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28 Apr , 2026|Giuseppe Gagliano
Dal Grande Fratello alla società degli algoritmi
Il manifesto di Alex Karp e Palantir non è soltanto una dichiarazione ideologica sulla tecnologia, l’Occidente e la guerra futura. È qualcosa di più profondo e più inquietante: è il segnale di un passaggio storico nel rapporto tra potere, sorveglianza e società. Non siamo più davanti alla vecchia immagine autoritaria dello Stato che controlla dall’alto i cittadini con la forza visibile della polizia, dell’esercito o della censura. Siamo davanti a una forma più raffinata, più silenziosa, più accettabile e proprio per questo più pericolosa: il potere che osserva, raccoglie, connette, interpreta, prevede e orienta.
L’immagine immediata è quella di George Orwell: il Grande Fratello, la sorveglianza permanente, la guerra continua, il linguaggio trasformato in strumento di dominio, la libertà svuotata mentre viene proclamata. Ma fermarsi a Orwell rischia di essere insufficiente. Per capire davvero la dimensione distopica del manifesto di Palantir bisogna chiamare in causa anche Michel Foucault, perché il cuore del problema non è soltanto lo Stato che guarda il cittadino. È il cittadino che finisce per vivere dentro una rete di classificazioni, valutazioni, profili, rischi, previsioni e controlli che non hanno più bisogno di mostrarsi come repressione.
Orwell ci aiuta a vedere il volto autoritario del potere. Foucault ci aiuta a vedere qualcosa di più sottile: il potere che produce comportamenti, normalizza condotte, disciplina corpi, organizza spazi, definisce ciò che è deviante e ciò che è accettabile. Il manifesto di Palantir si colloca esattamente in questo punto: là dove la sicurezza diventa sapere, il sapere diventa potere, e il potere diventa infrastruttura tecnologica.
La sorveglianza non come eccezione, ma come ambiente
Nel mondo immaginato da Karp, la tecnologia non è più uno strumento neutrale. Non serve semplicemente a comunicare meglio, curare meglio, amministrare meglio o combattere meglio. Diventa l’architettura stessa della vita collettiva. Dati sanitari, dati fiscali, dati militari, dati finanziari, dati migratori, dati giudiziari, dati sociali: tutto può essere raccolto, incrociato, reso leggibile.
Questa è la trasformazione decisiva. La sorveglianza non è più un atto straordinario compiuto in situazioni eccezionali. Diventa un ambiente. Non è più soltanto la telecamera puntata su un individuo sospetto. È la costruzione di un mondo nel quale ogni individuo può essere potenzialmente analizzato prima ancora di aver fatto qualcosa. Non si controlla più solo il reato. Si controlla il rischio. Non si interviene più solo sul fatto avvenuto. Si interviene sulla possibilità che qualcosa accada.
Qui il salto è enorme. Lo Stato moderno tradizionale puniva dopo la violazione della legge. Lo Stato algoritmico tende a classificare prima. Anticipa, calcola, ordina, segnala. Il cittadino non è più soltanto un soggetto di diritti e doveri. Diventa un insieme di dati da elaborare, una probabilità da misurare, una condotta da prevedere.
Foucault aveva studiato il passaggio dalle società della punizione spettacolare alle società disciplinari. Il potere moderno, secondo la sua analisi, non ha più bisogno soltanto di colpire il corpo con la violenza visibile del supplizio. Preferisce organizzare la vita, regolare i comportamenti, sorvegliare gli spazi, addestrare gli individui, renderli utili, docili, produttivi. La prigione, la scuola, la caserma, l’ospedale, la fabbrica: tutte queste istituzioni producono soggetti disciplinati.
Oggi quella logica non scompare. Si digitalizza.
Il Panopticon nell’epoca dell’intelligenza artificiale
Il concetto foucaultiano più utile per leggere Palantir è quello di Panopticon. Foucault riprendeva il modello carcerario immaginato da Jeremy Bentham: una struttura nella quale un sorvegliante collocato al centro può osservare tutti i detenuti, mentre i detenuti non sanno mai se in quel momento siano osservati oppure no. La conseguenza è decisiva: il prigioniero interiorizza la sorveglianza. Finisce per comportarsi come se fosse sempre guardato.
