Essere in comune

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Paolo Cacciari 19 Dicembre 2021

La crisi ecologica è nella sua essenza una questione etica di giustizia, in cui quelli che sono in alto tentano di mettere i ceti popolari contro la transizione ecologica (lo fa, ad esempio, il ministro Cingolani quando dice “sarà un bagno di sangue” e quando parla di “ambientalisti radicali chic, oltranzisti ed ideologici”). Che fare?

Non basta rafforzare il sistema dei trattati multilaterali introducendo clausole vincolanti, spiega Paolo Cacciari, occorre “sottrarre agli stati la sovranità sull’utilizzo delle risorse naturali e cederla alle comunità locali insediate, agli abitanti dei luoghi, ai popoli indigeni…”.

Significa, ad esempio, ri-territorializzare le attività economiche a cominciare dalla produzione del cibo. Ma questo può realizzarsi solo sulla base dell’esistenza di una comunità umana capace, per dirla con Jean-Luc Nancy, di “essere-in-comune”, una comunità in cui prevale la condivisione sul possesso e la convivenza sul dominio.

La crisi ecologica, o, per dire meglio, il progressivo deterioramento degli spazi abitabili del pianeta e quindi la riduzione delle condizioni di sopravvivenza per porzioni sempre più grandi di popolazioni animali, genere umano compreso, rendono evidenti in modo clamoroso almeno due questioni politiche fondamentali: le differenti responsabilità storiche e morali delle società umane operanti nei diversi paesi; la sopravvenuta irrilevanza del principio organizzativo-giuridico del modello dello stato nazionale.

Pensiamo al diossido di carbonio. Il tempo di permanenza e di decadimento di una molecola di CO2 emessa in atmosfera varia da un minimo di trent’anni (metà delle quantità emesse) a cento anni (un terzo) e, per alcune frazioni, fino a oltre mille anni (vedi il documentato sito www.climalteranti diretto da Stefano Caserini). Non serve ricordare qui che i paesi di più antica industrializzazione sono gli Stati Uniti e l‘Europa. Ma non basta. Il sistema di calcolo neocoloniale usato nelle statistiche delle istituzioni internazionali conteggia le emissioni inquinanti “a camino” attribuendole quindi ai paesi produttori. Sappiamo però che gran parte delle merci prodotte nei paesi asiatici (attraverso la delocalizzazione delle industrie più energivore e “sporche”) viene esportata e consumata nei mercati più ricchi. Insomma, non c’è solo un “debito ecologico” storico da riconoscere dei paesi ricchi del nord verso il sud globale, ma un persistente sistema di scambi commerciali iniqui fondato sul saccheggio delle risorse primarie (acqua compresa) e quindi sull’esternalizzazione degli impatti ambientali. In questo quadro, la recente campagna messa in scena da Biden e alleati contro Cina e India (rei di non fare abbastanza per ridurre le emissioni di gas climalteranti) non è solo pretestuosa, è anche profondamente ingiusta.

Fino a quando non ci sarà un riconoscimento delle diverse responsabilità degli stati nel provocare la crisi ecologica è illusorio attendersi una inversione di tendenza del sistema socioeconomico che continua a reggersi sulla estrazione illimitata delle risorse naturali per la loro trasformazione in merci 1.

Dalla Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici di Copenaghen (dodici anni fa) gli stati hanno cercato un modo subdolo per mettere a tacere la questione del debito ecologico attraverso il risarcimento monetario dei “danni e delle perdite” (Loss and Damage) subiti dai paesi più poveri e più esposti ai cambiamenti climatici (eustatismo, siccità, eventi estremi, ecc.) 2. Un modo sbrigativo per comprare l’indulgenza dei governi dei popoli più disperati, ma anche per poter continuare con le vecchie logiche.

Basta “compensare” con del denaro i danni ecologici provocati dall’insensato supersfruttamento e spreco delle risorse naturali.

Il miraggio dei soldi promessi dai paesi ricchi tiene seduti al tavolo delle Conferenze internazionali i rappresentanti dei governi che subiscono le conseguenze del surriscaldamento climatico senza averlo provocato. Ma siamo sicuri che lo sradicamento dei popoli (ricordiamo che i “profughi climatici” – le persone costrette ad abbandonare i propri luoghi di origine per sopravvenuta inabitabilità – sono stati stimati dalla Banca Mondiale in circa 143 milioni entro il 2050) e la soppressione dei cicli vitali della natura (biocidio) possano avere un prezzo valutato e spendibile sul mercato?3

Un altro pretestuoso argomento usato per non cambiare nulla delle logiche strutturali che generano la crisi ecologica è l’idea che si debba intervenire (a valle) per adattare gli ambienti di vita alle nuove condizioni meteo-climatiche, giudicate oramai ineluttabili e irreversibili. L’opera simbolica in questa categoria di interventi ingegneristici è il Mose (modulo elettromeccanico di separazione del mare dalla laguna di Venezia).

