Cosa hanno in comune Pfizer, Moderna, J&J con le principali industrie d’armi al mondo?

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/

Di Alessandro di Battista ed a seguire tre articoli di A. Piccinin

Sapete cos’hanno in comune Pfizer, Moderna, J&J con le principali industrie d’armi al mondo ed i colossi del web? Semplice, i fondi di investimento! Molti di voi conosceranno BlackRock, la più grande società di investimento del pianeta, ma i fondi finanziari che, di fatto, scegliendo dove investire condizionano le nostre vite, sono molti. I primi tre investitori istituzionali di Pfizer sono fondi. Vanguard Group. possiede l’8,19% delle azioni, BlackRock il 7,32% e State Street Corporation il 5%. Lo stesso vale con Moderna: Vanguard ha il 6,7% e BlackRock il 6,63%. Considerate che BlackRock gestisce un patrimonio di quasi 8000 miliardi di dollari, più del PIL di Giappone, Germania, Francia o Gran Bretagna. Solo USA e Cina hanno un PIL superiore ad 8000 miliardi di $. Anche i primi due azionisti istituzionali di Johnson & Johnson sono fondi di investimento. Ancora una volta Vanguard Group. e BlackRock rispettivamente con l’8,8% ed il 7,4% delle azioni. Vogliamo parlare degli azionisti di FB? Primo Vanguard Group. con il 7,73%, secondo BlackRock con il 6,59%. Stesso discorso per Amazon, Vanguard Group. ha il 6,65% e BlackRock 5,55%. Vanguard, BlackRock e State Street Corporation sono anche i principali investitori istituzionali della Lockheed Martin Corporation, il primo produttore di armi al mondo e possiedono anche un mucchio di azioni della Boeing, numero 2 al mondo per produzione di armamenti. La Boeing è conosciuta per il Jumbo Jet ma non tutti sanno che produce anche i missili Patriot, gli elicotteri Apache e i cacciabombardieri F18. Vanguard Group, Morgan Stanley, Blackrock e State Street Corporation figurano, inoltre, nei primi quattro posti tra gli investitori di Twitter. BlackRock e?, inoltre, il primo azionista di UniCredit, uno dei principali istituti finanziari italiani il cui Presidente è l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. La scorsa estate Atlantia (società dei Benetton concessionaria delle autostrade) ha accettato un’offerta da 8 miliardi di euro presentata da un consorzio di cui fa parte Cassa Depositi insieme ai fondi di investimento Blackstone e Macquarie, il primo colosso USA, il secondo australiano. Nelle ultime ore un altro colosso finanziario americano, il fondo Kkr ha avanzato un’offerta per acquistare il 100% di TIM, un tempo una gallina dalle uova d’oro per le casse dello Stato. Se l’acquisto dovesse andare in porto Kkr (attraverso TIM) potrebbe ottenere l’appalto miliardario per il Cloud, ovvero la gestione dei dati delle Pubbliche Amministrazioni. Se iniziassimo a mappare i politici finiti a lavorare nelle banche d’affari, nei fondi di investimento e, in generale, nel mondo della finanza, faremmo notte. Le Repubbliche occidentali sono dilaniate dai conflitti di interessi e dalle pressioni esercitate dai giganti della finanza che, con un clic, di fatto, dispongono della vita di milioni di cittadini. I fondi finanziari stanno comprando di tutto, infrastrutture strategiche, case farmaceutiche, gruppi mediatici, social network. E la politica tace. Pensate che chi detiene tale potere non rischi di abusarne? Pensate che chi ha a disposizione una tale forza economica non sia capace di esercitare pressione sulle scelte di governanti o ministri? Nel mio libro “Contro” scrissi: “Non mi fido di Draghi per il suo passato, non mi fido di Draghi per i macroscopici errori che ha collezionato, non mi fido di Draghi per la scarsa empatia, non mi fido di lui perchè è un tecnico che si è formato nell’humus del capitalismo finanziario, ovvero l’entità che, più di tutto, è alla base degli squilibri sociali ed economici della modernità”. E ancora: “solo il rafforzamento degli strumenti di democrazia diretta potrà far da argine all’allargamento della forbice tra l’indigenza più funesta e la sempre più oscena opulenza. Un tempo credevo che l’onestà fosse il requisito principale per occuparsi della cosa pubblica. Oggi la reputo una condizione necessaria, ma è l’indipendenza ciò che davvero può distinguere un buon rappresentante della nazione. E, sebbene appaia paradossale, l’indipendenza di un parlamentare, di un ministro o un presidente del Consiglio, è direttamente proporzionale alla dipendenza nei confronti di una moltitudine di persone. Si chiama democrazia e poco, ahimè, ha a che fare con il sistema in cui viviamo”. Spero di avervi dato qualche spunto di riflessione. (*) ripreso da http://www.lantidiplomatico.it «Fuzilâz», una riabilitazione storica oltre il racconto epico

