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Salvatore Cannavò 30 Aprile 2026
Il Primo maggio si celebra sotto l’impatto dell’arroganza israeliana e la violazione di qualsiasi diritto contro la spedizione umanitaria via mare. Quella pratica conflittuale andrebbe non solo sostenuta, ma anche imitata per realizzare una vera vertenza unitaria attorno ai temi del lavoro
Celebriamo l’ennesimo Primo maggio in cerca di diritti. Diritto al salario, innanzitutto, al lavoro, in particolare al lavoro buono e a misura di vita. Tutti temi che sono marginali nel dibattito pubblico, ovviamente spostato in larga parte sulle dinamiche di guerra globale e per la rimanente parte sulle beghe miserabili della politica quotidiana. Le vicende della guerra, del resto, scandiscono il ritmo del nostro tempo e segnano anche il grado di brutalità e arroganza delle potenze dominanti, come si è visto con l’illegale abbordaggio da parte di Israele contro la Sumud Global Flotilla avvenuto la notte del 29 aprile in acque internazionali.
Celebrare l’ennesimo Primo maggio con la guerra nella testa e, allo stesso tempo, costretti e costrette a rimirare una busta paga inchiodata a trent’anni fa, o una intensificazione dello sfruttamento, può produrre frustrazione. Chi per vivere ha bisogno di lavorare non dovrebbe però farsi distrarre dallo scoramento perché l’unica strada per migliorare le proprie condizioni di vita è quella di strappare diritti e risultati. Anche se si entra in un territorio denso di complicazioni e funestato da complicità ed errori.
Ma che il tema sia centrale, che la questione sia decisiva e che il lavoro – la sua qualità, la sua assenza/presenza, la sua organizzazione, la sua distribuzione – si collochi al centro della società è dimostrato in fondo dal messaggio che il governo Meloni ha voluto inviare alla vigilia di questo Primo maggio. Dopo tre anni di attacchi diretti al lavoro, di svilimento del ruolo del sindacato e, lo scorso anno, di contrapposizione frontale al referendum voluto dalla Cgil, nel 2026 la presidente del Consiglio decide di ridurre il tasso di contrapposizione e sposa alcune richieste dei sindacati.
Potenza della sconfitta al referendum sulla Giustizia del 22-23 marzo, certamente, e necessità di ricostruire un profilo del governo più ancorato a temi sociali e a preoccupazioni di sostanza che a inseguire la fuffa di riforme senza senso e senza tempo.
E così, il 28 aprile il governo ha varato un decreto «primo maggio» con l’obiettivo di ancorare gli ennesimi incentivi alle aziende, circa un miliardo di euro, a una nuova formulazione di «salario giusto», agganciato al Trattamento economico complessivo (Tec) fissato dai contratti di lavoro firmati dalle organizzazioni sindacali «comparativamente più rappresentative». Un provvedimento che contiene un riconoscimento ai tre maggiori sindacati, Cgil, Cisl e Uil, ma che sostanzialmente si basa sulla concessione di contributi a fondo perduto alle principali aziende.
Per ottenere gli incentivi alle assunzioni di giovani sotto i 35 anni e di donne, infatti, quelle imprese devono rispettare il «salario giusto» mettendo quindi un ostacolo a contratti siglati con organizzazioni sindacali «pirata». Sembra la fine del mondo, un governo di destra che si avventura nel riconoscimento di organizzazioni rappresentative quando fino al giorno prima aveva accarezzato le sigle più improbabili e giocato la carta della divisione sindacale. Contemporaneamente, il decreto varato fissa anche un principio di indennità di vacanza contrattuale stabilendo che in caso di rinnovi contrattuali che si protraggono oltre i 12 mesi dalla data di scadenza, venga corrisposto a lavoratori e lavoratrici un anticipo una tantum pari al 30% dell’inflazione accumulata.
In questo caso, il governo ha confermato la sua natura di destra visto che la formulazione originaria del decreto prevedeva la compensazione ai dipendenti dell’intero rinnovo pattuito per tutti gli anni o mesi di vacanza contrattuale, ma è stata eliminata all’ultimo momento su richiesta delle organizzazioni padronali a loro dire eccessivamente penalizzate.
La norma approvata, in realtà, si colloca al limite di una compensazione equa: pagare un’indennità contrattuale al 30% dell’inflazione – per il prossimo anno stimata al 3% e quindi l’1% da corrispondere in busta paga – potrebbe infatti essere considerato un vantaggio rispetto a un accordo che costringa a sborsare di più.
