Un concerto di cigni starnazzanti e neri

Dal blog https://comune-info.net/

Franco Berardi Bifo 27 Gennaio 2022

La crisi russo-ucraina, cioè il rischio di una guerra atomica, di cui non si parla. Il declino Usa. La depressione, vale a dire l’incapacità di immaginare un futuro migliore, sempre più diffusa tra i giovani nel Nord del mondo, anche a causa della pandemia. Eventi impensabili a cui ci stiamo abituando. A che serve l’ottimismo quando la prospettiva è il caos? Si può discutere quanto sia adeguato e utile definire quello che accade come nuovo nazismo, come fa Franco Berardi Bifo (su Nero), ma la sua analisi e l’invito a “rassegnarsi” di fonte al caos ci sembrano sguardi sul mondo importanti: “La parola rassegnazione risuona nella mia mente come un rompicapo. Significa abbandonare il lavoro, ma anche: accettare il destino e piegare la testa. Io suggerisco una diversa interpretazione: cambiare l’orizzonte delle attese, risignificare la vita sociale, concentrarsi sulla frugalità e l’utilità, concentrarsi sul piacere piuttosto che sull’accumulazione, sulla solidarietà piuttosto che sulla competizione…”

Stento a crederci. Forse c’è qualcosa che non funziona più bene nella mia testa: quel che accade non riesco a spiegarmelo. In Italia non se ne parla neanche, siamo impegnati a eleggere l’uomo della Goldmann Sachs oppure un altro chissenefrega. Ma quello che sta accadendo alla frontiera orientale del continente è la situazione più prossima alla guerra atomica che io abbia visto in vita mia. Avevo undici anni ai tempi della crisi dei missili per Cuba, e ricordo che non si parlava d’altro. Oggi nessuno parla più con nessuno, zitti e Mosca. A proposito, ricapitoliamo i fatti.

Quando Biden parlò alla nazione in agosto, quando disse “war in Afghanistan is over” mentre i suoi collaboratori afghani si accalcavano all’aeroporto, rincorrevano gli aerei in partenza, si attaccavano alle ali e cadevano giù da mille metri di altezza, pensai: quest’uomo è finito, ma il problema è che gli Stati Uniti d’America saranno ora costretti a fare i conti con se stessi. Dopo due catastrofiche guerre concluse in modo ignominioso, con l’Iraq trasformato in terreno di guerra perenne, consegnato in parte all’arcinemico iraniano, e l’Afghanistan restituito ai talebani, pensavo che il ceto dirigente americano avrebbe preso per lo meno una pausa di riflessione.

Per qualche ragione che fatico a capire, Biden ha invece pensato che, perdute due guerre regionali contro nemici militarmente primitivi, il solo modo per ristabilire l’onore dell’America e per recuperare l’appoggio del suo popolo che si prepara a nuove elezioni, era lanciare una guerra contro un regime granitico nel suo nazionalismo, e dotato di un arsenale atomico che può annientare il genere umano.

Mentre Lavrov chiede che la NATO ritiri i suoi contingenti dai paesi che confinano con la Russia (come Reagan aveva promesso a Gorbaciov in un tempo che ora appare assai lontano), mandare ottomila uomini nel Baltico e novanta tonnellate di armi in Ucraina equivale a costringere Putin alla guerra.

Putin sa che se perde la faccia il suo potere si sgretola, e può contare sulla tradizione russa di unità sacra fino all’ultimo uomo quando un nemico attenta alla Santa Madre Russia. Non occorre ricordare i precedenti storici, basta leggere Tolstoj e Dostoevskij. E anche Solgenitsin, e più di tutti Vasily Grossman. Se è vero, come dicono osservatori colti come Enrico Franceschini, che Putin nasconde il cuore di uno Stavrogin, allora siamo fritti.

Biden a questo punto non può tornare indietro, e il gruppo dirigente americano si trova con ogni evidenza in una condizione psicopatica di panico.

