Il reddito di base senza condizioni

dal blog https://comune-info.net/

Giorgio Salerno 20 Ottobre 2021

Ma perché, al di là delle miserabili schermaglie politiche ammantate da scelte morali, fa così paura la possibilità di garantire a chi ne ha bisogno un reddito minimo incondizionato in modo strutturale e non temporaneo? Le ragioni sono diverse e in apparenza presentano anche una certa complessità, ma la sostanza è invece piuttosto semplice.

Si tratta di una scelta politica che, se portata fino in fondo, potrebbe mettere in discussione uno dei cardini di quello che ci viene raccontato come “il migliore dei mondi possibili”. Un mondo che, per carità, sarà anche pieno di difettucci ma “non ha alternative”. Quel cardine è l’enorme potere di ricatto delle imprese sulla “forza lavoro”: la possibilità di continuare a pagare salari miserabili e a imporre condizioni indecenti, spesso e volentieri in violazione dei contratti nazionali, di cui le imprese che contano possono farsi beffe, disponendo della micidiale libertà di licenziare a piacimento senza temere conseguenze.

Le chiacchiere sul fatto che quel reddito premierebbe “i fannulloni dediti al divano” buone per i talk show televisivi sono smentite dai numeri. Come dimostra anche questo ampio articolo di Giorgio Salerno, che comprende una grande rassegna internazionale sulle sperimentazioni e un’analisi molto approfondita sulle ragioni di una misura che probabilmente potrà essere imposta solo da un grande movimento di massa che ne faccia il proprio obiettivo.Il percorso è iniziato da molti anni, ma potrebbe essere proprio questo il tempo in cui diventa finalmente possibile accelerarlo

Il reddito di base senza condizioni Giorgio Salerno 20 Ottobre 2021

Ma perché, al di là delle miserabili schermaglie politiche ammantate da scelte morali, fa così paura la possibilità di garantire a chi ne ha bisogno un reddito minimo incondizionato in modo strutturale e non temporaneo? Le ragioni sono diverse e in apparenza presentano anche una certa complessità, ma la sostanza è invece piuttosto semplice. Si tratta di una scelta politica che, se portata fino in fondo, potrebbe mettere in discussione uno dei cardini di quello che ci viene raccontato come “il migliore dei mondi possibili”. Un mondo che, per carità, sarà anche pieno di difettucci ma “non ha alternative”. Quel cardine è l’enorme potere di ricatto delle imprese sulla “forza lavoro”: la possibilità di continuare a pagare salari miserabili e a imporre condizioni indecenti, spesso e volentieri in violazione dei contratti nazionali, di cui le imprese che contano possono farsi beffe, disponendo della micidiale libertà di licenziare a piacimento senza temere conseguenze.

Le chiacchiere sul fatto che quel reddito premierebbe “i fannulloni dediti al divano” buone per i talk show televisivi sono smentite dai numeri. Come dimostra anche questo ampio articolo di Giorgio Salerno, che comprende una grande rassegna internazionale sulle sperimentazioni e un’analisi molto approfondita sulle ragioni di una misura che probabilmente potrà essere imposta solo da un grande movimento di massa che ne faccia il proprio obiettivo. Il percorso è iniziato da molti anni, ma potrebbe essere proprio questo il tempo in cui diventa finalmente possibile accelerarlo Foto Riccardo Troisi

Sperimentazioni del reddito di base

Negli ultimi anni, nel mondo, il tema del reddito di base (RB) si è sempre più diffuso e il dibattito si è approfondito, anche sul piano politico. Come conseguenza pratica, le sperimentazioni realizzate, avviate e programmate sono aumentate di numero in modo significativo e incoraggiante.

Limitandoci agli ultimi quindici anni, se ne possono ricordare diverse: a Otjivero-Omitara, in Namibia (2007-08); in Iran (2010-); stato del Madhya Pradesh, in India (2011-13); in Kenya (2016-), stato dell’Ontario, in Canada (2017-18); a Utrecht e altre cinque città olandesi, nei Paesi Bassi (2017-19); nel quartiere Maric a Rio de Janeiro, in Brasile (2019-); nella provincia di  Gyeonggi, in Corea del Sud (2020-).[1] 

Vediamo alcuni casi nello specifico.

A Barcellona, è terminato nel 2019 il progetto pilota B-MINCOME, che ha combinato l’assegnazione di un reddito con diverse politiche attive di inclusione socio-lavorativa. Per 24 mesi, ha coinvolto un migliaio di famiglie del quartiere Eix Besòs. I risultati sono stati positivi, riducendo lo stress finanziario e i debiti familiari, l’aumento della felicità e del benessere soggettivo, la riduzione di alcune problematiche mentali e fisiche, il miglioramento della qualità del cibo, il rafforzamento della partecipazione e della fiducia sociale e istituzionale, il rafforzamento della fiducia in se stessi e dell’imprenditorialità, ecc.[2]  Non era comunque un vero RB, sia per la ristrettezza del numero di destinatari, che per la durata limitata.