Il suo esito ridicolo, nella prospettiva di un aumento della temperatura di oltre due gradi e di una conseguente ingressione marina che potrebbe sommergere la pianura padana4, fa venire in mente quei facoltosi signori svizzeri che in tempo di guerra fredda si facevano costruire dei rifugi antiatomici nel giardino.

Veniamo alla seconda questione. Nessuno si salva da solo.

In epoca di globalizzazione i confini “saltano” e con essi il concetto di sovranità esclusiva su cui si basa il principio organizzativo-giuridico dello stato nazione, custode degli interessi nazionali confinati al suo interno.

L’ottica nazionale miope e la logica competitiva – bellum omnium contra omnes – impedisce agli stati di avere uno sguardo planetario e intergenerazionale. La crisi ecologica, invece, richiederebbe con tutta evidenza una “governanza” globale, una governance planetaria, una regolazione normativa sovranazionale, un ordinamento internazionale corrispondente all’ordine naturale biogeofisico dove ogni cosa è interconnessa e dipendente: dall’insolazione della superficie della Terra, alla fotosintesi clorofilliana, dal ciclo dell’acqua, a quello del fosforo e dell’azoto… fino alle infinite, complesse e misteriose forme microscopiche di vita che ci hanno preceduto e che ci sostengono.

La Dichiarazione universale dei diritti umani del ‘48 e la Carta dell’Onu avevano indicato la strada della solidarietà e della cooperazione tra gli stati nella affermazione della dignità dei ciascuna persona.

Da allora c’è stato un susseguirsi di Global Goals (“scopi globali”), di dichiarazioni millenaristiche, di agende traguardate e posticipate di decennio in decennio… Ma in mancanza di un sentimento di vera comunanza umana, in assenza di un’etica della cura condivisa della vita, non è potuta sorgere “una società politica grande come il mondo” (Vittorio Possenti, Universalismo dei diritti e governance globale. Il cammino verso una società politica planetaria, in: Governance globale e diritti dell’uomo, Diabasis, 2007) capace di avviare un processo di nuova civilizzazione.

Non è avvenuto né nel campo dei diritti umani fondamentali, né in quello della pace e della rinuncia alla violenza, né in quello dell’ambiente. Questioni, del resto, inseparabili, in una visione di “ecologia integrale” in cui “il grido dei poveri e quello della terra” (Bergoglio, Laudato si’, 2015) si fondono. Così come non vi può essere pace senza giustizia, non vi può essere nemmeno armonia tra esseri umani e natura (biosfera, Creato, Gaia, Pacha Mama … chiamiamola come vogliamo) senza fratellanza e sorellanza tra gli stessi esseri umani.

Non è stato certamente possibile chiamare ordine internazionale pacifico quello bipolare instauratosi tra blocchi di potenze contrapposti durante la guerra fredda. Né quello unilaterale statunitense dopo l’89. Così come non è soddisfacente l’odierno ordine “multilaterale” regolato, di fatto, sugli interessi dei grandi gruppi economici transnazionali5 e governato dalle istituzioni finanziarie: banche centrali, Fondo monetario internazionale, Organizzazione per il commercio internazionale.

In questo contesto (privo di una dimensione etico-politica democratica) le convenzioni internazionali promosse dall’ONU, basate sulla libera partecipazione degli stati e sugli impegni volontari senza obblighi legali e quindi non sanzionabili, appaiono inadeguate, farraginose, fragili, minate alla loro base.

Prendiamo in esame le Conferenze delle Parti sul clima, ma potremmo dire le stesse cose anche su quelle di pari importanza sulla biodiversità e contro la desertificazione, adottate anch’esse nel lontano 1992 al summit di Rio de Janeiro. A prescindere dal giudizio di merito sui contenuti degli accordi (sempre ben al di sotto delle aspettative e distantissimi dalle reali necessità) la principale questione irrisolta rimane il deficit di credibilità accumulato dai governi sottoscrittori a causa della loro indisponibilità a rispettare gli impegni presi.

Nel campo del diritto internazionale il principio del pacta sun servenda è essenziale. In sua assenza le Cop diventano una finzione, una farsesca messinscena di capi di governo, filantropi, banchieri, influencer… poiché sanno che le loro promesse non valgono per i governi che li succederanno, non impegnano le loro organizzazioni e nessuno pagherà penali.

Nelle intenzioni originali non era così. O, per meglio dire, le cose sarebbero potute andare diversamente. La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change , da cui l’acronimo UNFCCC) nacque al Summit della Terra a Rio de Janeiro nel 19926. L’obiettivo dell’UNFCCC era stabilizzare le emissioni di gas serra ai livelli del 1990 entro il 2000. Il trattato prevedeva che le parti firmatarie assumessero impegni specifici e concreti attraverso protocolli vincolanti e verificabili con incontri annuali (le Cop, per l’appunto).