Quando il virus si impadronì dell’attenzione generale, qualcuno disse che si trattava di un cigno nero, nel senso che Taleb illustra nel suo libro The Black Swan: un evento rarissimo e imprevedibile che cambia improvvisamente l’ordine delle cose. Quel che Taleb non aveva previsto è che il cigno nero non è solo, così quando Covid-19 cominciò a starnazzare nel lago, molti altri cigni neri si risvegliarono e tutti cominciarono a starnazzare insieme in un concerto cacofonico. Certo, lo so che i cigni non starnazzano ma sibilano, ma insomma ci siamo capiti: gli eventi catastrofici si moltiplicano imprevedibilmente e l’angoscia si gonfia come un’onda che sommerge la terra.

Il ceto finanziario è la sola frazione del mondo che non soffre, anzi moltiplica le ricchezze private. E questo è il cigno più nero di tutti, perché la buona salute dell’economia finanziaria è sempre più apertamente lo specchio rovesciato delle disgrazie umane.

Nel concerto nero il Nazismo riemerge come attore dominante della storia del mondo: nazionalismo, identitarismo etnico-religioso, guerra di sterminio sono le forme in cui si riconoscono sia i popoli del Nord che traggono la loro prosperità dallo sfruttamento coloniale, sia i popoli del Sud che solo con il fascismo pensano di potersi emancipare dalle conseguenze di quello sfruttamento. Perfino Israele, che pure coltiva la memoria delle vittime di Hitler, si è modellata culturalmente sul modello hitleriano, fino a sancire, con la deliberazione costituzionale del 2018, il carattere razziale e razzista dell’identità statuale sionista. La novità è che il Nazismo del XXI secolo ha la bomba atomica, anzi migliaia e migliaia di bombe atomiche disseminate in ogni luogo del pianeta. E questo cigno nero si sta risvegliando alla frontiera orientale d’Europa, come nell’Estremo Oriente intorno all’isola di Taiwan, come nel Medio Oriente dove Iran e Israele si avvicinano alla resa dei conti.

Cerchiamo di ricapitolare la faccenda partendo da lontano: la notte di Natale del 1991.

Il trasloco

Quella notte di Natale il terzo canale della RAI trasmise l’ultimo discorso di Gorbachov, quello con cui dichiarava la fine dell’Unione Sovietica. Non era mai accaduto nella storia che un gigante geopolitico, uno Stato multinazionale dotato di immensa potenza militare decidesse quasi pacificamente di dissolversi. Fu una prova di sublime ragionevolezza? Fu un errore? Ai posteri l’ardua sentenza: ma i posteri siamo noi.

Alla fine la telecamera inquadrò la bandiera rossa che scendeva sul pennone del Cremlino. E subito dopo, ma proprio subito, senza neppure uno stacco pubblicitario, iniziò Il trasloco, il film che avevamo girato con la regia di Renato De Maria un anno prima durante il trasloco dalla casa di via Marsili. L’appartamento dove avevo vissuto per venti anni con altri naufraghi, e dove con un nugolo di amici di passaggio avevamo pensato Radio Alice e creato A/traverso. La casa dell’utopia la chiamarono con poca fantasia alcuni giornalisti.

Il film, che potete vedere qui, andò in onda un attimo dopo che la bandiera rossa era discesa sul tetto del Cremlino, ma avevamo finito le riprese del film undici mesi prima, il 17 gennaio del 1991, proprio il giorno in cui gli Stati Uniti iniziavano i bombardamenti su Baghdad. Nell’ultima scena infatti si vede la sala vuota e buia dopo che tutti gli abitanti se ne sono andati, e un apparecchio televisivo per terra, fra la polvere e le cartacce. Uno dei due facchini chiama il mio nome: “Berardi…. Berardi… noi abbiamo finito”. Ma io non rispondo. La televisione, nel frattempo, mostra i traccianti verdi nel buio della notte irachena. Il facchino Fabio chiama un’altra volta, invano. Poi dice: “Spegniamo e andiamo”, e quell’ultimo lampo di luce si spegne. Finita. Ciascuno se ne va per i suoi sensi, disse Vivolo. about:blank

