Tre lezioni dal G20 di Roma

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Lorenzo Tecleme 29 Ottobre 2021

I cambiamenti arriveranno se riusciremo a imporli, in uno scenario globale cambiato in cui movimenti e convergenze tra forze diverse possono fare la differenza. Appunti a caldo dalla mobilitazione contro i grandi della terra

Da giorni il centro di Roma si sta trasformando in una cittadella blindata. Migliaia di uomini di forze armate e dell’ordine sono chiamati a presidiare il G20, il summit che riunisce le venti principali economie del mondo. Quest’anno la presidenza italiana ha scelto l’immaginifico slogan People, Planet, Prosperity, e si sprecano già i proclami ambiziosi su contrasto a Covid-19 e riscaldamento globale, riduzione delle disuguaglianze, pace. 

Ma se dal punto di vista di chi scrive non molto di buono può uscire dal Palazzo dei venti potenti, molto più interessante è analizzare quanto le premesse di questo evento ci dicano sullo stato della politica globale – e sul come fare per cambiarla.

Primo, i rapporti di forza contano

Può sembrare una banalità ma in questo periodo vale la pena ribadirlo. L’arrivo della pandemia ha portato alla ribalta parole d’ordine fino a pochi anni fa impensabili nel mainstream occidentale, e alcune di queste sono prese direttamente dall’armamentario retorico della sinistra. Un conservatore come Boris Johnson ha sdoganato le nazionalizzazioni; il centrista per definizione Joe Biden parla un giorno sì e l’altro pure di tasse ai ricchi e welfare state; Mario Draghi ha deciso di incontrare le associazioni ambientaliste durante le consultazioni e ha dato vita al Ministero della transizione ecologica. 

Alcune di queste novità, come la svolta verde italiana, sono poco più che slogan. Altre – come alcune delle politiche della Bideneconomics – hanno un pò di concretezza in più (e non a caso si appoggiano anche sul lavorìo della sinistra di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Còrtez). Ma anche nella migliore delle ipotesi la svolta a sinistra è contenuta, parziale, spesso più mediatica che effettiva. Le aspettative attorno al G20 di Roma lo dimostrano. Il ben poco ambizioso obiettivo dei cento miliardi annui in aiuti alla transizione ecologica per il sud globale – una promessa minima, vecchia ormai di dieci anni, pienamente inserita nel sistema di «aiuti» a credito del Fondo monetario internazionale – non verrà raggiunto neanche quest’anno, né al G20 né alla Cop26, la conferenza dell’Onu sul clima.

La proposta della moratoria temporanea sui brevetti dei vaccini – un’idea del non-esattamente-bolscevico premier indiano Narendra Modi – sembrerebbe non essere nemmeno sul tavolo del summit di Roma. L’idea di una tassa globale sulle multinazionali prosegue sempre più indebolita, tanto che il celebre economista Thomas Piketty – un pensatore di sinistra ma non certo un massimalista – ha parlato di misura «ridicola».

All’inizio della pandemia nella bolla social della sinistra radicale girava il meme del «compagno Covid», uno scherzo macabro che alludeva a come la pandemia abbia permesso di raggiungere risultati – ad esempio la sospensione del famigerato Patto di stabilità in Europa – che la sinistra inseguiva senza successo da anni. Di certo il mondo post-Coronavirus non sarà uguale a prima, e la paura di sconvolgimenti sociali potrà contribuire a spingere le élites già provate dalla crisi del 2008 verso qualche misura redistributiva e persino ecologica. Ma le svolte vere, profonde, radicali, derivano sempre dai rapporti di forza interni alle società. La pandemia può creare occasioni favorevoli, come suggeriva un anno fa Naomi Klein, ma il Covid non farà il nostro mestiere. Se vogliamo cambiare (e salvare!) il mondo dobbiamo rimboccarci le maniche.

Secondo, anche il potere è cambiato

Per molti attivisti della generazione precedente alla mia – quelli che hanno fatto politica negli anni della «fine della storia» – i vari G (sette, otto, venti) sembravano davvero il centro del mondo. In un pianeta dominato da una sola potenza e dal pensiero unico neoliberale l’incontro delle prime grandi economie era il simbolo perfetto del nemico da sconfiggere. Tutt’ora questi summit sono spazi centrali del potere globale, ma è impossibile non avere un giudizio più sfumato rispetto ad alcune analisi di due o tre decenni fa. L’ascesa della Cina e il parziale disimpegno statunitense in alcuni scenari disegnano un mondo più multipolare di prima, dove mancano contrapposizioni paragonabili a quelle del Novecento pre-crollo del muro di Berlino (anche se sono innegabili alcune grosse tensioni tra l’economia cinese e quella statunitense), e il potere appare più distribuito tra diversi centri.

Il punto quindi non è da quale lato del Pacifico schierarci, ma avere gli occhi aperti su quanto accade nel mondo. Il dossier afgano è un esempio perfetto: nonostante l’Italia abbia ottenuto di discuterne in sede G20, molto più di prima i destini dell’Asia centrale dipendono anche dalle scelte di Mosca e sopratutto Pechino, che possono scegliere altre sedi e interlocutori – ad esempio il Moscow Format, l’assemblea ristretta ai soli vicini di Kabul – per discuterne. Non vogliamo fare previsioni sul futuro della geopolitica globale, ma di certo tante cose stanno cambiando e di fronte a problemi globali – su tutti il contrasto alla crisi climatica – non possiamo permetterci di ignorarle.

Terzo, nelle piazze può ancora succedere molto

«La parola d’ordine contro il G20 è convergenza», titola un articolo de il manifesto di pochi giorni fa. E in effetti se guardiamo fuori dal palazzo, la vera notizia è questa. A sfilare assieme saranno sigle del sindacalismo di base, pezzi della Cgil, vertenze di ogni genere – dalla Gkn ad Alitalia passando per Ilva e Wirphool – ma anche i nuovi movimenti per il clima – Fridays For Future e Exctinction Rebellion in testa – che organizzano in prima persona cortei, mobilitazioni, campeggio.

A ottobre due piazze della stessa entità – cinquantamila persone circa – si sono sfiorate senza incrociarsi: Fridays for Future a Milano in occasione della PreCop e gli operai della Gkn a Firenze in occasione dello sciopero di fabbrica. Ora questi mondi cercano di unirsi, e la sfida non è facile. Non solo ancora si fatica a intersecare temi complessi – molti nella stessa sinistra radicale sanno poco e nulla di crisi climatica, per dire – ma si sono anche finora rivolti a pubblici profondamente differenti. Le piazze degli scioperi globali per il clima dal 2019 a oggi sono state grandi, trasversali, giovanili (gli studenti delle scuole superiori il target principale) ma sicuramente meno «militanti» di altre. Un’esperienza come la Gkn ha dimostrato di sapersi prendere la scena nazionale e di unire un mondo di sigle oltre ogni aspettativa, ma rimane sicuramente più circoscritta all’area politica della sinistra. 

I rischi, ovviamente, sono tantissimi. Se le diffidenze prevarranno il corteo congiunto del 30 ottobre resterà un’esperienza limitata. Ma se si creerà il giusto mix, se i nuovi movimenti sapranno portare il senso dell’urgenza e il loro linguaggio fresco, se il mondo di sindacati e della sinistra classica saprà portare la giusta coscienza di classe, potrebbe nascere l’embrione di un senso comune nuovo. 

*Lorenzo Tecleme studia Scienze della Comunicazione all’Università  di Bologna. Scrive occasionalmente di ambiente e attualità su Repubblica, DomaniJacobin Italia. È attivista di Fridays For Future

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