Due pubblicazioni curate da Franco Corleone «Claudio Graziani. Un episodio di guerra» e il recente «Il tempo dell’onore. Il Friuli Venezia Giulia rivendica il diritto alla memoria» (Menabò edizioni) per smontare una narrazione eroica rispetto alla realtà tragica di DAVIDE CONTI (*) Archiviate le manifestazioni ufficiali e le celebrazioni istituzionali relative al centenario del Milite Ignoto restano aperte questioni rilevanti rispetto la storia e il discorso pubblico sugli eventi della Grande Guerra.

Ricomporre il contesto degli avvenimenti; rappresentare una resa di complessità attraverso la ricostruzione della dimensione reale e umana degli eventi; offrire un orizzonte di senso agli accadimenti che sia scevro da strumentalità e retoriche celebrative sono alcuni dei caratteri necessari alla rielaborazione del passato e alla rivisitazione dei suoi significati nel presente. È IN QUEST’OTTICA che si collocano le due pubblicazioni curate da Franco Corleone Claudio Graziani. Un episodio di guerra e il recente Il tempo dell’onore. Il Friuli Venezia Giulia rivendica il diritto alla memoria (Menabò edizioni, pp.144, euro 15).

Attorno ai due testi Corleone, già deputato, senatore e sottosegretario alla Giustizia dal 1996 al 2001, organizza un ragionamento che muove dalle memorie individuali dei fatti e giunge alla misura collettiva del loro lascito nel tempo contemporaneo. Il primo libro (uscito nel 2019) ripubblica un racconto breve del 1919 dello scrittore Silvio Villa dedicato al capitano degli Arditi Claudio Graziani, fucilato dalle gerarchie militari del regio esercito italiano per aver rifiutato di compiere con gli uomini della sua compagnia un’operazione suicida lungo una trincea in Carnia. IL SECONDO RICOSTRUISCE il complesso e contrastato (a livello nazionale) iter istituzionale che ha portato il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia ad approvare all’unanimità il 28 maggio 2021 la legge per «restituire l’onore» ai soldati (nati o caduti nel territorio della Regione) che nella prima guerra mondiale vennero fucilati dai plotoni di esecuzione del proprio esercito per ordine dei tribunali militari di guerra che li condannarono per rivolta in faccia, ammutinamento e ribellione dopo aver rifiutato di eseguire ordini suicidi delle gerarchie.

IL TEMA È ANCORA OGGI particolarmente controverso in ragione della refrattarietà e del rifiuto delle istituzioni dello Stato (a partire dal parlamento) a riconoscere e riparare compiutamente con una legge nazionale le vicende che riguardarono oltre 750 soldati vittime di esecuzioni sommarie in base alle circolari del generale Luigi Cadorna.