Gli occidentali non capirono niente del crollo dell’Unione Sovietica, o piuttosto non vollero capire. La democrazia liberale trionfa nel mondo, proclamarono, la storia è finita

Pochi videro nella disintegrazione della società sovietica il ritorno del nazismo con la bomba atomica. Dalla deflagrazione emersero uno dopo l’altro un coacervo di nazionalismi poveri, aggressivi e rancorosi: quello ceceno, quello ucraino, e nell’impero esterno il nazionalismo ungherese, polacco, lituano, lettone eccetera. Ma sopra tutti il nazionalismo russo.

Gli ideologi liberal democratici, che forse non avevano letto bene Tolstoj e Dostoevskij, si affrettarono a considerare la Russa terra di conquista e favoleggiarono di una democrazia liberale russa in formazione. Avrebbero almeno dovuto leggere Ivan Ilin, che aveva pubblicato le sue idee negli anni dell’ascesa hitleriana.

Nato da una famiglia nobile nel 1883, Ilin negli anni Trenta visse a Berlino, riconobbe a Hitler il ruolo di campione della cristianità minacciata dall’ateismo bolscevico, e vide nel nazismo, o piuttosto in un fascismo cristiano, lo spirito in cui i russi dell’epoca futura avrebbero dovuto riconoscersi. Ilin scrisse i suoi testi come guida per i leader russi che sarebbero saliti al potere dopo la fine dell’Unione Sovietica. Morì nel 1954. Secondo Timothy Snyder, “l’essenza degli interventi di Ilin in quegli anni consiste nell’idea che la Russia dovrebbe essere intesa non come una minaccia comunista presente, bensì come salvezza cristiana futura”.

Il futuro è arrivato con Putin, non c’è dubbio. L’uomo che incarna la riscossa nazionale russa ha citato Ilin nei suoi interventi più importanti dal punto di vista strategico e, per così dire, filosofico.

Intendiamoci: non è vero che nel 1991 gli ideologi occidentali ignorassero che il nazismo era il destino più probabile della Russia, una volta crollato il regime autoritario che si autodefiniva “socialista”. Ma per loro il nemico principale era (è sempre stato) lo spettro del comunismo: il movimento anticapitalista cui l’URSS offriva una sponda geopolitica. Come negli anni Venti del Novecento la grande finanza internazionale considerò Hitler uno squilibrato utile a combattere il pericolo comunista, così oggi il ceto finanziario non disdegna affatto l’alleanza con Trump e con Modi, e con ogni altro tagliagole di provata fede antioperaia.

Dal punto di vista della lunga durata storica, l’abbattimento dello Stato sovietico rappresentò un colpo mortale contro le (mal riposte) speranze degli operai di tutto il mondo, ma soprattutto rappresentò la riunificazione della razza bianca e della cultura cristiana a livello mondiale. La guerra fredda aveva contrapposto due blocchi del mondo bianco, quello occidentale e quello russo: questi avevano separatamente perseguito progetti (diversi per molti rispetti ma in ultima analisi simili) che prevedevano la sottomissione coloniale dei popoli altri (non cristiani, non bianchi). Perciò la politica russa di Donald Trump non manca di un senso strategico lungimirante: pacificazione di lungo periodo coi russi bianchi (nel duplice senso della parola: antropologico e politico). Il settore più brutalmente guerrafondaio della classe dirigente americana, il partito di Biden, ha respinto con orrore questa pacificazione e s’è infilato in un pasticcio pericoloso che ora rischia di esplodere in Ucraina. 

