Il futuro di Internet

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Dal blog https://essay.ispionline.it

Andrea Daniele Signorelli Giornalista

Scrive di innovazione digitale e del suo impatto sulla società per La Stampa, Wired Italia, Domani, Il Tascabile, Esquire Italia, cheFare e altri.

“Ciò che la realtà virtuale è in grado di fornire, e ciò che più in generale il metaverso permetterà alle persone di provare, è una sensazione di essere in presenza molto più naturale rispetto al modo in cui siamo abituati a interagire online”

osì Mark Zuckerberg introduceva per la prima volta in una intervista il concetto di metaverso. Il presidente di Meta sosteneva anche che, nonostante trascorressimo “un sacco di tempo mediando le nostre vite e le nostre comunicazioni tramite questi piccoli e luccicanti rettangoli”, gli smartphone non fossero “il modo migliore che le persone hanno per interagire tra di loro.” Occorreva dunque andare oltre.

Complessivamente, da oltre un anno a questa parte, Zuckerberg ha mostrato di avere le idee molto chiare su come sarà il futuro di internet, al punto da cambiare il nome di Facebook in Meta e scommettere tutto sulla sua visione di metaverso: un mondo digitale immersivo, in tre dimensioni, da vivere in realtà virtuale e in cui dovremmo trasferire una parte crescente delle nostre esistenze, dal lavoro allo shopping, dall’intrattenimento allo sport, fino alla socialità.

Fonte: IDC (International Data Corporation)

I limiti del metaverso

Ad ascoltare il fondatore di Facebook, il vantaggio del metaverso sta tutto nella possibilità di vivere le esperienze online in maniera sempre più simile a quelle in presenza

È questa la direzione che prenderà la nostra vita digitale? Sarà possibile creare un ambiente unico e globale, nonostante le crescenti tensioni geopolitiche rischino – come vedremo – di modificare radicalmente la struttura di internet e del mondo digitale? Più nell’immediato, invece, siamo sicuri che gli utenti abbiano il desiderio di trascorrere una parte consistente della propria giornata indossando un visore per la realtà virtuale, che li isola completamente da ciò che avviene attorno a loro? E perché dovrebbero essere interessati a fare riunioni in realtà virtuale in cui dialoghiamo con l’avatar del loro capo invece di poter comodamente osservare una griglia di volti su Zoom o Teams? E perché dovremmo fare shopping in un “centro commerciale del metaverso”, spostando il nostro avatar fisicamente da un negozio all’altro invece di usare una comoda applicazione di e-commerce?

Certo, la realtà virtuale potrebbe portare importanti innovazioni nelle piattaforme per la formazione professionale o per l’educazione (che sono però strumenti molto diversi e più limitati del metaverso immersivo e aperto che ci è stato descritto), o garantire esperienze straordinarie limitate nel tempo (che rimandano più al mondo dei videogiochi che alla vita ordinaria). Ma l’idea di Zuckerberg è decisamente più ampia: ad ascoltare il fondatore di Facebook, il vantaggio del metaverso sta tutto nella possibilità di vivere le esperienze online in maniera sempre più simile a quelle in presenza.

Il passato, però, ci insegna che le persone potrebbero non apprezzare le repliche immersive della quotidianità. È infatti questa la ragione per cui Second Life – vero e proprio antesignano del metaverso, il cui apice del successo risale alla seconda metà del primo decennio del Duemila – si è rivelato una moda passeggera, mentre i social network hanno realmente cambiato il mondo.

Fonte: Precedence Research, 2022

Twitter, Facebook e Instagram hanno prosperato proprio perché per collegarsi al loro universo digitale non è necessario interrompere qualsiasi altra cosa stiamo facendo: è sufficiente dare un’occhiata allo schermo o estrarre lo smartphone, comunicare eventualmente ciò che desideriamo e poi tornare alle nostre faccende. Essere immersi in un metaverso in realtà virtuale significa invece non poter interagire con i propri figli o partner, essere completamente estraniati da ciò che ci avviene intorno e non rendersi nemmeno conto se il cane sta sbranando il divano. Come ha scritto Wes Fenlon su PcGamer, “la cosa meravigliosa degli schermi è che richiedono solo una porzione della nostra attenzione, non una completa immersione sensoriale”.