Paradigmatico dell’impaccio istituzionale appare il carteggio, pubblicato nel libro, intercorso tra Corleone e la presidente della Commissione difesa del Senato Roberta Pinotti nel novembre 2020. In quelle pagine il primo chiede impegni precisi per una legge di dignità e la seconda immerge la questione nello stallo degli iter parlamentari, segnando – come commenta amaro Adriano Sofri – «quanto è distante l’anima migliore della cavalleria da una commissione o un’aula parlamentare». Restano aperte la battaglia per una legge nazionale di riabilitazione storica dei fuzilâz e la questione dei conti con una vicenda che vede l’Italia in colpevole ritardo «l’esercito italiano – ricordò l’ex presidente del Senato Franco Marini nel 2016 – ha registrato in assoluto il più alto numero di fucilati e giustiziati tra quelli coinvolti nel primo conflitto mondiale. Già solo questo fatto fa comprendere l’asprezza senza pari utilizzata dai comandi italiani».

I TESTI CURATI da Corleone si propongono, dunque, non solo come elementi ricostruttivi del passato ma come spinta e sprone all’adozione di misure che restituiscano da un lato la dignità di uomini a quei soldati uccisi ed espulsi dal racconto nazionale e dall’altro la giusta dimensione e interpretazione delle vicende della Grande Guerra liberate dalla retorica celebrativa e rese nella drammaticità materiale del primo conflitto totale moderno. Quella «inutile strage», come ebbe a definirla Benedetto XV, investì le masse contadine, operaie e popolari brutalizzandone la misura sociale e civile. Interrogarne il senso ci racconta molto dell’Italia che sarebbe stata. Racconta delle fratture interne alla comunità nazionale; dei conflitti sociali e politici che la attraversarono e della crisi sistemica che emerse dalla faglia della guerra e che ebbe l’esito tragico della dittatura fascista. Decostruire il racconto epico-eroico e renderne visibili scismi e distonie rispetto alla realtà tragica del vissuto delle trincee concorre a fare dello spazio pubblico un luogo di formazione della cittadinanza repubblicana declinata sul rifiuto della guerra (con l’articolo 11 della Costituzione) e sulla cancellazione della pena di morte.

Un percorso aperto dall’intervento di Sergio Mattarella il 4 novembre scorso quando, in occasione del centenario del Milite Ignoto, il presidente della Repubblica ha condannato le condotte delle gerarchie militari dell’epoca, ree di aver scaricato le loro responsabilità «in modo scellerato sulle truppe, sino all’orrore del sorteggio, per decidere con la decimazione, i soldati da destinare alla fucilazione». (*) pubblicato sul quotidiano “il manifesto” del 26 novembre

TRE ARTICOLI DI GREGORIO PICCIN

L’Italia dei poligoni. La Carnia presa a cannonate. Da sud a nord territori a servizio della belligeranza. Non c’è solo Quirra. In questi giorni tocca alla Carnia, dove l’esercitazione Frozen Arrow 2021 porta la guerra nelle case con muri e finestre che tremano per giorni come ci fosse il terremoto. Insorgono comunità locali e sindaci. È apparso qualche giorno fa sul profilo Instagram dell’Esercito italiano un breve video con la colonna sonora dei Jefferson Airplane e le immagini dei cannoni e dei mortai eretti al cielo che sparano a tempo di musica. Con questa operazione di comunicazione “pop”, l’arma di terra ha pensato di pubblicizzare Frozen Arrow 2021, una esercitazione congiunta tra alpini e artiglieria sul poligono «volante» del monte Bivara, in Friuli, in piena Zona speciale di conservazione per la protezione di habitat e specie animali e vegetali significative a livello europeo.

Hanno partecipato alla manovra, che si è conclusa lo scorso 12 novembre, anche due Eurofighter del 51° Stormo di Istrana che hanno simulato il supporto di bombardamento aereo guidato da terra. Il colonnello Francesco Suma, Comandante del reggimento e direttore dell’esercitazione, nell’illustrare al Generale Fabio Majoli comandante della Brigata alpina “Julia” ha espresso la propria soddisfazione per il livello di integrazione dimostrato e la capacità di adattamento in un ambiente ormai invernale. Sette giorni di cannonate non stop dalle 8 alle 23 che, oltre ad aver «soddisfatto» il colonnello Suma, hanno fatto tremare ininterrottamente i muri e le finestre delle case come ci fosse il terremoto e impazzire gli abitanti delle zone circostanti.

