Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione etransito dei materiali di armamento”

Dal blog reteperildisarmo

30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di
vendita di armi italiane

L’impostazione di fondo della legge 185/90 e i suoi strumenti
“IL PRESENTE DISEGNO DI LEGGE NASCE PRINCIPALMENTE DALL’ESIGENZA DI
DISPORRE DI UN’ORGANICA E MODERNA DISCIPLINA LEGISLATIVA, ISPIRATA A PRINCIPI
DI RIGORE E TRASPARENZA, IDONEA AD ASSICURARE UN CORRETTO SVOLGIMENTO
DELLE ATTIVITÀ NEL SETTORE DELLA COMMERCIALIZZAZIONE DELLE ARMI E DI
MATERIALI DI PARTICOLARE INTERESSE STRATEGICO”.
Con queste parole il 9 dicembre 1987 l’allora Ministro della Difesa, Valerio Zanone, presentava a
nome del governo Goria l’atto Camera n. 2033, cioè il disegno di legge che ha costituito la base
della legge n. 185 del 9 luglio del 1990: “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione
e transito dei materiali di armamento”.
Una legge fortemente richiesta da ampi settori della società civile e dell’associazionismo laico e
cattolico che, già a partire dagli anni Ottanta, denunciarono i numerosi traffici di armi del nostro
Paese e avevano avviato la mobilitazione “Contro i mercanti di morte”. La normativa – come
evidenziava il ministro Zanone – aveva lo scopo di regolamentare questa controversa materia con
“rigore e trasparenza”.
Anche a 30 anni di distanza (considerando inoltre l’esplosione dell’export militare italiano avvenuta
negli ultimi anni) è necessaria un’analisi approfondita e un tentativo di bilancio.
Lo facciamo a partire da una testimonianza del recentemente scomparso Eugenio Melandri, tra i
principali esponenti della campagna “Conto i mercanti di morte.
“Armi italiane uccidono in tutto il mondo”. Cominciava così l’appello che ha dato vita alla
campagna “Contro i mercanti di morte” nata per contrastare i commerci di armi che
vedevano il nostro paese in prima fila, spesso nei traffici illeciti e clandestini. Armamenti e
mine, tante mine, che andavano anche a paesi in guerra con una sorta di “ecumenismo”
degli affari che permetteva di esportare armi a tutte le parti in conflitto.
E’ stata una campagna che ha coinvolto gran parte della società civile italiana con
centinaia di incontri in tutta la penisola, con assemblee con gli stessi operai impiegati nelle
industrie di armi. Ne è nata la legge n. 185/90 che rappresentava a quel tempo una delle
leggi più restrittive a livello mondiale. Anche se gli stessi promotori – voglio ricordare in
modo particolare don Tonino Bello e Aldo De Matteo – lo stesso giorno dell’approvazione
della legge avrebbero voluto presentarne un’altra di un solo articolo che affermasse che
l’Italia, partendo dal dettato costituzionale, ripudiando la guerra, si impegnava a non
fabbricare e a non esportare nessun sistema d’arma.
Purtroppo in questi anni l’Italia ha continuato ad esportare armamenti, spesso anche
aggirando le norme della legge. Oggi siamo in un contesto internazionale molto diverso, in
presenza di una guerra mondiale “a pezzi”, come direbbe papa Francesco. Di qui
l’impegno a non fermarsi e a continuare la lotta per il disarmo e la pace. Il fatto che tanti
anni fa la mobilitazione sociale abbia ottenuto quel grande risultato può e deve diventare
uno stimolo a non scoraggiarsi mai anche di fronte alle sfide che questo nuovo secolo ci
presenta.
Prima dell’entrata in vigore della legge 185/90, l’esportazione di armamenti in Italia era regolata da
disposizioni che concernevano in genere il commercio con l’estero. Il boom delle esportazioni di
armi italiane iniziò alla fine degli anni Settanta e arrivò al culmine nei primi anni Ottanta. La
destinazione principale era rappresentata dai Paesi del Sud del mondo, dai quali proveniva una
domanda orientata prevalentemente a prodotto tecnologicamente di medio livello e politicamente
non condizionanti quali quelli italiani.
La politica italiana delle esportazioni di armi era quindi caratterizzata da criteri commerciali, con
nessuna considerazione per il livello di protezione dei diritti umani garantito dai paesi importatori, il


30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 2
loro eventuale stato di conflitto, o per il loro eventuale effetto sulla stabilità regionale e sullo
sviluppo dei paesi importatori.
Nel 1990, a seguito della presentazione di proposte di legge ad hoc durante varie legislature a
partire dagli anni ’70 e dopo oltre cinque anni di dibattito parlamentare, venne promulgata la legge
n.185/1990, intitolata “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei
materiali di armamento”.
Fino a quel momento, e per quasi 50 anni, era infatti sostanzialmente rimasto in vigore il Regio
Decreto n. 1161 dell’11 luglio 1941 (firmato da Mussolini, Ciano, Teruzzi e Grandi) che aveva
sottoposto l’intera materia al “segreto di Stato” sottraendola ad ogni controllo del Parlamento.
Solo a metà degli anni Settanta furono emanati dal Ministro del Commercio con l’Estero due
decreti (uno dei quali peraltro non venne mai pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale) che resero note
alcune esportazioni di materiali bellici. Ma come detto fu solo grazie alla forte mobilitazione di un
ampio movimento della società civile e dell’associazionismo laico e cattolico, ed in particolare
alla campagna “Contro i mercanti di morte”, che dopo diversi anni di intenso lavoro parlamentare
durante due legislature, nel 1990 il nostro paese arrivò finalmente a dotarsi di una legge sul
controllo delle esportazioni di armamenti.
In base a queste linee di fondo la legge si caratterizza dunque per tre aspetti:
1) innanzitutto, richiede che le decisioni sulle esportazioni di armamenti siano conformi alla
politica estera e di difesa dello Stato «secondo i principi della Costituzione repubblicana che
ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» elencando una
precisa serie di divieti (art.1);
2) in secondo luogo, ha introdotto un sistema di controlli da parte del Governo, prevedendo
specifiche procedure di rilascio delle autorizzazioni prima della vendita e modalità di controllo sulla
destinazione finale degli armamenti;
3) infine, richiede al governo di inviare una dettagliata informazione al Parlamento attraverso una
Relazione annuale predisposta dal Presidente del Consiglio dei Ministri che comprenda le relazioni
(allegati) dei vari ministeri a cui sono affidate diverse competenze in materia di esportazioni di
armamenti. (art. 5).
La legge 185/90 introduce, per le esportazioni di materiale di armamento, il sistema
dell’autorizzazione:
• La ditta che vuole esportare deve richiedere l’autorizzazione al Governo;
• Destinatari possono essere solo governi esteri od imprese da questi autorizzati;
• Alla richiesta va allegato un Certificato di Uso Finale (CUF) rilasciato dal Governo
destinatario e attestante che il materiale verrà esportato per proprio uso e che non verrà
riesportato.
La legge 185/90 vieta l’esportazione di armamenti verso:
• Paesi in stato di conflitto armato;
• Paesi la cui politica contrasti con l’articolo 11 della Costituzione italiana: “L’Italia ripudia
la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di
risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri
Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la
giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale
scopo”;
• Paesi sotto embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte dell’ONU o dell’UE;
• Paesi responsabili di accertate gravi violazioni alle Convenzioni sui diritti umani;
• Paesi che, ricevendo aiuti dall’Italia, destinino al proprio bilancio militare risorse eccedenti
le esigenze di difesa del paese;