In India, dove non esiste un’indennità di disoccupazione e più del 90% della popolazione attiva indiana non contribuisce a nessun fondo sociale sanitario o pensionistico, secondo la Banca Mondiale tre quarti dei lavoratori guadagnano a malapena il necessario per vivere, lavorano generalmente senza contratto e i più precari sono pagati a giornata.

Nel 2015, il 10% più ricco della popolazione deteneva il 56,1% della ricchezza dell’India. Più di cento milioni di lavoratori hanno perso tutto a causa dei provvedimenti presi contro il Covid-19. L’Indian Basic Income Network il 20 marzo 2020 scrisse al governo chiedendo di pagare urgentemente ai più poveri l’equivalente della soglia di povertà definita dalla Banca Mondiale: $ 1,90 a persona al giorno, cioè € 52 al mese per ogni indiano povero dai 14 anni in su. [NdR: il costo della vita in India è molto più basso che in Europa e Nord America].

Se questa somma fosse versata ai beneficiari dell’aiuto alimentare pubblico – di cui le autorità hanno le coordinate bancarie – e cioè a due terzi della popolazione, costerebbe € 480 mld l’anno, che è più del bilancio federale indiano annuale. Il Partito del Congresso (centro-sinistra) ha proposto di pagare 6.000 rupie (€ 76) al 20% delle famiglie più povere, che guadagnano meno di € 150 al mese, ovvero circa 250 mln di persone, con un costo per il bilancio federale di € 46 mld all’anno. Ma il parlamento ha bocciato il provvedimento a grande maggioranza.[3]  D’altra parte, anche se il voto fosse stato favorevole, sarebbe stato solo un piccolo sussidio ai poverissimi.

In Spagna, il governo (socialisti + Podemos), ha annunciato di voler introdurre il RB – anche per contrastare la crisi economica e sociale provocata dal Covid-19.

Si calcola che sarà di € 430 per ogni famiglia povera. Una cifra inferiore a quella proposta da Podemos fin dalla primavera del 2019, cioè tra € 600 e € 1.200 al mese a tempo indeterminato, a seconda del numero di persone nella famiglia, investendo almeno € 12 mld e finanziandolo con una tassa sulla ricchezza.

In Spagna almeno 8 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. Ma il partito socialista vuole che sia una misura limitata alla durata della crisi sanitaria, e comunque per pochi mesi.[4]  Però anche la cifra indicata da Podemos resta al di sotto di un vero RB, che consenta cioè un’autonomia economica; e poi è lontanissimo dall’essere universale.

Secondo l’ONU, l’Uganda a partire dal 2012 ha fatto molto per sradicare la povertà, dimostrando l’efficacia di un reddito di base universale e incondizionato in alcuni villaggi afflitti  dalla miseria.

L’organizzazione Eight ha realizzato per due anni, dal 2017 al 2019, il suo primo programma di reddito di base nel villaggio di Busibi, dando a ogni abitante (circa 150 persone) € 16 al mese e ai bambini € 8 euro al mese, in maniera incondizionata. Il denaro veniva trasferito su conti bancari online, accessibili con il telefono mobile. Gli abitanti hanno iniziato un lavoro autonomo ed è aumentata la scolarizzazione tra i bambini, sottraendoli al lavoro minorile.

La maggior parte delle persone del gruppo ha speso circa il 50% del proprio denaro in cibo,  investimenti, vestiti, salute e istruzione. Il senso di benessere è migliorato dell’80%. Solo il 50% dei bambini del villaggio andava a scuola prima che iniziassero i trasferimenti incondizionati di denaro, rispetto al 94,7% dopo l’introduzione del reddito di base. Sono nate venti imprese rispetto alle due che erano presenti prima del programma. Tutti gli indicatori di povertà sono diminuiti ed è aumentata l’indipendenza delle persone.[5]  

Ma è ancora un sussidio di povertà e per pochissime persone: non si può definire RB.