L’esistenza di questo controverso poligono, che negli ultimi anni viene utilizzato sia in primavera che in autunno, è oggetto di un’accesa contestazione delle comunità locali che dura da decenni. Negli anni Ottanta venne bloccata l’ipotesi di un suo utilizzo permanente grazie ad una ferma presa di posizione di parlamentari comunisti, socialisti e radicali ma soprattutto di una massiccia azione di «guerriglia nonviolenta» degli abitanti di Sauris che si alternavano giorno e notte nell’accendere fuochi per segnalare presenza umana nell’area di tiro e sabotarne così l’utilizzo. Lo scorso dicembre (in piena pandemia le esercitazioni non si sono fermate…) una istanza rivolta al Ministero della difesa che chiedeva la fine o comunque lo spostamento dell’area delle manovre militari firmata dai sindaci di Sauris, Forni di Sotto, Prato Carnico, Socchieve e Ampezzo è rimbalzata sul canonico muro di gomma.

«Ora spetta al Ministero della difesa decidere se battere in ritirata o continuare con queste simulazioni di guerra che hanno il territorio come unico vinto tra danni ambientali, alla fauna e al comparto economico-turistico» ha dichiarato Ermes Petris, sindaco di Sauris. «Non è facile spiegare ai nostri figli il perché di quei colpi di mortaio e obice che rimbombano persino all’interno delle nostre case, la sensazione di inquietudine diventa pervasiva nelle giornate di esercitazione (…) Difficile spiegare anche ai nostri ospiti la follia di questo bombardamento contro una natura altrimenti incontaminata e la chiusura della strada verso il Cadore per 12 giorni in primavera e 12 in autunno. Quest’anno poi, come ulteriore presa in giro, ci ritroviamo sui social dell’Esercito italiano un video fallocentrico e volgare che abbiamo seppellito di commenti di protesta ma che ci hanno puntualmente censurato…». dichiara Noemi Letizia Milnigher, consigliera di maggioranza a Sauris e operatrice turistica.

Oggi, con un parlamento trasversalmente intruppato nella belligeranza del nostro Paese, l’opposizione alle servitù militari sta tutta sulle spalle delle comunità locali e dei loro sindaci. La strada è in salita ma la proverbiale tenacia dei montanari non prevede tregua.

Gregorio Piccin – su IL MANIFESTO (on line) DEL 16.11.202

Armi “beni essenziali”? Pane, latte e pasta sono considerati beni primari a tal punto importanti che lo Stato ne supporta il consumo attraverso un ribasso dell’Iva al 4%. Avviene anche per altri beni di consumo e servizi: farmaci, trasporti, forniture energetiche e idriche per uso domestico su cui il ribasso è fissato al 10%. Vi sono poi «beni di consumo» molto particolari a quanto pare destinati all’esenzione totale dell’Iva: parliamo di armi e sistemi d’arma prodotti e venduti in Europa. Sembra una “fake” eppure è esattamente quello che ha proposto Ursula von Der Leyen nel recente discorso sullo stato dell’Unione: «Potremmo prendere in considerazione l’esenzione dall’Iva per l’acquisto di materiale di difesa sviluppato e prodotto in Europa».

Sinistra Europea nell’Europarlamento ha lanciato una campagna per bloccare l’iniziativa; «La proposta di finanziare con le nostre tasse, attraverso l’abbattimento dell’Iva, il commercio delle armi, è una proposta semplicemente criminale. Se i soldi gettati via con quella riduzione dell’Iva, venissero usati per lavori utili come il riassetto idrogeologico del territorio, avremo molti posti di lavoro in più che non nell’industria delle armi», ha commentato Paolo Ferrero, vice presidente di SE.