30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 3
La legge 185/90 vieta l’esportazione di armi in contrasto con
• gli impegni internazionali dell’Italia (accordi firmati ad es: non proliferazione nucleare);
• i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo;
• mantenimento di buone relazioni con altri Paesi;
• quando manchino adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali (le
cosiddette triangolazioni).
La legge 185/90 prevede che a fine marzo di ogni anno il Presidente del Consiglio fornisca al
Parlamento una relazione sulle operazioni di esportazione, importazione e transito di armi
avvenute nell’anno precedente. La relazione è una delle poche fonti informative sul commercio
italiano di armamenti, ma espone dei dati in forma sempre più aggregata.
La legge 185/90 è una buona legge, rispetto alla situazione normativa degli altri Paesi, anche se
con importanti lacune:
• Esclude dal suo ambito di applicazione alcune categorie di armi leggere (esportazione
competente al Ministero degli Interni);
• Nel corso degli anni la legge 185 è stata disapplicata dai vari governi che si sono
succeduti con una serie di decreti o con interpretazione non conformi al dettato e/o
allo spirito legislativo.
Il decreto legislativo 22 giugno 2012, n. 105 ha modificato la legge n. 185/1990, in attuazione della
direttiva 2009/43/CE, che semplifica le modalità e le condizioni dei trasferimenti all’interno delle
Comunità di prodotti per la difesa.
L’aggiornamento della legge 185/90 è stato realizzato per adeguare il sistema dei controlli ai
cambiamenti intervenuti nel commercio di armi. Un settore in cui la globalizzazione ha provocato
una serie di profonde trasformazioni a livello europeo ed internazionale. Le maggiori industrie della
difesa sono diventate holding internazionali, con partecipazioni incrociate, che fanno coproduzioni
di progetti internazionali e cercano dunque di utilizzare tutte le scappatoie possibili per ottenere
autorizzazioni alla vendita, di fatto utilizzando “triangolazioni” interne alla UE.
Nel 2012 per prima volta il legislatore è intervenuto attraverso lo strumento del decreto legislativo
per modificare la disciplina del commercio di armi, una legislazione sensibile dal punto di vista
della sicurezza. In particolare, la legge delega approvata dal Parlamento contiene una serie
di indirizzi molto generici, lasciando sostanzialmente ampia discrezionalità al Governo. Il
Parlamento ha di fatto abdicato alle sue prerogative costituzionali. E’ opportuno ricordare che la
legge delega è stata approvata durante il Governo Berlusconi e, successivamente, il decreto
delegato è stato emanato dal Governo Monti. L’attuazione si è avuta nel 2013 con modifica
radicale dell’impianto di autorizzazione e controllo dell’export di armamenti e con l’elevazione ad
Autorità Nazionale (e dunque centrale in tutto il processo) dell’Unità per l’Autorizzazione dei
Materiali d’Armamento (UAMA) in seno al Ministero degli Esteri e della Cooperazione
Internazionale. Le modifiche sono intervenute su molte previsioni della legge 185 con l’estensione
dei controlli e dell’applicazione a una serie di attività prima non previste, come ad esempio
l’intermediazione e la delocalizzazione produttiva. I controlli previsti dalla legge 185/1990 sono
estesi alle armi da fuoco se esportate a forze armate o di polizia. Sono state introdotte una serie di
modifiche sostanziali al trasferimento di materiali d’armamento all’interno dell’Unione Europea. In
sostanza, la disciplina prevede ora due canali di autorizzazioni: uno per i trasferimenti tra i Paesi
dell’Unione ed una per tutti gli altri Stati.
Modifiche alla legge 185 erano già intervenute con la legge 146 del 2003, che aveva già
profondamente semplificato gli scambi intracomunitari per i programmi di collaborazione
governativa che vedano coinvolti più Stati. Le modifiche del 2003 erano state, in particolare, al