Andrew Yang, candidato a sindaco di New York City, ha annunciato la creazione della People’s Bank of New York City, per dare un RB ai più poveri, con l’obiettivo di consentire loro l’accesso a prestiti bancari, per favorire attività imprenditoriali. Il suo piano, finanziato con $ 1 mld, individua 500mila cittadini molto bisognosi, a cui dare mediamente $ 2.000… all’anno.[6] Altro che RB! È un’elemosina che non arriva a $ 170 mensili, cioè meno di $ 6 al giorno – facendo accattonaggio, si guadagnerebbe probabilmente di più – e per giunta dovrebbe favorire l’espansione del capitalismo.           Immagine tratta da: https://www.granma.cu/

Sempre negli Stati Uniti, lo stato del New Mexico progetta un RB per tutti i suoi cittadini. Dovrebbe essere di $ 400 al mese, cioè la stessa cifra che ricevono alcuni residenti di Santa Fe, grazie al programma sperimentale comunale. Il costo previsto è di circa $ 800 mln, l’11% del bilancio statale.[7] Sarebbe un reddito universale e incondizionato, quindi un progetto molto interessante. Però, la cifra mensile è assolutamente insufficiente a garantire la sussistenza. Contro la povertà e per i diritti di tutti/e, in Euskadi associazioni, reti sociali e sindacati hanno presentato al parlamento basco una proposta di iniziativa legislativa popolare per un reddito di base individuale e incondizionato. Sono convinte che il diritto a una vita dignitosa sia un diritto umano fondamentale; perciò tutti/e hanno diritto a un reddito per poter vivere, per poter soddisfare i bisogni vitali di base, che ancora oggi non sono garantiti per una grossa parte della società basca. Il comitato promotore chiede una riforma fiscale progressiva e radicale dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, facendo pagare soprattutto le persone ultra-ricche ed eliminando l’elusione fiscale delle aziende multinazionali, con la quale finanziare il RB.[8]

Gli obiettivi sono: porre fine alla povertà; condividere il lavoro e i lavori; mettere la vita al centro; maggiore autonomia di scelta e decisione; vivere in modo più sostenibile. Il RB valorizzerebbe tutti quei lavori che sono fuori mercato, in particolare, quelli essenziali per la sostenibilità della vita e per abbandonare l’attuale modello di iper-produzione, insostenibile per la vita e la natura.

Calcolato sulla base delle soglia di povertà, il RB sarebbe di € 900 al mese per gli adulti (o minori emancipati sotto i 18 anni), il 30% di tale importo (€ 270 in questo caso) per le persone sotto i 14 anni di età e il 50% (€ 450) per le persone tra i 14 e i 18 anni non emancipati.[9]  Ecco una proposta seria, finanziariamente sostenibile, con importi dignitosi per i cittadini, che pone alla base il criterio fondamentale dell’incondizionalità del reddito di base.

In Corea del Sud Lee Jae-myung, governatore della provincia di Gyeonggi, politico di sinistra del Partito Democratico, già dal 2017 propone il RB per ogni coreano: 500 mila won ($ 455) mensili nel primo anno, 1 mln di won ($ 910) nell’anno successivo. Il costo nel primo anno sarebbe di 26.000 mld di won ($ 24 mld), circa il 4,7% del bilancio statale del 2021, di 558.000 mld di won ($ 508 mld); dal secondo anno, il doppio. Lee ritiene che i fondi necessari si potrebbero ottenere eliminando tutte le esenzioni fiscali e aumentando le tasse, principalmente alle grandi società e ai ricchi.

La pandemia da Covid-19 e le gravi difficoltà economiche per gran parte della popolazione, hanno rilanciato con forza il dibattito sulla proposta di RB universale; ma i partiti politici, incluso quello Democratico, la respingono in quanto irrealistica e populista. I sondaggi, invece, rivelano che la maggioranza della popolazione sarebbe favorevole.[10] Questo piano prevede effettivamente un reddito di base vicino alla sussistenza, almeno a partire dal secondo anno. Il mondo politico e quello imprenditoriale, invece, non sentono ragioni.

Quindi, di quanto dovrebbe essere un reddito di base universale incondizionato? Secondo gli studi dell’organizzazione scozzese Citizens Advice, £ 960 (€ 1.100) sono la somma minima mensile per adulto necessaria per assicurare una sussistenza di base. In ogni caso il governo semi-autonomo scozzese non ha i poteri per stabilire un RB.

La popolazione è fortemente convinta della sua necessità: secondo un recente sondaggio di Opinium, l’84% dei britannici vuole il reddito universale di base.[11]

Povertà e ricchezza

Da quando è scoppiata l’emergenza da Covid-19 «la povertà assoluta sia mondiale, sia nel nostro paese è in crescita»[12] e sono i giovani i più penalizzati: perdono il lavoro e non ne trovano un altro, grazie anche all’assenza di investimenti pubblici e privati. «Secondo i dati ISTAT 2020, la povertà riguarda 5,6 mln di persone, oltre 2 mln di famiglie, tra cui non soltanto disoccupati, ma anche working poors, ovvero le persone che pur lavorando non riescono ad assicurare una vita dignitosa a se stesse e alla propria famiglia.

