1972

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Paolo Cacciari

16 Gennaio 2023

Tic tac, tic tac… Il tempo passa e non cambia nulla. Cinquantanni sono la mia vita da adulto. Eppure, in quel 1972 praticamente tutto l’essenziale era stato previsto, scritto e proposto. Il numero n.46 della rivista Altronovecento, curato da Marino Ruzzenenti, dedicato all’“anno magico”, che secondo Edgar Morin avrebbe dovuto essere il primo di “una nuova era ecologica”, mette un po’ di tristezza.

È mai possibile che gli allarmi degli scienziati, l’indignazione degli ambientalisti e perfino i richiami dei vertici delle istituzioni siano caduti nel nulla? Le Nazioni Unite avevano già istituito la giornata mondiale dell’ambiente il 22 aprile del 1970, prima ancora Robert Kennedy aveva pronunciato il famoso discorso sul Pil che “misura tutto al di fuori di ciò che conta veramente” e anche in Europa il presidente della Commissione europea, l’olandese socialdemocratico Sicco Leendert Marisholt, amico di Petra Kelley, fondatrice del partito dei Verdi, si era convertito alla idea di una “growth below zero” (crescita sotto zero). In questo contesto, nel giugno del 1972, a seguito di una lunga preparazione – che Sara Lorenzini descrive bene nel saggio principale di Altronovecento -, si tenne a Stoccolma il primo grande summit dell’Onu sul rapporto tra ambiente e sviluppo: la Unite Conference on the Human Environment. Secondo i propositi dell’Onu e del suo principale ispiratore, il canadese Maurice Strong, la conferenza avrebbe dovuto sancire l’unione planetaria degli sforzi politici degli stati ed economici delle imprese attorno all’obiettivo della conciliazione tra crescita economica e salvaguardia degli ecosistemi. Concetto che in seguito venne perfezionato e teorizzato con il nome di “sviluppo sostenibile”. Ma le cose si presentarono da subito complicate.

Pochi mesi prima era stato pubblicato il rapporto del Massachusetts Institute of Technology, The limits of Growth, malamente tradotto in italiano con I limiti dello sviluppo, commissionato dal quello strano think tank, formato per metà da ecologisti e metà da tecnocrati, che era il Club di Roma guidato da Aurelio Peccei. Le sue conclusioni, che erano una condanna senza appello alle teorie della crescita economica (e demografica) lineare, non piacquero né ai rappresentanti dei paesi più industrializzati, preoccupati di dover frenare le produzioni e i consumi di massa, né a quelli “in via di sviluppo”, appena decolonizzati, preoccupati di dover rinunciare alla loro crescita economica. Inoltre il perdurare della guerra fredda e l’acuirsi della guerra in Vietnam portarono alla defezione dei paesi del blocco sovietico (ma non della Cina e di altri paesi “non allineati”). Le ragioni geopolitiche risultarono – allora come oggi – più forti di quelle ecologiche. Infine le ali più radicali che stavano animando in tutto il mondo la “primavera ecologica” (la definizione è di Giorgio Nebbia) non si fidarono della grande kermesse politica-mediatica e, guidate dal biologo attivista Barry Commoner (che aveva l’anno prima pubblicato un testo fondamentale dell’ecologismo, Il cerchio da chiudere) diedero vita ad una contro-conferenza alternativa, chiedendo che venisse messa al centro la questione nucleare, civile e militare. Questione, comunque, ripresa da Olof Palme che, in qualità di primo ministro svedese, aprì la conferenza affermando che le guerre sono la “forma più odiosa di inquinamento”.

Insomma le buone intenzioni delle Nazioni Unite, la fede nel progresso e l’ottimismo tecnologico (a fine anno l’Apollo17 ci avrebbe regalato la foto iconica della Blue Morble) non bastarono a instradare l’umanità in un percorso ambientalmente virtuoso. Va detto che comunque ci fu un risultato istituzionalmente rilevante: la creazione dell’Unep, United Nations Environment Programme.