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centro di un ampio dibattito che aveva portato il Parlamento ad approvare sei emendamenti
proposti dalla coalizione di associazioni e istituti di ricerca che chiedeva di non ridurre i controlli sul
commercio internazionale di armi.
Infine va ricordato che la legge 185/90 ha ispirato le successive normative europee e lo stesso
trattato Arms Trade Treaty entrato in vigore a dicembre 2014 dopo la Ratifica unanime anche del
Parlamento italiano avvenuta nel 2013.
I dati quantitativi dell’export di armamenti (riassunti successivamente nell’apposita sezione di
questo Report) offrono importanti indicazioni per esaminare la politica esportativa adottata in
questi anni dai vari governi. Ma per verificare la corretta attuazione della prescrizioni della legge
occorrerebbe un’analisi dettagliata degli specifici sistemi d’armamento esportati dall’Italia nei vari
paesi. E’ proprio questa verifica che nel corso degli anni è diventata sempre più difficile tanto da
renderla oggi praticamente impossibile. Mentre, infatti, le prime Relazioni consegnate al
Parlamento riportavano con precisione, e in un chiaro quadro sinottico, il sistema d’arma esportato
per quantità e valore, la ditta produttrice e il paese destinatario, nel corso degli anni queste
informazioni sono state scorporate in una serie di tabelle che oggi non permettono più di
conoscere le armi effettivamente esportate verso i diversi paesi acquirenti. Inoltre ormai da quasi
10 anni è stato reso impossibile conoscere le singole operazioni svolte dagli istituti di
credito: un fatto che ha favorito soprattutto i gruppi bancari esteri che, a differenza di gran
parte delle banche italiane, non hanno adottato politiche di responsabilità sociale riguardo ai
finanziamenti all’industria militare e ai servizi per esportazioni di armi.
La “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e
transito dei materiali di armamento” è un documento ufficiale che ogni governo – in ottemperanza
alla Legge n. 185 del 1990 (art. 5) – è tenuto a predisporre e inviare alle Camere entro il 31 marzo.
a parola fondamentale è “controllo”.
Pur essendo stata ripetutamente modificata, come detto in precedenza, anche per recepire le
nuove direttive europee sui trasferimenti intracomunitari di sistemi militari, la legge 185/1990 ha
conservato nel corso di questi 30 anni i suoi caratteri essenziali. Il primo consiste nell’affidare
all’esecutivo nel suo insieme, e ai vari ministeri che hanno competenze in materia (Esteri, Difesa,
Dogane, Finanze e Tesoro, Industria e Sviluppo ecc.), diversi e specifici compiti in modo da
favorire la collaborazione tra le amministrazioni ma anche per ridurre il rischio di illeciti e di
pratiche collusive e corruttive. Il secondo, attraverso l’invio alle Camere di una dettagliata
Relazione annuale, sta nel permettere al Parlamento di svolgere il proprio ruolo di verifica e
di controllo dell’attività dell’esecutivo. E, di conseguenza, di favorire il controllo attivo anche da
parte delle associazioni della società civile che furono, è bene ricordarlo, le principali promotrici di
questa legge.
E’ stato Giulio Andreotti il primo Presidente del Consiglio ad inviare alle Camere, il 9 maggio 1991,
la prima Relazione sulle esportazioni di armamenti. Pur scusandosi del fatto che “in questa prima
Relazione relativa all’attuazione della legge 185 del 1990 non è stato ancora possibile
corrispondere analiticamente a tutte le indicazioni” (p. 28), le informazioni che la Relazione
fornisce sono chiare e complete. E’ sufficiente uno sguardo alla prima pagina della “Tabella delle
Autorizzazioni” per capire, con estrema facilità, che nel 1990 sono state rilasciate 16 autorizzazioni
all’esportazione di sistemi militari per Abu Dhabi di cui si possono conoscere i dettagli precisi: tra le
varie ne figura una (n. 295876) del 90/02/16 (c’è la data precisa) rilasciata alla ditta Beretta per
l’esportazione di 150 pistole mitragliatrici cal. 9 PB (parabellum) e accessori del valore di
59.911.000 lire ed un’altra (n. 643466) rilasciata il 90/11/29 alla Valsella per 26.066 mine (con
relative specifiche) per un valore complessivo di lire 2.155.504.000.
Informazioni chiare, semplici, comprensibili anche ai non addetti ai lavori. Che permettono un
controllo puntuale da parte del Parlamento dell’attività autorizzatoria dell’esecutivo in quanto il


30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 5
documento riportava in chiara successione tutte le informazioni necessarie per esercitare il
controllo parlamentare. Nello specifico: la quantità, il valore, la tipologia dettagliata del sistema
d’arma e il paese destinatario delle autorizzazioni rilasciate alle aziende per esportare armi e
sistemi militari.
Domande che sono suonate un po’ troppo impertinenti e indigeste alla lobby dell’industria
armiera nazionale che ha visto minacciate le lucrose commesse estere soprattutto verso quei
paesi della zona mediorientale e asiatica che sono stati per anni (e lo sono tuttora) tra i maggiori
acquirenti dei sistemi militari “made in Italy”. E così, adducendo problemi di “riservatezza
commerciale”, col cambio di legislatura l’industria armiera fece in modo di far modificare la
Relazione. Arrivò il governo di Giuliano Amato e dalla Relazione “magicamente” sparirono i paesi
destinatari delle singole operazioni autorizzate (si veda questa pagina): sapere, ad esempio, che
alla Beretta è stata autorizzata nel 1992 l’esportazione di 106.400 parti di ricambio (PDR) per
pistole mitragliatrici cal. 9 para bellum senza sapere il paese destinatario è un’informazione
pressoché inutile per esercitare un effettivo controllo parlamentare. Va comunque detto, ad onor
del vero, che perlomeno anche questa Relazione e le successive consentivano di conoscere i
valori dei singoli sistemi d’armamento esportati ai singoli paesi (si veda in questa tabella la
colonna a destra Cat. Mat) permettendo cosi almeno di recuperare, attraverso una faticosa serie di
incroci tra le numerose tabelle degli allegati dei ministeri, alcune informazioni essenziali.
La Relazioni degli ultimi anni (in particolare del nuovo millennio) si contraddistinguono invece per
essere molto corpose (migliaia di pagine, in alcuni anni quasi 2000!) ma con una certa carenza di
informazioni fondamentali, necessarie al Parlamento per esercitare quel ruolo di controllo che gli
compete. Non solo non vengono più fornite quelle semplici e chiare informazioni sulle singole
operazioni autorizzate che abbiamo ritrovato nella Relazione di Andreotti, ma pur contenendo
alcune tabelle che riportano i valori complessivi delle operazioni autorizzate verso i paesi
destinatari non vengono più specificati quali di questi valori siano attribuibili ai singoli sistemi
d’arma esportati.
Ma ancora più carente, tanto da risultare non solo inutile ma addirittura fuorviante, è la sezione
curata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). A seguito delle modifiche introdotte dal
Decreto legislativo n. 105 del 22 giugno 2012, ed in particolare dell’articolo n.27 della legge
185/1990 (qui in .pdf) al MEF non spetta più il compito di autorizzare le operazioni bancarie
relative alle esportazioni di vendita di armamenti: è invece tuttora tenuto a inviare – si noti – al
“Ministero degli Affari esteri i dati derivanti dalla sua attività di raccolta delle comunicazioni di cui al
comma 1”. Peccato però che poi il MEF allegando le Tabelle relative solamente agli “Importi
segnalati” senza metterle in correlazione con le “Operazioni autorizzate” dal Ministero degli Esteri
(MAECI) finisca col far mancare l’informazione fondamentale per il controllo, da parte del
Parlamento, delle transazioni bancarie. Gli “importi segnalati” infatti si riferiscono ad operazioni
effettuate anche in più anni, ma se non si rende nota l’operazione autorizzata (per numero Mae,
valore, paese destinatario e tipo di operazione) a cui ci si riferisce di fatto è come presentare una
serie di numeri senza alcun punto di riferimento. Inoltre, la relazione (allegato) del MEF sottrae
una serie di informazioni e in alcune versioni ha presentato strane sigle che più che un documento
ufficiale fanno sembrare la relazione redatta dal MEF un testo di appunti di qualche svogliato
funzionario.
In questo modo tutti i Governi più recenti hanno in un certo senso portato a compimento
l’opera di svuotamento della Relazione governativa iniziata già nel 2008 con il Governo
Berlusconi e proseguita con i Governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni.



