Filiera agricola e ingiustizia climatica

Dal blog https://comune-info.net/

Giulio Iocco 11 Aprile 2026

In foto Ortogentile, Bari. “Sfruttazero” in Puglia, che coinvolge anche lavoratori migranti, dimostra da diversi anni che è possibile creare esperienze comunitarie e di agricoltura diversa

L’allagamento del ghetto di Torretta Antonacci, Foggia, e la morte di Alagie Singathe non sono tragedie isolate. Rendono visibile il legame tra cambiamento climatico, regime del lavoro migrante e forme dell’abitare alla base del sistema alimentare contemporaneo e della ridefinizione dell’agricoltura italiana


Le immagini[1] che nei giorni scorsi sono arrivate dal “ghetto” di Torretta Antonacci, Foggia, hanno una potenza dirompente. Stradine sommerse, le porte dei container e delle baracche chiuse nel tentativo di tenere fuori l’acqua. Centinaia di persone bloccate nel fango, senza soccorsi adeguati, senza vie di fuga, senza alcuna protezione da parte delle istituzioni. Il gesto — probabilmente vano — di mettere in salvo le poche cose che si possiedono. Quelle immagini sono uno squarcio nella normalità.

Rendono visibile qualcosa a cui non siamo abituati a pensare. Già. Negli ultimi anni ci siamo abituati alle immagini del nostro territorio devastato da eventi climatici estremi, sempre più frequenti. Dopo le immagini e i titoli dei giornali, puntuali arrivano le voci degli agricoltori, delle loro associazioni e confederazioni, che invocano ristori e intervento pubblico. E ci ricordano il legame tra clima, agricoltura e territori.

Ma i braccianti? Dove sono i braccianti e le braccianti in questo quadro? Chi avrebbe inserito un bracciante nell’immagine che si forma nella sua mente ascoltando la notizia dei danni causati dal maltempo nell’area tra Abruzzo, Molise e Puglia. Ecco: le immagini del ghetto sommerso dall’acqua li ricollocano al loro posto. Gridano: ci siamo anche noi. Il lavoro agricolo è dentro quella foto. E c’è nei ghetti rurali che costellano le nostre campagne, oggi casa per una parte rilevante di quel lavoro. Non possiamo continuare a lasciarlo fuori quando parliamo di cambiamento climatico.

Se le immagini del ghetto allagato sono uno squarcio, la notizia che arriva l’indomani è un grido. Alagie è morto. Si è tolto la vita, da solo, in un casolare. Viveva nel ghetto. Aveva 29 anni, veniva dal Gambia. Lavorava come bracciante agricolo nelle campagne del foggiano e viveva a Torretta Antonacci da qualche anno. Già durante il Covid aveva consegnato la fotocopia dei suoi documenti ai delegati sindacali dell’Unione Sindacale di Base che animano lo sportello attivo nel ghetto nella speranza di ottenere un documento. “L’ultima volta che l’abbiamo registrato era in attesa della commissione.

Gli serviva un certificato di residenza che ovviamente non aveva, ma all’epoca la Questura accettava ancora la residenza fittizia al campo. Poi più nulla»., racconta Francesco Caruso[2]. “Ultimamente era molto giù perché temeva di non riuscire ancora ad ottenere il permesso di soggiorno”, ricorda Don Nazareno Galullo[3].

Non sappiamo cosa abbia spinto Alagie al gesto estremo, né quale sia stata la connessione con quanto accaduto il giorno prima. Ma non è un caso che non lo sappiamo. Quante domande dovremmo farci sulle storie dei lavoratori e delle lavoratrici migranti: su cosa hanno vissuto, su cosa li ha spinti a partire, su cosa hanno lasciato e su cosa li spinge ogni giorno ad affrontare la vita che fanno.

Conosciamo però il contesto in cui Alagie viveva e il suo malessere, legato alla lunga e interminabile attesa di un documento; un permesso di soggiorno vissuto come possibile fine delle sofferenze, come primo passo verso un altro futuro. La sua morte non è la prima in un ghetto agricolo italiano. La storia dell’agricoltura italiana degli ultimi decenni è costellata di morti di giovani uomini e donne di origine africana e asiatica. La sua morte, come quelle che l’hanno preceduta, non è una morte individuale. È il prodotto di un sistema agricolo e agroalimentare. E ci ricorda che gran parte di quel lavoro oggi è di origine migrante: senza documenti, senza permesso di soggiorno, o sospeso in una precarietà continua legata alle condizioni di permanenza nel nostro paese.

