Energia, colonialismo ed estrattivismo nel Sahara Occidentale occupato

alexik

di Joanna Allan, Hamza Lakhal e Mahmoud Lemaadel

Tratto da Ecor.Network.

Le molteplici crisi ecologiche provocate dalle attività umane sono collegate e aggravano le altre sfide politiche, sociali ed economiche attualmente affrontate dal Nord Africa. (1)
Nel Sahara Occidentale, queste sfide e queste crisi sono modellate dalla continuità della sua condizione coloniale.
Questo report vuole contribuire al dibattito su una giusta transizione – ovvero una transizione verso “economie fiorenti che forniscano mezzi di sussistenza dignitosi, produttivi ed ecologicamente sostenibili; governance democratica e resilienza ecologica” – nel Sahara Occidentale (2)
Gli autori di questo rapporto evidenziano come l’estrattivismo opera attualmente nella parte del Sahara Occidentale attualmente occupata dal Marocco.
La maggior parte dell’analisi si concentra sugli sviluppi delle energie rinnovabili, perché il Marocco è ampiamente celebrato sulla scena internazionale per i suoi impegni nella cosiddetta “transizione verso l’energia verde”. (3)
La storia qui raccontata, che mira a mettere in luce le voci dei saharawi, la popolazione originaria del Sahara Occidentale, è diversa. Proprio perché gli sviluppi delle energie rinnovabili compromettono l’autodeterminazione dei Saharawi e creano ulteriori disuguaglianze (percepite e reali) tra Saharawi e Marocchini, tali sviluppi pregiudicano una transizione giusta.
Di seguito, dopo aver fornito una breve storia del conflitto del Sahara Occidentale, gli autori identificano innanzitutto le forme di estrattivismo nel Sahara Occidentale occupato e mappano chi vi contribuisce e trae profitto dalle industrie estrattive. Sebbene il focus principale sia sugli sviluppi energetici, il report fa anche luce sulle forme correlate di estrattivismo, tra cui l’estrazione di fosfati, la pesca, le industrie agricole e dell’estrazione di sabbia. Gli autori collocano la loro ricerca sull’estrattivismo nel Sahara Occidentale occupato in ambiti di dibattito più ampi, a livello accademico e militante, sull’energia e il colonialismo a livello globale. Il rapporto sostiene anche che lo sviluppo delle rinnovabili nel territorio occupato dovrebbero essere considerati forme di estrattivismo.
In secondo luogo, gli autori proseguono sostenendo che l’energia (potenzialmente) prodotta nel Sahara Occidentale occupato contribuisce alla diplomazia del regime marocchino all’estero, rafforzando l’occupazione coloniale del Sahara Occidentale.
Infine, il rapporto si chiede come potrebbe essere una transizione giusta per i Saharawi.
Per trarre ispirazione, gli autori si rivolgono ai campi profughi Saharawi e allo Stato in esilio vicino a Tindouf, in Algeria, analizzando un piccolo repertorio di iniziative saharawi come esempi di una transizione giusta.

Una breve storia del conflitto del Sahara Occidentale

La colonizzazione spagnola del Sahara Occidentale iniziò nel 1884, in seguito alla Conferenza di Berlino, in cui gli stati europei si divisero l’Africa tra loro, con il Sahara Occidentale che divenne un possedimento spagnolo.
Inizialmente, la presenza spagnola nel cosiddetto “Sahara spagnolo” si limitava alla pesca nelle acque costiere e al commercio con le tribù Saharawi.
Tuttavia, la scoperta di fosfati, petrolio e altri giacimenti minerari negli anni ’40 ha incoraggiato la Spagna ad estendere la sua presa sul territorio a livello politico, sociale ed economico. (4)
All’inizio degli anni ’60 iniziò una nuova era di decolonizzazione, con la Declaration on the Granting of Independence to Colonial Countries and Peoples adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1960. (5)
Nel 1963 il Sahara spagnolo (Sahara Occidentale) venne incluso nell’elenco delle Nazioni Unite dei territori non autonomi da decolonizzare.
In questo periodo emersero movimenti di massa organizzati per l’indipendenza dei Saharawi, il primo dei quali fu l’Organizzazione d’avanguardia per la liberazione del Sahara, formato nel 1968 da Mohamed Sidi Brahim Bassiri. Più tardi, dopo che la Spagna fece sparire Bassiri (6), un gruppo di giovani studenti e membri dell’Organizzazione d’avanguardia formò il Fronte Popolare di Liberazione di Saguia El Hamra e Río de Oro (POLISARIO) nel 1973. Nello stesso anno, lanciarono una lotta armata contro gli spagnoli. (7)
Dai tempi della sua indipendenza nel 1956, con ambizioni espansionistiche, il regime marocchino ha espresso il suo sogno di un “Grande Marocco”, che comprendesse il Sahara Occidentale, la Mauritania e parti dell’Algeria e del Mali.  (8)
Così, quando nel 1974 la Spagna esplicitò il suo piano per tenere un Referendum sull’autodeterminazione del popolo Saharawi, Marocco e Mauritania espressero nuovamente le loro pretese sulla sovranità territoriale sul Sahara Occidentale. Le pretese dei due Stati – che rivendicavano l’appartenenza del Sahara Occidentale al Grande Marocco e alla Grande Mauritania prima della colonizzazione spagnola – vennero ascoltate dalla Corte internazionale di Giustizia.
Quest’ultima respinse queste rivendicazioni in un parere consultivo sollecitando l’applicazione della risoluzione 1514 (XV) delle Nazioni Unite, che consente l’autodeterminazione delle popolazioni originarie Saharawi. (9)

La Spagna, tuttavia, firmò un accordo illegale con il Marocco e la Mauritania, che divideva il Sahara Occidentale tra i due paesi africani riservando alla Spagna il 35 per cento dei profitti delle riserve di fosfati, nonché la continuità dell’accesso alle attività di pesca del Sahara Occidentale. (10)
Nell’ottobre 1975, il Marocco e la Mauritania invasero il Sahara Occidentale. (11)
Decine di migliaia di Saharawi fuggirono nei campi profughi della vicina Algeria, alcuni dei quali furono bombardati con napalm lungo il percorso. (12)
Nel 1976 il POLISARIO, con sede nei campi, dichiarò in esilio la costituzione della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD).
Questa sarebbe diventata la sede della lotta armata del POLISARIO contro il Marocco e la Mauritania fino al cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite nel 1991, concordato sulla base della promessa di un referendum di autodeterminazione sull’indipendenza dei Saharawi.
Il referendum non ha mai avuto luogo, come conseguenza di un processo diplomatico stagnante che si è protratto fino a novembre 2020.
La Mauritania si ritirò dalla guerra nel 1979, quando firmò un trattato di pace con il POLISARIO.
Il Marocco, invece, resta la potenza occupante del Sahara Occidentale. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha “esortato il Marocco ad unirsi al processo di pace e a porre fine all’occupazione del territorio del Sahara Occidentale”. (13)