30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 6
Trenta anni di export militare italiano: i dati
Complessivamente durante i 30 anni di applicazione della Legge 185/90 sono state autorizzate
esportazioni dall’Italia per materiali d’armamento per un controvalore di 97,75 miliardi di euro a
valori correnti (che diventano 109,67 miliardi di euro con il ricalcolo a valori costanti 2019).
In media si tratterebbe dunque di circa 3,25 miliardi di euro all’anno, ma il trend che si può
evincere dai dati per singola annualità evidenzia una forte risalita nell’ultimo decennio che fa
seguito ad un primo rialzo avvenuto tra il 2006 e il 2010 poi attenuato dalla crisi finanziaria
globale. La dinamica di crescita risulta ben evidente anche interpolando con funzione polinomiale
(per attutire i “salti” annuali che possono dipendere da singoli contratti molto corposi) sia
prendendo in considerazione blocchi di autorizzazione quinquennali. Il dato è chiarissimo: nel
solo lustro 2015-19 le autorizzazioni (a valori correnti) sono state di poco superiori a quelle
totali dei quindici anni precedenti (situazione di sostanziale pareggio che si riflette anche
considerando i valori costanti). Sempre considerando i soli valori correnti (con la situazione che
ovviamente cambia, ma non di molto, con la rivalutazione in quanto la distanza temporale aumenta
di molto i dati più vecchi) è quasi incredibile notare come gli ultimi cinque anni equivalgano da
soli al 45% di un trentennio di export militare (e dunque i 25 precedenti assommino “solo” al
55% del totale). Un dato che evidenzia come negli ultimi anni ci sia stata una grande spinta a
sostegno delle vendite estere delle industrie a produzione militare da parte di diversi attori (e
quindi anche una dinamica di autorizzazione sicuramente meno stringente, come vedremo nei dati
sui Paesi destinatari).

30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 7
Autorizzazioni all’esportazione di armamenti (tutte le tipologie)
relative agli anni 1990-2019
4 mld €
8 mld €
12 mld €
16 mld €
1990 1992 1994 1996 1998 2000 2002 2004 2006 2008 2010 2012 2014 2016 2018
0,9 0,6 1,20,8
1,5
0,8 1,1 0,91,0 1,30,9 0,9 0,91,3 1,51,4
2,2
4,2
5,7
6,7
3,3
5,3
4,2
2,2
3,0
8,2
15,1
10,3
5,2 5,2
Elaborazione F. Vignarca (Rete Disarmo) e G. Beretta (Opal Brescia) su dati Governativi pubblicati nelle Relazioni al Parlamento ex legge 185/90
Valori in miliardi di euro costanti rivalutati al 2019
Autorizzazioni all’esportazione
di armi nel periodo 2015-2019
Paesi UE o NATO Paesi fuori da UE/NATO
Valori in miliardi di euro correnti
Elaborazione F. Vignarca (Rete Disarmo) e G. Beretta (Opal Brescia) su dati Governativi pubblicati nelle
Una nota tecnica importante: negli ultimi anni hanno via via assunto più importanza (sia
qualitativa che quantitativa) licenze di esportazione differenti dalle “classiche” e normali
autorizzazioni individuali. Da un lato ciò deriva dalla crescente integrazione internazionale in
ambito UE e anche NATO (licenze globali di progetto e autorizzazioni di trasferimento) mentre
dall’altro è figlio del ricorso alle intermediazioni, che sono definite dalla norma come forniture
di materiali di armamento o di servizi effettuate “estero su estero” da società iscritte al
Registro Nazionale delle Imprese previsto dalla 185/90 ma senza che vi sia movimentazione fisica
dall’Italia del materiale o dei servizi oggetto della fornitura. I valori complessivi di queste altre
tipologie di licenza hanno raggiunto negli ultimi anni cifre significative che non si possono
ignorare per una valutazione completa e reale del volume dell’export militare italiano (si va dai
360 milioni al miliardo di euro in più da sommare). L’impatto è ben visualizzato dal grafico della
pagina seguente, relativo agli ultimi 5 anni (periodo 2015-2019).
Negli stessi 30 anni le consegne certificate dall’Agenzia delle Dogane si sono attestate
complessivamente sulla cifra di 50 miliardi di euro, di cui ben 14 miliardi sono relativi al
quinquennio 2015-2019 (cioè quasi il 30% del totale, come lecito aspettarsi visto l’aumento delle
autorizzazioni che comportano successivamente più consegne). Va sottolineato che questo dato è
un buon indicatore ma non è così affidabile per esprimere il controvalore complessivo delle
dei sistemi militari effettivamente esportati come invece anche le nostre organizzazioni
ritenevano in passato. Abbiamo infatti potuto verificare come diversi sitemi d’arma anche
complessi (e quindi dall’alto valore monetario) possano non essere riportati nelle tabelle delle
Dogane (ne ignoriamo il motivo, che è da approfondire) quindi portando ad una sottostima
abbastanza evidente (esempio su tutti, gli addestratori M346 venduti ad Israele per un
controvalore di circa 800 milioni di euro).