Clima, agricoltura e lavoro: dalla crisi alla ristrutturazione

Cambiamento climatico, agricoltura e cibo sono legati a doppia mandata. Da un lato, l’agricoltura e i sistemi agroalimentari contribuiscono in modo rilevante al cambiamento climatico. Tra produzione agricola, allevamenti intensivi, fertilizzanti chimici, trasformazione industriale, trasporti e distribuzione, il sistema agroalimentare globale è responsabile di circa un terzo delle emissioni di gas serra, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO)[4].

Dall’altro lato, il cambiamento climatico colpisce l’agricoltura in modo diretto e crescente: alluvioni improvvise, siccità prolungate, ondate di calore, per non citare che gli eventi più evidenti, ridisegnano i cicli produttivi, mettono a rischio i raccolti, aumentano l’incertezza e la fragilità dei territori rurali. È un circuito che si autoalimenta: l’agricoltura contribuisce alla crisi climatica e la crisi climatica destabilizza l’agricoltura.

Ma se vogliamo smettere di inseguire gli eventi e reagire alle tragedie, dobbiamo fare un salto di qualità. Dobbiamo passare dal cambiamento climatico come impatto al cambiamento climatico come ristrutturazione. Finché lo leggiamo come una successione di eventi estremi — alluvioni, siccità, ondate di calore — restiamo dentro una logica emergenziale: contiamo i danni, invochiamo ristori, ricostruiamo, e poi aspettiamo l’evento successivo. Il cambiamento climatico, invece, sta già ristrutturando i processi produttivi, ridisegnando le campagne, trasformando le relazioni sociali dentro cui si produce il cibo.

Cosa significa tutto questo per i processi produttivi? Quale ristrutturazione e quali cambiamenti sta promuovendo nella produzione agricola, nelle nostre campagne, nelle relazioni sociali di produzione e riproduzione? Innanzitutto, una crescente instabilità dei cicli agricoli: raccolti anticipati o posticipati, stagioni sempre meno prevedibili, perdita improvvisa di produzioni, necessità di concentrare il lavoro in finestre temporali più brevi e intense. A questa incertezza il sistema risponde scaricando flessibilità sul lavoro: disponibilità immediata, ritmi più serrati, compressione dei tempi, riduzione delle tutele. Cambiano anche gli assetti territoriali: alcune colture si spostano, altre si intensificano, altre ancora diventano sempre più dipendenti da irrigazione, chimica e controllo tecnologico. Le campagne si trasformano e con esse i processi produttivi e le condizioni del lavoro ad essi associati. Aumenta, infine, la competizione lungo la filiera: quando i margini si riducono e i rischi crescono, la pressione si scarica verso il basso, sui piccoli produttori e ancora di più sul lavoro agricolo. È qui che la precarietà diventa strutturale, che il lavoro informale si espande, che i ghetti rurali continuano a essere funzionali a un sistema che ha bisogno di forza lavoro disponibile, mobile e a basso costo.

I ghetti come infrastruttura del regime di lavoro

I ghetti rurali non nascono oggi. Sono il prodotto della ristrutturazione dell’agricoltura che, dagli anni Ottanta in poi, ha ridisegnato le campagne italiane e le relazioni sociali dentro cui si produce il cibo. L’intensificazione delle colture, l’integrazione nelle filiere agroindustriali, la pressione sui prezzi esercitata dalla distribuzione, la competizione internazionale hanno trasformato profondamente l’organizzazione del lavoro agricolo. In questo processo, il ricorso a forza lavoro migrante stagionale, flessibile e a basso costo è diventato strutturale[5].

Dentro questa trasformazione, anche le forme dell’abitare sono diventate parte integrante del regime di lavoro[6]Casolari abbandonati, insediamenti informali, baraccopoli costruite ai margini delle aree produttive hanno assunto una funzione precisa: concentrare manodopera disponibile, ridurre i costi di riproduzione del lavoro, garantire prossimità ai campi e massima flessibilità. In Capitanata, come in molti altri territori agricoli, i ghetti sono diventati uno degli elementi più visibili — proprio perché centrali — di questo regime.