Attualmente il POLISARIO controlla circa un quarto del territorio del Sahara Occidentale, situato a est del muro costruito dal Marocco, che è considerato la “più grande e funzionale barriera militare del mondo”. (14)
Oggi, circa 180.000 rifugiati sahrawi vivono grazie agli aiuti umanitari internazionali nei campi profughi in Algeria, mentre il Marocco continua a perseguire le politiche coloniali di insediamento nel Sahara Occidentale occupato. Tali politiche vanno dalla sparizione forzata e la tortura dei prigionieri politici (15) al trasferimento nel territorio di una consistente popolazione di coloni marocchini (non ci sono dati affidabili sulla proporzione esatta di coloni rispetto agli indigeni Saharawi, ma è opinione comune che i primi oggi siano di gran lunga più numerosi di quest’ultimi), così come l’appropriazione culturale. (16)
Il cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite tra POLISARIO e il Marocco, iniziato nel 1991, è durato 29 anni ma si è concluso il 13 novembre 2020 dopo un violento incidente.
I civili saharawi avevano montato un posto di blocco in una breccia nel muro militare vicino al villaggio di Guerguerat, che si trova al confine con la Mauritania in una zona cuscinetto smilitarizzata.
Abdelhay Larachi, un saharawi che partecipò alla costruzione del posto di blocco, racconta:
“il nostro scopo era quello di chiudere la breccia illegale a Guerguerat […][è] un cancello attraverso il quale il Marocco fa passare le nostre risorse naturali saccheggiate verso la Mauritania e ad altri paesi”. (17).
Il Marocco sparò sui manifestanti al posto di blocco, e POLISARIO – dichiarando la fine del “cessate il fuoco” – rispose.
Non è un caso che la nuova guerra sia stata provocata dal blocco saharawi del cosiddetto ‘corridoio del saccheggio’ a Guerguerat (attraverso il quale transitano i prodotti del territorio occupato diretti al porto di Nouadhibou, dal quale vengono esportati a livello mondiale): l’estrattivismo è al centro del conflitto e del colonialismo nel Sahara Occidentale.

L’estrattivismo nel Sahara Occidentale occupato

L’estrattivismo è una modalità di accumulazione capitalista attraverso la quale alcune regioni, in genere del Nord Globale, estraggono le risorse naturali di altre regioni, principalmente per l’esportazione. (18) L’estrattivismo ha caratterizzato le relazioni dell’Europa con le Americhe, l’Africa e l’Asia sin dall’era della conquista e della colonizzazione. (19)
Oggi, in Nord Africa, l’estrattivismo continua in una veste neocoloniale. (20)
Le risorse estratte vanno da petrolio e gas, a minerali preziosi, pesce e prodotti agricoli. (21)
Il turismo e l’appropriazione culturale sono oggi ampiamente intesi anche come forme di estrazione neocoloniale, in quanto le risorse del Sud Globale o dei popoli indigeni, comprese le risorse intellettuali o artistiche, sono sfruttate a beneficio delle popolazioni del Nord Globale. (22)
Negli ultimi anni è diventato sempre più chiaro che i progetti di energia rinnovabile possono anche perpetuare o rafforzare l’estrattivismo. Ad esempio, la fallita Iniziativa Industriale Desertec, che mirava a soddisfare circa il 20% del fabbisogno energetico dell’Europa entro il 2050 tramite parchi solari ed eolici costruiti in Medio Oriente e Nord Africa, è stata interpretata dagli attivisti locali come un’impresa capitalista neocoloniale.

Desertec ha sollevato preoccupazioni per il possibile saccheggio di risorse idriche già scarse, l’esportazione di energia in Europa senza soddisfare il fabbisogno energetico locale e il linguaggio coloniale utilizzato per descrivere il deserto del Sahara. L’iniziativa alla fine fallì per motivi finanziari. (23)
Allo stesso modo, attingendo dalla ricerca tra le comunità indigene in Messico, Alexander Dunlap descrive come “combustibile fossile +” lo sviluppo delle rinnovabili su scala industriale, sulla base del fatto che tale progetti su larga scala condotti dalle multinazionali rinnovano ed espandono lo stesso ordine sfruttatore, capitalista e coloniale proprio dell’ industria dei combustibili fossili. (24)
Lo sviluppo dell’energia rinnovabile nel Sahara Occidentale occupato può essere interpretato come estrattivo perché favorisce le modalità dell’accumulazione capitalista, così come il colonialismo e l’occupazione militare, e perché utilizza le risorse secondo modalità che non avvantaggiano o riconoscono i diritti umani dei comunità locali.

A parte un parco eolico di proprietà privata che alimenta una fabbrica di cemento, gli sviluppi dell’energia eolica nel Sahara Occidentale occupato fanno tutti parte del portafoglio di una società dell’energia eolica chiamata Nareva, che appartiene alla holding della monarchia marocchina, Al Mada. (25)
Nareva ha lavorato in collaborazione con la multinazionale tedesca dell’energia Siemens (e in seguito con la spagnola Siemens Gamesa) su tutti i parchi eolici che ha sviluppato nel Sahara Occidentale occupato.
Il parco eolico Aftissat, da 200 megawatt (MW), genera energia per gli utilizzatori industriali, inclusa la società statale marocchina OCP Group precedentemente nota come Office Chérifien des Phosphates. (26)
Il parco eolico di Foum el Oued, da 50 MW, fornisce il 95% dell’energia necessaria per far funzionare la miniera di fosfati di OCP a Bou Craa. (27)
Diversi altri parchi eolici sono previsti per il Sahara Occidentale occupato, con una capacità complessiva di oltre 1000 MW. Ci sono anche piani per espandere due parchi solari esistenti nel Sahara Occidentale occupato e per costruire un terzo parco solare.
Sono infine in corso studi per esplorare il potenziale geotermico del paese occupato. (28)
Sebbene questo articolo si concentri sugli sviluppi delle energie rinnovabili, vale la pena contestualizzare tali sviluppi nel contesto più ampio dell’estrattivismo nel Sahara Occidentale occupato. I fosfati della miniera di Bou Craa vengono trasportati in tutto il mondo per essere utilizzati nei fertilizzanti agricoli. (29)
Le serre di dimensioni industriali producono frutta e verdura per il mercato dell’Unione europea (UE), che prevede il drenaggio di preziosi pozzi sotterranei. (30)
Le ricche attività di pesca del Sahara Occidentale sono sfruttate anche da pescherecci da traino di diversi paesi e regioni, non ultime l’UE e la Russia, utilizzando pratiche non sostenibili. (31)
A livello locale, diverse licenze di pesca sono state concesse a figure di alto profilo all’interno del makhzen marocchino, l’élite al potere. (32)
Molti giuristi mettono in dubbio la legalità di tali attività, dal momento che le risorse di un territorio occupato non possono essere legalmente sfruttate senza il consenso della popolazione di quel territorio. (33)
A questo proposito, diverse corti internazionali hanno giudicato le rivendicazioni sollevate dal governo della RASD e da Gruppi di solidarietà Saharawi. (34)