30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 8
Autorizzazioni all’esportazione di armamenti (tutte le
tipologie) relative agli anni 1990-2019 elaborate per lustri
0 mld€
12,5 mld€
25 mld€
37,5 mld€
50 mld€
1990-1994 1995-1999 2000-2004 2005-2009 2010-2014 2015-2019
44,9
18,9
23,1
7,3 6,9 8,6
44,1
17,9
20,3
5,0 5,1 5,4
Valori correnti Valori costanti 2019
Autorizzazioni all’esportazione di armamenti per tipologia di licenze
anni 2015-2019
0 mld€
4 mld€
8 mld€
12 mld€
16 mld€
2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019
Autorizzazioni individuali Altri tipi di licenze
Valori in miliardi di euro correnti
Elaborazione F. Vignarca (Rete Disarmo) e G. Beretta (Opal Brescia) su dati Governativi pubblicati nelle
Relazioni al Parlamento ex legge 185/90
Elaborazione F. Vignarca (Rete Disarmo) e G. Beretta (Opal Brescia) su dati Governativi pubblicati nelle Relazioni al
Parlamento ex legge 185/90
Dopo questi dati globali che tratteggiano le tendenze complessive è ora opportuno analizzare le
destinazioni finali delle vendite di armi italiane. Il primo elemento da sottolineare è che gli ultimi
cinque anni ancora una volta hanno acuito una tendenza problematica: se infatti già nei primi 25
anni di applicazione della 185/90 più della metà (il 50,3%) delle esportazioni aveva riguardato
paesi al di fuori delle principali alleanze politico-militari dell’Italia (cioè i Paesi non appartenenti
all’UE o alla Nato) tale rapporto cresce ancora dal 2015 in poi. Ben il 56% dei sistemi militari “made in Italy” finisce infatti a Paesi non appartenenti all’Unione Europea e/o alla NATO (24,8
miliardi contro 19,2 miliardi, con un conteggio che comprende anche licenze
globali, autorizzazioni generali ed i n t e r m e d i a z i o n i dunque non solo autorizzazioni individuali).
Possiamo quindi affermare che in tutto il corso di applicazione della Legge più del la metà del l ’expor t sia stato autorizzato al di fuori della naturale area di azione internazionale dell’Italia: un dato preoccupante se si considera che – secondo i l testo della norma – le esportazioni di armamenti «devono essere conformi alla politica estera e di difesa


30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 9
Autorizzazioni all’esportazione di armamenti per tipologia di licenze
anni 2015-2019
0 mld€
4 mld€
8 mld€
12 mld€
16 mld€
2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019
Autorizzazioni individuali Altri tipi di licenze
Valori in miliardi di euro correnti
Elaborazione F. Vignarca (Rete Disarmo) e G. Beretta (Opal Brescia) su dati Governativi pubblicati nelle Relazioni al Parlamento ex legge 185/90
Parlamento ex legge 185/90
Autorizzazioni all’esportazione di armamenti (tutte le tipologie) relative agli anni 1990-2019
4 mld €
8 mld €
12 mld €
16 mld €
1990 1992 1994 1996 1998 2000 2002 2004 2006 2008 2010 2012 2014 2016 2018
Elaborazione F. Vignarca (Rete Disarmo) e G. Beretta (Opal Brescia) su dati Governativi pubblicati nelle Relazioni al Parlamento ex legge 185/90
Valori in miliardi di euro costanti rivalutati al 2019 Autorizzazioni all’esportazione
di armi nel periodo 2015-2019
24,8 mld €
19,2 mld€
Paesi UE o NATO Paesi fuori da UE/NATO
Valori in miliardi di euro correnti
Elaborazione F. Vignarca (Rete Disarmo) e G. Beretta (Opal Brescia) su dati Governativi pubblicati nelle
Relazioni al Parlamento ex legge 185/90
dell’Italia» (art. 1). Una valutazione che viene confermata anche dalle cifre relative alla
distribuzione per aree geopolitiche di destinazione delle autorizzazioni individuali (dunque
senza licenze globali e intermediazioni diversamente da prima e conteggiate a valori correnti). Dati
che che dimostrano come negli ultimi cinque anni si sia completato lo spostamento di “asse di
interesse” dell’esportazione di armamenti italiani verso il Medio Oriente e il Nord Africa (NB
nelle nostre valutazioni inseriamo in questa sfera geopolitica anche la Turchia, invece considerata
come assimilata all’Europa in quanto membro della NATO nei dati aggregati di UAMA/MAECI).
Se infatti i Paesi dell’UE e dell’Europa geografica non OSCE si mantengono sostanzialmente
sui livelli già registrati in media nei primi 25 anni di export (35,2% + 1,45% per un totale di circa
15 miliardi di euro) sono i Paesi MENA a raddoppiare la loro fetta di mercato arrivando a ben
il 45,9% del totale delle licenze individuali (cioè poco meno di 19 miliardi di euro). A farne le
spese tutte le altre aree geopolitiche, in particolare l’Asia che dimezza la propria quota all’8,7%
(corrispondente a 3,5 miliardi di euro) con le briciole che rimangono all’America Settentrionale
(4,4% per 1,8 miliardi) e alle altre parti del mondo (America Centro-Meridionale all’1,5%, Africa
subsahariana all’1,4%, Oceania all’1,3%).
Negli ultimi cinque anni complessivamente sono stati 90 i Paesi destinatari di esportazioni di
materiale d’armamento italiano (numero che si attesta stabilmente oltre gli 80 per singolo anno)
sempre in termini di autorizzazioni individuali. I primi 20 Paesi della classifica (vedi Tabella della
pagina successiva) hanno tutti ricevuto oltre 300 milioni di euro di autorizzazioni nel corso
dell’ultimo lustro. In testa troviamo due Stati autoritari mediorientali come Kuwait e Qatar (per le
maxi-commesse di aerei e navi) seguiti da vicino da Regno Unito e Germania (soprattutto per la
cooperazione Eurofighter) e ad una distanza maggiore da Francia, Stati Uniti d’America e
Spagna. Subito dietro, grazie ad una serie di copiose licenze negli anni più recenti, altri Paesi
problematici come Pakistan, Egitto, Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. A
completare la “Top15” troviamo Norvegia, Australia e Turkmenistan.
Da notare come i primi due Paesi della lista degli ultimi cinque anni Kuwait e Qatar (così come
l’Egitto partner forte dell’ultimo anno) non fossero nella “Top15” dei primi venticinque e che dunque
altri Stati come Algeria, Malaysia, India e Singapore ne siano usciti.
Infine, anche se è difficile paragonare un periodo di tempo così lungo e che è stato contraddistinto
da cambi epocali sia a livello di globalizzazione economica ed industriale che a livello di politica
internazionale, siamo in grado anche di elencare i primi 10 Paesi di destinazione delle armi
italiane nel corso dei 30 anni di applicazione della Legge 185/90 (nota: segnaliamo la
percentuale per cercare di attutire i problemi di confronto di cui sopra). In testa il Regno Unito
(10%), con cui le cooperazioni di natura industriale sono sempre state robuste, seguito da Kuwait
(8,4%), Qatar (7,1%), Germania e Stati Uniti d’America al 6,3%, Arabia Saudita (4,9%), Francia
(4,3%) ed Emirati Arabi Uniti (4%). Infine troviamo la Spagna e la Turchia al 3,7%. Le prime 10
destinazioni complessivamente assommano a poco meno del 60% di trenta anni di autorizzazioni.