Ma già con il primo protocollo (Kioto 1997) si capì che l’intento principale degli stati maggiormente responsabili delle emissioni sarebbe stato trovare i modi per aggirare gli impegni. Invece di presentare piani di riduzione dei consumi energetici e di riconversione degli apparati produttivi, dei sistemi alimentari, della mobilità e dei consumi, gli stati si dettero da fare per creare fantasiose “soluzioni di mercato” (complicati meccanismi di incentivi e penalità, attraverso il sistema “cap and trade”) che consentissero alle imprese di ridurre le emissioni senza intaccare i loro sacri business.

Il capolavoro delle menti dell’ecologia di mercato è stato la creazione di un mercato globale per lo scambio dei crediti di carbonio.

In pratica l’aria è stata messa sul mercato7. Inoltre il Carbon Trading consente di compensare le emissioni generate in un posto con progetti di decarbonizzazione (riforestazione, solarizzazione, ecc.) in altri posti del mondo.

Il trucco semantico per ingannare il mondo e disattendere gli obiettivi originari della Convenzione quadro del 1992 è stato trovato alla Cop di Parigi del 2015: non si parla più di riduzione delle emissioni per giungere ad azzerarle (entro il 2050), ma di “neutralità climatica” e di “zero emissioni nette”.

Il che significa puntare tutto sulla scommessa delle nuove (ignote nei loro esiti) tecnologie di geoingegeria capaci di bilanciare le emissioni attraverso la cattura, la liquefazione, la cristallizzazione, lo stoccaggio da qualche parte e, forse, la ricombustione del carbonio.

Le Cop annuali si sono così trasformate da momento di verifica e controllo obiettivo dei piani di riduzione dei gas climalteranti, scientificamente certificati dall’Ipcc, in una estenuante, sbracata negoziazione orchestrata tra i singoli stati e i lobbisti delle industrie. I primi trincerati a difendere le proprie convenienze in termini di continua crescita del Prodotto interno nazionale lordo, i secondi attenti a non perdere redditività degli investimenti in essere (estrazione, raffinazione, distribuzione e combustione dei fossili) e di trovare nuove opportunità per quelli futuri (nuove tecnologie “verdi”, senza disdegnare il nucleare di “nuova generazione” e l’idrogeno “blu”, prodotto bruciando combustibili fossili).

Disegnato così un quadro stretto delle condizioni economiche dentro cui operare, la “transizione ecologica” è stata presentata al grande pubblico subdolamente come una pericolosa minaccia per il benessere delle persone, per l’occupazione e per i redditi dei lavoratori che si sarebbero visti chiudere le fabbriche, aumentare le bollette energetiche, rottamare le automobili a benzina e via elencando sacrifici a non finire, con l’evidente intento di mettere i ceti popolari contro la transizione ecologica, come avvenne in Francia con i gilet gialli.

Una campagna di vero e proprio terrorismo mediatico in cui si è distinto il nostro ministro Cingolani con affermazioni quali: “sarà un bagno di sangue”, accompagnate con attacchi agli “ambientalisti radicali chic, oltranzisti ed ideologici”.

In conclusione, appare chiaro che la partita sul comune “destino oramai planetario del genere umano” (Edgard Morin), o, per essere più precisi, sulla condizioni delle vite delle persone nei vari posti del mondo, si gioca non tanto su quali devono essere le scelte da compiere – che sono ormai note, chiare e semplici: uscire dai combustibili fossili e preservare gli ambiti naturali8 – ma se i tenutari della megamacchina termoindustriale lo vorranno consentire.

La questione ambientale non riguarda le conoscenze scientifiche, nemmeno le tecnologie che sono già a disposizione, nemmeno la dotazione di denari necessari a finanziare la transizione – come abbiamo visto, a fronte della pandemia le banche centrali hanno ricominciato a fare il loro mestiere.

La crisi ecologica è nella sua essenza una questione etica di giustizia (che diritto abbiamo di far pagare le conseguenze degli impatti di alcune nostre attività ad altre popolazioni e alle generazioni future?) e di democrazia: chi detiene il potere di decidere sulla sorte delle persone? Senza rispondere prima a queste domande è meglio che le Cop non vengano più convocate!

Penso che sulla scorta dei fallimenti fin qui registrati si debba ritornare all’Onu per cambiare le regole del gioco. In due direzioni, in alto e in basso: rafforzare il sistema dei trattati multilaterali introducendo clausole vincolanti; sottrarre agli stati la sovranità sull’utilizzo delle risorse naturali (common-pool) e cederla alle comunità locali insediate, agli abitanti dei luoghi, ai popoli indigeni… alle comunità di persone capaci di agire tra loro in modo responsabile, cioè solidale e sostenibile.