A ottobre, Zuckerberg ha presentato durante l’evento Meta Connect 2022 il primo visore per la realtà virtuale della sua compagnia, il Meta Quest Pro

Tra le varie critiche che sono state mosse nei confronti della visione di metaverso propugnata da Mark Zuckerberg (e che non necessariamente valgono anche per progetti diversi, com’è per esempio il caso di Fortnite ed Epic Games), una è invece passata in secondo piano e riguarda tutti i progetti commerciali che stanno andando in questa direzione. Per come lo si è sempre immaginato (a partire da quando il termine venne coniato nel romanzo Snow Crash, pubblicato nel 1992), il metaverso è un vasto ambiente unico all’interno del quale l’utente può muoversi liberamente, interfacciandosi di volta in volta con realtà differenti (società, aziende, negozi, pubblica amministrazione), ma conservando sempre il proprio avatar e spostando i propri beni digitali senza soluzione di continuità.

Se si escludono i quasi disabitati “metaversi” basati su blockchain come Decentraland o The Sandbox – rispettivamente 50mila e 200mila utenti al mese e che sono parte del vagheggiato web3, la rete decentralizzata che sta però già tradendo le sue promesse –, in tutti gli altri casi la direzione seguita è quella opposta. Meta sta creando un suo metaverso di proprietà. Epic Games pure. Roblox è un altro esempio, così come lo è Zepeto e moltissime altre piattaforme immersive e sociali che non comunicano tra loro, per le quali dobbiamo creare un avatar specifico e che non permettono di trasferire i beni digitali da un luogo all’altro.

Fonte: Osservatorio Metaverso/Vincos.it, 2022

Nonostante Mark Zuckerberg paragoni sempre il suo metaverso – costituito concretamente da piattaforme come Horizon Worlds (dedicata all’intrattenimento, ma che al momento non raggiunge i 200mila utenti al mese) e Horizon Workrooms (pensata per il lavoro) – a una “internet immersiva”, la realtà è che questo paragone non regge. Internet – nonostante sia stata negli anni colonizzata e in parte fagocitata da attori come Google, Amazon o proprio Meta – è ancora realmente decentralizzata e interoperabile. A differenza delle piattaforme immersive di Meta, la rete non è inoltre di proprietà di nessuno ed è basata su standard e protocolli tecnici comuni. “Storicamente, lo sviluppo di tecnologie interoperabili come le email e il web è stato alimentato da governi, dall’accademia e dalle no-profit, non da colossi privati come Meta”, ha scritto il Washington Post. Al contrario: realtà di questo tipo hanno semmai sempre spinto in direzione opposta, trasformando la decentralizzazione del web nei “giardini recintati delle app”, che hanno lo scopo di trattenerci quanto più tempo possibile al loro interno e non certo di aprirci alla possibilità di esplorare liberamente un ambiente aperto.

Fonte: Osservatorio metaverso/Vincos.it, 2022, Roblox, Active Player, Decentraland, Dean Takahashi, The Sandbox, The Verge, Venture Beat, Naver

“Una versione di internet interconnessa e in 3D in cui ci scambiamo magliette sotto forma di NFT mentre ci spostiamo senza difficoltà da una piattaforma all’altra è tanto realistica quanto i film di fantascienza che vengono mostrati nelle slide di apertura di ogni singola presentazione che avete visto su questo tema”, segnala provocatoriamente l’esperto di videogiochi James Whatley su The Drum.

Analizzando più da vicino la visione di Meta – e osservando le partnership che sta stringendo con realtà come Microsoft, Zoom, Adobe e altre – si intuisce come Mark Zuckerberg punti a trasformare i suo mondi immersivi “Horizon” nell’infrastruttura stessa del metaverso, all’interno della quale le altre realtà saranno soltanto ospiti (e dovranno ovviamente accettare le condizioni imposte) e che si scontrerà con i “metaversi” rivali.

La direzione che sta prendendo questa visione di internet – che potrebbe anche risolversi in un clamoroso flop – va quindi all’opposto rispetto a quella promossa e promessa da Meta.