Ad oggi i lavoratori poveri sono soprattutto quelli inseriti sotto la contrattazione Multiservizi, che riguarda numerose categorie lavorative: addetti alle pulizie, lavoratori nei centri di prenotazione ospedaliera, operatori della  cultura e molti altri, che si ritrovano a fare i conti una paga oraria che non supera i € 7 lordi all’ora, oppure le lavoratrici e i lavoratori inquadrati nel contratto dei Servizi Fiduciari, a cui spettano salari che si aggirano intorno ai € 5 l’ora lordi. Secondo i dati dell’Inps, relativi al 2019, sono 4,3 mln i  rapporti di lavoro – su 14 mln, il 28% – che prevedono un salario inferiore ai € 9 lordi l’ora e, quindi, al di sotto delle soglie minime di retribuzione oraria[13].

Sempre dall’ISTAT scopriamo che oltre il 30% dei giovani in Italia non ha lavoro, ma nel Sud sono il triplo che nel Nord. Nell’ultimo anno il tasso di occupazione è sceso del 4% per i giovani tra  i 20 e i 24 anni e del 3,5% dai 25 ai 34 anni. Quasi un giovane su quattro non studia, non lavora e non è alla ricerca di un impiego. Secondo le stime della Banca d’Italia, all’inizio della pandemia più del 40% della popolazione italiana era in condizioni di povertà finanziaria ovvero faceva parte di un nucleo familiare che non disponeva di risparmi accumulati sufficienti per vivere sopra la soglia di povertà relativa per oltre tre mesi (la soglia di povertà relativa è data dal 60% del reddito mediano lordo annuale).

Circa il 30% degli occupati giovani guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese. Il 10,3% dei giovani tra i 18 e i 34 anni viveva nel 2018 in povertà assoluta, quasi il 6% in più del 2009.[14] Il Reddito di Cittadinanza ha potuto fare poco per contrastare questo fenomeno, principalmente per i suoi gravi limiti – il RdC massimo assegnabile è di € 780 mensili, mentre la soglia di povertà assoluta al Nord è di € 753 mensili – e per la sua miope e punitiva concezione di strumento per  individuare e imporre un lavoro salariato ai beneficiari.

Il Rapporto INPS sul RdC dice che l’importo medio mensile ricevuto da 3,7 milioni di persone è di € 583, con cui pagare anche l’affitto o il mutuo. Sentire e leggere imprenditori (in particolare nel turismo e commercio) che si lamentano perché non trovano lavoratori da assumere per colpa del RdC, fa ridere e indignare allo stesso tempo: dunque loro propongono una paga mensile simile (o magari pure inferiore) a quello che in pratica è un sussidio di povertà? Allora è un bene che non possano più ricattare e sfruttare ferocemente i/le disperati/e che vorrebbero avere a disposizione. E sarebbe anche meglio, se questa risma di (im)prenditori sparisse per sempre dal mercato del lavoro.

Spostando lo sguardo alla ricchezza nel mondo, si possono analizzare i dati relativi ai patrimoni immobiliari e finanziari netti in 71 paesi – che costituiscono il 98% della ricchezza globale) – delle persone che posseggono un valore di almeno $ 1 mln: sono raccolti dal Global Wealth Report di Credit Suisse, che li pubblica dal 2010. Altra fonte attendibile, ma che prende in considerazione  solo i super-ricchi, con un patrimonio netto di almeno $ 30 mln, è il World Ultra Wealth Report 2019 della società di consulenza Wealth-X, per conto della rivista Forbes. Per i dati sui redditi, oltre un centinaio di ricercatori – tra cui Thomas Piketty – di oltre 70 paesi dal 2015 pubblicano il World Inequality Database (WID) sulle diseguaglianze di reddito, con una serie storica dal 1985 ad oggi, in 173 paesi (97% della popolazione mondiale).

Nel 2019 il 10% più  ricco aveva il 51,7% del reddito globale, mentre l’1% dei super-ricchi ne aveva il 19,4%. (…) il 40% della popolazione il 38,9%, il 50% più povero appena il 9,4%. In Italia e negli Stati Uniti, rispettivamente, il 10% dei più ricchi aveva il 32,4% e il 45,5% del reddito totale; l’1% dei super-ricchi, l’8,8% e il 18,8%; il 40% del ceto medio, il 46,8% e il 41%; il 50% più povero, il 20,9% e il 13,5%). L’Italia, in controtendenza, ha visto crescere la quota di reddito del 10% più ricco, che era al 30,9% nel 2000.[15]      Nell’ultimo Rapporto dell’European Survey on Income and Living Conditions, la media dei redditi per abitante nell’Unione Europea – calcolati in potere d’acquisto: PPS Purchasing Power Standard – è di € 16.468: si va dai € 4.720 della Romania ai € 29.285 del Lussemburgo. L’Italia, € 15.846.

Il 20% più ricco della popolazione europea ha il 38,5% del reddito (…) Il 20% più povero  ha meno del 7,7%. (…) L’indicatore di disuguaglianza più utilizzato è l’indice di Gini.