30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 10
2019 2018 2017 2016 2015 TOTALE
Kuwait 0,0 € 2,8 € 2,9 € 7706,0 € 0,9 € 7712,6 €
Qatar 17,4 € 1923,0 € 4221,0 € 341,0 € 35,0 € 6537,4 €
Regno Unito 419,10 € 99,20 € 1513,00 € 2367,00 € 1298,00 € 5696,3 €
Germania 213,60 € 218,10 € 689,90 € 1072,00 € 1197,00 € 3390,6 €
Francia 274,20 € 144,30 € 251,20 € 574,50 € 409,40 € 1653,6 €
Stati Uniti
d’America 306,10 € 192,20 € 292,10 € 380,20 € 471,70 € 1642,3 €
Spagna 65,10 € 100,20 € 439,70 € 443,90 € 190,70 € 1239,6 €
Pakistan 17,3 € 682,9 € 174,1 € 97,2 € 119,6 € 1091,1 €
Egitto 871,7 € 69,1 € 7,4 € 7,1 € 37,6 € 992,9 €
Turchia 63,7 € 362,3 € 266,1 € 133,4 € 128,8 € 954,3 €
Arabia Saudita 105,4 € 13,4 € 51,9 € 427,5 € 257,2 € 855,3 €
Emirati Arabi
Uniti 89,9 € 220,3 € 29,3 € 59,3 € 304,4 € 703,2 €
Norvegia 7,10 € 43,40 € 21,30 € 226,40 € 389,30 € 687,5 €
Australia 238,20 € 58,20 € 35,80 € 36,30 € 181,90 € 550,4 €
Turkmenistan 446,1 € 0,0 € 2,2 € 38,6 € 5,8 € 492,6 €
Singapore 23,8 € 12,1 € 27,1 € 7,8 € 381,1 € 451,9 €
Algeria 172,7 € 1,0 € 166,1 € 25,2 € 29,7 € 394,7 €
Giappone 21,3 € 0,6 € 9,8 € 1,8 € 300,8 € 334,2 €
Corea del Sud 165,5 € 62,8 € 50,3 € 8,9 € 35,1 € 322,6 €
Brasile 146,1 € 11,6 € 10,9 € 50,2 € 83,0 € 301,8 €


30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 11
Elaborazione F. Vignarca (Rete Disarmo) e G. Beretta (Opal Brescia) su dati Governativi pubblicati nelle Relazioni al Parlamento ex legge 185/90
Dati in milioni di euro correnti
Le richieste e le proposte di Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace
sulla normativa di controllo dell’export di armamenti italiani
Negli ultimi anni, contraddistinti da una progressiva perdita di informazioni sulle esportazioni
militari contemporaneamente ad una sensibile crescita nel volume delle armi vendute e da uno
slittamento di forniture verso Paesi sempre più problematici, la Rete Italiana per il Disarmo ha
scritto numerose volte al Ministero degli Esteri e al Governo italiano. L’obiettivo di tali contatti era
da un lato quello di far riprendere la consuetudine di un confronto diretto tra esecutivo e società
civile e dall’altro quello di esplicitare tutta una serie di richieste dettagliate e precise per ripristinare
la trasparenza e meccanismi di implementazione corretti e positivi dei principi della Legge 185/90.
Negli ultimi anni solo in rari casi il Parlamento si è occupato in maniera ufficiale della Relazione
annuale prevista dalla norma e i vari Governi non hanno prestato molta attenzione alle richieste
della società civile (mentre invece nella Relazione stessa si è espressa soddisfazione per l’export
in aumento) e a un confronto anche sulle novità normative internazionali (in particolare la piena
implementazione del Trattato ATT).
Raggiungere una corretta applicazione della Legge 185/90 e dei suoi principi anche attraverso il
ripristino di informazioni che possano migliorare la trasparenza nelle Relazioni al Parlamento e nei
documenti ufficiali che l’Italia invia all’Unione europea (ai sensi della Posizione Comune 2008/944/
PESC del Consiglio) e alle Nazioni Unite (ai sensi del Trattato sul commercio di armi – ATT) non
comporta aggravi finanziari, ma è un fondamentale segnale politico di discontinuità con le
decisioni assunte nel recente passato. Un intervento invece di natura anche finanziaria (ma che
finalmente concretizzerebbe una delle parti più positive e propositive previste dalla Legge)
dovrebbe riguardare il finanziamento, con continuità, di un fondo per la riconversione
dell’industria militare, così come previsto dall’Articolo 1 (“Il Governo predispone misure idonee
ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie
nel settore della difesa”).
Di seguito sono dunque elencate le proposte (sia di natura tecnica che di natura più politica) che
Rete Italiana per il Disarmo insieme a Rete della Pace avanzano nei confronti di Governo e
Parlamento sul tema dell’export militare italiano.
Relativamente alla Relazione annuale della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni di
armamenti ai sensi della Legge 9 luglio 1990 n. 185
• In tutte le Tabelle di dettaglio delle operazioni redatte da tutti i Ministeri (o almeno in quelle del
MAECI/UAMA e possibilmente in quelle della Agenzia delle Dogane) venga inserita una colonna
che riporti, per ciascuna operazione, il corrispettivo numero di autorizzazione MAE. Da diversi
anni tale numero di autorizzazione MAE (ad es. MAE 64266) è già presente nelle Tabelle
predisposte dal Ministero dell’Economia e della Finanze (Dipartimento del Tesoro): si tratta di
adottare lo stesso sistema da parte di tutti i Ministeri e nelle loro relazioni per permettere al
Parlamento di conoscere il corretto sviluppo delle operazioni nelle varie fasi: autorizzazione,
consegne, corrispettivi finanziari.
• In tutte le Tabelle di dettaglio delle operazioni redatte da tutti i Ministeri (o almeno in quelle del
MAECI/UAMA e possibilmente in quelle della Agenzia delle Dogane) venga inserita una colonna
che riporti, per ciascuna operazione, la data di rilascio dell’autorizzazione e, nel caso
dell’Agenzia delle Dogane, del giorno in cui è avvenuta il transito doganale. La data del rilascio
dell’autorizzazione era presente nelle Relazioni redatte dal governo Andreotti VII ed è di
fondamentale importanza soprattutto quando si verifica un cambio di governo nel corso
dell’anno coperto dalla Relazione o eventi internazionali che impongono il diniego o la
sospensione delle autorizzazioni.