La proposta della Commissione europea non è tuttavia farina del sacco di von Der Leyden. Dal punto di vista delle capacità militari-industriali il nostro Paese è il terzo tra i quattro (Francia, Germania, Italia, Spagna) che hanno costituito il nucleo promotore della Permanent structured cooperation (Pesco) e fu l’allora ministra della difesa Roberta Pinotti (Pd) a giocare per prima la carta dell’esenzione Iva in vista degli accordi per imbastire la cosiddetta difesa europea: «La nostra proposta – dichiarava Pinotti – prevede in primis uno stimolo all’industria della difesa, mediante un piano di incentivi fiscali e finanziari rivolto ai progetti europei di cooperazione militare, con esenzione dall’Iva e sostegno della Banca europea degli investimenti».

Lo spostamento della «cortina di ferro» dal Friuli e dalla Germania a ridosso dei confini russi, oltre a colpire duramente l’economia reale di Paesi come il nostro (sanzioni, controsanzioni, prezzo del gas…), ha già prodotto un aumento delle spese militari in Paesi come Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania che hanno centrato il parametro Nato del 2% sul Pil. E anche se questi Paesi si considerano più vicini agli Usa che all’Ue, è pur vero che la Pesco, se rafforzata dalla misura dell’esenzione Iva, renderebbe decisamente più vantaggiosa e concorrenziale la merce bellica convenzionale made in Europe.

Non a caso questo è uno degli attriti più brucianti con gli Stati uniti che da tempo insistono per entrare nel programma Pesco nonostante la partecipazione sia preclusa a Paesi extra Ue. Ma come sempre accade, un successo per l’industria bellica nazionale od europea corrisponde ad una distrazione di risorse dalle cose che fanno la differenza nella vita di cittadini e cittadine: i salari sono bloccati, in particolare in Italia dove sono addirittura diminuiti rispetto al 1990, il carovita galoppa con aumento generalizzato dei prezzi, la crisi sociale morde ovunque.

I 76 eletti italiani (da FdI al Pd passando per Lega e M5S) al Parlamento europeo non hanno fiatato su questa proposta indecente fa tta per deregolamentare il mercato delle armi in vista dell’edificazione della «Difesa europea» – così, è bene saperlo, aumentaranno i profitti privati e si ridurrà l’introito fiscale degli Stati.

Per questa trasversale classe politica, comunque atlantista, di «responsabili» quando si parla di corsa agli armamenti e regalie all’industria bellica, «austerità» e «moderazione» non sono mai di casa.

Gregorio Piccin – su IL MANIFESTO (on line) 06.11.20

La gabbia della NATO L’Italia è un Paese belligerante da trent’anni (prima guerra del Golfo, 1991): è secondo per effettivi ed assetti militari inviati all’estero nel quadro delle missioni Nato dopo gli Stati Uniti, nono nella “top ten” mondiale per produzione di armi e sistemi d’arma e quinto avamposto militare statunitense a livello globale. I nostri porti sono un nodo strategico nella logistica dei trasferimenti globali di armamenti mentre Camp Darby, che si serve del porto di Livorno, è il più grande arsenale statunitense al di fuori dai confini della madre patria. L’Italia partecipa al programma “Nuclear Sharing” della Nato addestrando i propri piloti militari al bombardamento nucleare e custodendo decine di testate atomiche sul proprio territorio nazionale (Ghedi ed Aviano).

La spesa militare si attesta tra i 70/80 milioni di euro al giorno in costante aumento. L’introduzione della norma “Government to Government” (Guerini, Conte bis) ha trasformato formalmente il ministero della Difesa in “agente di commercio” dell’industria bellica nazionale. Questa è ufficialmente definita pilastro della politica estera mentre le missioni a cui partecipa l’Italia sono considerate da Alessandro Profumo (AD Leonardo) la migliore vetrina per l’industria nazionale di riferimento. Le stesse forze armate sono diventate co-fornitrici di servizi ed addestramento nelle commesse importanti verso Paesi terzi (aerei, vascelli, missili e radar) garantendo la loro professionalità, presenza, infrastruttura.