Potenziare l’occupazione: come l’energia svolge il lavoro diplomatico per il regime marocchino

Lo sviluppo energetico viene utilizzato per creare nuove forme di dipendenza al di fuori del Marocco basate su una energia che è almeno in parte proveniente dal Sahara Occidentale. Questo probabilmente crea un incentivo diplomatico per altri paesi a sostegno dell’occupazione.
Il Sahara Occidentale è collegato alla rete elettrica del Marocco tramite un’interconnessione nella sua capitale El Aaiun. È in corso di realizzazione un’interconnessione da 400 kilovolt (kV) tra El Aaiun e Dakhla, città nel sud del Sahara Occidentale. (35)
Il Marocco spera di collegare la propria rete a quella mauritana via Dakhla, con l’obiettivo finale di esportare energia verso il Mercato dell’Africa Occidentale. (36)
Allo stesso modo, durante i colloqui sul clima della COP22 nel 2016 a Marrakech, il Marocco ha firmato un piano di lavoro per dare inizio all’esportazione di energia verso il mercato interno europeo. (37)
Questi piani e accordi rappresentano seri ostacoli ulteriori per l’autodeterminazione del popolo Saharawi. Se si stabilissero queste interconnessioni, il Marocco potrebbe creare una parziale dipendenza dell’Europa e dell’Africa Occidentale dall’energia generata nel Sahara Occidentale.
Il regime marocchino usa anche la promessa dell’energia per rafforzare il suo “soft power” riferito al potere di persuadere o costringere altri stati a perseguire determinate politiche o intraprendere determinate azioni) nel continente. (38)
Ad esempio, il gasdotto Nigeria-Marocco (NMGP) è un progetto pianificato onshore e offshore che mira a fornire gas nigeriano all’Africa occidentale e settentrionale, e potenzialmente per rifornire l’Europa.
NMGP è un enorme progetto energetico che ha implicazioni politiche altrettanto enormi: mentre il regime nigeriano è stato tradizionalmente un forte sostenitore del POLISARIO, la sua posizione diplomatica sul conflitto del Sahara Occidentale si è ammorbidita a causa di questo progetto. (39)
Questo può essere visto come una forma di diplomazia energetica: il Marocco coinvolge potenti attori nell’occupazione e crea alleanze per il suo progetto coloniale attraverso gli sviluppi pianificati del suo sistema energetico.

È anche possibile leggere gli sviluppi delle energie rinnovabili del Marocco nel Sahara Occidentale occupato attraverso la lente del greenwashing. Fare “greenwash” significa promuovere in modo ingannevole un prodotto, una politica o un’azione come se fossero rispettosi dell’ambiente.
Il Marocco attualmente si propone come “il leader africano nello sviluppo delle energie rinnovabili in Africa”. (40) In tal modo, fa il greenwashing della sua occupazione del Sahara Occidentale.

L’impatto ambientale di un enorme dispiegamento militare, del muro che divide in due il paese, dello sfruttamento dei fosfati e del drenaggio dei pozzi di acqua dolce per irrigare serre di dimensioni industriali è nascosto dietro l’immagine “verde” accuratamente curata del regime marocchino.
Lo sviluppo energetico nel Sahara Occidentale occupato rafforza contemporaneamente una falsa “sovranità” energetica per il Marocco (falsa perché il Marocco non è legalmente la potenza sovrana del Sahara Occidentale). Rende il Marocco “indipendente dal punto di vista energetico” da altri paesi della regione, attraverso l’espropriazione delle risorse del Sahara Occidentale.
Dall’autunno 2021 il Marocco sta tentando di accelerare il progetto NMGP a causa del rifiuto dell’Algeria di continuare la cooperazione sul gas con il Marocco, dopo l’interruzione delle relazioni diplomatiche con il regno dovuta in gran parte al conflitto del Sahara Occidentale. (41)
Infatti, in una situazione in cui il regno produce solo quantità marginali del proprio petrolio e gas, i piani per le energie rinnovabili del Marocco sono progettati per porre fine alla sua dipendenza dalle importazioni estere di energia. Western Sahara Resource Watch (WSRW) riferisce che “l’energia prodotta dal vento nel Sahara Occidentale occupato potrebbe costituire il 47,20 % della capacità eolica totale del Marocco entro il 2030.
Entro quello stesso anno, la quota di energia solare generata nel territorio potrebbe essere compresa tra il 9,70 % e il 32,64 %della capacità solare totale del Marocco, probabilmente verso la fascia più alta di tale intervallo.’ (42)  Il Marocco sta quindi cercando di alleviare i suoi problemi di approvvigionamento energetico attraverso lo sfruttamento coloniale delle risorse del Sahara Occidentale.

Potenziare l’oppressione: cosa pensano i Saharawi del sistema energetico nel Sahara Occidentale occupato

Gli autori hanno raccolto dati sulla percezione dei saharawi rispetto al sistema energetico nel Sahara Occidentale occupato, attraverso l’osservazione partecipante (2015), due focus group (2019) e venti interviste approfondite e semi-strutturate (2019-2020).
I partecipanti alla ricerca, i cui nomi sono stati qui modificati, erano Saharawi che vivevano nelle zone occupate di El Aaiun o Boujdour, che si autoidentificavano come non attivisti o come attivisti di basso profilo (sulle questioni dell’indipendenza, dell’ambientalismo e/o dei diritti umani).  (43)
Per “sistema energetico” ci riferiamo allo sviluppo energetico, alle infrastrutture, alla trasmissione, all’uso e agli immaginari (ovvero, le concezioni dell’energia e i significati attribuiti all’energia in una determinata comunità). Questo riguarda sia i sistemi alimentati a combustibili fossili che quelli rinnovabili.
I partecipanti alla ricerca hanno descritto le interruzioni di corrente come “frequenti” e hanno fornito diverse spiegazioni sul perché.
Dadi ha detto: “[si verifica un black out] per motivi politici, ad esempio a causa di manifestazioni a tarda notte”. (44)
Allo stesso modo, Hartan ha spiegato: “quando c’è un ritorno a casa dei detenuti politici saharawi, le autorità di occupazione marocchine tagliano intenzionalmente [l’elettricità] per rovinare l’evento … ho potuto vedere personalmente la sofferenza degli attivisti dei media e quando siamo rimasti intrappolati durante le manifestazioni popolari, in concomitanza con la visita dell’inviato delle Nazioni Unite Christopher Ross a El Aaiun occupata… Ho visto quando le batterie delle loro fotocamere si sono esaurite in modo da non poter monitorare le violazioni…”. (45)
Mahmoud ha riferito: “[i fornitori di energia] dicono che [le interruzioni di corrente] sono dovute a problemi nella rete, ma sappiamo che a volte tagliano la corrente di proposito quando vogliono portare cose segrete in città, o quando i giovani protestano per le strade”. (46)
Per quanto riguarda le ‘cose segrete’ menzionate da Mahmoud, Fadel ha riferito: “a volte tagliano [la corrente] se portano più soldati e armi dall’aeroporto al deserto, alla barriera, non vogliono che le persone o gli attivisti sappiano quante armi, quanti carri armati e soldati stanno entrando”. (47)