Trump aveva perfettamente ragione (come Berlusconi del resto) nel dire: questo Putin è un nostro simile, un nazista come noi, chiudiamo un occhio sulle sue birichinate. Che ammazzi i giornalisti che dicono le verità non dovrebbe scandalizzarci, visto che noi vogliamo la pelle di Julian Assange. 

Con la vittoria di Biden la guerra si fa più probabile: l’imperialismo americano rivendica la leadership della civiltà bianca, ma gli Stati Uniti non sono più in grado di governare niente, neppure se stessi. Il paese è preda di una psicosi di massa che si manifesta sempre più spesso come violenza armata, e soprattutto è diviso per ragioni antropologiche che la politica non è in grado di mediare. Putin sa che l’America è sull’orlo di un abisso, e come lui lo sanno i cinesi e lo sanno i pasdaran che sono tornati al governo dell’Iran. Infatti i tre paesi hanno siglato patti di alleanza economica e militare. L’America ha perso, e c’è un modo solo per rovesciare il tavolo: andare fino in fondo in una guerra di cui non possiamo neppure immaginare le conseguenze. Perciò dobbiamo occuparci dell’anima lacerata di quello che continua a proclamarsi leader della democrazia liberale. Ma esiste ancora la democrazia liberale? about:blank

L’impensabile crollo della democrazia liberale

Il 6 gennaio del 2022, un anno dopo l’assalto di qualche migliaio di Joker al cuore della politica americana, Joe Biden ha fatto un accorato discorso per riaffermare i valori della democrazia americana e per sollevare un po’ gli spiriti demoralizzati. Prevedibilmente ha detto molte parole retoriche ma cariche di autentica emozione, ma una frase in particolare ha catturato la mia attenzione. “In questo momento dobbiamo decidere – ha detto – che tipo di nazione vogliamo essere. Vogliamo essere una nazione che accetta la violenza politica come norma? Vogliamo essere una nazione che vive nell’ombra delle menzogne piuttosto che nella luce della verità? Non possiamo permetterci di essere quel tipo di nazione”. Il problema è che l’America è sempre stato quel tipo di nazione. Se togliamo la violenza e la menzogna, la storia americana scompare. Cos’è l’America se non patria di violenza sistematica nata da un genocidio, nutrita dalla schiavitù di milioni di uomini e donne, e intenta a proclamare la democrazia?

La disfatta afghana ha aperto le porte dell’inferno per la coscienza americana, ma i democratici non sono pronti ad accettare il significato profondo di quella disfatta: che il dominio occidentale è finito, anche se le implicazioni di questo declino sono sconosciute e impensabili.

La parola “impensabile” ricorre nel discorso pubblico degli Stati Uniti di oggi.

We Need to Think the Unthinkable About Our Country è il titolo di un editoriale del New York Times del 13 gennaio 2022, firmato da Jonathan Stevenson e Steven Simon: “Le prossime elezioni saranno inevitabilmente contestate con cattiveria e forse in modo violento. Occorre dire che la minaccia di destra agli Stati Uniti è politicamente esistenziale. Gli Stati Uniti come li abbiamo conosciuti potrebbero disgregarsi”. 

The Unthinkable, inoltre, è il titolo di un libro di Jamie Raskin, uscito proprio il 6 gennaio del 2022, nel primo anniversario dell’insurrezione psicotica che portò migliaia di Joker nei dintorni di Capitol Hill, il cuore della vita politica americana. L’autore non è soltanto uno scrittore, ma un importante membro del Congresso, eletto nel Maryland nelle file del partito democratico. Inoltre Jamie Raskin è professore di Diritto Costituzionale, si autodefinisce liberal, ed è padre di tre figli che hanno tra i venti e i trent’anni. Uno di loro, Tommy, venticinquenne, attivista politico, sostenitore di cause progressiste, animalista, è morto la notte dell’ultimo giorno dell’anno 2020. Per essere più precisi, Tommy ha scelto di morire: si è suicidato, come si dice abitualmente. Lo ha fatto dopo una lunga depressione, e dopo (occorre dirlo) la lunga umiliazione morale che il trumpismo ha inflitto ai suoi sentimenti umanitari.

