Il realismo spietato di Putin

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Nicola Melloni 03/03/2022

Il comportamento sanguinario e illegittimo della Russia non è dettato da irrazionalità: corrisponde alla razionalità delle grandi potenze. Una dimensione che ha poco a che fare con le categorie di etica e democrazia

La guerra in Ucraina è un dramma che coinvolge noi tutte e tutti. Tragiche morti, innocenti uccisi e come in tutte le guerre sono i civili a pagare il prezzo più alto. Tra i feriti dobbiamo purtroppo conteggiare anche la nostra democrazia se un partito che si dice democratico attacca un giornalista colpevole di aver fatto una analisi – per altro condivisa dalla maggioranza degli specialisti di Relazioni Internazionali. Come durante ogni conflitto, si è passati alla modalità propaganda, in cui fare un ragionamento è immediatamente tacciato di connivenza con il nemico.

Eppure questi ragionamenti vanno fatti. E quello di Marc Innaro – per l’appunto il giornalista Rai che ora rischia il posto – ci deve indurre qualche riflessione. Ha senso parlare di espansionismo Nato durante una guerra scatenata dalla Russia? Io penso di sì, non certo per giustificare Putin, e nemmeno per spiegarne le azioni, ma per capire il contesto. 

Basta leggere i giornali per vedere come buona parte della nostra propaganda – non mi sovviene un altro termine più calzante – sia intenzionata a far passare il Presidente russo come un esaltato imprevedibile che non ragiona come noi, quasi un alieno. Eppure, del rischio della reazione russa di fronte a un arrivo dell’Alleanza Atlantica nello spazio post-sovietico, e in particolare in Ucraina, si parlava già dagli anni Novanta. Nel 1992, Andrei Kozyrev, ministro degli esteri di Yeltsin e probabilmente il più filo-occidentale tra i «democratici» e «liberali» allora molto apprezzati negli Usa, ebbe a dire che se l’atteggiamento di sfida dell’Occidente fosse continuato, i risultati sarebbero stati disastrosi: la fine del liberalismo in Russia, la fine della cooperazione, e infine lo scontro. 

Nel 1997 George Kennan, il maggior esperto di Russia e Urss nel Dipartimento di Stato, condannò l’espansione della Nato come «errore tragico», descrivendolo come una classica self-fulfilling prophecy – una profezia che si auto avvera: l’allargamento avrebbe scatenato prima o poi una reazione russa, che sarebbe stata usata per giustificare ex-post l’allargamento. Anticipava, parola per parola, quanto avrebbe detto il prevedibile Enrico Letta 24 anni dopo. Quanto all’Ucraina, Henry Kissinger sosteneva nel 2014 che l’unica soluzione fosse la neutralità di Kiev; e John Mearsheimer, uno dei più autorevoli accademici di Relazioni Internazionali, in un video del 2015 che sta spopolando in rete, presagiva esattamente quanto successo in questi giorni se non si fosse risolta la situazione ucraina tenendo in considerazione alcune delle richieste di Mosca. 

Potremmo continuare, ma sarebbero inutili ripetizioni. Quale è il punto? Non certo giustificare l’agire russo. Quanto piuttosto che quel comportamento non è purtroppo catalogabile come irrazionale. È, anzi, il razionalissimo, classico comportamento di una grande – o che si considera tale – potenza. Nella teoria realista delle Relazioni Internazionali gli Stati sono spinti in primis da logiche di sopravvivenza e quando si sentono minacciati tendono a reagire in maniera simile e dunque prevedibile. Gli Stati più potenti, inoltre, preferiscono avere una zona di influenza intorno ai loro confini per aumentare la propria sicurezza, ed il proprio potere. È, in fondo, la logica della dottrina Monroe, come ha ricordato recentemente anche Bernie Sanders. Ed anche la logica di Yalta: un compromesso basato su zone di influenza stabilizza la competizione tra Stati, riduce l’incertezza e dunque le occasioni di scontro. 

Adottando dunque una visione che vede la politica internazionale come competizione tra Stati è stato facile prevedere quello che sarebbe successo: la fine della Guerra fredda ha fatto collassare il sistema di sicurezza europeo – e in minor misura mondiale; l’estrema debolezza della Russia negli anni Novanta ha permesso un’espansione della Nato verso Est che rispondeva a classiche logiche realiste – un accrescimento della propria posizione vis-a-vis un rivale/nemico e un vantaggio strategico nello scacchiere europeo. Ma questo ha portato a una situazione instabile perché l’architettura di sicurezza europea è stata ricostruita unilateralmente, mettendo dunque a rischio gli interessi russi. Drammaticamente, in questi contesti, vale ancora la massima di Von Clausewtiz – la guerra è il proseguimento della politica (internazionale) con altri mezzi. 