Dubbi importanti possono essere avanzati anche sul tema del «salario giusto» e sull’indicazione dei contratti firmati da organizzazioni davvero rappresentative. Come si stabilisce la rappresentatività in assenza di una legge sulla rappresentanza?
Sono d’accordo governo e imprenditori, ma anche una parte del sindacato più moderato a cominciare dalla Cisl, a raggiungere finalmente un patto su questo punto per dare al mondo del lavoro un quadro di effettiva rappresentanza democratica? E lo si farebbe in modo da non penalizzare le sigle minori quando sono rilevanti in determinati comparti o luoghi di lavoro?
Anche sul Tec ci sono dubbi di merito: si tratta di una formula che cumula l’intera retribuzione, comprensiva di minimi tabellari (il cosiddetto trattamento economico minimo, Tem) delle figure accessorie come 13esima e 14esima, delle varie indennità, del welfare aziendale, dei premi di produttività, ecc.
Come ha segnalato l’Usb si tratta di importi che è impossibile confrontare tra contratto e contratto senza considerare che il Tec nasconde un’insidia: sdogana definitivamente il welfare aziendale come parte decisiva della retribuzione favorendo una tendenza marcata del padronato italiano, quella di scambiare salario con incentivi alla previdenza e alla sanità integrativa, quindi privata, direttamente riconducibile al padronato stesso.
Lo spazio riservato al decreto del governo è doveroso perché incide nell’immediato della realtà lavorativa e sulla percezione del mondo del lavoro, ma sarebbe sbagliato soffermarsi esclusivamente su una strategia di rincorsa delle scelte governative. C’è piuttosto la necessità di fissare obiettivi e percorsi di mobilitazione interamente autoprodotti e il più unitari possibili di cui sente la mancanza da molto tempo.
Pesa, certamente, il contraccolpo generato dalla sconfitta del referendum sui quesiti del Jobs Act subita nel 2025: quesiti che pure avevano ottenuto, di fronte all’invito astensionista delle destre, l’adesione di oltre 13 milioni di elettori ed elettrici.
Quella sconfitta ha contribuito a rendere politicamente meno appetibile, per il fronte progressista, la questione-lavoro, tanto da far sparire dal dibattito anche la richiesta di salario minimo che pure aveva rappresentato la prima parola d’ordine unitaria del costituendo fronte delle opposizioni, allargato addirittura anche a Matteo Renzi.
Non è scopo di questo articolo, e neanche compito di questa rivista, definire una piattaforma adeguata del mondo del lavoro, ma la diagnosi dei problemi, se fatta correttamente e in modo disinteressato, può aiutare a costruire una maggiore consapevolezza in questa direzione.
Non c’è dubbio che la prima diagnosi, sotto gli occhi di tutti, anche di settori del mondo liberale, è quella dell’enorme recessione salariale subita dai e dalle dipendenti in Italia. Parliamo di salari, secondo la ricostruzione della Voce.info, che rimangono al di sotto, in termini di retribuzione reale e oraria, di quelli del 2005, e sette punti percentuali sotto il picco raggiunto a inizio 2020, appena prima lo scoppio della pandemia da Covid 19.
Un dramma che quotidianamente si trasforma nella fatica crescente ad arrivare a fine mese per milioni di famiglie, una emergenza di cui non si sente alcuna eco nelle priorità politiche istituzionali.
Il decreto del governo, ad esempio, a parte la norma dell’indennità contrattuale di cui sopra, non si occupa di aumenti salariali così come appare scomparso dal dibattito il tema del fiscal drag che pure aveva ottenuto una notevole centralità fino all’anno scorso.
La questione salariale non può più essere derogata e dovrebbe rappresentare la rivendicazione cruciale – attorno alla richiesta di salario minimo, di rinnovi urgenti, di inediti recuperi sull’inflazione: si pensi che l’indice contrattuale utilizzato, l’Ipca, è ancora al netto dei costi energetici nonostante l’impatto devastante delle guerre in corso – per un percorso di lotta che immagini anche forme di mobilitazione nuove – picchetti, campagne prolungate – e a un utilizzo più funzionale e democraticamente costruito dello sciopero generale, fuori finalmente dalle ritualità e dalle automaticità degli ultimi anni.
Per tutto questo servirebbe un’unità sociale di cui non si vede nemmeno l’ombra. Non tanto l’astratta unità sindacale che si converte in un patto comune siglato dall’alto, ma di un’unità da costruire nella pratica. E questa, per rendersi concreta, avrebbe bisogno di soggetti che ci investano e ci credano.