Nel 2016, nei 28 paesi dell’U.E. era in media del 30,8%. Le maggiori diseguaglianze (oltre il 35%) si registravano in Bulgaria e Lituania. Superiori alla media europea, tra  il 31% e il 35%: Romania,  Spagna, Italia, Lettonia, Grecia, Portogallo, Estonia, Cipro e Regno Unito. (…)

Negli ultimi trent’anni, in tutti i paesi si è verificato uno spostamento del 10-15% del reddito dal lavoro al capitale. In Italia nel 2010 la quota dei profitti era intorno al 45%, più elevata che nella media europea, anche per la maggior presenza di lavoro autonomo.[16]  I dati sulla ricchezza mondiale raccolti dall’indagine di Credit Suisse (Global Wealth Report 2020), mostrano che in questi 20 anni del nuovo secolo la ricchezza delle famiglie nel mondo si è moltiplicata: in valori nominali, da $ 117.900 mld del 2000 a $ 399.200 mld del 2019 [N.d.R: quasi cinque volte il PIL mondiale, pari a $ 87.800 mld] (…) I milionari con patrimonio netto di almeno $ 1 mln, sono 51 milioni e 882 mila persone: più di 20 milioni negli Stati Uniti, [?] milioni e 778 mila in Cina, 3 milioni e 332 mila in Giappone, 2 milioni e 357 mila in Francia.

In Italia sono oltre 1 milione e 496 mila persone.

La ricerca non tiene conto delle differenze nelle condizioni economiche e nel livello dei prezzi tra i vari paesi.[17] Nel mondo, i super-ricchi con patrimonio netto superiore ai $ 50 mln, sono 175.688, di cui  80.509 negli Stati Uniti, 21.087 in Cina, 6.524 in Germania. In Italia sono 2.775.

Il Global Wealth Report, facendo riferimento ai dati di Forbes, ricorda che sui primi 1.000 miliardari nel mondo 358 sono statunitensi, 142 cinesi, 66 tedeschi, 43 russi, 15 italiani. Rispetto ai settori di attività, tra loro 144 sono nel settore della finanza, 125 nell’alta tecnologia, 120 nella moda e nel commercio, 96 nel  settore immobiliare, 71 nella manifattura, 14 nello sport.[18]

In Italia, le persone con redditi di oltre € 300 mila sono 40.560, lo 0,10% dei contribuenti tra i € 100 e i € 300 mila sono 416.760, l’1,01%; tra i € 70 mila e i € 100 mila sono 616.440, l’1,49%. In queste fasce di reddito ci sono soprattutto dirigenti pubblici e privati, liberi professionisti, imprenditori. Sotto i € 70 mila, sono il 97,4% dei contribuenti. (…)

Nel 2017 il reddito lordo medio delle famiglie italiane era di € 31.393 (€ 2.616 al mese). Il 27,3% delle famiglie italiane è a rischio povertà.[19] A fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie in Italia era di € 9.743 mld, 8,4 volte il loro reddito disponibile.

Le abitazioni, con un valore di € 5.246 mld, rappresentavano la metà della ricchezza lorda. Le attività finanziarie raggiungevano i € 4.374 mld, in crescita rispetto all’anno precedente. La ricchezza netta delle società non finanziarie era invece di € 1.053 mld. (…) La ricchezza media pro-capite delle famiglie era di poco superiore ai € 160 mila, mentre negli Stati Uniti la ricchezza media di ogni famiglia superava i € 300 mila. La ricchezza media delle famiglie francesi, tedeschi e inglesi, era tra i € 160 mila e i € 200 mila. (…) Per quanto riguarda le attività finanziarie delle famiglie 1.360 mld erano in depositi (banche), 1 mld in azioni, 995 mln in riserve assicurative, 524 mln in fondi comuni, 314 mln in titoli. (…) mancavano invece dati su altre forme di patrimonio: oro e gioielli, opere d’arte, contanti, cassette di sicurezza, che in Italia erano circa 1 milione e mezzo  nelle 20 mila filiali delle banche italiane.[20]

La ricerca di Acciari, Alvaredo e Morelli, The concentration of personal wealth in Italy 1995-2016, 2020, stima che l’1% più ricco della popolazione adulta (circa mezzo milione di persone) (…) abbia aumentato la sua quota della ricchezza nazionale dal 17% del 1995 al 24% nel 2016; mentre la quota dello 0,1% più ricco è cresciuta dal 5,5% del 1995 al 12% attuale, con la ricchezza individuale media aumentata da € 8 mln a € 21 mln; lo 0,01% dei super-ricchi (circa 5 mila  persone), tra il 1995 e il 2016 è passato dal 2 al 7% della ricchezza totale, mentre il valore medio della ricchezza pro-capite è di € 128 mln.

