Sottrarre alle destre la protesta contro il Gp

Dal blog https://comune-info.net/

Guido Viale 19 Ottobre 2021

Ci sono alcuni errori da evitare in questo tempo difficile: identificare il rifiuto di una minoranza di vaccinarsi con una forma di egoismo, non considerare tutte le ragioni della protesta contro il Green pass, irridere chi, mentre eravamo nelle case a proteggerci dal contagio, era costretto ad andare in fabbrica o a portare in giro i nostri pacchi, confondere il diritto con l’obbligo al vaccino, infine, regalare alle destre un grido che, per quanto contraddittorio, viene dal basso.

In realtà, suggerisce Guido Viale, c’è anche un altro passo falso da non fare: restare prigionieri di una discussione da social, imposta da istituzioni e media, e oscurare le molte altre ferite che dilaniano il mondo

Non è mia intenzione mettere al centro della riflessione il problema del green pass in un momento in cui la situazione del paese e del pianeta richiede ben altre attenzioni. Ma molti commenti letti e sentiti sulla questione meritano un approfondimento.

Con l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori i licenziamenti senza giusta causa sono aumentati molto meno del previsto mentre sono cresciuti a dismisura gli incidenti e le morti sul lavoro.

Perché per non essere licenziati i lavoratori e le lavoratrici si vedono costretti e costrette a lavorare nelle condizioni di sicurezza sempre più precarie imposte dai loro padroni/datori di lavoro. È il ricatto del posto di lavoro.

Con esso il governo italiano – unico al mondo – ha deciso di costringere i lavoratori renitenti al vaccino, e solo loro, a ”immunizzarsi”. Lo ha fatto “a fin di bene”, per salvaguardare i loro compagni di lavoro, cosa che non aveva fatto allo scoppio dell’epidemia, quando aveva costretto milioni di lavoratori ad andare a infettarsi persino nelle fabbriche di armi rimaste aperte?

Liberi di pensarlo.

Ma non si può sottovalutare la possibilità che, visto che, almeno in parte, questo ricatto sta funzionando, esso possa costituire un precedente di misure da adottare anche in altre circostanze. Non dimentichiamo, solo per fare un esempio, che tutti i cantieri delle Grandi Opere aperti o da aprire sono stati dichiarati “Siti di interesse nazionale”. Scioperare lì, o nei servizi pubblici, potrebbe diventare molto più difficile di quanto già non sia ora. E questo è sicuramente un timore molto più concreto della paura fisica che, a detta dei media, terrebbe tanta gente lontana da questo vaccino.


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Si tratta in ogni caso di una concezione della “cura” – sia in senso medico che in senso più generale – sbagliata, basata sull’imposizione più che sul coinvolgimento: che non consiste solo nel divulgare meglio l’utilità dell’unico approccio al covid considerato “scientifico”, e perciò indiscutibile; ma molto di più nel sostituire una soluzione tecnologica a una assistenza personalizzata – e quindi differenziata – decentrata e diffusa sul territorio, che è mancata come modalità preventiva due anni fa e che continuerà a mancare; perché “il vaccino risolve tutto”, anche se siamo arrivati già alla terza dose, non prevista, e potremmo facilmente scivolare verso la quarta o la quinta; in attesa che si facciano vivi altri virus, sicuramente in agguato viste le condizioni in cui teniamo il pianeta e, con essi, ma dopo di essi, altri vaccini.

Faccio notare che prima del fatidico 15 ottobre, in alcune aziende i lavoratori si erano autorganizzati, distribuendo postazioni, incarichi e orari, per consentire anche ai non vaccinati di lavorare insieme agli altri, senza creare situazioni di rischio.

Non sono contrario in linea di principio ai vaccini: lo ho già scritto quattro anni fa quando è uscito il decreto Lorenzin. Basta non esagerare (con i dieci vaccini della Lorenzin!) e non affidare ai vaccini, anche quando necessari, come nei casi di epidemie come questa, la soluzione di tutti i problemi. Infatti ho aderito e sostengo la campagna per la sospensione dei brevetti e l’estensione a tutta la popolazione terrestre del diritto (diritto e non obbligo) al vaccino. Ma mi sembra profondamente sbagliato identificare il rifiuto di vaccinarsi con una forma di egoismo (e ancor più identificare una imposizione dello Stato con una forma di solidarietà) trattando l’invocazione “Libertà Libertà!” che attraversa i cortei dei renitenti al vaccino soltanto come una forma di individualismo borghese opposto alla solidarietà. Certamente c’è anche questo, accanto alla paura, in parte esagerata: tutti siamo stati, in qualche fase della nostra vita, vaccinati; anche se i vaccini anticovid sono, a differenza di molti – non tutti – gli altri, sperimentali, e anche se la sperimentazione viene fatta, forse anche per motivi di “forza maggiore”, direttamente su di noi.