Il suicidio del suo amatissimo figlio agisce come un’apocalisse sulla mente del padre. Per Jaimie Raskin, la decisione finale di Tommy non è solo una catastrofe affettiva, ma l’avvio di una radicale riconsiderazione delle sue convinzioni.

Leggendo questo libro ho condiviso il dolore di un padre e il tormento di un intellettuale. Insieme mi si è spalancata davanti la profondità della crisi che sta lacerando l’Occidente, e in particolare l’orizzonte culturale della democrazia liberale.

Il libro racconta insieme tre diverse storie che si sviluppano contemporaneamente e si alimentano a vicenda.  La prima è la storia del fascismo americano emergente, l’epoca Trump come regno dell’ignoranza del razzismo e dell’aggressività. La seconda è Tommy, la sua formazione, i suoi ideali e la costante umiliazione della sua sensibilità etica. La terza è l’effetto del Covid-19 sulla mente della generazione giovane che ha sofferto di più le regole del distanziamento, la depressione strisciante, l’incapacità di immaginare un futuro vivibile. Tommy ha sofferto di depressione, e nel suo ultimo messaggio ne parla: “Perdonatemi, la mia malattia ha vinto”. Poi aggiunge: “Voi continuate a curarvi l’un l’altro, e pensate agli animali e ai poveri del mondo per me.”

Jamie Raskin scrive:

“Come molti giovani della sua generazione, Tommy è stato trascinato dal Covid in una spirale maligna. Con la scuola chiusa, la vita sociale ridotta a un fragile minimo mascherato, i viaggi che diventano un incubo. Le relazioni difficili, costrette in un’intimità prematura e goffa, o piuttosto in un oblio virtuale. Un sacco di giovani hanno sofferto la disoccupazione, la contrazione economica e l’incertezza profonda. Molti, come Tommy, sono stati costretti a tornare a casa dei loro genitori in una camera piena dei libri delle scuole superiori”.

Si può dire lo stesso per milioni di giovani in ogni città del mondo, e gli effetti di lungo periodo di questo trauma sono al momento sconosciuti, e impensabili. Tuttavia possiamo prevedere facilmente che il panorama psicoculturale (il paesaggio intimo, le attese di mondo, gli investimenti del desiderio) è destinato a cambiare. La precarietà ha preso il sopravvento in ogni aspetto della vita, e questo modella le scelte della generazione del millennio in maniera imprevedibile. Tuttavia qualcosa può essere previsto: un declino dell’energia che rese possibile la mobilitazione neoliberale nei decenni passati. L’energia espansiva è finita, questo è il messaggio che emerge dalla mutazione virale.

Nelle parole del padre,

“Tommy si era dichiarato antinatalista perché non poteva accettare la prospettiva di impegnare un altro essere umano a vivere una vita destinata a essere dominata dal dolore, dalla tristezza e dalla sofferenza. Per quanto io e Sarah cercassimo di descrivergli la gioia dell’avere figli, Tommy non accettava di rinunciare alla sua determinazione perché nessuno ha il diritto di imporre l’inevitabile su un altro. Non mi consola molto sapere che un’enorme e crescente parte della generazione di Tommy pensa lo stesso sulla questione di non avere figli”.

L’antinatalismo è probabilmente un effetto della depressione, come no. Ciò dimostra che la depressione può essere una condizione di saggezza, non solo di malattia. Diviene una malattia quando non riusciamo a comprenderne il messaggio, e cerchiamo disperatamente di conformarci alle norme dominanti di produttività, efficacia e dinamismo. Respingere il messaggio della depressione, riaffermare la forza della volontà contro il messaggio della depressione è un modo per cadere in una deriva suicida.