30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 12
• Chiediamo di ripristinare nella Relazione del Ministero degli Affari Esteri e della
Cooperazione Internazionale (MAECI) alcuni elementi che erano contenuti nel “Rapporto del
Presidente del Consiglio sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione,
importazione e transito dei materiali d’armamento” (“Rapporto PCM”). Questo rapporto che è
stato curato e pubblicato dal 2007 al 2012 dall’Ufficio del Consigliere Militare (Servizio di
Coordinamento della Produzione di Materiali di Armamento) non è stato più pubblicato a partire
dalla Relazione della Presidenza del Consiglio inviata alle Camere in data 17 giugno 2013.
Numerose, ma non tutte, le informazioni in esso contenute sono state integrate nelle recenti
Relazioni di competenza del MAECI (UAMA). Tale Rapporto, predisposto dal Governo Prodi II
su iniziativa dell’allora Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri on.
Enrico Letta, esplicitava le linee di politica del Governo in materia di esportazione dei
materiali d’armamento: tali linee dovrebbero essere chiaramente esplicitate anche nella
Relazione del MAECI.
• Nella Relazione del MAECI è importante per la società civile che venga ripristinato il seguente
passaggio (di solito era l’ultima frase del Rapporto PCM) che si riferisce al rapporto tra
Governo e associazioni sul controllo delle esportazioni di armamenti e nel quale i Governi di
quel periodo si sono sempre impegnati a “continuare il dialogo con i rappresentanti delle
Organizzazioni Non Governative (ONG) interessate al controllo delle esportazioni e dei
trasferimenti dei materiali d’armamento con la finalità di favorire una più puntuale e trasparente
informazione nei temi d’interesse”.
• La Relazione del MAECI dovrebbe, inoltre, contenere alcune Tabelle che negli anni sono state
sottratte e/o risultano mancanti. Nello specifico:
a) andrebbe reinserito l’Allegato che riportava l’elenco dei Paesi ritenuti responsabili di
gravi violazioni dei diritti umani. Si tratta dell’Allegato C (qui in .pdf) che risulta mancante
da diversi anni. E’ un allegato di fondamentale importanza perché, elencando questi Paesi,
permette di sapere con certezza quali Paesi sono ritenuti dall’Italia – ai sensi della
normative nazionali e internazionali – responsabili di violazioni dei diritti umani. La legge
La Legge 9 luglio 1990, n. 185 vieta l’esportazione di armamenti “verso i Paesi i cui governi
sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani,
accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa” (art. 1,
c. 6)., ma manca un preciso elenco di questi Paesi.
b) andrebbe reinserito l’Allegato che riportava l’elenco dei Paesi sottoposti a misure di
embargo di armamenti, specificando se totale o parziale. Si tratta dell’Allegato B (qui
in .pdf) che risulta mancante da diversi anni. La Legge 9 luglio 1990, n. 185 vieta, infatti,
l’esportazione di armamenti “verso i Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l’embargo
totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite o dell’Unione europea
(UE) o da parte dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE
sotto embargo”. (art. 1, c. 6). Talvolta è stato inserito, in sua vece, un lungo elenco di
Risoluzioni ONU che però non fa capire quali siano gli effettivi Paesi sotto embargo. Il sito di
UAMA rimanda ad una mappa generale che riporta tutte le varie forme di embargo
internazionale e rimanda ad altri siti che riportano le diverse sanzioni a cui vari Paesi sono
sottoposti: ma è impossibile trovare un elenco semplice e preciso dei Paesi sottoposti a
misure di embargo di armamenti.
c) andrebbe inserito l’elenco dei Paesi sottoposti a misure di divieto di esportazione di
armamenti in quanto “in stato di conflitto armato”. La Legge 9 luglio 1990, n. 185 vieta,
infatti, l’esportazione di armamenti “verso Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i
princìpi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi
internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo
parere delle Camere”. In proposito, sarebbe utile inserire anche l’elenco dei Paesi verso i
quali sono stati emessi dinieghi e sospese (anche temporaneamente) le esportazioni


30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 13
di armamenti perché “in stato di conflitto” o per altri problemi come indicati dalla norma
della Legge 185/1990.
d) andrebbe inserito l’elenco dei Paesi verso i quali sono stati emessi espliciti dinieghi
alle esportazioni di armamenti. E l’elenco dei Paesi verso i quali sono state sospese
(anche temporaneamente e in modo parziale) le esportazioni di armamenti a seguito di
provvedimenti da parte di UAMA, del Ministero degli Esteri, del Governo o del Parlamento.
e) Andrebbe inserita una specifica sezione con l’elenco di tutti gli accordi militari
sottoscritti dal nostro Paese e attivi nell’anno di riferimento, con esplicitazione del loro
possibile impatto sul regime di autorizzazione per l’export di armamenti. In prospettiva si sta
prefigurando il problema degli accordi “G-to-G” introdotti a fine 2019 dal Decreto Fiscale (con
possibilità per il Ministero della Difesa di fungere da controparte contrattuale per l’export, di
fatto quindi rendendo molto complicato eventuale diniego da parte di UAMA) ma già da
tempo anche gli accordi di cooperazione militare configurano di fatto una possibile
scappatoia ai controlli secondo quanto la stessa legge prevede. Una eventualità
problematica già sottolineata dall’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
(già Ministro della Difesa) durante un dibattito parlamentare successivo alla modifica del
2003 alla Legge 185/90: “Le questioni sono, in primo luogo, l’interpretazione degli accordi,
che di fatto aggira, disapplicandole, le normali procedure di controllo della legge n. 185 sul
commercio delle armi e sul loro controllo e, in secondo luogo, l’equiparazione di qualunque
altro paese ai paesi che fanno parte della NATO o dell’Unione europea. Seguendo questa
interpretazione applicativa dei trattati bilaterali, l’Italia non avrà più in questa materia un
rapporto speciale con i paesi della NATO o dell’Unione europea, ma tutti gli altri paesi
saranno alla stregua di quelli che appartengono alla Alleanza atlantica o all’Unione
europea” (XIV Legislatura seduta 619 del 3/5/2005 in merito alla ratifica dell’accordo di
cooperazione militare con l’Algeria).
f) Occorre chiarire e definire al meglio cosa viene inserito nella tabella riguardante le
“intermediazioni” (cioè i servizi “estero su estero”) e cosa si intenda per attività senza
movimentazione di materiale dall’Italia. E’ fondamentale poter distinguere tra pagamenti si
servizi commerciali o di broker e attività comunque industriali ma che hanno luogo in
sedi produttive esterne all’Italia. Lo stesso dicasi nei casi in cui sia l’azienda italiana ad
essere utilizzata da una consociata (o una casa madre) con ruolo tecnico, commerciale o
finanziario senza produzione. In particolare prima di rilasciare licenze “estero su estero”
l’Autorità Nazionale UAMA dovrebbe chiedere all’azienda i motivi specifici di una tale
operazione e se abbia già chiesto autorizzazione (in proprio o per tramite di consociata) al
Paese in cui effettivamente ha luogo la produzione. In caso di mancata chiarezza a riguardo
UAMA dovrebbe consultare direttamente le autorità del Paese produttore per capire se
ci siano motivazioni ostative alla concessione di licenza.
• Nella Relazione del Ministero dell’Economia e della Finanze (Dipartimento del Tesoro)
andrebbe ripristinata la Tabella di “Riepilogo in dettaglio suddiviso per Istituti di
Credito” (ovvero “Esportazioni Definitive per Istituti di Credito – Riepilogo Dettagliato”). Questa
Tabella risulta mancante dall’insediamento del Governo Berlusconi IV (maggio 2008) ed è stato
sostituita, senza darne alcuna spiegazione al Parlamento, da un “Riepilogo in dettaglio
suddiviso per Aziende” (ovvero Tabella II: “Esportazioni Definitive per Aziende – Riepilogo
Dettagliato”). Questo nuova tabella pur offrendo importanti informazioni, non rende possibile
conoscere i dettagli delle singole operazioni autorizzate agli Istituti di credito che sono i diretti
responsabili delle transazioni bancarie. Tutto ciò, non solo rende impossibile il controllo
parlamentare riguardo alle attività bancarie e la loro conformità al dettato legislativo, ma
soprattutto sta di fatto favorendo l’attività di intermediazione da parte di banche estere che non
hanno alcuna autoregolamentazione in materia, cosa che invece hanno quasi tutte le banche
italiane.