Viceversa, il 50% più povero della popolazione ha visto la propria quota di ricchezza passare dall’11% del 1995 al 3% attuale. (…) Il risultato è un forte aumento della disuguaglianza nella ricchezza, con l’indice di Gini che passa da 61,8 nel 1995 a 76,7 nel 2016.[21]

Le statistiche di Credit Suisse (2019b, p. 168), rielaborate da Oxfam (2020), mostrano che in Italia quasi il 70% della ricchezza è nelle mani del 20% più ricco, il 16,9% del successivo 20%, mentre il restante 60% ha solo il 13,3% della ricchezza totale; in particolare, il 20% più povero degli italiani ne ha appena l’1,3%. All’interno del 20% più ricco, il 10% più ricco ha il 53,6% della ricchezza totale, il 5% più ricco il 41%, l’1% più ricco il 22%.[22] (…) I dati delle dichiarazioni 2019 sui redditi 2018 documentano una ricchezza totale detenuta all’estero – tra depositi ed attività finanziarie – di oltre € 141 mld. – attività finanziarie: € 83 mld, ripartiti tra 173.300 soggetti; immobili: € 26,9 mld, posseduti da 106.500 soggetti che li hanno  all’estero (MEF-SISTAN, 2020, p. 27).

I dati relativi all’anno precedente (MEF, 2019) offrono una disaggregazione più precisa. Sui conti correnti all’estero c’erano € 47,4 mld, le attività finanziarie estere € 94 mld, gli immobili € 28,5 mld, altri beni materiali oltre € 4 mld. Le imposte pagate sulle attività finanziarie sono state di € 66 mln (0,07%!!) e quelle sugli immobili di € 76 mln (0,27%!). Ha ricordato il procuratore Francesco Greco: “Nel 2017 alla prima voluntary disclosure hanno aderito 125 mila italiani. Sono stati regolarizzati circa € 60 mld. Il 70% di questi soldi si trovava in Svizzera e da lì sono partiti per i paradisi fiscali. Di questi 60 miliardi solo 16 sono effettivamente tornati in Italia, mentre 44 sono comunque rimasti all’estero, condonati” [colloquio con l’autore, 2020].[23]

In realtà i dati sono molto maggiori. Il Direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini ha affermato nella trasmissione tv ‘Piazza pulita’ che all’estero ci sono 2 milioni di conti correnti (…) Nel 2016, 76 giornali di diversi paesi (in Italia L’Espresso) hanno analizzato 11 milioni di documenti (i c.d. ‘Panama Papers’) relativi alla attività della società Mossack Fonseca, presente in 42 paesi (paradisi fiscali e paesi a fiscalità agevolata) e dedita alla creazione di società anonime per i suoi clienti. L’inchiesta ha messo in luce l’esistenza di 200 mila società offshore con clienti di tutto il mondo.

Gli elenchi diffusi dal consorzio delle testate dei diversi paesi comprendevano più di 2 mila italiani su cui l’Agenzia delle Entrate ha iniziato gli accertamenti. (…) la ricchezza in Italia è stimata in circa otto volte il valore del reddito nazionale. Inoltre, il patrimonio è una importante fonte di reddito, nelle forme dei redditi da capitale e d’impresa e delle rendite finanziarie e immobiliari. Quasi 1,4 milioni di italiani hanno un patrimonio (immobiliare e finanziario) tra $ 1 mln e $ 5 mln.[24]    (…) La disuguaglianza di reddito e, ancora di più, di ricchezza è molto elevata, si trasmette da una generazione all’altra, riduce la mobilità sociale, rallenta il dinamismo dell’economia. La ricchezza in Italia è molto più vecchia che giovane, molto più maschile che femminile, molto più  settentrionale che meridionale. Tra i 36 miliardari italiani della lista di Forbes, 30 sono uomini e 6 sono donne. I divari tra Nord e Sud sono enormi: nel 2018 il reddito medio in Lombardia era di € 25.670, in Calabria di € 15.430; il patrimonio pro-capite familiare superava i € 235 mila in Liguria, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta, mentre in Puglia, Calabria e Sicilia era inferiore a € 100 mila.[25] Perché e come finanziare il reddito di base in Italia

Ormai sono da molti anni incontestabili alcune conseguenze inerenti il modo di produzione capitalistico, dominante in tutto il mondo:  

A) la crescente automazione e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale tagliano inesorabilmente e massicciamente i posti di lavoro, solo minimamente rimpiazzati dalle “nuove occupazioni”, anche quelle legate alla necessaria e urgente transizione ecologica;

B) la polarizzazione sempre più accentuata di ricchezza smisurata in piccolissime percentuali di popolazione, a fronte di un immiserimento assoluto o relativo che cresce anche nei Paesi con alto P.I.L. e colpisce la maggioranza (in varie macroregioni del pianeta, la grande maggioranza) della popolazione;