Chi sono i “loro” di cui parla Fadel?
Si riferisce sia al fornitore di energia che allo Stato marocchino? O solo a quest’ultimo?
La necessità di porre questa domanda riflette la frequente equiparazione dei due – fornitori di energia e Stato marocchino – da parte dei partecipanti alla ricerca.
Tale equiparazione è comune nei contesti (neo)coloniali e ha ampie implicazioni sul modo in cui gli Stati sono visti dai loro cittadini.
Come sostiene Idalina Baptista, quando i fornitori di servizi sono percepiti come strettamente associati a uno Stato, la relazione fornitore-cliente viene intesa come una delega della relazione Stato-società.48
Allo stesso modo, Charlotte Lemanski sostiene che l’accesso delle persone all’infrastruttura pubblica modella la loro identità come cittadini e il loro rapporto con lo Stato. (49)
Nel Sahara Occidentale, le esperienze dei partecipanti alla ricerca sui sistemi energetici hanno approfondito l’antagonismo che sentivano nei confronti dello Stato marocchino.
I partecipanti alla ricerca hanno ritenuto che i distretti con percentuali più elevate di etnia Saharawi, come il distretto di Maatalla nella città di El Aaiun, fossero soggetti a maggiori interruzioni di corrente.
Alcuni partecipanti hanno anche voluto sottolineare che lo stesso vale per l’acqua corrente.
Ad esempio, il trentunenne Ali ci ha detto: “questi tagli sono comuni a Maatalla e negli altri sobborghi Saharawi, ma puoi scommettere che i coloni hanno ancora le loro docce”. (50)
Ali intende l’infrastruttura – sia per l’acqua che per l’energia in questo caso – come uno strumento che viene utilizzato dal colonizzatore per differenziare i coloni dai nativi.

Come in altre situazioni coloniali, storiche e attuali, le infrastrutture energetiche mediano la segregazione etnica.  (51)
Dovrebbero essere prese in considerazione anche le dimensioni di genere delle interruzioni di corrente. Nella società saharawi, il peso della cura dei figli e della cura della casa ricade in modo sproporzionato sulle donne e sulle ragazze. L’impatto delle interruzioni della corrente domestica è quindi di genere.
Nelle parole di Mahmoud, “come nomade [un blackout] non mi riguarda, lo conosco. Ma a volte abbiamo davvero bisogno di elettricità, specialmente mia moglie e i miei figli”. (52)
Tutti i partecipanti alla ricerca che erano collegati alla rete pensavano che le loro bollette energetiche erano “costose” e nella maggior parte dei casi la spesa causava notevole ansia. Salka ha detto agli autori di aver speso più della metà del suo reddito mensile in bollette energetiche. (53)
I partecipanti alla ricerca hanno anche riferito che c’erano diverse famiglie, specialmente nelle baraccopoli di El Aaiun est, che non avevano elettricità. Vale la pena citare ampiamente le parole di Zrug, poiché rivelano il senso di ingiustizia legato al costo dell’energia, l’importanza della sovranità popolare sulle risorse energetiche e la più ampia questione politica dello sfruttamento delle risorse naturali:

“Siamo nel 2019 e tra pochi giorni saremo nel 2020. Conosco tanti che non hanno la corrente in casa. Molte aziende hanno lanciato grandi progetti di energia e, non lontano da questi progetti, la gente a El Aaiun vive senza elettricità… C’è stata una protesta nel quartiere di Al Matara riguardo alle interruzioni dell’energia e dell’acqua… I parchi eolici e così via stanno facendo il povero più povero e il ricco più ricco. L’energia verde viene esportata dal Sahara Occidentale in altri luoghi dell’Africa e altrove. Anche se questo è illegale perché è attuato dall’occupazione marocchina, sono orgoglioso del fatto che molti altrove potranno usare l’elettricità per l’illuminazione e le altre attività. Hanno bisogno di elettricità, proprio come me. Sono favorevole ai benefici per le persone ovunque e posso compromettere i miei diritti affinché producano luce per i poveri, ma a una condizione: deve essere gratuita e non in vendita.” (54)

Diversi partecipanti hanno affermato che i fornitori di energia gli avevano addebitato importi in modo errato. Ad esempio, Mahmoud ha dichiarato: “a volte ci inviano fatture con importi errati. In casa nostra non abbiamo molte macchine, quindi sappiamo quanta energia utilizziamo’. (55)
Tale sfiducia nei confronti dei fornitori tra i partecipanti alla ricerca si riflette anche nella percezione di questi ultimi su chi gestisce e possiede l’energia nel Sahara Occidentale occupato.
Nguia ha capito che gli artefici dello sviluppo energetico sono “aziende straniere” senza “nessuna umanità”.(56) “La potenza occupante sta permettendo ad altri paesi di investire qui come modalità per convincerli a riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale”. (57)
Dadi ha commentato: ‘queste società contribuiscono alla colonizzazione marocchina e sostengono incessantemente la sua presenza’. (58)
Salka afferma che ‘tutti i profitti vanno all’occupazione marocchina e alle compagnie straniere’ .(59)

