Sul pensiero e l’azione ecologista

dal blog https://comune-info.net

Paolo Cacciari 29 Gennaio 2022

Non basta prevedere le conseguenze delle devastazioni ambientali e neanche immaginare percorsi di conversione ecologica. Abbiamo bisogno di una svolta etica e di un cambio di civiltà, abbiamo bisogno della consapevolezza che le crisi ecologiche non colpiscono tutti e tutte allo stesso modo, abbiamo bisogno di nuove forme di conflitto: “Le istanze di giustizia ambientale e sociale sono una cosa sola…”, scrive Paolo Cacciari, leggendo Profezie verdi, il nuovo libro curato da Gianfranco Bettin (con testi di André Gorz, Laura Conti, Alexander Langer e Rachel Carson)

La Fondazione Giangiacomo Feltrinelli ha dato alle stampe una preziosa antologia di scritti di vari autori che si sono posti “alle origini del pensiero e dell’azione ecologica” – come recita il sottotitolo del volume Profezie verdi, a cura di Gianfranco Bettin (p.225, 15 euro). Una selezione di brevi scritti e interviste, rintracciati nell’archivio della Fondazione, quanto mai ardita, pensando alla mole e alla complessità della produzione teorica e pratica dell’ambientalismo, ma che il curatore ha saputo comporre con equilibrio e visione storica. Tanto da risultare utilissima nell’illuminare la sfida epocale rappresentata oggi dalla crisi climatica e non solo. Una lettura persino obbligata per quanti sono impegnati a riorganizzare le file di un soggetto politico verde in Italia. Penso alla recente riformazione di un gruppo parlamentare dei Verdi con Europa Verde, alla assemblea in programma a Firenze i primi di febbraio di Facciamo eco e ad altri appelli lanciati per superare le separazioni nel mondo ecologista.

Sullo sfondo disegnato da brevi saggi di Rachel Carson (sulla interazione tra gli esseri viventi e la natura circostante e la “lotta condotta dall’uomo contro la natura”), di Ludwig Trepl (sulla storia dell’ecologia, da branca della biologia a “superscienza”) e di André Gorz (sul tempo di lavoro e di vita), scelti tra i precursori, Bettin ha seguito il sorgere della cultura dell’ecologia politica tra Germania e Italia riproponendo testi di Alexander Langer, Manon Maren-Grisebach, Fritjof Capra e Charlene Spretnak, Virginio Bettini, Laura Conti, Bernardo Rossi Doria, Andrea Poggio, Giulio Maccacaro, Luigi Manconi, Sergio Semi, Paolo Piva, Enrico Testa.

Quanto basta per far emergere un mosaico dai tratti vivacissimi, non ceto uniforme, capace di prospettare un rovesciamento completo, “integrale” – diremmo oggi usando le parole di Bergoglio, “che viene dalla fine del mondo” – dell’assetto socioeconomico e istituzionale nell’epoca della massima potenza del tecnocapitalismo globalizzato, capace di “mutare la natura del proprio mondo” – come già vedeva Carson anticipando il concetto che oggi viene posto alla base dell’Antropocene.

Non c’è qui, ovviamente, lo spazio per seguire il “filo verde” che intreccia pensieri ed esperienze dell’ecologia politica dai suoi albori alla formazione del partito dei verdi, dalle contestazioni del ’68 e del Settantasette (che secondo Bettin segna “un solco tra sinistra storica e nuovi movimenti”) fino all’arcipelago delle prime liste ecologiste locali negli anni ’80. Una fila di aperture e di occasioni mancate; di squarci di verità su una crescita economica esponenziale dai costi insopportabili (non solo ambientali, pensiamo ai conflitti neocoloniali per l’accaparramento delle risorse “scarse”) e di inefficacia dell’azione volta al suo cambiamento, pensando ai risultati delle non poche esperienze di governo a tutti i livelli istituzionali che i Verdi sono riusciti ad ottenere.

