Il grande secco. La crisi idrica del Po e i nuovi scenari del paesaggio fluviale

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18.03.22 – Dario Minotti – Redazione Italia

(Foto di Dario Minotti)

“A guardare bene, sono ormai tre mesi che non piove!”

Affrontare l’argomento meteo è comunemente inteso come una ventata di frasi scontate e semplificazioni messe lì per riempire un vuoto scomodo durante una conversazione o tra silenzi imbarazzanti.

Ecco però che all’inizio di marzo 2022 tali formule non hanno più alcun sapore di banalità o di non-sense. Succede che in questa primavera 2022 il grande fiume fa già segnare un -3 metri sotto il livello idrometrico abituale. Le ricadute complessive su tutto il sistema idrico, agricolo e energetico rischiano di risultare fortemente compromesse. Attratti da ciò che, ancor prima di cifre e percentuali, rappresenta una tale mancanza di acqua nei fiumi e nei laghi siamo stati proprio nel baricentro idrico di una Pianura Padana attraversata dal grande fiume, lì dove le acque del Ticino vanno a gettarsi nell’alveo principale.

Abbiamo camminato naso all’insù sotto il centenario ponte della Becca in strutture tubolari a pareti reticolari che collega il territorio pavese con le zone collinari dell’Oltrepò. Qui confluiscono le acque dapprima elvetiche, poi lacustri e infine milanesi (grazie al Naviglio Pavese), tutte raccolte nell’alveo del Ticino; la loro immissione nel grande Po non ha nascosto gli effetti di una perdurante siccità. A circa 213 chilometri dalle sorgenti del Monviso e ai restanti 320 che ci separano dalle acque salmastre del delta del Po, il grande fiume ad osservarlo da vicino fa bella mostra de grande secco che lo affligge. Fino a questo momento ricevuto da nord le copiose acque della Dora Riparea, della Dora Baltea e del Sesia. Da sud e invece hanno portato metri cubi di acque il Tanaro e lo Scrivia. Il fiume soffre la siccità e prima di sfociare nell’Adriatico arriveranno in soccorso Adda, Oglio e Mincio da Nord e da Sud Scrivia Tanaro, Panaro e Trebbia.

Al centro di questo incontro di correnti nella direzione nord-sud per il Ticino e ovest-est per il Po abbiamo solcato letteralmente le numerose isole, lanche e spiagge emerse dal ritirarsi delle acque. Isolotti di sabbia finissima e fangosa, inediti svincoli idrici e bella mostra delle fondamenta portanti della centenaria struttura del ponte novecentesco, tutte a testimoniare una situazione non ottimale per l’intera pianura.

“Il Po visto così è addirittura più in secca che a Ferragosto!”

Il cuore del problema, in effetti, sono le esigue precipitazioni nevose sulle Alpi. Manca la neve sulle Alpi e tutta la valle del Po dipende molto dalle acque montane, di superficie e di falda o risorgiva, un allarme già lanciato l’estate scorsa.

Come sottolineano dall’Istituto svizzero di meteorologia l’inverno scorso è stato attenuato nei suoi valori più rigidi dall’alta pressione sull’Europa Occidentale. A ben vedere, dicono gli esperti di calcolo statistico e di modelli matematici di previsione meteorologia: si tratta tecnicamente di una situazione di scarse precipitazioni invernali e questa condizione meteo si registra in media ogni 5 anni”.

Il nodo da sciogliere di fronte a questo fenomeno apparentemente privo di ricadute immediate sta appunto nella valutazione più complessiva dell’alternarsi di piene e secche del fiume. A guardare bene la realtà idrica della pianura potremmo ricondurre questo stato di sofferenza del fiume agli interventi estrattivi dell’economia “post comunitaria” che si sono succeduti a partire dagli Anni 60 del Novecento. Dalla struttura idrica del bacino padano ove la gran massa d’acqua si incanalava in fiumi, fontanili, rogge e torrenti alla struttura post agricola e industriale che ha fatto tabula rasa di una millenaria storia di ingegneria idrica; il pensiero corre ai cambiamenti della meteorologia in atto negli ultimi due secoli e agli scarsi tentativi di salvaguardia del territorio. Svuotare di interesse un sistema ambientale significa condannarlo alla marginalità e irrilevanza nel sistema immaginario quotidiano degli abitanti.

Allora nel frattempo, si potrebbe iniziare ad introdurre tra le priorità del governo del territorio una vera gestione idrica integrata su tutto il bacino del grande fiume, al fine di prevedere periodi di secca e procedere a un attento e bilanciato uso delle acque. Per avvicinare le persone e le comunità rivierasche all’uso e alla percezione del fiume e per coordinare gli interventi a tutela del suo stato di salute le numerose autorità di gestione dovrebbero pubblicizzare il proprio intervento sul patrimonio pubblico delle acque di superficie e di falda di quel grande antico mare che era all’origine la pianura padana. Un coordinamento che coinvolge 1/3 dell’intero sistema Paese.

Infatti ragionare e intervenire su questo lungo asse fluviale significa fare i conti con le cifre piuttosto che con i campanili o le divisioni amministrative. In fondo le acque primarie e secondarie del Po attraversano 7 Regioni, 13 Province e bagnano circa 3.000 Comuni.

Parlare di una “questione fluviale”, non potendo essere per sua natura questione divisiva o generatrice di appartenenze e contrapposizioni, sarà la sola strada per affrontare questo paesaggio così invisibile.

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