Tutti i partecipanti alla ricerca hanno espresso il desiderio di protestare ancora contro i progetti di sviluppo energetico, ma alcuni erano troppo spaventati per agire in base a questo desiderio. Coloro che hanno partecipato a proteste contro i progetti energetici in passato hanno riferito di essere stati picchiati dalla polizia e/o di aver subito altre forme di punizione, inclusa la cessazione delle prestazioni di sicurezza sociale e/o del lavoro e/o di aver ricevuto minacce ai propri parenti e divieti di spostamento.
Mentre alle organizzazioni non governative (ONG) guidate dai Saharawi è per lo più vietato registrare ufficialmente la loro esistenza nel Sahara Occidentale occupato, ci sono due ONG saharawi non registrate che hanno concentrato il loro lavoro sulla campagna contro lo sfruttamento delle risorse naturali del Sahara Occidentale, anche nel regno di energia. Uno è la Saharawi League for Human Rights and Natural Resources, guidata da Sultana Khaya; l’altro è il Comitato per la protezione delle risorse naturali nel Sahara Occidentale (CSPRON), il cui presidente è Sidahmed Lemjeyid.
Entrambi hanno subito gravi violazioni dei diritti umani per mano dello Stato marocchino a causa del loro lavoro: Lemjeyid sta scontando l’ergastolo in una prigione marocchina (60) mentre Khaya è attualmente agli arresti domiciliari, dopo aver anche perso un occhio durante le torture della polizia. (61)
La polizia ha recentemente tentato di violentarla; hanno anche violentato sua sorella nella casa della famiglia Khaya, come punizione per l’attivismo di Sultana. (62)
Ciò segue un modello più ampio e radicato di ripercussioni di genere contro le attiviste saharawi: lo Stato marocchino ha usato forme di tortura di genere contro le prigioniere politiche saharawi dal 1975, comprese le aggressioni sessuali, le umiliazioni sessuali e il sesso forzato tra prigionieri. (63)
Il sistema energetico nel Sahara Occidentale occupato è quindi chiaramente collegato a gravi violazioni dei diritti umani di genere.

Come potrebbe essere una “giusta transizione” guidata dai Saharawi? Suggerimenti e domande dalle esperienze sul campo

I dibattiti ad alto livello sul futuro dei sistemi energetici spesso non riescono a coinvolgere le voci delle popolazioni native. (64)
In questa sezione, gli autori desiderano evidenziare alcune iniziative saharawi illuminanti su come potrebbe essere una giusta transizione saharawi. Questi includono l’idroponica a bassa tecnologia per la produzione alimentare sostenibile, case realizzate con plastica riutilizzata e piani per future città ad energia rinnovabile in un Sahara Occidentale libero. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che tali casi di “buona pratica” dai campi non sono di per sé una garanzia che il governo di un Sahara Occidentale indipendente realizzerà una transizione veramente giusta in caso di decolonizzazione.
Sebbene l’autodeterminazione sia, come abbiamo visto nella sezione precedente, una componente fondamentale di una giusta transizione saharawi, essa non garantisce di per sé una giusta transizione.
In questa sezione, quindi, gli autori desiderano anche evidenziare le questioni che dovrebbero essere affrontate in un futuro Sahara Occidentale indipendente al fine di garantire una transizione dall’estrattivismo verso un sistema giusto, equo e rigenerativo.

L’ingegnere Taleb Brahim ha sviluppato un’innovativa coltura idroponica a bassa tecnologia per consentire ai cittadini rifugiati di coltivare la propria frutta e verdura e il foraggio per i propri animali.
L’idroponica è un tipo di orticoltura che prevede la coltivazione di piante senza terreno.
“Low-tech” qui si riferisce a tecnologie a cui, secondo Brahim, i cittadini rifugiati hanno accesso e possono permettersi. Questo metodo è pensato per essere accessibile a tutti, in modo che anche le famiglie più povere possano ragionevolmente avere accesso a cibo autoprodotto, sano e nutriente.
Le unità idroponiche riciclano l’acqua e utilizzano fertilizzanti prodotti naturalmente. Come sottolinea Brahim: “se insisti sul fatto che sono necessari per l’agricoltura pesticidi e fertilizzanti artificiali, allora ti affiderai alle multinazionali». (65) Brahim ha spiegato di essere guidato da un’etica di «sostenibilità, autosufficienza e indipendenza per i Saharawi». (66)
Secondo Brahim, per quanto ne sa, è la prima persona al mondo ad aver sviluppato un’idroponica a bassa tecnologia in condizioni che sono ampiamente considerate ‘estreme’ in termini di clima e disponibilità di risorse. Il World Food Program sta ora sperimentando il suo modello in altri sette paesi con popolazioni di rifugiati e 1.200 Saharawi nei campi hanno ricevuto la formazione necessaria per consentire loro di replicare la sua innovazione. 67

L’ingegnere Tateh Lehbib ha ideato un nuovo metodo di costruzione  per case più fresche e con una maggiore resistenza ai venti e alle inondazioni (le case tradizionali sono realizzate con mattoni essiccati al sole, che si sbriciolano sotto la pioggia).
Il suo metodo si basa su materiali economici – bottiglie d’acqua riciclate – e può essere facilmente replicato da chiunque. La forma a cupola curva di questi edifici mantiene le temperature interne più basse rispetto alle tradizionali case quadrate. I rifugiati particolarmente vulnerabili, compresi gli anziani e le persone con problemi di salute a lungo termine, sono stati i primi a beneficiare della nuova forma di alloggio di Lehbib.68
Mentre Brahim e Lehbib hanno guidato innovazioni che rendono la vita nei campi più sostenibile, confortevole e salutare, altri cittadini rifugiati guardano al futuro della zona del Sahara Occidentale controllata dal POLISARIO. L’architetto e ingegnere Hartan Mohammed Salem Bechri ha progettato una futura città sostenibile, o, come la chiama lui, un “habitat durevole e permanente” per gli esseri umani e i loro compagni non umani (cammelli e capre), pensando alla zona controllata dal POLISARIO . Il suo progetto include aree per ospitare cittadini stanziali, nonché zone con servizi per la visita di nomadi e animali. La città sarebbe gestita completamente con energia rinnovabile.69


VIDEO: Tateh Lehbib, el loco del desierto 


Le innovazioni di Bechri, Lehbib e Brahim parlano di una transizione giusta in diversi modi.
Una transizione giusta richiede un’equa ridistribuzione delle risorse. (70)
Le innovazioni di Lehbib e Brahim rivelano una preoccupazione per l’accessibilità e l’autosufficienza. I due ingegneri hanno sviluppato modalità per garantire alle famiglie più povere accesso a un riparo e ad un’alimentazione sana, senza fare affidamento sulle multinazionali per le materie prime, con innovazioni che puntano ad essere economicamente sostenibili (per le stesse famiglie) e ambientalmente sostenibili.
I progetti di Lehbib, sebbene siano solo piani in questa fase, tengono in conto più che i semplici esseri umani nella sua visione di un futuro saharawi in un Sahara Occidentale indipendente.
La maggior parte delle pratiche per una transizione giusta sottolineano l’importanza di prendersi cura della “natura più che umana”, così come delle comunità umane. Nel caso Saharawi, questo è in linea con le tradizioni nomadi. Le pratiche saharawi tradizionali ecologicamente consapevoli e rispettose dell’ambiente sono state documentate già nel XVIII secolo (71), mentre è anche ben evidenziata la tradizionale centralità e cura dei cammelli. (72)
Il Nationally Determined Contribution (NDC) della Repubblica Democratica Araba Sahrawi (RASD) agli Accordi di Parigi sul clima illustra ulteriormente l’intenzione del governo di contribuire a un confronto più ampio e globale su come affrontare la crisi climatica e sostenere queste pratiche tradizionali rispettose dell’ambiente. (73)
Nell’immediato, il dipartimento per l’energia della RASD ha in programma di implementare energia rinnovabile nell’area del Sahara Occidentale controllata dalla RASD. L’introduzione incoraggerebbe il ritorno dei rifugiati nel Sahara Occidentale. Il Dipartimento ha condotto uno studio esplorativo ed è alla ricerca di finanziamenti per attuare alcune raccomandazioni dello studio, che calcola l’infrastruttura solare ed eolica necessaria per alimentare le infrastrutture pubbliche essenziali, come gli ospedali, e fa il punto sulle infrastrutture esistenti, come i pozzi comunali, attualmente alimentati da turbine eoliche, utilizzati dai nomadi. Lo studio esamina anche le opzioni per l’energia residenziale.

