Spostare l’asse del conflitto

Dal blog https://comune-info.net/

Alberto Zoratti 28 Ottobre 2021

Milton Friedman, padre delle teorie neoliberiste, nella lettera intitolata “Protesta di un economista”, lo diceva con estrema chiarezza: le soluzioni governative a un problema sono solitamente cattive quanto il problema, spesso rischiano di peggiorarlo.

Friedman predicava la religione della “libertà” dei mercati ma in una cosa non aveva certo torto: le componenti essenziali del problema non vanno confuse con le soluzioni. I rappresentanti dei 20 Paesi più industrializzati del mondo, riuniti in questi giorni a Roma con i loro banchieri, sono responsabili del 75% delle emissioni globali.

Non indicheranno mai quella che è probabilmente la sola via per uscire dalla catastrofe ecologica in cui ci hanno cacciato: sono l’organizzazione sociale ed economica che devono adeguarsi alle leggi geo-bio-fisiche che regolano la vita sulla Terra. Loro proporranno altri rinvii e, tutt’al più, improbabili quanto artificiose e false soluzioni tecnologiche. La distruzione dell’ambiente è insita al modello industriale di produzione e consumo dominante, che considera la natura e l’ambiente non necessari alla vita ma all’accumulazione di denaro e capitali e che non sembra aver più alcun bisogno di consenso sociale.

Per questo gli studenti, nella mattina di venerdì 29, i partecipanti al grande corteo di sabato 30, al Climate Camp e all’assemblea del 31 ottobre non potranno che recuperare l’idea e la pratica del conflitto. Dovranno però restare ben lontani dalle trappole (e provocazioni) che, immancabili, saranno tese per provare a ridurre la protesta alla dimensione neo-sanitaria dell’ordine pubblico, ma soprattutto dovranno rivolgere finalmente il conflitto non verso i falsi obiettivi creati ad hoc ai piani bassi della piramide societaria ma verso i cieli elitari del dominio e le eleganti nuvole del potere.

Tutto si tiene nel capitalismo del nostro tempo, ma la narrazione corrente distrae, crea nuovi nemici e divide, mentre i rapporti di forza restano cristallizzati alimentando conflitti orizzontali

foto tratta dalla pagina facebook di Fridaysforfuture-Roma

Alcuni fatti sono veri e propri sintomi, che descrivono una realtà sottostante che rischia di non essere visibile ai più, soprattutto nel momento in cui, in quest’epoca del just in time e della velocità digitale, le cose si manifestano e spariscono dalla memoria nell’arco di pochi giorni.

Nella società dell’on-off e del connesso-disconnesso, il pericolo è quello di non riuscire a unire i punti non potendo così arrivare a una diagnosi e, di conseguenza, a una cura adeguata. Ed è così che la morte di un lavoratore di settant’anni mentre controllava un tetto o di un giovane interinale di soli 22 anni, o di una lavoratrice uccisa di lavoro per aumentare la produzione dell’8% non si riescono a collegare con una crescita dell’occupazione sempre più precaria ed escludente per donne e giovani o con il recente attacco alle pensioni.

Succede che la tragedia di Catania e dei suoi eventi atmosferici estremi non venga inserita nell’analisi di un clima sempre più impazzito a causa di un’economia che continua a esternalizzare i costi, nonostante la COP26 di Glasgow sia alle porte dove già pare si ipotizzino soluzioni non all’altezza dei rischi che corriamo. O che la distruzione di posti di lavoro e la loro delocalizzazione verso zone a misura di profitto non si leghino a un’economia sempre più finanziarizzata, causa delle ultime crisi mondiali a cominciare da quella dei subprime.

Tutto si tiene, nel capitalismo 2.0. Ma se la narrazione corrente distrae, crea nuovi nemici e divide, i rapporti di forza rimangono cristallizzati alimentando un conflitto orizzontale. E in un periodo di shock economy post pandemica tutto questo porta a un’ulteriore redistribuzione dal basso verso l’alto.

Nonostante la normalizzazione forzata di questi anni però qualcosa sta sfuggendo ai calcoli, perché i graduali percorsi alimentati dalla convergenza delle lotte, delle vertenze, dalle donne e dagli uomini che hanno costruito alternativa e conflitto stanno riuscendo a mettere assieme i tasselli, ridando ordine alle cose.

A Genova, nel luglio 2021, quel quadro di insieme ha cominciato a comporsi e si è alimentato e si è rafforzato grazie a processi reali come la lotta degli operai Gkn a Campi Bisenzio e Whirlpool a Napoli, al graduale lavoro di connessione della Società della Cura, all’attivismo di migliaia di giovani dei Fridays for Future o di chi ha alimentato il Climate Camp o alla determinazione delle donne di piazza del Popolo del 25 settembre.

Roma il 30 ottobre sarà la prima tappa di passaggio verso quella saldatura ormai necessaria tra movimenti e soggetti sociali, perché a una globalizzazione complessa e alle politiche insostenibili che la sostengono va opposta una narrazione e un’agenda altrettanto articolata e complessa.

Il G20 è la dimostrazione plastica di quella insostenibilità, a maggior ragione nel momento in cui la presidenza italiana a guida Draghi sta accendendo i motori per rendere concrete le ricette che già nel 2011 spedì in lettera a busta chiusa e a doppia firma con Trichet al Governo italiano, con destinatario Berlusconi.

Il corteo di sabato e l’assemblea di domenica a Garbatella sono due passaggi obbligati per consolidare e ampliare le connessioni, per rilanciare tutte e tutti assieme una nuova stagione di opposizione sociale al Governo. Sciopero generale e mobilitazioni generalizzate contro la precarietà, per sostenere una legge sulle delocalizzazioni appena depositata in Parlamento e nata grazie al lavoro tra un collettivo di fabbrica e dei giuristi democratici, contro politiche che abbattono i salari e diminuiscono la sicurezza sul lavoro.

E per garantire che la transizione ecologica sia reale, concreta, capace di cambiare strutturalmente il sistema economico tutelando i diritti di lavoratrici e lavoratori.

L’asse del conflitto va spostato da orizzontale a verticale, spingendo tutti assieme come fratelli e sorelle in lotta e riannodando i fili di una trama ancora invisibile.

E’ necessario, ora più di prima, lasciare un segno. Il 30 e il 31 ottobre sono il primo passo in quella direzione, una prima tappa per condividere un’agenda di lotte capace di modificare profondamente la deriva di questo Paese.

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