Ma ci sono molte altre ragioni di quel rifiuto, di cui bisogna tener conto: una è una confusa e incolta percezione del potere esercitato sulle nostre vite dalla grande finanza e dalle grandi corporation mediche e informatiche. Una percezione che, in mancanza di una cultura e di una informazione diffuse sullo stato effettivo del pianeta, sconfina facilmente nei mitologhemi del “reset”, del grande complotto mondiale, di Qanon, e anche peggio; ma è una percezione che ha indubbiamente delle basi reali.

Un’altra ragione è una sacrosanta volontà di difendere il diritto dei lavoratori a non subire imposizioni che travalichino l’ordinaria disciplina di fabbrica o di azienda: una volontà che ha coinvolto molti dei comitati che hanno indetto giornate di lotta contro il green pass. E anche una parte consistente del sindacalismo di base, sceso in sciopero l’11 ottobre prevalentemente per tutt’altri motivi e completamente ignorato, nonostante il successo della mobilitazione, da tutti i grandi media.

Una terza ragione è una cultura, o delle culture, che individuano soprattutto nella cura del cibo ecologicamente prodotto e nel coinvolgimento nella sua produzione – e non per edonistiche ragioni gastronomiche, ma piuttosto per motivazioni etiche, sociali e politiche – il legame che può in qualche modo riconnettere un abitante della città con il suolo e con la Terra che lo nutre.

Di queste culture, che rifuggono dai pesticidi, dai fertilizzanti sintetici, dagli Ogm e, in generale, dall’agricoltura e dagli allevamenti industriali, fa spesso parte anche il ricorso a una o più pratiche mediche “alternative”, fondate su prodotti naturali, e curate al punto di ritenere che qualsiasi intrusione chimica o “molecolare” nel proprio corpo possa compromettere anni di rigoroso rispetto dei protocolli adottati.

Queste culture non vanno irrise né sottovalutate, perché al loro interno si sviluppano spesso – e sempre più frequentemente – forme di solidarietà fondate sul mutualismo, sul reciproco aiuto, sulla condivisione di beni e responsabilità, che sono, o dovrebbero essere un modello per tutti coloro che aspirano e vorrebbero promuovere un mondo “diverso”.

La quarta ragione, in parte legata a questa, è costituita da varie forme o interpretazioni religiose che proibiscono il ricorso a certe pratiche mediche.

Poi, ovviamente, ci sono anche – e numerosi – i fascisti e persino gli anarco-insurrezionalisti. Indubbio che far parlare Casalino o altri nazifascisti al comizio di Piazza del Popolo, e poi seguirlo in massa, dimostra non certo un’adesione alla loro ideologia, che probabilmente molti persino ignorano, ma sicuramente una scarsissima consapevolezza politica.

Ma è quello che “passa il convento”. Dobbiamo renderci conto che decenni di diseducazione politica, a scuola, sui media, sui social e al bar, hanno sortito quest’effetto e la popolazione italiana – ma non solo quella – è anche, e in gran parte, fatta così.

Tutto ciò rende molto variegate, e altrettanto confuse, sia le idee che le pratiche del “popolo” che ha continuato a scendere in piazza – molto numeroso, visti i tempi – sia contro l’obbligo vaccinale che, soprattutto, contro il green pass. Ma rende anche ineludibile l’onere di una interlocuzione con alcune delle sue componenti, che potrebbe anche sortire esiti parzialmente positivi, come si ricava, tra gli altri, dai resoconti delle mobilitazioni sia a Trieste che in altre città; ma che innanzitutto avrebbe il compito di sottrarre alle destre fasciste la rappresentanza, vera o presunta, di questa aggregazione sociale assai complessa.

Non possiamo sottrarci, nei limiti delle nostre scarsissime forze, a questo compito. Il che non vuol dire condividere o “civettare” con le idee e le pratiche “no vax” (e per quel che mi riguarda, di “Libera scelta”); ma forse evitare di pronunciare una condanna in blocco, ancorché solo morale, di atteggiamenti che non è giusto tacciare solo di egoismo e di mancanza di solidarietà.

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