Ingegnere elettrico e coautore dello studio esplorativo, Daddy Mohammed Ali, insieme al suo team, ha discusso l’opzione di parchi solari su larga scala. Tuttavia, si chiedono se un tale modello sarebbe “abbastanza adattabile” per stili di vita nomadi. Il team ha quindi valutato la possibilità di fornire a ogni famiglia Saharawi la propria tecnologia solare portatile e indipendente.
Mohammed Ali spiega: “Vediamo che le famiglie nella zona liberata viaggiano spesso, quindi è bene se hanno il loro pannello indipendente, che possono trasportare, avere una propria rete indipendente”. (74) Tale preoccupazione per il mantenimento di stili di vita non sedentari sarebbe una parte vitale di una giusta transizione saharawi, garantendo spazi di inclusione per le pratiche nomadi.
I recenti piani per un futuro rinnovabile stabiliti dal Dipartimento per l’Energia del governo della SADR si discostano drasticamente dai vecchi piani dell’Autorità per il Petrolio e le Miniere del governo (PMA). Attraverso i cicli di licenze iniziati nel 2005, la SADR ha concluso accordi con quattro società internazionali sui diritti di prospezione petrolifera in un futuro Sahara Occidentale indipendente. (75)
Il PMA sostiene di aver consultato ampiamente la società civile prima di avviare il suo ciclo di licenze; (76) tuttavia, la ricerca tra i giovani attivisti saharawi ha riscontrato nella società civile entrambi i gruppi, di chi era favorevole a tali accordi (contestando lo sfruttamento petrolifero da parte del Marocco) e di quelli che criticavano tali piani sulla base del fatto che l’energia solare è di gran lunga preferibile per ragioni ambientali. (77)
Questo solleva la questione della sovranità popolare – parte integrante di qualsiasi transizione giusta – e di come le decisioni relative all’energia potrebbero essere prese in un Sahara Occidentale libero.
Il petrolio verrebbe sfruttato nonostante la crisi climatica e il suo impatto sproporzionato sulle comunità che vivono in climi caldi come i saharawi?
Gli impianti eolici e solari esistenti nel Sahara Occidentale occupato sarebbero nazionalizzati?
Una transizione giusta, oltre ad allontanarsi dall’estrazione dei combustibili fossili, richiede un processo decisionale democratico e partecipativo sulle risorse energetiche e un equo beneficio da esse.

D’altro canto, vi sono aspetti rassicuranti nell’attuale politica energetica del governo della SADR. >
Ad esempio, quando alla fine degli anni ’80 arrivarono opportunità limitate per l’elettricità ad energia solare (in gran parte grazie ai finanziamenti delle ONG svizzere e spagnole), il governo diede priorità a tre istituzioni pubbliche per l’elettrificazione: ospedali e farmacie, scuole elementari e centri di istruzione e formazione delle donne. (78)
Come gli autori hanno sostenuto nella sezione precedente, l’attuale modello energetico nel Sahara Occidentale occupato ha un impatto sproporzionatamente negativo sulle donne e sulle ragazze, a causa delle frequenti interruzioni di corrente e dell’oppressione di genere di coloro che si oppongono al modello energetico estrattivista. Una transizione saharawi giusta, come in altri contesti, dovrebbe quindi essere femminista. (80)

Conclusioni

Il sistema energetico del Sahara Occidentale occupato collega fisicamente il Marocco e il Sahara Occidentale attraverso linee di trasmissione e cavi.
Oltre a fornire al Marocco l’opportunità per un green wash dell’occupazione, lo sviluppo delle energie rinnovabili nel Sahara Occidentale occupato le forniscono una falsa sovranità energetica, che diminuisce la sua dipendenza energetica dai vicini come l’Algeria.
Inoltre, questo sviluppo è utilizzato per creare nuove forme di dipendenza al di fuori del Marocco dall’energia che è almeno parzialmente fornita nel Sahara Occidentale.
Questo sviluppo energetico probabilmente crea un incentivo diplomatico per altri paesi a sostegno l’occupazione.
Per i Saharawi, l’attuale sistema energetico nel Sahara Occidentale occupato è uno strumento oppressivo e coloniale. Per i Saharawi che vivono nel territorio occupato, la giustizia energetica è indissolubilmente legata all’indipendenza e alla decolonizzazione.
Questo vale anche per i Saharawi che vivono nello Stato in esilio e nei campi profughi in Algeria, dove sono state sperimentate innovazioni basate sulla sostenibilità, l’autosufficienza e l’autodeterminazione.
Tuttavia, permangono interrogativi sulla politica energetica in un futuro Sahara Occidentale libero e indipendente. Mentre la fine dell’occupazione marocchina e la piena decolonizzazione sono parte integrante di una giusta transizione saharawi, anche la capacità del governo della RASD di garantire la sovranità popolare sulle risorse energetiche del Sahara Occidentale sarà di fondamentale importanza.


Versione originale in inglese tratta dal Transnational Institute.
Illustrazioni di Othman Selmi.
Foto e mappe tratte da Western Sahara Resource Watch (WSRW) e Wikipedia.
Traduzione in italiano di Ecor.Network.


AUTORI/TRICI:

Joanna Allan è un’accademica del dipartimento di geografia e scienze ambientali della Northumbria University. È anche un’attivista della Western Sahara Campaign UK e di Western Sahara Resource Watch. Mahmoud Lemaadel è un ricercatore indipendente e attivista dei media. È anche il co-fondatore dei media locali e della piattaforma per i diritti umani Nushatta Foundation for Media and Human Rights che opera nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco e nei campi profughi sahrawi nel sud-ovest dell’Algeria.
Hamza Lakhal è un dottorando in Antropologia presso la Durham University. È un poeta sahrawi e attivista per l’indipendenza del Sahara Occidentale.