La disinvolta sovrapposizione tra “pubblico” e privato, tra fatturati e campi di battaglia ha assunto contorni gravissimi, una vera e propria emergenza democratica/costituzionale creata da una trasversale maggioranza parlamentare che nel corso di questi trent’anni ha guadagnato tutto il parlamento ed accumulato pesantissime responsabilità di guerra. Dopo la retorica delle “guerre umanitarie” e dell’”esportazione democratica” utilizzata negli anni novanta e duemila per mascherare la nostra belligeranza e farla digerire all’opinione pubblica oggi si parla apertamente di riarmo in funzione della difesa di presunti interessi nazionali nel cosiddetto “Mediterraneo allargato”.

Si tratta di un ritorno, nel discorso ufficiale, all’origine di questa situazione ossia alle ragioni che spinsero il nostro Paese ad adottare il Nuovo Modello Difesa all’indomani della prima guerra del Golfo. Dopo il 1989 si aprì una fase davvero propizia per la distensione ed il disarmo, una finestra che venne immediatamente sbarrata dagli Stati Uniti i quali chiesero ed ottennero dagli alleati un cambio di postura per le forze armate: non più “fanterie d’arresto” ma corpi di spedizione da integrare in un nuovo standard tecnico-organizzativo di proiezione di forza: la Nato da alleanza difensiva si preparava a diventare apertamente offensiva.

Il modello era (ed è) quello angloamericano basato su professionisti volontari, su una ferma di almeno 4 anni e sulla sostanziale ricattabilità sociale della truppa, tutti requisiti indispensabili per permettere ai governi di gestire operazioni di guerra e occupazione oltre confine (compresa la morte sul campo dei soldati) senza i “fastidi” derivanti dalle dichiarazioni ufficiali di guerra e dalle conseguenti mobilitazioni. Un ridimensionamento della leva militare/civile, un suo adeguamento democratico (con aumento delle opzioni civili) non venne nemmeno preso in considerazione: la postura eminentemente difensiva che ne sarebbe derivata non era compatibile con la nuova fase di rilancio della “Nato globale” e col nuovo concetto di Difesa che, in barba al dettato costituzionale, ricomprendeva gli interessi nazionali nella difesa in armi del Paese. La professionalizzazione delle ff.aa è stata quindi la chiave di volta tecnica e giuridica della nostra belligeranza e più in generale della sovversione del diritto internazionale, dello svilimento dell’Onu e di una nuova guerra fredda contro Russia e Cina con annessa corsa agli armamenti (ri)lanciata dal blocco euro-atlantico.

Secondo il Sipri di Stoccolma oltre l’80% del mercato globale di armi e sistemi d’arma è controllato da multinazionali statunitensi ed europee. L’Unione Europea ha aperto da anni una fase di riarmo sostenuta con fondi e programmi comunitari (PESCO, EDF) e dai singoli Paesi aderenti.

Ma la così detta “autonomia strategica” si risolve in un assist poderoso all’industria bellica e più recentemente nell’idea di mettere in campo una forza di reazione rapida di circa 6000 uomini come espressione dello scomposto neocolonialismo del vecchio continente. Nel discorso ufficiale questa “autonomia strategica” dell’Europa viene sempre intesa interna alla Nato ma soprattutto distante da un qualsiasi minimo ruolo continentale di distensione, disarmo, cooperazione. In una situazione del genere non esiste al momento nel nostro Paese un dibattito pubblico qualificato e propositivo sul comparto Difesa.

Il movimento pacifista nelle sue componenti principali non si pone il problema dell’adesione alla Nato né del modello di Difesa che ne sta alla base e della strutturale belligeranza che ne deriva. La legittima e sensata richiesta di riduzione delle spese militari non pare essere sufficiente ad aggredire lo stato di fatto. Prospettare e chiedere una riduzione della spesa rivolta alle tecnologie offensive di punta senza toccare la forma professionale delle forze armate (e l’adesione alla NATO) è come avere una macchina da corsa e poi pretendere che funzioni col motore di una utilitaria.