Raskin si rimprovera per non avere indagato direttamente e francamente sulle tendenze suicide del figlio:

“Molti genitori fanno l’errore che ho fatto anche io, cercando di non dire quella parola, per paura di darle troppo potere e troppa presenza, come se pronunciarla potesse conferirle un’aura provvidenziale terrificante, un sortilegio sul futuro. Ma la verità invece è proprio contrario: le parole guadagnano un potere magico quando non le pronunciamo nel momento in cui dovremmo. Non parlare del suicidio a una persona depressa è come non parlare di sesso a un adolescente”.

Dopo la morte di suo figlio, però, la percezione di Raskin cambia: il suo ottimismo di costituzionalista è scosso dall’esplosione di forza brutale che tende a prevalere sulla forza della ragione, e le sue certezze democratiche vacillano di fronte al dilagare della depressione:

“Improvvisamente l’ottimismo costituzionale mi imbarazza come fosse una vergogna. Temo che il mio luminoso ottimismo politico, quello che molti miei amici hanno più apprezzato in me, sia divenuto una trappola di autoinganno di massa, una debolezza che può essere sfruttata dai nostri nemici. Al tempo stesso sono terrorizzato a pensare cosa vuol dire vivere senza questo entusiasmo e senza il mio amato insostituibile figlio. Le due cose stavano insieme e ora debbo vivere senza l’una e senza l’altro”.

L’ottimismo politico di questo generoso professore di Legge è scosso dall’improvvisa comprensione che la democrazia liberale poggia su un fondamento fragile. Infatti scrive:

“Quattro dei nostri primi presidenti erano padroni di schiavi, e sette dei nostri primi dieci presidenti erano proprietari di schiavi. Questi fatti non sono casuali ma nascono dall’architettura stessa delle nostre istituzioni politiche”.

L’impensabile disintegrazione del mostro

Nel discorso tenuto il 6 Gennaio 2022, Biden dice: “Dobbiamo decidere che tipo di nazione saremo”. Ma può l’America decidere che la violenza non è la norma, se la storia americana si fonda fin dall’inizio sulla violenza, la schiavitù e il genocidio? L’irredimibilità di quel passato è adesso una fonte di depressione sistemica per l’Occidente, e quindi è una fonte sistemica di fascismo, fin quando non riusciremo a elaborare una strategia terapeutica di rassegnazione.  Questo è il punto, sul piano teorico: possiamo prevedere l’esito di un’ondata di depressione sociale? Possiamo agire sull’evoluzione dell’epidemia psicotica? L’esperienza passata ci insegna che un modo per reagire alla depressione è il fascismo, che la trasforma in violenza contro un nemico fantasmatico. Questo ciclo depressione-fascismo si è riattivato in ogni luogo del mondo, e soprattutto negli Stati Uniti. Qual è l’alternativa? Per Tommy l’alternativa è stata la morte. 

Come possiamo deviare la traiettoria della depressione verso una risignificazione? Rassegnandoci? La parola rassegnazione risuona nella mia mente come un rompicapo. Significa abbandonare il lavoro, ma anche: accettare il destino e piegare la testa. Io suggerisco una diversa interpretazione: cambiare l’orizzonte delle attese, risignificare la vita sociale, concentrarsi sulla frugalità e l’utilità, concentrarsi sul piacere piuttosto che sull’accumulazione, concentrarsi sulla solidarietà piuttosto che sulla competizione. Far emergere dalla tempesta virale questo cambiamento psicoculturale è il compito intellettuale del presente.