­­­NOTE:

1 Aly, B. ‘5 key security challenges for North Africa in 2019’. Africa Portal, 10 January 2019.
2 Utilizziamo la definizione di “transizione giusta” data dalla Climate Justice Alliance.
3 Si rimanda ad un recente articolo pubblicato dall’International Renewable Energy Agency (IRENA), che definisce il Marocco come “pioniere” nella transdizione energetica verde: IRENA, ‘Morocco and IRENA partner to boost renewables and green hydrogen development’, 2021.
4 Per ulteriori approfondimenti sulla storia  dello sfruttamento spagnolo delle risorse del Sahara Occidentale : Martínez-Milán, J., ‘La larga puesta en escena de los fosfatos del Sahara Occidental, 1947–1969’, Revista de historia industrial 26 (69): 177–205, 2017.
5 United Nations General Assembly, ‘Declaration on the Granting of Independence to Colonial Countries and Peoples’, 14 December 1960, A/RES/1514(XV).
6 Hodges, T., ‘The origins of Saharawi nationalism’, Third World Quarterly 5: 28–57. p. 49, 1983.
7 Per ulteriori approfondimenti  sulla storia del nazionalismo Saharawi: San Martín, P., Western Sahara: The refugee nation. Cardiff: University of Wales Press, 2010.
8 San Martin (2010) Western Sahara. p. 66.
9 International Court of Justice, Western Sahara: Advisory opinion of 16 October 1975, 1975.
10 For more on the Tripartite Agreement, see Chapter 1 of Zunes, S. and Mundy, J., Western Sahara: War, nationalism and conflict irresolution. New York: Syracuse University Press, 2010.
11 La cosiddetta “Marcia verde” di Hassan II, in cui circa 350.000 cittadini marocchini scesero nel Sahara spagnolo armati solo di Corano, è spesso descritta come “pacifica”. Tuttavia, le truppe marocchine avevano attraversato il Sahara spagnolo dall’estate precedente e nell’ottobre 1975 il Marocco aveva lanciato un’”invasione militare su vasta scala che coinvolgeva diverse migliaia di truppe regolari” (San Martin 2010: 104). Come notano Stephen Zunes e Jacob Mundy, diversi rinomati gruppi per i diritti umani hanno pubblicato resoconti dettagliati di estesi attacchi contro popolazioni civili e violazioni sistematiche delle Convenzioni di Ginevra e di altre leggi di guerra (Zunes e Mundy 2010: 114).
12 L’aviazione marocchina bombardò gli accampamenti di rifugiati civili a Guelta Zemmour e Um Draiga (entrambi nel Sahara occidentale) nel febbraio 1976, usando il napalm in quattro occasioni note (Zunes e Munday 2010: 114).
13 See United Nations General Assembly, Question of Western Sahara, 21 November 1979,  A/RES/34/37.  La stragrande maggioranza degli studiosi di diritto che lavorano sul caso del Sahara occidentale comprende anche che il Marocco è la “potenza occupante”. Allan, J. and Ojeda, R. (2021) ‘Natural resource exploitation in Western Sahara: new research directions’, Journal of North African Studies. pp. 4–13.
14 Jensen, G., and Lovelace, D. C., War and Insurgency in the Western Sahara. Strategic Studies Institute and U.S. Army War College. p. 10, 2013.
15  Amnesty International (1996) ‘Human rights violations in Western Sahara’, MDE/29/04/96.
16 Cornell Law School and Université de Caen Basse-Normandie, ‘Report on the Kingdom of Morocco’s violations of the International Covenant on Economic Social and Cultural Rights in the Western Sahara’, 2015.
17 Intervista telefonica con Abdelhay Larachi, 19 Novembre 2020.
18 Acosta, A., ‘Extractivism and neoextractivism: two sides of the same curse’, in M. Lang and D. Mokrani (eds.) Beyond Development: Alternative visions from Latin America. Quito and Amsterdam: Rosa Luxemburg Foundation and Transnational Institute. p. 62, 2013.
19 Ibid. p. 62
20 Hamouchene, H.,  ‘Extractivism and resistance in North Africa’. Amsterdam: Transnational Institute, 2019.
21 Ibid. p. 4.
22 Sul turismo: Hamouchene (2019: 4). Sull’appropriazione culturale:  Juhn S., Ratté E. (2018) ‘Intellectual extractivism: The dispossession of Maya weaving’.
23 Hamouchene, H., ‘Desertec: The renewable energy grab?’ New Internationalist, 2015.
24 Dunlap, A., Renewing Destruction: Wind energy development, conflict, and resistance in a Latin American context. London: Rowman and Littlefield, 2019.
25 Per ulteriori informazioni sui legami tra la famiglia reale marocchina e gli sviluppi energetici nel Sahara occidentale occupato: WSRW, ‘Greenwashing the occupation: How Morocco’s renewable energy projects in Western Sahara prolong the conflict over the last colony in Africa’. Brussels: WSRW. p. 25, 2021.
26 WSRW (2020) ‘Dirty green energy on occupied land’.
27 Ibid.
28 WSRW (2020) ‘Dirty green energy on occupied land’.
Per informazioni più recenti e dettagliate sugli sviluppi delle energie rinnovabili nel Sahara occidentale occupato : WSRW, ‘Greenwashing the occupation: How Morocco’s renewable energy projects in Western Sahara prolong the conflict over the last colony in Africa’. Brussels: WSRW. p. 25, 2021.
29 WSRW, ‘P for plunder: Morocco’s exports of phosphates from occupied Western Sahara’. Brussels: WSRW, 2021.
30 WSRW and Emmaus Stockholm, ‘Label and liability’. Stockholm, 2012.
31 Saharawi Campaign Against the Plunder (SCAP), ‘Saharawis: Poor people in a rich country’, Tindouf, SCAP, 2013.
32 Observatorio de Derechos Humanos y Empresas en el Mediterráneo (ODHE), ‘Los tentáculos de la ocupación’. Barcelona: ODHE, 2019.
33 Vedi la sezione legale in: Allan and Ojeda (2021) ‘Natural resource exploitation in Western Sahara’, 2021.
34 Allan and Ojeda, ‘Natural resource exploitation in Western Sahara’, 2021.
35 RES4MED, ‘Country Profile: Morocco 2018’. Renewable Energy Solutions for the Mediterranean and Africa, p. 4, 2018.
36 Office National de l’Electricité et de l’Eau Potable, ‘ONEE au Maroc et en Afrique: Activité électricité’, 2016.
37 Germany, France, Spain, Portugal e Morocco, Dichiarazione congiunta sulla definizione di una tabella di marcia per il commercio sostenibile di elettricità tra il Marocco e il mercato interno europeo dell’energia, 2016.