Il potere perfetto non è quello che deve intervenire continuamente. È quello che induce l’individuo ad autocontrollarsi.
Nel mondo digitale, il Panopticon non ha più bisogno della torre centrale. La torre è diventata rete. Non c’è un unico occhio visibile, ma una molteplicità di sistemi: piattaforme, banche dati, sensori, algoritmi, sistemi predittivi, interfacce di comando, archivi pubblici e privati. Il cittadino non vede il sorvegliante. Spesso non sa nemmeno quando, come e da chi viene osservato. Ma sa, o intuisce, che molte sue tracce restano da qualche parte.
La differenza rispetto al Panopticon classico è ancora più radicale. Bentham immaginava un carcere. Foucault mostrava che quel modello si era esteso alla società disciplinare. Oggi il Panopticon digitale non riguarda solo i detenuti, gli studenti, i soldati, i malati o gli operai. Riguarda tutti. Il suo spazio non è più chiuso. È diffuso. Non ha mura. È incorporato nelle infrastrutture della vita quotidiana.
È qui che Palantir diventa un simbolo potente. Non perché sia l’unica società a muoversi in questa direzione, ma perché rappresenta in modo quasi perfetto l’unione tra tecnologia, apparati pubblici, difesa, intelligence, amministrazione e controllo. Il manifesto di Karp non chiede alla tecnologia di restare al servizio del cittadino. Chiede alla tecnologia di diventare parte integrante della potenza statale e occidentale.
Dalla disciplina alla previsione
La sorveglianza classica voleva vedere. La sorveglianza algoritmica vuole prevedere. Questa è la grande mutazione.
Nel modello disciplinare descritto da Foucault, il potere osserva per correggere. Misura per normalizzare. Classifica per intervenire. Nel modello algoritmico contemporaneo, il potere osserva anche per anticipare. Non gli basta più sapere chi sei stato. Vuole sapere chi potresti diventare. Non gli basta ricostruire ciò che hai fatto. Vuole stimare ciò che potresti fare.
Applicata alla sicurezza, questa logica produce un universo inquietante. Il sospetto non nasce più necessariamente da un atto concreto, ma da un profilo di rischio. Un movimento, una relazione, una transazione, una ricerca, un viaggio, una comunicazione, una frequentazione possono diventare frammenti di un quadro interpretativo. L’individuo viene inserito in una griglia di probabilità.
Il problema è che la probabilità, quando entra negli apparati di sicurezza, tende a trasformarsi in pregiudizio operativo. Un sistema segnala. Un funzionario controlla. Un algoritmo associa. Un archivio conferma. Una decisione viene presa. E il cittadino, spesso, non sa nemmeno quale catena di ragionamenti automatici abbia prodotto quella conseguenza.
Questa è una delle forme più insidiose del potere contemporaneo: non il divieto esplicito, ma la classificazione invisibile. Non la repressione gridata, ma il punteggio silenzioso. Non la censura diretta, ma l’accesso negato, il controllo rafforzato, la pratica bloccata, la posizione segnalata, la persona trasformata in caso.
La guerra come laboratorio della società
Il manifesto di Palantir insiste molto sulla guerra, sulla difesa dell’Occidente, sulla necessità di costruire tecnologie militari avanzate, sull’intelligenza artificiale come strumento decisivo della competizione strategica. Ma il punto più delicato è che le tecnologie nate per la guerra raramente restano confinate alla guerra.
La storia moderna lo dimostra. Strumenti sviluppati per esigenze militari, di intelligence o di emergenza passano poi nella gestione civile. Ciò che nasce per il campo di battaglia può arrivare alla frontiera, alla polizia, alla sanità, al fisco, alla scuola, alla pubblica amministrazione, alla gestione urbana. Il confine tra sicurezza esterna e sicurezza interna si assottiglia. Il cittadino viene amministrato con logiche sempre più vicine a quelle dell’operazione militare: identificare, mappare, prevedere, neutralizzare, ottimizzare.
