I due attacchi a Cop26

Dal blog https://comune-info.net/

Di Paolo Cacciari 28 Ottobre 2021

La Conferenza internazionale sul clima CoP6 a Glasgow comincia il 31 ottobre. Sui grandi media qualcuno ne parla, facendo sapere che la regina Elisabetta non sarà presente a differenza di quanto programmato. In questo articolo Paolo Cacciari spiega che sonodue le linee di attacco degli oppositori alla decarbonizzazione dell’economia, una diretta e l’altra insidiosa, e che esiste un solo percorso di vero rientro delle attività antropiche nei limiti ecologici misurabile

In vista della Cop26 di Glasgow, due sono le linee di attacco degli oppositori alla decarbonizzazione dell’economia: una è diretta, l’altra è insidiosa. La prima dice: i costi della transizione energetica sono insostenibili, comportano “decenni di pesanti sacrifici” – parole testuali del Corriere della Sera – “Bollette più care, nuove tasse, gravi tensioni sociali, segmenti di popolazione composti da milioni di persone che diventano di colpo più povere o perderanno, nel giro di pochi anni, il loro posto di lavoro” (Guido Tonetti, La transizione ecologica non sarà un pranzo di gala, Corriere della sera, 13/10/21).

L’altra, in un perfetto gioco delle parti, risponde rassicurando: “neutralità” del carbonio zero emissione “nette” (al 2050) non significa rinunciare a tutta l’energia di cui abbiamo bisogno, ma solo trovare il modo di neutralizzare e compensare le emissioni climalteranti indesiderate.

Quindi: spalanchiamo i forzieri, stampiamo Bond verdi, offriamo nuove opportunità di investimento in qualsiasi tecnologia che raggiunga il risultato, compresi il nucleare, l’incenerimento di rifiuti di ogni tipo, l’idrogeno blu (da combustibili fossili), le pratiche di compensazione della CO2 (ETS, sistemi di scambio delle quote di emissione, riforestazioni a distanza, ecc.) e le tecniche di bioingegneria (cattura e stoccaggio del carbonio sotto terra, sbiancamento delle nuvole, fertilizzazione degli oceani, ecc.).

Così la magia è compiuta: la transizione ecologica smette di essere un “costo” e diventa un asset per nuovi business.

La crescita diventa green, tutti ci guadagnano, nessuno ci perde. Sarà vero?

Le soluzioni di mercato alla riduzione delle emissioni sono state inventate nel lontano 1997 con il Protocollo di Kyoto.

Il meccanismo è semplice: i governi fissano un tetto di emissioni (cap) sulla base del quale concedono delle autorizzazioni (gratuitamente o all’asta) che possono essere commercializzate (trade) e/o compensate (offset) con interventi di “cattura e stoccaggio” in qualsiasi parte del pianeta. I programmi di cap and trade e offset, quindi, non impongono di ridurre direttamente l’uso di combustibili fossili, mentre consentono alle industrie (più capitalizzate) di continuare a emettere gas climalteranti pagando indennità o investendo altrove.

Mettere un prezzo all’aria, all’acqua, alle sementi, al genoma… alla natura non sembra una buona soluzione. Al contrario la si riduce a merce e si consente la sua finanziarizzazione.

A guadagnarci sono i rendimenti dei capitali, non la salute del pianeta.

Nemmeno la via tecnologica allo “sviluppo sostenibile” non è una novità.

La si persegue da cinquant’anni chiamandola green economy, economia circolare, clean technologies, smart cities, ecc. ecc..

Ma non ha raggiunto i risultati attesi sull’intero spettro degli obiettivi ambientali. Per una semplice ragione: se i benefici che si possono ricavare migliorando l’efficienza e la pulizia degli apparati energetici e produttivi vengono impiegati per aumentare permanentemente i consumi delle merci immesse nei mercati, non vi saranno benefici ambientali.

L’estrazione di materie prime (tanto di quelle consuete, quanto di quelle più rare e preziose) e la dispersione delle scorie non metabolizzabili dai cicli naturali continueranno a crescere e, con loro, la distruzione degli ecosistemi, della biodiversità, della salubrità della biosfera. In altre parole, se è certo possibile realizzare un decoupling (sganciamento della curva di crescita del valore monetario dei beni e dei servizi immessi sul mercato dalla crescita della pressione e degli impatti ambientali) relativo ad alcuni cicli e settori produttivi, non è ipotizzabile che lo stesso risultato si possa raggiungere per il sistema economico nel suo complesso.

Almeno, fino a quando esso rimarrà predisposto al fine di una crescita permanente e indefinita delle merci.

Un percorso di vero rientro delle attività antropiche nei limiti della sostenibilità ecologica si misura in un modo solo: nella diminuzione dei flussi di materia e di energia (bilanci di materia e di energia) impiegati nei processi trasformativi. Gli economisti (e i politici) devono rassegnarsi: tra l’economia dei soldi e quella della natura vi è una “contradizion che nol consente”.


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