Un dibattito all’altezza della estrema gravità della situazione (caos climatico compreso) dovrebbe partire da una revisione/ribaltamento dei concetti stessi di “Sicurezza” e “Difesa” per concentrarsi su una proposta di riforma organica di tutto il comparto: riassetto delle ff.aa in funzione difensiva/territoriale sviluppando concrete sinergie col settore civile nelle emergenze ambientali; ripristino della Guardia Forestale come corpo civile di polizia ambientale; adeguamento della mission di Leonardo alle nuove necessità delineate dalla riforma strutturale del comparto.

Riportare la forma ed il senso delle nostre Forze armate nell’alveo costituzionale, al di là dell’aspetto etico, dovrebbe quindi permettere un enorme risparmio di risorse e di logistica ed un più utile e razionale impiego di mezzi e uomini nella lotta ai cambiamenti climatici ed alle conseguenti crisi ambientali. Volendo recuperare anche l’aspetto etico, preponderante rispetto a quello meramente strumentale, risulta indispensabile assumere un approccio organico e propositivo alla questione che sappia andare oltre la contestazione (storicamente ridotta ai minimi termini) e che permetta di intervenire sulle nostre pesantissime responsabilità di guerra. Tutto ciò nella più ampia prospettiva politica di costituirsi come un polo neutrale all’interno dell’Europa stessa con forti capacità di attrazione sia verso Paesi europei non legati al mantenimento di politiche neocoloniali, sia verso il Mediterraneo, sia verso Paesi ubicati in altri continenti ricchi di risorse ma alla ricerca di nuove tecnologie, di scambi equi e di cooperazione: un grande, incerto ma indispensabile ricollocamento strategico.

Il tema di una riforma strutturale dello strumento militare dovrebbe essere posta come punto costituente al pari della revisione dei trattati di Maastricht e Lisbona, della struttura e natura della Bce, ossia di tutte le questioni che hanno a che fare con il recupero ed il rilancio della sovranità democratica e popolare. Per ciò che riguarda l’Italia questa riforma consentirebbe di agire su diverse questioni: renderebbe le Forze armate strutturalmente inservibili alla Nato, ad operazioni di guerra e occupazione, più in generale ad un profilo neocolonialista; –

  • “accontenterebbe” il terzo settore con la reintroduzione dell’obiezione di coscienza (istituto di civiltà universale e linfa vitale del no profit);
  • permetterebbe una conversione della logistica e della organizzazione militare verso una immediata ed efficace compatibilità con la Protezione civile; permetterebbe di aprire un ragionamento meno bellicista sul futuro di Leonardo;
  • porterebbe ad un consistente risparmio di risorse nel quadro di nuove sinergie d’impiego civile; sarebbe coerente con una revisione/rescissione degli accordi bilaterali che regolano la cessione di territorio nazionale per basi e strutture straniere; sarebbe funzionale alla definizione una nuova politica estera e commerciale basata sulla cooperazione strategica piuttosto che sulla difesa in armi degli interessi strategici con ciò ridimensionando concretamente le cause delle tragiche migrazioni umane a cui stiamo assistendo. La crisi economica, l’incessante susseguirsi di emergenze ambientali, i costi del nostro avventurismo militare hanno già modificato la fiducia popolare nel “tricolore armato” spedito per il mondo al seguito degli statunitensi. Se si agisse sulla sfiducia strumentale in questo modello di Difesa prospettando una alternativa credibilmente più utile, razionale e meno costosa si potrebbe incrociare anche il favore di quegli enti locali e dei loro sindaci che in tutti questi anni si sono trovati ad affrontare le emergenze ambientali e gli eventi calamitosi con mezzi inadeguati. L’effetto potrebbe essere in grado di increspare non poco la linearità del folle piano egemonico che continua a sovrastarci indisturbato. Gregorio Piccin – su TRASFORM ITALIA (on line) del 10.11.2021

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