È una trasformazione culturale prima ancora che tecnica. La società viene pensata come un teatro operativo. Ogni problema diventa minaccia. Ogni anomalia diventa rischio. Ogni crisi diventa giustificazione per rafforzare l’infrastruttura di controllo. Una pandemia, una guerra, un attentato, una crisi migratoria, un’emergenza energetica, una rivolta urbana: ogni evento eccezionale può lasciare dietro di sé un pezzo di sorveglianza permanente.
Qui la riflessione di Foucault sulla sicurezza diventa fondamentale. Nelle sue lezioni sulla governamentalità, Foucault mostrava come il potere moderno non si limiti a imporre leggi o disciplinare corpi, ma governi popolazioni. Non controlla solo individui isolati. Gestisce flussi, rischi, statistiche, epidemie, circolazioni, ricchezze, territori. La sicurezza diventa una razionalità di governo.
Palantir porta questa razionalità dentro l’epoca dell’intelligenza artificiale.
Il sapere come dominio
Per Foucault, potere e sapere non sono separati. Il potere produce sapere, e il sapere rafforza il potere. Chi classifica, nomina, misura e archivia non descrive semplicemente la realtà: la organizza. Stabilisce categorie, definisce normalità, costruisce deviazioni, rende alcune condotte visibili e altre invisibili.
È esattamente ciò che accade nell’universo dei dati. I dati non sono mai pura materia innocente. Sembrano oggettivi, ma sono raccolti secondo criteri, ordinati secondo priorità, interpretati secondo modelli, usati per finalità politiche, economiche o militari. L’algoritmo non cancella il potere. Lo nasconde dietro la tecnica.
Quando una piattaforma decide quali dati contano, quali correlazioni sono rilevanti, quali profili meritano attenzione, quali anomalie generano un allarme, sta esercitando una forma di potere. Non ha bisogno di fare discorsi ideologici. Le basta organizzare il campo del visibile. Dire che cosa può essere visto, da chi, con quale conseguenza.
La distopia algoritmica non consiste soltanto nel fatto che qualcuno sappia molto di noi. Consiste nel fatto che quel sapere possa essere trasformato in decisione senza un vero controllo democratico. Il cittadino viene osservato, ma non può osservare il sistema che lo osserva. Viene classificato, ma non conosce fino in fondo i criteri della classificazione. Viene giudicato, ma non sempre può interrogare il giudice invisibile che ha preparato il giudizio.
Il cittadino come corpo amministrato
In Foucault, il corpo è uno dei luoghi privilegiati del potere. Il potere disciplina i corpi, li addestra, li corregge, li rende produttivi. Nel mondo contemporaneo, il corpo non scompare: viene raddoppiato dal suo profilo digitale.
Ognuno di noi possiede ormai una specie di corpo informatico: dati sanitari, dati bancari, dati telefonici, dati biometrici, spostamenti, consumi, relazioni, immagini, abitudini. Questo doppio digitale può circolare più del corpo reale. Può essere interrogato, venduto, analizzato, archiviato, incrociato. Può produrre conseguenze concrete: accesso a un servizio, sospetto investigativo, esclusione da una procedura, selezione automatica, controllo rafforzato.
Il corpo fisico vive nel mondo. Il corpo digitale vive nei sistemi. Ma il secondo può condizionare pesantemente il primo.
Questa è una forma nuova di vulnerabilità. L’individuo non è più colpito solo perché ha compiuto un atto, ma perché il suo doppio digitale è stato letto in un certo modo. E spesso non sa nemmeno dove correggerlo, come contestarlo, a chi rivolgersi. La vecchia burocrazia almeno aveva uno sportello. La nuova burocrazia algoritmica può non avere volto.
Orwell e Foucault: due distopie che si incontrano
Orwell immaginava un potere che imponeva la verità dall’alto. Foucault studiava un potere che produceva normalità dal basso, attraverso istituzioni, pratiche, saperi e discipline. La nostra epoca sembra fondere entrambe le dimensioni.