Una vicenda carica di tensioni interne e dai tratti a volte umanamente drammatici. Pensiamo solo a Petra Kelly in Germania e a Alex Langer in Italia. Ma due sono le questioni che più colpiscono dalla lettura dell’antologia proposta da Bettin: la capacità di visione dei e delle protagonisti/e – “profetica”, appunto, nel prevedere il biocidio prossimo venturo – e la loro consapevolezza di dover realizzare una trasformazione complessiva, sistemica, tanto dell’assetto sociale, quanto del modo di vivere (produrre e consumare) delle persone e del loro rapporto con la natura. “La visione politica dei Verdi – scrivevano Capra e Spretnak (1986) – è fondamentalmente olistica”. Il rimando è a quella “conversione ecologica” profonda, culturale, antropologica, con cui Langer anticipa il tema della Laudato si’.

L’ecologia, in fondo, è un modo di pensare e di pensarsi nel mondo. Essendo l’ecologia la scienza della natura (Bettini, 1977), ed essendo l’essere umano un animale in grado di modificarla, essa deve comprendere lo studio dei comportamenti umani, anche delle pulsioni psicologiche che li originano, e delle loro conseguenze ecosistemiche.

Ecco il grande nodo – “rimasto a lungo irrisolto”, afferma nell’introduzione Bettin – che lega indissolubilmente ecologia e assetto sociale, ambiente ed economia, modelli di benessere e tecnologie. “Sfera ecologica e sfera sociale – scrivevano Capra e Spretnak – sono inseparabili”.

In una parola, l’ecologia politica, come filosofia globale, tende al superamento del dualismo natura/cultura (Trepl,1986). Gli scritti raccolti da Bettin sono esemplari nel testimoniare la consapevolezza dell’ampiezza del terreno della azione politica dell’avventura verde. “È pensabile che l’ecologismo politico – scriveva Langer, 1984 – rappresenti una potenzialità paragonabile – nella sua complessità e per la sua virtuale portata storica e ideale – a quella del marxismo, negli ultimi cento anni”. Ma emergono anche i problemi tutt’ora aperti che hanno limitato la radicalizzazione del “pensiero verde”. Ed è questa l’utilità maggiore del volume. Tornare alle origini è forse il modo più stimolante per affrontare l’urgenza delle sfide presenti.

Fin qui la descrizione a grandi capi dei contenuti del libro. Aggiungo ora delle riflessioni del tutto soggettive su alcune criticità dell’ecologismo che mi sembrano emergere dalla lettura dei testi raccolti. Il discorso verde si basa certamente su dati di verità incontestabili circa la “rovina del sistema vivente” (Conti, 1978) e la propensione della “specie umana verso il suicidio” (Capra, 1986). Oggi i paleontologi e i biologi evoluzionisti possono documentare scientificamente la Sesta estinzione di massa in corso, di origine antropica, sessantacinque milioni di anni dopo la precedente, di origine cosmica. Negli anni Settanta e Ottanta il timore per una catastrofe nucleare (bellica o “pacifica”) era più pressante del cambiamento climatico, ma è del tutto evidente che la “matrice” comune che genera le catastrofi ecologiche è iscritta nel “modello di sviluppo espansivo della crescita” (Langer, 1984). Un sistema socioeconomico predatorio, estrattivista, competitivo, colonialista, maschilista.

L’effetto sull’opinione pubblica, però, è stato creare una “atmosfera da fine del mondo” (Trepl), che non si è fatta rivolta.

L’errore forse è quello di aver trasmesso il messaggio di un’apocalisse istantanea, di un collasso che porti alla totale, contemporanea estinzione del genere umano. Una sorta di ultima battaglia dell’Armageddon dove la parte verde rappresenta “il vangelo della salvezza del mondo” (sempre Trepl) e il partito verde una confessione, piuttosto che un movimento politico di massa.

Un messaggio pericoloso perché, da una parte, annichilisce le persone e le spinge a “mettersi in salvo” per conto proprio usando le rispose di cui ognuno dispone individualmente, dall’altra, nasconde le responsabilità, che non risiedono genericamente nel “genere umano”, inteso come “specie sbagliata”, difetto dell’evoluzione.