Un merito del numero monografico di Altronovecendo sul 1972 è di aver raccolto una antologia dei commenti che in Italia ebbe la conferenza di Stoccolma, da cui si evince un doppio senso di delusione: per la genericità degli impegni contenuti nella Dichiarazione finale e per la distanza tra questi e le politiche concrete che i governi nazionali mettevano in essere. Una “ecologia a parole”.

Le corrispondenze da Stoccolma di Giorgio Nebbia (delegato del Vaticano) sul “Giorno” e su “Sapere” ci restituiscono nel modo più diretto e vivace possibile le preoccupazioni, le aspettative e le tensioni presenti tra i delegati della Conferenza. Da un lato la consapevolezza scientificamente provata dei danni che i processi di industrializzazione arrecavano agli ecosistemi (inquinamenti, esaurimento delle risorse, ecc.), dall’altra la necessità di non negare autonomia economica ai popoli ex coloniali. Un falso conflitto se si fossero prese sul serio le parole di Indira Gandhi così riassunte da Sara Lorenzini: “Il vero conflitto non era fra conservazione e sviluppo ma fra ambiente e sfruttamento selvaggio dell’uomo e della terra in nome dell’efficienza. L’inquinamento – per la primo ministro indiana – non era insomma un problema tecnico ma politico causato dal comportamento miope e dissennato dei paesi ricchi”.

Il 1972 non fu solo l’anno dei Limits e di Stoccolma. Fu anche un’annata eccezionale per la elaborazione del pensiero ecologico. Georgescu-Roegen utilizzò per la prima volta il termine “bioeconomia” in una conferenza tenuta alla Yale University (relazione riprodotta da Altronovecento). A un incontro a Parigi nel giugno organizzato da Le Nouvel Observateur André Gorz (con lo pseudonimo Michel Bosquet) usò la parola décroissance, poiché pensava che la crescita zero non fosse sufficiente e si chiedeva se il capitalismo fosse possibile in un’economia non in crescita. L’anno successivo arrivarono in Italia i libri fondamentali di Gregory Bateson, antropologo e psicologo britannico, Verso un’ecologia della mente; di Konrad Lorenz, zoologo ed etologo austriaco, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà; di Friedrich Schumacher, filosofo ed economista tedesco, Piccolo è bello; di Ivan Illich, filosofo, pedagogista austriaco, La convivialità. Un’esplosione di pensiero critico ecologista che in Italia si radica in forme del tutto originali nelle pratiche di lotta operaie sulla salute nei luoghi di lavoro e fuori. Una sezione della rivista Altronovecento è dedicata a Giulio Maccacaro, a Medicina Democratica, al Gruppo di Prevenzione ed Igiene Ambientale del Consiglio di Fabbrica della Montedison di Castellanza guidato da Luigi Mara e ad altre esperienze di pratica diretta della prevenzione e della epidemiologia dal basso.

Non è la prima volta che la rivista della Fondazione Micheletti di Brescia si occupa delle radici dell’ecologismo. Una indagine storica essenziale se si vuole capire dove stiamo andando. L’intervista a Dennis Meadows, allora giovanissimo co-coordinatore del gruppo di lavoro del Mit sui Limits, ci illumina su ciò che ci aspetta: “una esplosione di crisi”.

Finisco questo invito alla lettura con le considerazioni di Maccacarro sulla vita nella città industriale:

“Intanto – i polmoni insudiciati dal suo fumo, le orecchie ottuse dal suo rumore, gli occhi affaticati dalle sue luci, i nervi franti dalla sua tensione e il sangue, ora, avvelenato dal suo cibo – e lei, la città inumana che abita il nostro corpo e lo consuma”. (G. Maccacaro, Il veleno occhieggia sui banchi, “Se”, n. 3, supplemento al numero 102 di “Abitare”, gennaiofebbraio 1972).

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