Nella convinzione (vedi gli studi di Elinor Ostrom) che questi soggetti collettivi sappiano difendere la vita sulla Terra meglio di qualsiasi “autorità” impersonale sovraordinata. L’idea è quella della riterritorializzazione delle attività economiche fondamentali (ad iniziare dalla produzione del cibo sulla base della agroecologia). Una questione che in letteratura sociologica e politologica ha avuto molti e grandi riferimenti.

Platone scrisse che il tetto massimo per il governo democratico della polis doveva essere di 5.000 abitanti.

Thomas Jefferson pensava a “repubbliche elementari” dell’ampiezza del bacino d’utenza delle scuole elementari.

Adriano Olivetti indicava le sue “piccole comunità” industriali tra i 75.000 e i 150.000 abitanti. Elinor Ostrom ha constatato che l’ottimo per la gestione dei commons goods è di 15.000 abitanti. Ma non basta trovare la “giusta dimensione” geo-sociale per meglio esercitare l’autogoverno collettivo dello spazio pubblico, serve raggiungere una dimensione operativa democratica planetaria, una “globalizzazione cosmopolita dal basso”.

Se non fosse troppo storicamente connotato e gravido di fraintendimenti, il principio guida per riformare i sistemi di governo esistenti dovrebbe essere quello federativo o confederativo tra reti policentriche di comunità capaci di autogoverno e di organizzare la propria sussistenza su scala bioregionale. Comunque è chiaro che la preservazione della biosfera ha bisogno di un nuovo ordine politico globale, radicalmente democratico, fondato su una cittadinanza sovranazionale.

E questo può realizzarsi solo sulla base dell’esistenza di una comunità umana capace di “essere-in-comune” (Jean-Lue Nancy), in cui prevalga la condivisione sul possesso e la convivenza sul dominio.


1 Il consumo di materiali al 1970 ad oggi è cresciuto di 4 volte (da 26,6 a 109 Gigatonellate), ad un ritmo doppio di quello della popolazione (da 7,2 tonnellate a 14,5 tonnellate pro-capite). (Vedi il rapporto Circulae Economy Network, 2020). Il tasso di recupero e riciclo continua ad essere irrisorio, oltre che limitato nel tempo (sotto l’8%).

2 Il finanziamento dei paesi ricchi è stato quantificato, chissà come, in mille miliardi di dollari all’anno “per supportare i paesi vulnerabili” per le “azioni di adattamento” agli impatti dei cambiamenti climatici.

3 Per avere un’idea precisa dei conflitti ambientali in corso, consultare Environmental Justice Atlas, creato da Joan Martinez Alier (www.ejatlas.org.).

4 Vedi Telmo Piovani e Muro Varotto, Viaggio nell’Italia dell’Antropocene, Aboca, 2021. Già l’Enea aveva prodotto una mappa d’Italia con le aree a rischio di sommersione entro la fine del secolo. Convegno 21-25 ottobre 2013, Roma. Credit: Lambeck, Antonioli, Anzidei, Ferranti, Leoni, Sciacchitano, Silenzi; da: Quaternary International.

5 Vedi: Eat the rich, l’ultimo dossier del Centro Nuovo Modello di Sviluppo (CNMS), sulle 200 più grandi multinazionali al mondo. Negli ultimi quindici anni, i ricavi delle multinazionali non hanno mai smesso di crescere. Il dossier indica che ben l’80% del commercio globale è controllato dai grandi gruppi internazionali, che si accaparrano un terzo del Prodotto interno lordo dell’intero Pianeta.

6 Il tema del surriscaldamento globale era stato già reso evidente dai primi rapporti dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) istituito quattro anni prima dalla World Meteorological Organization (WMO)e dalloUnited Nations Environment Programme (UNEP).

7 Il Sustainable Development Mechanism (CDM) è lo strumento attraverso il quale gli stati autorizzono l’inquinamento dell’aria in cambio del pagamento di un prezzo da corrispondere direttamente agli stati (tramite aste o concessioni gratuite) o ad altri possessori di Certified Emission Reductions. Oggi, nelle borse valori specializzate una tonnellata di Co2 viene scambiata a più di 60 euro.

8 Basterebbe assumere le dettagliate indicazioni contenute nell’Appello sottoscritto da 11 mila scienziati sull’emergenza climatica pubblicato su Bioscience nel 2019. L’avvertimento degli scienziati mondiali di un’emergenza climatica | | BioScience Accademico di Oxford (oup.com).


Pubblicato su Azione Nonviolenta 6/2001, un interessante numero dedicato alle Democrazie globali in declino. Nell’archivio di Comune altri articoli di Paolo Cacciari sono leggibili qui.

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