuano ad aumentare) sembra alla fine costerà la costruzione dei due nuovi reattori nucleari a Votgle.

Un momento, grideranno i nuclearisti, non imbrogliamo! Le batterie forse dureranno 10-15 anni, e i pannelli sui 25 anni, per cui nei 40 o addirittura 80 anni di vita della centrale nucleare, quella solare andrà ricostruita più volte, finendo per costare molto di più della nucleare.

“Non è esattamente così”, ribatte Weaver: “Innanzitutto una centrale solare di questo tipo la si costruirebbe in tre anni, contro i 10 e più di una nucleare: tutti anni in più durante i quali corrono gli interessi sul capitale, senza che i nuovi reattori atomici producano nulla. E con il nucleare capita spesso di avere anche ritardi enormi nella costruzione, e sforamenti giganteschi dei preventivi. Cose che nel solare, per adesso, non si sono mai viste”.

Per non parlare delle ricadute di incidenti nel nucleare più o meno gravi, che se accadono nel paese della centrale, possono essere un altro bacio della morte per l’industria nucleare nazionale, ma che anche se accadono altrove portano comunque a chiusure, verifiche e lavori di adeguamento per limitare i rischi, che aumentano in modo imprevisto i costi.

“Ma c’è di più: i costi operativi di una centrale nucleare sono molto più alti di quelli delle centrali solari, basti pensare alla loro manutenzione ossessiva, alla preparazione del combustibile atomico e allo smaltimento delle scorie. E anche il prolungare la vita di un reattore da 40 a 80 anni non è gratis, ma comporta esborsi di miliardi per i complessi lavori di upgrade, costi che non credo si ridurranno nei prossimi decenni”.

In effetti c’è in questo campo un contrasto decisivo con quanto accade nel campo delle rinnovabili.

“Il solare, per esempio, costa oggi meno un centesimo di quanto costasse nel 1976, mentre le batterie sono scese a poco più di un decimo del prezzo del 2010. Probabilmente questi cali di costo continueranno, mentre i prodotti diventeranno sempre più affidabili e performanti”, spiega Weaver.

“Quindi – continua – gli upgrade a cui andranno incontro gli impianti solari, saranno sempre meno costosi e comporteranno un aumento delle prestazioni, l’esatto contrario di quanto avverrà con il nucleare, che è una tecnologia matura e sempre più complessa e costosa. Insomma, è vero che una centrale nucleare può durare, e quindi produrre, di più di una solare equivalente, ma i suoi maggiori costi operativi si mangiano gran parte del vantaggio”.

In definitiva quindi, almeno da questa veloce analisi, sembra sempre più incomprensibile perché si continui a insistere nella produzione elettrica con il nucleare, e ancora di più con i fossili (il cui prezzo alle stelle si sta anche riverberando sul Pun elettrico), mentre non si provi una volta per tutte a realizzare una grande centrale elettrica solare, dotata di abbastanza capacità di accumulo da poter verificare se e quanto possa competere in prezzo e affidabilità con quelle tradizionali.

Forse, più che su razionali ragioni tecniche ed economiche, la ragione della apparente “insostituibilità” di queste vecchie fonti, risiede nella loro grande capacità di fare lobby sulla politica e sui media, e, nel caso del nucleare, almeno nelle nazioni che più lo usano, anche sulla necessità di mantenerlo vita a supporto del suo ramo militare.

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