Geopolitica del metaverso

Attenzione però, perché lo scontro non sarà soltanto su base commerciale, ma anche geopolitica. La divisione del metaverso non avverrà infatti solo in base a logiche commerciali, ma anche delle sfere d’influenza. Come prevedibile, la Cina sta infatti studiando una sua versione di metaverso: nonostante dalle nostre parti abbiano trovato meno spazio mediatico, i colossi di Pechino e Shenzhen non sono rimasti a guardare mentre Mark Zuckerberg e gli altri campioni della Silicon Valley iniziavano a dare forma ai loro mondi virtuali.

Bytedance, proprietario di TikTok, nel 2021 ha prima acquistato la compagnia di videogiochi Moonton per quattro miliardi di dollari e poi la società produttrice di visori per la realtà virtuale Pico Interactive (al prezzo di 772 milioni). Due mosse strategiche che segnalano chiaramente la volontà di Bytedance di diventare una protagonista di questi mondi virtuali, puntando probabilmente sugli aspetti più d’intrattenimento.

Fonte: Statista, 2022

Lo scorso dicembre, il colosso dei motori di ricerca Baidu ha invece presentato la sua piattaforma per il metaverso Xi Rang (traducibile in “terra della speranza”): un ambiente aperto simile a quelli occidentali (ma non in realtà virtuale) in cui vagare con il proprio avatar per socializzare, partecipare a eventi, fare acquisti e altro. Le prime esperienze non devono però essere state particolarmente convincenti: la piattaforma è stata criticata sui social network per l’esperienza “poco immersiva” e per la grafica un po’ troppo grezza (come si può vedere anche nei video pubblicati su YouTube).

Completamente differente è l’approccio di Tencent, da molti considerato il cavallo su cui puntare in quanto proprietaria della superapp WeChat (la cui enorme gamma di applicazioni la rende un ideale ponte con il metaverso) e in quanto maggiore società di videogiochi al mondo. Eppure il presidente di Tencent, Martin Lau, ha recentemente affermato di non amare l’etichetta “metaverso” (nonostante abbia registrato alcuni marchi con questo nome, probabilmente per non farseli soffiare) e di preferire termini come “all-real internet” e “hyper digital reality”: “Crediamo che tutto ciò che può rendere il mondo virtuale più reale e arricchire quello reale con esperienze virtuali sia qualcosa che potrebbe effettivamente diventare parte di questo nuovo ecosistema”, ha dichiarato Lau parlando con gli azionisti.

Considerando che già oggi alcune piattaforme occidentali non sono accettate in Cina e che le crescenti tensioni geopolitiche fanno prospettare uno scenario sempre più rigido, è facile immaginare che, anche qualora dovesse realizzarsi la visione più ambiziosa di metaverso, noi occidentali ne abiteremmo uno completamente diverso e separato da quello cinese. E magari, nel frattempo, sarà diventata realtà anche la visione di “metaverso statale” della Corea del Sud o quella di matrice africana.

Visto così, più che un unico mondo immersivo e interoperabile, il metaverso rischia di essere la fase conclusiva del percorso che dal sogno dell’internet globale sembra starci gradualmente trasportando nella realtà di “splinternet”: la rete balcanizzata – come viene anche chiamata – divisa per aree d’influenza regionali tra loro non comunicanti.

Tutto ciò anche perché il metaverso, dal punto di vista della sovranità digitale (ovvero la protezione a livello nazionale dei dati relativi ai cittadini e della loro privacy), pone sfide ancora maggiori della rete tradizionale. “I visori per la realtà virtuale equipaggiati con sensori che tracciano il movimento degli occhi, delle mani e del corpo permetteranno di monitorare le espressioni facciali individuali e i segni vitali”, scrive per esempio la rivista dell’East Asia Forum facendo riferimento alla possibilità che il livello di intrusione nelle vite private sia ancora superiore a quello attuale. “Di conseguenza, è sempre più probabile che i governi renderanno l’elaborazione e l’archiviazione dei dati una faccenda locale e imporranno dei ferrei quadri regolatori per affrontare le questioni di sicurezza dei dati e privacy”.