38 Bennis, A., ‘Morocco’s contemporary diplomacy as a middle power’, Journal of International Affairs, 2019.
North Africa Post (2019) ‘Morocco reaps diplomatic gains of soft power in Africa’, 2019.
39 North Africa Post (2019) ‘Morocco reaps diplomatic gains of soft power in Africa’.
40 Ngounou, B., ‘Morocco: Sharing experience in renewable energy with Africa’. Afrik 21, 20 dicembre 2018.
41 Ediallo, P. (5 September 2021). ‘Morocco-Algeria dispute: a challenge for the kingdom’s energy supply’. Africa Logistics Magazine.
Zoubir, Y., ‘Why Algeria cut diplomatic ties with Morocco: and implications for the future’. The Conversation, 12 settembre 2021.
42 WSRW (2021) ‘Greenwashing Occupation.’p. 3.
43 I risultati dettagliati di questo lavoro sul campo sono stati pubblicati in Allan, J., Lemaadel, M., Lakhal, H., ‘Oppressive energopolitics in Africa’s last colony: energy, subjectivities, and resistance’. Antipode, 2021.
44 Dadi, quoted in Allan et al. (2021) ‘Oppressive energopolitics’.
45 Hartan, quoted in Allan et al. (2021) ‘Oppressive energopolitics’.
46 Mahmoud, quoted in Allan et al. (2021) ‘Oppressive energopolitics’.
47 Fadel, quoted in Allan et al. (2021) ‘Oppressive energopolitics’.
48 Baptista, I., ‘Maputo: Fluid flows of power and electricity – prepayment as mediator of state-society relationships’, in A. Luque-Ayala and J. Silver (eds.) Energy, Power, and Protest on the Urban Grid: Geographies of the electric city. London: Routledge. pp. 112– 132, 2016.
49 Lemanski, C., ‘Infrastructural citizenship: the everyday citizenships of adapting and/or destroying public infrastructure in Cape Town, South Africa’, Transactions of the British Institute of Geographers 45(3): 589–605, 2020.
50 Ali, quoted in Allan et al. (2021) ‘Oppressive energopolitics’.
51 Ad esempio, sull’uso dell’infrastruttura elettrica per istituzionalizzare la supremazia bianca negli stati meridionali del Nord America, vedi Harrison, C.,  ‘The American South: electricity and race in Rocky Mount, North Carolina, 1900–1935’, in A. Luque-Ayala and J. Silver (eds.) Energy, Power, and Protest on the Urban Grid: geographies of the electric city. London: Routledge. pp. 21– 44, 2016.
Oppure, sulla disparità dell’accesso all’energia fra coloni e nativi nelle colonie europee, Baptista, ‘Maputo: Fluid flows of power and electricity’, 2016.
52 Interview with Mahmoud (pseudonym), El Aaiun, occupied Western Sahara, 27 May 2019.
53 Salka quoted in Allan et al. (2021) ‘Oppressive energopolitics’.
54 Zrug quoted in Allan et al. (2021) ‘Oppressive energopolitics’.
55 Mahmoud quoted in Allan et al. (2021) ‘Oppressive energopolitics’.
56 Nguia quoted in Allan et al. (2021) ‘Oppressive energopolitics’.
57 Nguia quoted in Allan et al. (2021) ‘Oppressive energopolitics’.
58 Dadi quoted in Allan et al. (2021) ‘Oppressive energopolitics’.
59 Salka quoted in Allan et al. (2021) ‘Oppressive energopolitics’.
60  Per maggiori approfondimenti sul caso Lemjeyid, vedi: Moe, T. S. (2017) ‘Observer report: the 2017 trial against political prisoners from Western Sahara’, 2017.
61 Allan, J., ‘Natural resources and intifada: oil, phosphates, and resistance to colonialism in Western Sahara’, Journal of North African Studies 21(4): 645– 666 (p. 656), 2016.
62 Amnesty International, ‘Saharawi activist at risk of further assault’, MDE 29/4198/2021.
63 Vedi il capitolo 5 in Allan, J., Silenced resistance: women, dictatorships, and genderwashing in Western Sahara and Equatorial Guinea. Madison: Wisconsin University Press, 2019.
64 Loloum, T., Abram, S. and Ortar, N., ‘Politicising energy anthropology’, in T. Loloum, S. Abram and N. Ortar (eds.) Ethnographies of Power: a political anthropology of energy. New York: Berghahn. pp. 1–23, 2021.
65 Intervista con Taleb Brahim, Smara camp, 11 Ottobre 2019.
66 Ibid.
67 Ibid.
68 Ibid.
69 Bechri, H.M.S., Towards a Nature-Friendly Durable Permanent Habitat in Western Sahara. Master’s dissertation, Hadj Lakhdar University, 2017. Intervista di Joanna Allan a Harten Mohammed Salem Bechri, Aaiun camp, 15 October 2019.
70 Utilizziamo la definizione di “transizione giusta” data dalla Climate Justice Alliance.
71 La più antica documentazione scritta che gli autori hanno trovato è Saugnier, F. and Brisson, P. , Voyages to the Coast of Africa by Mess. Saugnier and Brisson, Containing an Account of their Shipwreck on Board Different Vessels, and Subsequent Slavery, and Interesting Details of the Manners of the Arabs of the Desert. London: G.G.J. and J. Robinson. p. 35, 1792.
Il naufrago Saugnier, “rapito” a Boujdour (l’odierno Sahara occidentale) da “arabi erranti”, si meraviglia delle pratiche ecologicamente consapevoli dei Saharawi, come la loro insistenza nell’usare solo legno morto per l’accensione e mai arbusti vivi.
72 Vedi per esempio: Volpato, G. and Howard, P.,  ‘The material and cultural recovery of camels and camel husbandry among Sahrawi refugees of Western Sahara’, Pastoralism 4(7), 2014.
73 Contributo alla COP26 del novembre 2021.
74 Intervista con Daddy Mohammed Ali, 9 Ottobre 2019.
75 Kamal, F., ‘The role of natural resources in the building of an independent Western Sahara’, Global Change, Peace & Security 27(3): 345–359, 2015.
76 Irwin, R., Derivative States: Property rights and claims-making in a non-self-governing territory. Thesis, Doctor of Philosophy, the New School for Social Research. p. 79, 2019, 2019.
77 Ibid. p. 79.
78 Focus group con il direttore e diversi funzionari del Dipartimento per l’energia della RASD, Rabouni camp, Tindouf, 7 October 2019.
79) Per ulteriori informazioni sui discorsi nazionalisti ufficiali saharawi sull’uguaglianza di genere, vedere: Allan, J., ‘Imagining Saharawi women: the question of gender in POLISARIO discourse’, Journal of North African Studies 15(2): 189–202, 2010.
80) For more on the need for a just transition to be feminist, see Steinfort, L., ‘Ecofeminism: fueling the journey to energy democracy’, 2018.

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