Oggi l’unico ambito che sta provando a sperimentare una connessione unitaria tra sigle diverse, su un piano generale che finora è stato quello della guerra, è la Flotilla che a sua volta ha contribuito a fare nascere la rete No Kings. Ma il tema della guerra non è questione avulsa dalle dinamiche del lavoro e dei bisogni di vita.
I soldi che mancano sempre per migliorare il welfare, per rimpiazzare l’esperimento, parziale, del reddito di base o per garantire rinnovi contrattuali decenti almeno nel settore pubblico sono gli stessi che vengono prosciugati dall’Europa imperiale che mira al riarmo.
I fondi che mancano alle casse pubbliche inchiodate ai deliri del Patto di stabilità potrebbero provenire da profitti sempre più stellari prodotti dalla finanza o dai colossi delle armi e dell’energia.
Tutto questo oggi è destinato a sostanziare la mobilitazione contro la guerra che non può essere solo un’espressione morale, né limitarsi alla disputa geopolitica. C’è un sottofondo sociale ed economico che fa si che la guerra globale, scatenata innanzitutto contro popoli fragili come quello palestinese o Stati scomodi come l’Iran, si riversi anche, sia pure in tono minore, qui da noi, nelle pieghe della vita quotidiana.
Ecco che allora il metodo e la capacità unitaria della Flotilla andrebbe esteso al mondo del lavoro, con una vertenza comune. Sembra una petizione di principio o un auspicio velleitario, visti i rapporti sul campo, ma smettere di proporla o di ipotizzarla sarebbe un errore più grave.
Leggi anche…LAVORO Le tante facce del sindacato Redazione Jacobin Italia
Se il salario è il tema cruciale per chi è, in forma più o meno stabilizzata, interno o interna al mondo del lavoro, l’altra grande questione riguarda la qualità del lavoro.
Non solo nel contrasto alla precarizzazione, al caporalato, anche quello digitale, all’iper-sfruttamento del lavoro migrante o al gender gap che ancora contrassegna indelebilmente il lavoro femminile. Sono temi decisivi e già spesso compresi in diverse piattaforme contrattuali e in mobilitazioni anche periferiche del lavoro, per quanto simbolicamente centrali, si pensi alla lotta del Sudd Cobas nell’area di Prato.
Ma c’è un tema più ampio e generale inerente alla qualità del lavoro che è simmetrico alla questione della qualità della vita. Senza entrare nel dibattito, decennale, tra centralità del lavoro nella realizzazione delle aspettative personali di vita o rifiuto dello stesso come mezzo per pensare una società altra, si tratta concretamente di strappare una discussione più avanzata sulla riduzione degli orari di lavoro per consentire non tanto la sbandierata conciliazione con i tempi di vita – che spesso si trasforma in un onere relativo alla riproduzione sociale fondamentalmente appaltato alle donne – ma in un ripensamento complessivo degli orari e finalmente nella quantificazione, se non altro in termini orari, del lavoro di riproduzione sociale.
Abbiamo tutti e tutte bisogno di più tempo per riprodurre la nostra forza lavoro: tempo di trasporto, di cura, di attenzione alle relazioni, di recupero dell’equilibrio mentale, e tutto questo ha bisogno di essere davvero compreso nell’orario di lavoro e quindi decurtato da quello.
È un obiettivo che ancora non si è radicato nel novero delle rivendicazioni sindacali e la cui definizione collettiva permetterebbe di aprire una discussione non solo sulle garanzie e sui diritti contrattuali, ma anche sul tipo di società che vorremmo costruire.
Da questo punto di vista la vertenza che il Collettivo di fabbrica ex Gkn e la Soms Insorgiamo portano avanti ormai quasi da cinque anni rappresenta uno sguardo sul futuro proprio per la sua capacità di investire l’intero arco della riproduzione sociale: non solo il funzionamento della fabbrica integrata possibile, ma anche il suo impatto sul territorio, il suo equilibrio ecologico, la sua capacità di contemplare una forma di vita diversa dai ritmi del capitalismo e quindi una prospettiva che apre nuovi confini.
Il Primo maggio ha bisogno insomma di tornare al suo spirito originario: non tanto la giornata di auto-celebrazione o, peggio, del concerto urbi et orbi – a differenza dell’Uno maggio di Taranto che è riuscito a preservare la sua forma conflittuale – ma una data cruciale della working class per immaginare, proporre e affermare, un futuro migliore.
Se, proprio ispirandosi alla Flotilla, la Gkn immagina di dare vita a una «Flotilla dell’economia» per costruire alternative esistenti qui e ora, la pratica del mutualismo conflittuale andrebbe utilizzata per realizzare anche una Flotilla per il salario e il lavoro in grado di aprire varchi per una vita migliore.
*Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).