Splinternet, la balcanizzazione della rete

L’ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, ha addirittura profetizzato una completa biforcazione di internet, che dovrebbe verificarsi, a suo parere, entro la fine di questo decennio e che vedrà contrapporsi, da una parte, la rete occidentale e, dall’altra, quella a guida cinese

Il (possibile) futuro mondo virtuale potrebbe quindi non solo essere frammentato a causa dei diversi interessi commerciali, ma anche di quelli nazionali. Il rischio, che si spera sia ancora scongiurabile, è di ridurre grandemente l’interoperabilità e l’interconnessione, che ne limiterebbe di conseguenza le potenzialità economiche e sociali. La strada del metaverso è quindi segnata? Avremo a che fare con un mondo digitale ancor più separato per sfere d’influenza di quanto non sia quello fisico? Difficile a dirsi, soprattutto in un momento in cui è ancora da vedere se questo metaverso prenderà forma e quale eventualmente assumerà. Di sicuro è però questa, più in generale, la traiettoria che sta seguendo ormai da oltre un decennio tutto ciò che riguarda internet e che, in futuro, sembra destinata a inasprirsi ulteriormente.

Fonte: Freedom House, 2022

Era addirittura il 2010 quando The Atlantic – una delle prime testate mainstream ad affrontare il tema – raccontò di come internet fosse sempre meno globale e sempre più divisa. Uno scenario che da allora non ha fatto che peggiorare: l’ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, ha addirittura profetizzato una completa biforcazione di internet, che dovrebbe verificarsi, a suo parere, entro la fine di questo decennio e che vedrà contrapporsi, da una parte, la rete occidentale e, dall’altra, quella a guida cinese. Le cose andranno davvero così? In realtà, uno scenario in cui internet diventa completamente separato in diverse aree (quindi scollegando fisicamente i cavi che collegano la rete in tutto il mondo) è abbastanza improbabile: ormai la nostra economia globale dipende troppo dal funzionamento della rete e dagli scambi internazionali per rendere praticabile una soluzione così estrema, i cui danni sarebbero enormi.

Fonte: elaborazione ISPI

Ciò però non sta impedendo la costante frammentazione della rete, che si verifica a mano a mano che un numero crescente di nazioni aumenta il controllo e lo scrutinio nei confronti dei contenuti che attraversano internet. Da questo punto di vista, l’antesignano della divisione di internet da cui si sta generando splinternet – e la realtà a cui guardare per capire come tutto ciò funzioni – è senza ombra di dubbio la Cina con il suo Grande Firewall.

È la barriera progettata a partire dal 1998, ed entrata in funzione tra il 2003 e il 2006, che permette di tenere fuori dalla Repubblica Popolare qualunque contenuto sgradito, escludendo dalla rete cinese Facebook, Twitter, Google, YouTube, Whatsapp e gli altri, impedendo ai cinesi di raggiungere le testate straniere e monitorando e filtrando le ricerche dei cittadini. In Cina, come ormai noto, la vita online scorre oggi tramite piattaforme autoctone (e colossali) come il motore di ricerca Baidu, la già citata superapp WeChat (che permette di fare qualunque cosa: pagare il taxi, prenotare il ristorante, scrivere agli amici) o social network come Weibo e QQ. Perfino il più grande successo globale del settore digitale cinese, TikTok, ha una versione separata da quella occidentale, chiamata Douyin.

Secondo le stime del Center for Human Rights and Democratic Development, la Cina spende ogni anno qualcosa come 20 miliardi di dollari in equipaggiamento utile a censurare le comunicazioni. Come funziona, però, materialmente, questa divisione di internet? Secondo la sintesi di Wired, alla sua base c’è, per l’appunto, “un grande firewall che ispeziona ogni bit di traffico che entra nel cyberspazio cinese e lo confronta con una lista di siti bloccati”. A rendere questa operazione praticamente fattibile è il fatto che “la maggior parte del traffico di internet entra in Cina attraverso tre soli colli di bottiglia, che bloccano ogni contenuto indesiderato”.

Un visitatore del Metaverse Expo 2022 in Thailandia sperimenta un gioco di battaglia in realtà virtuale (Credit: Peerapon Boonyakiat / SOPA Image)

È lo stesso approccio che sta provando a perfezionare la Russia, che oggi blocca con una certa efficacia l’accesso a vari social network – tra cui Twitter, Facebook e Instagram – e che già nel dicembre 2019 aveva testato per la prima volta la completa disconnessione dalla rete globale, mantenendo invece in funzione la rete intranet nazionale ribattezzata ufficiosamente RuNet, attraverso la quale vengono gestiti solo siti e piattaforme ospitati in Russia e soggetti quindi alle leggi nazionali. RuNet sfrutta uno strumento noto come DPI (Deep Packet Inspection), in grado di intercettare tutte le richieste di siti web provenienti dall’esterno e di dirottarle su server interni, fornendo alle autorità un controllo totale sui dati che entrano o escono dal paese. Non solo: la Russia ha anche creato un DNS (domain name system, l’agenda degli indirizzi di internet che permette di inviare le richieste degli utenti ai siti corretti) nazionale: una sorta di copia locale della internet globale che permette al governo di Mosca di assicurarsi che nessuno possa accedere a siti messi al bando.