C) la crisi di sovrapproduzione mondiale: l’offerta globale di merci e servizi è troppo superiore alla domanda solvibile – di quanti/e non hanno i soldi per comprare, il sistema economico non ha alcun interesse: come se non esistessero;

D) la crescita globale dello sfruttamento della forza lavoro e delle risorse naturali, sia per accrescere i profitti che per “battere la concorrenza” nella competizione nazionale e internazionale – con le drammatiche sofferenze per centinaia di milioni di persone e i danni catastrofici alla biosfera e, di conseguenza, alle popolazioni;

E) lo strapotere della finanza, in particolare quella speculativa, che innesca periodicamente crisi economiche gravissime, i cui costi (soprattutto sociali ed esistenziali) vengono impunemente scaricati sulle popolazioni incolpevoli. Eppure, si legge e si sente dire dai sostenitori di questo sistema produttivo e distributivo, che «è il migliore possibile» e che «non ci sono alternative».

Al contrario, l’evidenza sta dimostrando sempre più che bisogna farla finita con questo sistema e costruire una radicale alternativa in tempi brevi, prima che crisi e disastri diventino irrimediabili. Tra le tante misure da prendere, ne segnaliamo due che cambierebbero sensibilmente in meglio le condizioni di vita delle popolazioni: la forte riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario e il reddito di base universale incondizionato, oggetto del presente articolo.

Il mondo politico italiano è decisamente contrario – con rarissime eccezioni – al RB. L’argomentazione prevalente è di tipo (pseudo)morale: premierebbe i fannulloni dediti al divano, mentre tutti faticano per guadagnarsi il pane… Preoccupazioni morali che invece non si manifestano per la produzione e la vendita di armi, per le colossali e crescenti disuguaglianze sociali ed economiche, per l’innegabile aumento della miseria in uno dei Paesi più ricchi del  mondo. E anche la demonizzazione del divano, a ben vedere, si fonda su un falso immaginario:  infatti, sul divano si può leggere, scrivere, studiare, vedere film e documentari, ascoltare musica, fare l’amore… tutte attività umane positive, gratificanti, che accrescono la conoscenza, il benessere e l’autostima e non danneggiano né sfruttano niente e nessuno! Non sorprende che tutte le associazioni imprenditoriali siano ferocemente contrarie, dato che con il RB perderebbero l’enorme potere di ricatto sulla forza lavoro: la possibilità di continuare a pagare salari miserabili e a imporre condizioni indecenti, spesso e volentieri in violazione dei contratti nazionali vigenti, di cui possono farsi beffe essendo quasi inesistenti i controlli dell’ispettorato del lavoro e disponendo della micidiale libertà di licenziare a piacimento senza temere conseguenze; grazie, in particolare, alle norme fortemente volute da Matteo Renzi quand’era capo del governo, adorato – con ragione – da Confindustria, anche per i generosissimi vantaggi economici ricevuti senza contropartite.

Eppure, i miglioramenti straordinari per l’economia dell’Italia, grazie all’introduzione di un vero reddito di base (cioè, universale, incondizionato, adeguato a consentire una vita dignitosa), sono di tutta evidenza e di facile comprensione, per chiunque non sia in malafede.

Ecco un sommario elenco:    

#  un forte rilancio della domanda interna e quindi dell’intera economia – con conseguente crescita della produzione, dell’occupazione, delle entrate fiscali – dovuto alla possibilità di poter finalmente spendere per milioni di persone attualmente con reddito zero, aggiunta alla maggiore capacità di spesa per milioni di lavoratori poveri e assegnatari di assegni sociali minimi;    

#  una misura di giustizia sociale, finalmente, nei confronti di milioni di donne le quali hanno sempre svolto gratuitamente il lavoro di cura e domestico;    

#  un miglioramento della salute e del benessere psico-fisico dei già citati milioni di persone, dovuto a una dieta più completa (e conseguente calo delle loro spese sanitarie), vestiario e utilizzo del riscaldamento più adeguati alle necessità, estinzioni in tutto o in parte di debiti, possibilità di fare formazione professionale e/o di studiare, ecc.     

#  un aumento generalizzato dei salari, a partire da quelli simili o inferiori al RB, con ulteriore effetto moltiplicatore su domanda, produzione, occupazione, entrate fiscali;   

#  una drastica diminuzione (tendenzialmente, l’azzeramento) della spesa pubblica per dare assistenza alla quota di popolazione indigente e di tutto l’apparato amministrativo e di controllo operante a quello scopo;     

#  una crescita del livello culturale, di istruzione e di produzione creativa e artistica, grazie al tempo liberato dalla necessità del lavoro salariato per sopravvivere, con effetti molto positivi sul Paese nel suo complesso e sulle sue prospettive future. L’altra obiezione martellata costantemente dai nemici del reddito di base universale e incondizionato, è quella del suo costo insostenibile. Una clamorosa falsità: non sono i soldi che mancherebbero, ma la volontà politica di prenderli da chi ne ha di più, tanti di più, quando non tantissimi.    

