Il “settimo senso” che usi ogni giorno… senza rendertene conto

Dal blog https://angolopsicologia.com/

I ricercatori scoprono un settimo senso: il tatto a distanza. [Foto gratuita: Pexels]

Probabilmente l’avete già usato diverse volte, anche senza essere consapevoli di questo straordinario “superpotere”. State cercando qualcosa in un cassetto buio, muovete la mano e improvvisamente “sapete” che l’oggetto è lì, pur non avendolo toccato. Oppure state camminando per una stanza e, senza guardare, avete la sensazione di essere troppo vicini a un muro.

Non si tratta di intuizione o magia, ma di qualcosa di molto più interessante: il tuo cervello utilizza segnali sottili per costruire una percezione dell’ambiente circostante ancor prima che avvenga il contatto diretto. È come se, in un certo senso, potessimo “percepire” le cose a distanza.

Per anni, questa idea è rimasta più vicina al mistero che alla scienza, ma una recente ricerca della Queen Mary University le ha dato un nome e ha spiegato questo fenomeno: il tatto a distanza, che rappresenta il nostro settimo senso.

Quando “toccare” non implica contatto

Tradizionalmente, abbiamo inteso il tatto come qualcosa che implica il contatto fisico, ma questa definizione risulta inadeguata alla luce delle nuove scoperte. In questo studio, i ricercatori hanno esplorato come le persone siano in grado di individuare oggetti nascosti in strutture granulari, come la sabbia della spiaggia, senza vederli.

Nello specifico, hanno scoperto che possiamo rilevare un oggetto sepolto nella sabbia a una distanza di circa 7 centimetri con una precisione del 70,7%. La cosa interessante non è solo che ci riusciamo, ma anche come ci riusciamo: rilevando sottili cambiamenti nella pressione, nelle vibrazioni e nella resistenza dell’ambiente. In altre parole, non tocchiamo direttamente l’oggetto, ma percepiamo come esso altera l’ambiente circostante.

Ad esempio, immaginate di mettere la mano in un contenitore pieno di riso. Anche se non potete vedere cosa c’è dentro, potete notare sottili differenze, come zone più compatte o lievi variazioni di resistenza quando muovete la mano. Il vostro cervello raccoglie tutte queste informazioni e le trasforma in una sorta di “mappa invisibile”.

Il segreto sta nel fatto che il cervello non ha bisogno di segnali diretti e perfetti; si affida agli indizi per colmare le lacune. Da stimoli quasi impercettibili, può trarre rapide conclusioni, come ad esempio capire che se qualcosa oppone maggiore resistenza al tatto, è probabile che nelle vicinanze ci sia qualcosa di solido.

Grazie all’elaborazione predittiva, il nostro cervello non aspetta di ricevere tutte le informazioni, ma anticipa costantemente ciò che accade intorno a noi e adatta la sua percezione del mondo in tempo reale. Questo processo avviene generalmente al di sotto del livello di consapevolezza cosciente, e lo percepiamo solo in un secondo momento. Ecco perché a volte abbiamo la sensazione di “sapere” qualcosa prima di averne la conferma fisica.

Non è un superpotere, è semplice adattamento

Può sembrare straordinario, ma in realtà è un senso che si è sviluppato nel corso di migliaia di anni di evoluzione, poiché la nostra sopravvivenza dipendeva anche dalla capacità di percepire ciò che non possiamo vedere chiaramente. I nostri antenati dovevano essere in grado di muoversi al buio, esplorare l’ambiente circostante senza una buona vista e reagire all’incertezza mettendo insieme piccoli frammenti di informazioni.

Il tatto a distanza è un adattamento, una sorta di percezione “estesa” per compensare la mancanza di informazioni dirette. In realtà, non si limita nemmeno al solo tatto.

Ad esempio, ripensate a quelle volte in cui avete avuto la sensazione che qualcuno fosse dietro di voi pur non vedendolo, o a come avete notato dei cambiamenti nell’ambiente circostante pur non sapendo esattamente cosa li avesse causati o di cosa si trattasse. Spesso, ciò che chiamiamo intuizione è semplicemente il cervello che interpreta segnali deboli che non raggiungono chiaramente la consapevolezza cosciente.

Per fidarci di nuovo dei nostri sentimenti

In un mondo in cui dipendiamo sempre più da tecnologia, dati e algoritmi, questo tipo di percezione spesso passa inosservato. Eppure è ancora presente, ogni volta che brancoliamo nel buio, sentiamo qualcosa nelle vicinanze o il nostro corpo anticipa ciò che ci circonda prima che possiamo spiegarlo razionalmente.

Questa capacità di percepire al di là del contatto diretto è il risultato di un sistema percettivo molto più raffinato di quanto pensassimo, in grado di rilevare cambiamenti nelle microcorrenti d’aria, variazioni di luce quasi impercettibili, suoni che non raggiungono la consapevolezza cosciente o variazioni di consistenza che il cervello utilizza per giungere a una conclusione.

Purtroppo, viviamo in una società che privilegia ciò che può essere misurato, verbalizzato e dimostrato, trascurando una grande quantità di informazioni implicite. Tuttavia, ignorarle può renderci meno abili nel comprendere ciò che ci circonda, più dipendenti da conferme esterne e, in un certo senso, più disconnessi dal nostro corpo.

Riacquistare quella fiducia in se stessi non significa abbracciare il soprannaturale o abbandonare il pensiero critico, ma piuttosto coltivare un tipo di attenzione diverso, molto più sottile. Significa darsi il permesso di osservare prima di interpretare. Ad esempio, quando qualcosa “non torna” in una situazione, invece di liquidarla come irrazionale, si può esplorarla con curiosità chiedendosi: “cosa ho percepito?”

In definitiva, si tratta di conciliare due forme di conoscenza che non avrebbero mai dovuto essere separate: una che deriva dalla razionalità e una più intuitiva che ha origine nel corpo.

Fonte:

Chen, Z. et. Al. (2025) Exploring Tactile Perception for Object Localization in Granular Media: A Human and Robotic Study. En: IEEE International Conference on Development and Learning (ICDL).

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