Il biologismo è un’ideologia della storia altrettanto deterministica quanto il marxismo volgare.

Le crisi ecologiche non colpiscono tutti e tutte allo stesso modo. Non agiscono da livellatrici delle diseguaglianze. All’opposto le acuiscono. Messaggi ecumenici, come quelli che anche papa Bergoglio ha dato in occasione della sindemia (ma non nella Laudato si’) secondo cui saremmo tutti sulla stessa barca occultano le differenze di potere, di status e di possibilità di sopravvivenza dei diversi individui, classi sociali, popolazioni, generi.

La metafora più appropriata della crisi ecologica, forse, non è quella dell’Apocalisse, ma, più modestamente, delle rane che vengono lessate lentamente, tanto da non accorgersene e perdere le forze per saltare in tempo fuori dalla pentola. L’ambientalismo “rosso”, l’“ecologia di sinistra”, avrebbero, forse, dovuto avere più ascolto.

“Questa crisi – scriveva Maccacaro, nel congresso costitutivo di Medicina Democratica, 1976 – non è affatto complessiva, interclassista, accomunante, egualitaria: non è affatto una catastrofe che si abbatte quale un’oscura calamità naturale su un intero paese: questo o quello che sia. Ma è un’ulteriore aggressione di cui sono identificabili i mandanti e gli esecutori, i destinatari e le vittime: è l’aggressione più dura sfrenata del padronato nazionale e internazionale contro la classe lavoratrice”.

Senza ingaggiare un conflitto capace di eliminare le forme di dominazione che soggiogano le persone è difficile pensare che sia possibile eliminare le forme di sovrasfruttamento delle risorse naturali.

Le scienze ecologiche hanno certo dato “un terreno solido sotto i piedi” dei movimenti ambientalisti, un fondamento convincente. Una conferma viene dall’indubbio credito che hanno presso i movimenti ambientalisti i consessi scientifici quali l’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) o le agenzie dell’Onu. Ma le scienze sociali – da parte loro – avrebbero dovuto insegnare che gli individui del genere umano, in determinate condizioni, sono disposti ad accettare condizioni di grande sofferenza e ingiustizia. Ironicamente, potremmo dire che sono troppo “resilienti”, propensi ad accettare rischi enormi razionalmente ingiustificabili. Come quelli di vivere in ambienti insalubri, svolgere lavori pericolosi per sé e per gli altri, disinteressarsi del futuro dei propri discendenti.

Arrivano persino ad invocare e andare in guerra!

Allora, forse, non basta l’argomento strettamente ecologico (regolare al meglio la circolazione della materia, i flussi di energia, le catene trofiche e così via) per convincere le persone a “fare pace con la natura” e prendersi cura della vita, ad incominciare dalla propria.

Servirebbe un salto di “consapevolezza morale e politica” (Langer, 1984), una svolta etica, un cambio di civiltà. Insomma, servirebbero non solo un’ecologia, ma anche una politica “integrali”. Cioè profonde e complete. Per questo motivo, credo, non hanno oggi più ragione d’essere le preoccupazioni politiche che assillavano all’origine i movimenti Verdi: non confondersi con la falsa polarizzazione sclerotizzata nelle aule parlamentari tra destra e sinistra, tra governo e opposizione. Oggi, per i Verdi, il pericolo vero non è quello di apparire le “foglie di fico ecologiche” (Langer 1984) di altre forze politiche, ma – a mio parere – di vedere le proprie istanze incluse nel dirompente sistema di mercato dominato dallo strapotere della finanza e delle compagnie transnazionali costantemente impegnate nella ricerca di nuove opportunità di investimenti profittevoli – vedi, rossi o neri, per loro non fa differenza. Se è così, allora, non basta riunificare le diaspore verdi. Servirebbe congiungere anche quelle “rosse”. Nella convinzione che le istanze di giustizia ambientale e sociale sono una cosa sola.

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