30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 14
Relativamente alla Relazione annuale dell’Unione Europea (Posizione Comune 2008/944)
• Andrebbero inviati ai competenti organi dell’Unione europea tutte le informazioni richieste per la
“Relazione annuale ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 2, della Posizione Comune 2008/944/
PESC del Consiglio che definisce norme comuni per il controllo delle esportazioni di tecnologia
e attrezzature militari”. In particolare, l’Italia non ha mai reso noti nella Relazione all’UE – come
sarebbe richiesto – i dati sulle consegne (“exports” – riga c) di armamenti suddivisi nelle 22
categorie di sistemi militari rendendo così impossibile sapere quali tipologie di armamenti siano
state effettivamente esportate dal nostro Paese: ha sempre fornito i valori totali delle consegne
(“export”) per Paese destinatario, senza però mai specificare la tipologia di armamento.
Essendo operazioni già autorizzate (e di cui la tipologia/categoria è già nota nella Relazione)
tale mancanza è inspiegabile.
Relativamente al Rapporto annuale alle Nazioni Unite nell’ambito dell’Arms Trade Treaty
(ATT)
• Andrebbero inviati da parte di UAMA ai competenti organi delle Nazioni Unite tutte le
informazioni richieste per “Rapporto annuale per l’Arms Trade Treaty” (ATT). Da tre anni
l’Italia spicca, tra i Paesi europei che hanno ratificato il Trattato, per mancanza di trasparenza.
Mentre, infatti, nel primo anno (2015) il Rapporto è stato compilato in modo abbastanza, ma
non del tutto, esauriente, a partire dal 2016, UAMA non ha più fornito i dati relativi ai Paese
destinatari riguardo ai sistemi militari definiti dal Rapporto. Tale mancanza di informazioni non
è attribuibile a problemi di natura tecnica, ma risponde ad una precisa decisione assunta
in sede politica: nei Rapporti inviati alle Nazioni Unite relativi agli anni 2016-2016, UAMA
specifica infatti di avvalersi dell’Articolo 13.3 del Trattato: “In the submitted report, some
commercially sensitive and/or national security-related data has been withheld in accordance
with Article 13.3 of the Treaty”. Si tratta di una sorta di “clausola di riservatezza” che, se può
essere comprensibile riguardo a qualche raro caso specifico, non appare in alcun modo
giustificata se applicata genericamente ed indistintamente per tutti i Paesi destinatari. Questo
vulnus è stato segnalato da Rete Disarmo anche in seno alla Conferenza degli Stati Parte del
Trattato ATT tenutasi nel 2019 e nelle periodiche riunioni tra società civile europea e
rappresentanti governativi che si occupano di export di armamenti. In tal senso auspichiamo
che, per ripristinare una piena trasparenza e dare un segnale di discontinuità con i governi
precedenti, UAMA invii al più presto non solo un rapporto di rettifica completo dei Paesi
destinatari relativo all’anno 2019, ma ripristini tutte le informazioni necessarie anche per i
rapporti inviati relativi agli anni 2016-2018.
• L’Italia potrebbe poi svolgere un ruolo importante e cruciale per rafforzare il percorso di
universalizzazione e implementazione del Trattato ATT allineando le proprie decisioni di
autorizzazioni all’export alle politiche che i Paesi destinatari tengono nei confronti di tale norma
internazionale. Si potrebbe ad esempio pensare di escludere come destinatari i Paesi che
non abbiano quantomeno firmato l’ATT oltre che, ovviamente, condurre attento esame sulla
coerenza della destinazione finale con le prescrizioni e i principi del Trattato (e della Legge
italiana). Nello stesso senso si potrebbe non concedere alle aziende avallo alla
partecipazione a fiere e saloni di armi in Paesi che non abbiano firmato e ratificato ATT (e
quindi non dispongano di una robusta serie di normi per controllare eventuali riesportazioni)
così come non concedere l’ingresso (e non invitare) personale militare di Paesi non firmatari
che desiderassero partecipare a saloni di armamento in Italia.


30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 15


Il presente Report diffuso da Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace in occasione dei 30
anni della Legge 185/90 è stato elaborato sulla base di materiali e dati degli analisti e dei centri di
ricerca appartenenti ai due organismi.
In particolare il testo è stato elaborato da Francesco Vignarca (coordinatore nazionale Rete
Disarmo) e Giorgio Beretta (analista di OPAL Brescia) con la collaborazione di Maurizio Simoncelli
(vicepresidente di IRIAD Archivio Disarmo)
9 luglio 2020


30 anni della Legge 185/90 sull’export militare: dati ed analisi di tre decenni di vendita di armi italiane pagina 16

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