Da Orwell prendiamo la guerra permanente, il linguaggio rovesciato, la sorveglianza generalizzata, la riduzione del dissenso a minaccia. Da Foucault prendiamo la normalizzazione, la classificazione, la disciplina, la gestione dei corpi e delle popolazioni. Palantir, in questa prospettiva, rappresenta una sintesi contemporanea: non il Grande Fratello unico e rozzo, ma una costellazione di strumenti capaci di rendere il potere più intelligente, più rapido, più predittivo, più penetrante.
Il manifesto di Karp non dice: vogliamo controllare la società. Dice: dobbiamo difendere la civiltà occidentale. Non dice: vogliamo sorvegliare i cittadini. Dice: dobbiamo usare i dati per proteggerli. Non dice: vogliamo militarizzare il futuro. Dice: dobbiamo prepararci alla competizione con potenze ostili. Non dice: vogliamo ridurre la politica. Dice: dobbiamo superare esitazioni e inefficienze.
È proprio questo il punto. La distopia contemporanea non parla il linguaggio della tirannide. Parla il linguaggio della necessità.
Il patriottismo tecnologico come nuova ideologia
Uno degli aspetti più rilevanti del manifesto è la costruzione di un patriottismo tecnologico. Secondo questa visione, le imprese della Silicon Valley avrebbero smarrito la propria missione storica, dedicandosi troppo al consumo, all’intrattenimento, alla pubblicità, ai servizi commerciali, e troppo poco alla potenza nazionale. Karp chiede una riconversione morale dell’ingegneria: meno applicazioni futili, più strumenti per la difesa, l’intelligence, la guerra e la sicurezza.
Il problema non è l’idea che uno Stato debba dotarsi di strumenti tecnologici avanzati. Sarebbe ingenuo negarlo. Ogni potenza, in ogni epoca, ha cercato di usare la tecnologia disponibile per difendersi e competere. Il problema è un altro: quando un’impresa privata trasforma questa necessità in una dottrina totale, il rischio è che ogni limite venga presentato come tradimento, ogni dubbio come debolezza, ogni controllo democratico come intralcio.
Il patriottismo tecnologico tende così a creare una nuova gerarchia morale. Chi costruisce strumenti per la sicurezza nazionale diventa custode della civiltà. Chi chiede limiti diventa sospetto di ingenuità. Chi domanda trasparenza viene accusato di non capire il pericolo. Chi teme l’abuso viene invitato a guardare i nemici esterni.
È una retorica potente, perché si nutre di minacce reali. La competizione con Cina, Russia, Iran, terrorismo, criminalità organizzata, guerra ibrida e attacchi informatici esiste davvero. Ma proprio perché le minacce sono reali, il pericolo è maggiore: la paura concreta rende accettabile ciò che in tempi normali sarebbe respinto.
La sicurezza come religione civile
Nelle società contemporanee, la sicurezza è diventata una sorta di religione civile. Tutto può essere sacrificato in suo nome: privacy, libertà, procedure, garanzie, trasparenza. Ogni richiesta di controllo viene presentata come tutela. Ogni accumulo di dati viene giustificato come prevenzione. Ogni estensione dei poteri viene descritta come risposta a un pericolo.
Ma una democrazia liberale non si misura soltanto dalla sua capacità di difendersi. Si misura anche dalla sua capacità di porre limiti agli strumenti con cui si difende. Il potere senza limiti, anche quando nasce per proteggere, finisce per trasformare la protezione in dominio.
Foucault ci insegnerebbe a non chiederci soltanto chi comanda, ma come funziona il comando. Dove passa? Attraverso quali istituzioni? Quali archivi? Quali pratiche? Quali linguaggi? Quali categorie? Quali corpi rende visibili? Quali condotte rende normali? Quali vite considera rischiose?
Applicata a Palantir, la domanda diventa: quale tipo di società produce una tecnologia costruita per vedere tutto, connettere tutto, prevedere tutto e mettere questo sapere al servizio della sicurezza statale?