Fonte: “Internet shutdowns in 2021”, Access Now, 2022

Per la Russia, però, controllare l’accesso del paese a internet è molto più difficile di quanto non lo sia per la Cina, la cui rete è progettata fin dall’inizio per favorire il controllo di ciò che circola al suo interno. L’infrastruttura russa è stata invece concepita in maniera più aperta, negli anni in cui ancora questa nazione tendeva verso l’Occidente. Di conseguenza, per quanto l’agenzia russa per le comunicazioni Roskomnadzor possa richiedere agli internet service provider russi (le società che gestiscono materialmente la connessione a internet degli utenti) di bloccare immediatamente determinati contenuti, l’efficacia con cui queste richieste vengono portate a termine è legata alla presenza di oltre 3mila provider, ciascuno dei quali utilizza metodi diversi per bloccare l’accesso ai siti web.

“Quando la censura è così decentralizzata, il risultato è che diventa molto meno efficace di quanto lo sarebbe se fosse implementata in maniera centralizzata”, ha spiegato sempre a Wired Maria Xynou, della no profit OONI (Open Observatory on Network Interference). In più, gran parte dell’apparecchiatura hardware che collega la Russia alla rete è di fabbricazione occidentale, il che complica ulteriormente i piani autoctoni di Vladimir Putin, che per questo, dal 2015, ha imposto la graduale eliminazione degli strumenti stranieri e la loro sostituzione con altri di fabbricazione nazionale.

È lo stesso approccio che sta provando a perfezionare la Russia, che oggi blocca con una certa efficacia l’accesso a vari social network – tra cui Twitter, Facebook e Instagram – e che già nel dicembre 2019 aveva testato per la prima volta la completa disconnessione dalla rete globale, mantenendo invece in funzione la rete intranet nazionale ribattezzata ufficiosamente RuNet, attraverso la quale vengono gestiti solo siti e piattaforme ospitati in Russia e soggetti quindi alle leggi nazionali. RuNet sfrutta uno strumento noto come DPI (Deep Packet Inspection), in grado di intercettare tutte le richieste di siti web provenienti dall’esterno e di dirottarle su server interni, fornendo alle autorità un controllo totale sui dati che entrano o escono dal paese. Non solo: la Russia ha anche creato un DNS (domain name system, l’agenda degli indirizzi di internet che permette di inviare le richieste degli utenti ai siti corretti) nazionale: una sorta di copia locale della internet globale che permette al governo di Mosca di assicurarsi che nessuno possa accedere a siti messi al bando.

Qualcosa di molto simile è perseguito anche dall’Iran, che ha investito oltre sei miliardi di dollari nella creazione del cosiddetto National Information Network: un progetto ancora in fase di completamento e che ha l’obiettivo di dare vita a una rete dotata di switch, router e data center interni, consentendo a ogni richiesta di dati di non uscire mai dai confini del paese. In Corea del Nord, la intranet chiamata Kwangmyong è invece l’unica rete a disposizione della gente comune (mentre l’accesso a internet è limitato a una strettissima cerchia di persone). Lo stesso avviene a Cuba, dove l’intranet locale – censurata e sorvegliata – è l’unica forma di accesso alla rete per la maggior parte della popolazione.