Leggere il libro di Raskin ha confermato la mia convinzione che l’entità politica chiamata Stati Uniti sia sul bordo di un abisso, un abisso che è inscritto nella storia di quel paese. Il crollo degli Stati Uniti come Stato nazionale è un processo irreversibile che la volontà politica non può fermare, ma il crollo di questo mostro politico non apre di per sé una prospettiva di evoluzione pacifica. Al contrario, la disintegrazione dell’entità politica denominata Stati Uniti non implica la disattivazione delle piattaforme di controllo globale che sono emanazione del potere americano. Parlo dell’infrastruttura militare che connette uomini e macchine sparsi per il mondo (il Pentagono), parlo dell’infrastruttura che connette in banda larga ogni punto informatizzato del mondo. Parlo dell’infrastruttura logistica che permette di spostare uomini e merci fisiche. E naturalmente dell’infrastruttura finanziaria, che negli ultimi quarant’anni ha avuto un ruolo decisivo nell’assoggettamento politico delle popolazioni. 

Ecco infine l’infrastruttura sanitaria o biopolitica che ha assunto il posto centrale nella dinamica del mondo negli ultimi due anni, e che si è incorporata nella vita quotidiana e soprattutto dentro la dinamica psicoaffettiva dell’umanità. 

Queste entità non dipendono dalla decisione politica dal momento che gli Stati nazionali sono diventati mere articolazioni di entità globali senza le quali la sopravvivenza sociale sarebbe impossibile.

Gli Stati Uniti possono essere in fase di implosione politica, ma le infrastrutture globali non implodono con la dissoluzione del loro contenitore formale nazionale. Al contrario, rafforzano la loro presa sul corpo sociale, a tutti i costi, anche al costo della distruzione del corpo sociale stesso. Il mostro non muore prima di aver provocato un disastro globale: l’America non scomparirà senza un atto finale di sterminio.

Questo è l’orizzonte geopolitico a questo punto del secolo.

Totalitarismo extrastatuale e biopotere

Le nazioni non sono più il luogo del potere reale. Per questo i nazionalisti alzano la voce: sentono che la sovranità nazionale si dissolve nell’aria e anche il domino bianco declina. Il potere reale si incarna ora nel sistemi operativi globali che Keller Easterling chiama “infrastrutture extra-statuali”. Easterling si riferisce a queste infrastrutture come connessioni automatiche che modellano lo spazio sociale. Ma possiamo generalizzare il concetto: queste infrastrutture extra-statuali agiscono come forme (Gestalten) per la concatenazione della vita sociale: “La parola infrastruttura evoca associazioni con le reti fisiche di trasporto, o di servizio sociale. L’infrastruttura è un sostrato nascosto, il medium che coordina. Oggi però, piuttosto che reti di tubi e di fili, l’infrastruttura include gangli di micro-onde che lampeggiano dai satelliti, e insieme di congegni elettronici atomizzati che teniamo nelle nostre mani”.

L’infrastruttura può essere vista come un sistema operativo che rende possibile la concatenazione di vaste quantità di elementi separati. Ma questa concatenazione si deve articolare secondo un modello, un formato, uno schema che si può descrivere in termini di dispositivo foucaultiano. Easterling osserva che “l’infrastruttura è un sistema operativo per modellare la città. Questo sistema operativo è qualcosa di simile al medium di cui parla McLuhan quando dice che il medium è il messaggio”. 

Le infrastrutture sono sistemi operativi che sottomettono il caos all’ordine algoritmico. Poiché il virus ha agito come agente caotico investendo l’organismo fisico, sociale e psichico, sul caos proliferante si è innescato un processo di automazione totale della biosfera umana. Un compito impossibile, che però sovrappone alla vita del mondo una griglia bio-totalitaria della quale cominciamo a vedere le articolazioni: controllo informatico sui corpi individuali e sulle loro relazioni con altri corpi individuali, creazione di un capro espiatorio (la colpa del male addossata alla minoranza no vax piuttosto che alla distruzione neoliberale del sistema pubblico di sanità), emarginazione e persecuzione dei devianti, internamento e domani chissà.

Nel caso che a Omicron succeda una quinta ondata dobbiamo aspettarci che si organizzeranno pogrom contro gli untori?


Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale.

Questo articolo è apparso su Nero (e qui con il consenso dell’autore). Nell’archivio di Comune, altri articoli di Bifo sono leggibili qui

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