Il rischio della democrazia amministrata
Il pericolo non è necessariamente il colpo di Stato digitale. È qualcosa di più lento: la democrazia amministrata. Formalmente restano elezioni, partiti, Parlamenti, media, tribunali. Ma una parte crescente delle decisioni viene preparata, orientata o condizionata da infrastrutture tecniche opache. Il politico decide, ma decide dentro un ambiente informativo costruito da piattaforme private. Il funzionario valuta, ma valuta sulla base di sistemi che non controlla fino in fondo. Il cittadino ricorre, ma spesso non conosce la catena che ha prodotto il danno.
La sovranità non scompare. Si sposta.
Non è più soltanto nelle leggi, nei confini, nelle monete, negli eserciti. È nei dati, nei codici, negli standard, nei sistemi di analisi, nei contratti pubblici, nelle architetture informatiche. Chi controlla queste infrastrutture partecipa alla sovranità, anche se non è stato eletto.
Ecco perché il manifesto di Palantir è politicamente così importante. Non parla solo di un’azienda. Parla di una trasformazione del potere occidentale. La società privata non si limita più a fornire strumenti allo Stato. Ambisce a definire il modo in cui lo Stato vede il mondo. E chi definisce il modo in cui il potere vede il mondo, contribuisce a definire anche il modo in cui il potere agisce sul mondo.
La normalizzazione dell’eccezione
Ogni apparato di sorveglianza nasce quasi sempre da un’emergenza. Il terrorismo, la guerra, la pandemia, il crimine, l’immigrazione, la frode fiscale, la sicurezza urbana. Il problema è che l’emergenza passa, ma l’infrastruttura resta. Anzi, tende a espandersi. Una volta costruito un sistema capace di raccogliere e incrociare dati, è molto difficile limitarne l’uso originario.
La funzione si allarga. Il perimetro cambia. Nuovi soggetti chiedono accesso. Nuove agenzie scoprono l’utilità dello strumento. Nuove crisi giustificano nuove estensioni. Il potere tecnico produce dipendenza istituzionale. Una volta che l’amministrazione si abitua a vedere attraverso una piattaforma, fatica a farne a meno.
Questa è la vera forza della sorveglianza contemporanea: la sua irreversibilità pratica. Non serve imporla con brutalità. Basta renderla utile. Basta farla diventare comoda. Basta far coincidere sicurezza, efficienza e risparmio. A quel punto, chi chiede di tornare indietro appare irrazionale.
Foucault avrebbe probabilmente riconosciuto in questa dinamica una forma avanzata di governamentalità: il potere non ordina soltanto, ma struttura il campo delle possibilità. Non dice sempre “devi”. Più spesso costruisce ambienti nei quali alcune condotte diventano naturali, altre improbabili, altre penalizzate.
La libertà come residuo
Nel manifesto di Karp la libertà occidentale viene evocata come valore da difendere. Ma la domanda è: quale libertà resta, se tutto viene subordinato alla logica della sicurezza permanente?
Una libertà sorvegliata non è necessariamente abolita. Può continuare a esistere, ma come spazio residuo. Puoi parlare, ma sai che le parole lasciano tracce. Puoi muoverti, ma sai che gli spostamenti sono registrabili. Puoi dissentire, ma sai che il dissenso può essere classificato. Puoi scegliere, ma dentro un ambiente sempre più profilato. Puoi vivere normalmente, a condizione di non diventare anomalia.
La libertà non muore sempre con un divieto. A volte si riduce perché l’individuo interiorizza lo sguardo del sistema. Evita certe parole, certe relazioni, certe ricerche, certi comportamenti. Non perché siano illegali, ma perché potrebbero essere fraintesi. Questa è la vittoria più profonda della sorveglianza: non impedire l’azione, ma trasformare l’immaginazione del possibile.
Il cittadino disciplinato non ha bisogno di essere continuamente represso. Si corregge da solo.
Il rovesciamento morale
La dimensione più inquietante del manifesto è il suo rovesciamento morale. L’intelligenza artificiale militare non viene presentata come un male necessario, ma come un dovere. La collaborazione tra imprese tecnologiche e apparati di sicurezza non viene presentata come un campo delicato da regolare, ma come una missione patriottica. Di: Giuseppe Gagliano