Le cause di Splinternet

Quella che per noi occidentali è la rete globale, in altre parti del mondo viene considerata la rete a guida statunitense

Al di là della volontà di nazioni dittatoriali o autoritarie di limitare l’accesso all’informazione e le comunicazioni dei cittadini (oltre che di poter “spegnere” internet nei momenti di emergenza, come ha recentemente fatto proprio l’Iran), quali sono le ragioni di fondo che hanno portato la rete a essere sempre meno globale, al punto da far immaginare un futuro in cui sia separata per sfere d’influenza? Da una parte, è difficile pensare che – quando l’infrastruttura di internet stava appena iniziando a collegare il mondo intero – qualcuno avesse immaginato che questo stesso sistema avrebbe permesso ad hacker russi di infiltrarsi nelle infrastrutture strategiche di altre nazioni o di fare spionaggio internazionale, che sarebbe stato lo strumento d’elezione per organizzare manifestazioni e incitare alla rivolta in nazioni autoritarie, che avrebbe contribuito alla crisi delle democrazie occidentali, che attraverso di essa sarebbe passato il 20% dell’economia globale. Nessuno, quasi trent’anni fa, avrebbe immaginato il ruolo di cruciale importanza che internet svolge nel mondo di oggi. Una sottovalutazione che, probabilmente, ne ha aiutato la diffusione.

C’è un altro aspetto. Quella che per noi occidentali è la rete globale, in altre parti del mondo viene considerata la rete a guida statunitense. Per vedere come il resto del mondo potrebbe giudicare internet è sufficiente osservare la mappa che mostra tutti i cavi sottomarini che nel mondo le danno forma. E che mostrano chiaramente come gli Stati Uniti siano il centro nevralgico attorno a cui la rete gira. Come ha spiegato Scott Malcomsom, autore di Splinternet: How Geopolitics and Commerce Are Fragmenting the World Wide Web, “una leggera forma di splinternet – un bilanciamento delle relazioni – era probabilmente inevitabile. Gli Stati Uniti avevano tutte le carte in mano nel 1995, al punto che perfino loro si rendevano conto che un tale monopolio non era sostenibile. Ciò che colpisce non è tanto il fatto che internet si stia dividendo, ma che una parte così consistente di essa rimanga intatta. Penso che il cuore di internet sia destinato a sopravvivere, principalmente perché tutti i principali attori sono profondamente coinvolti, per la loro stessa prosperità, nel mercato globale che internet rende possibile”.

Fonte: Submarine Cable Map, Statista

Per come la vede Malcomson, tutto ciò era inevitabile: “Dobbiamo sicuramente prepararci a un’internet divisa per confini geopolitici. In una certa misura è ciò che già oggi abbiamo a disposizione. Questi confini non sono però nella struttura tecnica di internet, si trovano invece in altri strati: nei data center, nelle app, negli hardware e nei software usati dai dispositivi”. E infatti, per quanto un numero crescente di nazioni opti per un controllo sempre più rigido di ciò che passa dalla loro rete, nessuna di esse ha per ora fisicamente reciso i cavi che la collegano a internet: i danni sarebbero troppi.

Il cyberspazio sta per certi versi diventando sempre più simile allo spazio aereo: collega tutte le nazioni del mondo ma ciascuna di essa mantiene un rigido controllo sulla sua porzione, conservando anche il diritto di impedire a compagnie di nazioni avversarie di atterrare sul suo suolo. Perché ciò che consideriamo naturale e legittimo quando si tratta di aria e acque nazionali ci sembra invece così negativo quando si parla di spazi digitali? Dal punto di vista ideologico, probabilmente una delle ragioni è che internet nasce portando con sé valori extranazionali e universali, sintetizzati al meglio nella celebre e utopistica Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow (“Dichiaro lo spazio globale sociale che stiamo costruendo essere naturalmente indipendente dalle tirannie che cercate di imporci”). Dal punto di vista politico, invece, la diffusione commerciale di internet è figlia degli anni Novanta, caratterizzati dalla Pax Americana, dall’apertura della Cina ai mercati, dell’avvicinamento della Russia all’Occidente.

La prima e-mail venne inviata fra questi due computer nel 1971. (Dan Murphy’s TECO, TENEX, and TOPS-20 Papers, Public domain)

Oggi quel mondo non c’è più e siamo invece alle prese con un pianeta multipolare dalle crescenti tensioni geopolitiche. Tensioni e rivalità che – inevitabilmente, vista la sua importanza critica – hanno finito per riversarsi anche su internet. Dal punto di vista geopolitico, la rete sta gradualmente ma rapidamente diventando un riflesso digitale del mondo fisico in cui viviamo. E vista l’importanza che ha assunto nelle nostre società, era probabilmente inevitabile che accadesse.

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