Vediamo dunque i dati.    

1. Innanzi tutto, vanno sempre considerate due grandezze distinte: non solo il reddito nazionale (PIL), che misura la produzione di redditi, un flusso costante e misurato periodicamente (trimestre, anno, ecc.); ma anche la ricchezza nazionale, cioè un fondo costituito dal valore di tutti i patrimoni reali e finanziari: appartamenti e ville, fabbricati per attività industriali, artigianali, agricole, terreni; depositi bancari, azioni, titoli, investimenti finanziari, gioielli, opere d’arte, valori nelle cassette di sicurezza.    

2. I numeri di reddito e ricchezza sono molto eloquenti. Mentre il PIL nel 2019 – prima dell’emergenza sanitaria provocata dal Covid-19 – era di circa € 2.000 mld, gli ultimi dati disponibili sulla ricchezza delle famiglie e delle società non finanziarie (fonti: Banca d’Italia e  ISTAT) risalgono al 2017: € 9.743 mld.[26] Mancano purtroppo i dati sulle società finanziarie, molto probabilmente di un ordine di grandezza simile.    

3. Dunque, per finanziare il costo di un reddito di base universale e incondizionato non è affatto necessario aumentare il carico fiscale sui redditi, bensì si può finalmente far ricorso a una quota della immensa ricchezza esistente, tramite adeguate tassazioni. Per dare un’idea del gettito ottenibile ogni anno, da una modesta tassazione media del 5% (p. es., un’aliquota molto minore per le abitazioni non di lusso e i fabbricati produttivi e un’altra molto maggiore per le attività finanziarie e, perché no, dei beni custoditi nelle cassette di sicurezza, finora esentasse per privilegio bancario/divino), si ricaverebbero almeno € 487 mld! Somma che non include gli enormi introiti  aggiuntivi ottenibili da una sacrosanta tassazione delle società finanziarie e soprattutto delle transazioni finanziarie, il valore delle quali non ci viene svelato dalle fonti ufficiali…    

4. La proposta degli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman di un’imposta patrimoniale dello 0,2% sul valore delle azioni delle grandi imprese del G20, è un altro esempio istruttivo e di giustizia sociale su chi dovrebbe contribuire a finanziare il RB. «L’imposta avrebbe effetti progressivi perché la proprietà delle azioni si concentra tra i cittadini più ricchi: negli Stati Uniti l’1% delle famiglie più ricche possiede circa il 33% di tutte le azioni societarie.

Il gettito stimato di una modestissima tassa di questo tipo sarebbe ingente: $ 180 mld ogni anno, circa lo 0,18% del Pil del G20»[27]. Si tratta per altro di un’aliquota troppo modesta, che si potrebbe moltiplicare per dieci (cioè, 2%) senza dare scandalo. Come lo stesso articolo ricorda, nell’anno della pandemia planetaria, l’86% dei miliardari mondiali ha accresciuto la propria ricchezza, al  contrario della stragrande maggioranza della popolazione.    

5. Quanto costerebbe effettivamente il reddito di base MIPIU (monetario, individuale, periodico, incondizionato, universale)? Se venisse dato a 41 mln di persone – escludendo dal totale di quasi 60 mln di residenti in Italia nel 2020 [cfr. dati ISTAT 2021] i bambini da 0 a 9 anni (circa 4,9 mln) e gli anziani da 65 anni in su (circa 13,9 mln; qui considerati tutti pensionati, per semplificare il conteggio, e con un assegno mensile superiore a € 1.000);

e ipotizzando un RB mensile di € 1.000 per ogni adulto (18-64 anni: 36,3 mln) e € 500 per ogni minore da 10 a 17 anni (4,6 mln); sarebbe di € 38,6 mld al mese, circa € 463 mld l’anno. Calcolando il risparmio di tutti i sussidi attuali che verrebbero cancellati, insieme ai relativi costi amministrativi, e ampliando l’imposizione della tassazione media del 5% sulla ricchezza anche alle società e alle transazioni finanziarie, sarebbe una spesa ampiamente sostenibile. Si tratta dunque di una scelta politica.

E se governo e parlamento non vogliono farla, la strada per imporla è quella di un grande movimento di massa che ne faccia il proprio obiettivo. Il percorso è iniziato ormai da molti anni, ma ora è possibile finalmente accelerare, continuando a diffondere   sempre più la consapevolezza di come stiano realmente le cose e la fiducia che sia davvero possibile conquistare un vero reddito di base universale e incondizionato.

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