Se accettiamo che dunque il comportamento aggressivo della Russia, per quanto sanguinario e illegittimo, è quello tipico degli Stati nell’arena internazionale, decadono in automatico sia la personalizzazione contro Putin, sia la retorica della guerra tra democrazia e dittatura che tanto ci sentiamo ripetere in questi giorni. Che non ci aiuta a capire e anzi ci pone su un terreno scivoloso – il bene contro il male, tipico di una diversa dottrina nelle Relazioni Internazionali, il cosiddetto liberal internationalism atto a promuovere un ordine internazionale basato sui principi della democrazia e del liberalismo, e nella cui ottica l’adesione dell’Ucraina alla Nato sarebbe solo un’espansione del campo democratico nel rispetto della sovranità popolare. Purtroppo, i principi del liberalismo non sono poi tanto universali, quanto piuttosto modellati sulle esigenze geopolitiche dei suoi proponenti, gli Stati uniti, che dunque si comportano come qualsiasi altra potenza «realista». Ci sono casi, tipo l’attuale situazione in Ucraina, in cui le bombe delle dittature contro Stati sovrani sono da condannare e contrastare; e altri, altrettanto attuali, come nello Yemen bombardato dai sauditi, che non muovono né le nostre coscienze, né le nostre sanzioni. E d’altronde siamo così attenti alla democrazia che all’interno della Nato ospitiamo la Turchia; o non ci facciamo problemi a dare la nostra solidarietà a Israele che modifica i confini con l’uso della forza. 

In ottica realista, il regime politico degli Stati è largamente irrilevante. Le nazioni sono governate dagli stessi bisogni e le loro azioni rispondono a incentivi dettati dal contesto internazionale. Un settantennio di guerre, invasioni, regime change e massacri vari sponsorizzati o attuati direttamente dalle potenze democratiche sono, ahimè, la più solida controprova che etica e democrazia hanno poco a che fare con la politica internazionale. Negli Stati uniti il cosiddetto national interest è largamente bipartisan, raramente oggetto di ampie discussioni pubbliche e lontano dal controllo dell’opinione pubblica – come ricorderà chi ha partecipato al grande movimento per la pace del 2003. Né il sistema di check and balance,  assente in regimi autocratici come la Russia, ha impedito, nei fatti, agli Usa di reintrodurre la tortura nella Guerra al Terrorismo. 

Perché parlare di tutto questo? Quello che qui interessa è la denuncia di un sistema. Non c’è, ovviamente, equivalenza morale tra un regime autocratico e una democrazia, ma dobbiamo avere la consapevolezza che l’opposizione alla guerra può essere solo un’opposizione al sistema che la genera. Che è quello delle logiche di potenza tra gli Stati, in cui gli obiettivi sono gli stessi, e che dunque porta, spesso inevitabilmente, a questo tipo di conseguenze. 

In questo senso, la risposta dell’Europa alla crisi ucraina è, a mio parere, da valutare in termini estremamente negativi. Invece di cercare una mediazione che salvi vite umane – e che sarebbe in realtà dovuta avvenire prima dello scoppio delle ostilità; e invece di una iniziativa diplomatica per ricostruire una pace duratura in Europa, si è puntati diritti all’escalation: sanzioni pesantissime, invio di armi, riarmo europeo. C’è chi saluta la nascita di una nuova Europa, ma questa nuova Europa nasce in contrapposizione e in ostilità a un altro attore geopolitico. Che questa Europa nasca «per fare la guerra» è una svolta pessima, che per altro la nostra Costituzione rigetta. Che senso ha offrire all’Ucraina di entrare nella Unione europea, come ha fatto Von Der Layden? È un atto di solidarietà all’Ucraina o un confronto con la Russia fatto sulla pelle degli innocenti ucraini? 

Draghi nel suo discorso cita uno studioso come Kagan che rivendica l’eccezionalismo americano, l’uso della forza per imporre l’egemonia americana e un confronto ostile con Cina e Russia. Nel frattempo, la retorica anti-russa di questi giorni vuole una sconfitta dell’avversario, non la pace – e alimenta spinte vergognosamente reazionarie, come la richiesta di abiura a Gergiev per poter dirigere a La Scala, o la cancellazione di un corso su Dostoevskij alla Bicocca. E nel Regno Unito, Kier Starmer minaccia di espellere dal Labour chiunque provi a criticare la Nato in relazione agli eventi di questi giorni. 

Proprio per questo è indispensabile che la netta condanna delle azioni russe non si confonda con quella, opportunista, di chi non è interessato tanto alla fine delle ostilità ma a chiudere i conti una volta per tutte con Mosca; con chi sostiene una alleanza militare che piazza missili un po’ ovunque e, dunque, di difensivo ha ben poco. In questo senso, il tanto criticato comunicato dell’Anpi, per altro scritto prima dell’invasione russa, che prende le distanze delle mire espansionistiche occidentali è, in realtà, un ottimo punto di partenza. La sinistra, o quel che ne rimane, non può cadere, di nuovo, nello sbaglio fatto nel 1914 quando di fronte alla guerra tra potenze fece prevalere il sentimento nazionale alla solidarietà tra popoli e lavoratori. Fu proprio Lenin a denunciare questa logica: «La questione: quale è stato il gruppo che ha sferrato il primo colpo militare o che ha dichiarato per primo la guerra non ha nessuna importanza nella determinazione della tattica dei socialisti. Le frasi sulla difesa della patria, sulla resistenza all’invasione nemica, sulla guerra di difesa, etc., sono, da ambo le parti, tutti raggiri per il popolo». Parole su cui, oggi più che mai, dovremmo riflettere. 

*Nicola Melloni si occupa della relazione tra stato e mercato e tra cambiamenti economici e politici. Dopo un PhD a Oxford ha insegnato e fatto ricerca a Londra, Bologna e a Toronto. Scrive per Micromega Il Mulino

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