Rendono evidente qualcosa che spesso resta sullo sfondo: l’importanza decisiva dell’abitare nei regimi del lavoro agricolo contemporaneo. Mostrano, in forma estrema, che dove e come si vive non è separato da dove e come si lavora. La disponibilità della forza lavoro, la sua mobilità, la sua ricattabilità passano anche attraverso le forme dell’abitare. E questo vale anche quando le forme dell’abitare sono meno visibili. Affitti sovraffollati, alloggi temporanei, sistemazioni informali diffuse nei centri peri-urbani e rurali, ospitalità precarie legate al lavoro stagionale: anche queste configurazioni fanno parte dello stesso regime. Il ghetto ne è la forma più estrema e più visibile, ma non l’unica.

Ma i ghetti non sono soltanto infrastrutture dello sfruttamento. Sono anche spazi di vita, di relazioni, di ricostruzione quotidiana. Come coglievano già gli Almamegretta in Sciosce Viento[7], sono anche tentativi di rifare casa, di ricreare comunità per persone la cui casa è lontana migliaia di chilometri. Dentro baracche e casolari si condividono cibo, informazioni sul lavoro, contatti, sostegno reciproco; si costruiscono reti di solidarietà, forme di mutuo aiuto, microeconomie informali che permettono di resistere a condizioni altrimenti insostenibili. I ghetti sono dunque luoghi densi di ambivalenza nelle relazioni sociali: spazi in cui oppressione e solidarietà viaggiano lungo un confine tenue, intrecciandosi in modi che rendono difficile separare analiticamente due forze che immaginiamo opposte. Lo stesso spazio che rende possibile lo sfruttamento può diventare anche spazio di protezione reciproca; la stessa precarietà che espone al ricatto può generare cooperazione e organizzazione dal basso.

E questa ambivalenza attraversa anche altre forme dell’abitare contemporaneo dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, in agricoltura e oltre: alloggi condivisi, ospitalità temporanee, reti informali di accoglienza, soluzioni precarie che al tempo stesso espongono a vulnerabilità e permettono forme di sostegno reciproco. Spazi in cui la riproduzione della forza lavoro si costruisce quotidianamente tra dipendenza e autonomia, tra sfruttamento e solidarietà, tra isolamento e comunità. Per questo, quando ci interroghiamo sulle trasformazioni in corso, i ghetti ci ricordano che non possiamo limitarci a un’astratta logica del “capitale”. Dobbiamo guardare alle tensioni che attraversano questi spazi: ai conflitti, alle pratiche di resistenza, alle forme di solidarietà che emergono dentro il lavoro agricolo contemporaneo. È dentro questo intreccio — tra capitale e lavoro, tra dominio e cooperazione, tra vulnerabilità e capacità collettiva — che si gioca una parte decisiva delle trasformazioni in corso.


Permesso di soggiorno, residenza, diritto ad abitare

Se non vogliamo interrogarci per motivi fini a sé stessi, dobbiamo farlo dentro la prassi politica. Gli eventi di questi giorni restituiscono con chiarezza i soggetti e gli spazi da cui può partire una battaglia per un sistema agricolo, agroalimentare e sociale più giusto. Una politica di classe oggi non può che partire dai lavoratori e dalle lavoratrici migranti, dai loro bisogni più immediati, dalle condizioni materiali dentro cui vivono e lavorano. La storia di Alagie, i suoi turbamenti legati all’attesa di un documento, sono la cifra di un malessere più diffuso che ha un’origine precisa. Non c’è lotta di classe oggi — in agricoltura e oltre — che non passi dalla lotta per il permesso di soggiorno. Che si tratti di una sanatoria, come in Spagna, o di una trasformazione profonda delle politiche migratorie capace di spezzare il legame tra permesso di soggiorno e lavoro, bisogna partire da qui. Il permesso di soggiorno è, banalmente ma concretamente, il diritto ad avere diritti.

Accanto a questo, è necessario aprire un fronte di lotta sulla residenza anagrafica. In un contesto in cui per molti lavoratori l’unica possibilità abitativa resta quella dei ghetti o delle sistemazioni informali, la residenza anagrafica diventa uno strumento decisivo: consente l’accesso alla sanità, ai servizi, a partire da un conto corrente e dai servizi bancari, al lavoro regolare, alla mobilità, alla casa. Senza residenza e senza documenti, la precarietà del lavoro si salda a quella dell’abitare e si riproduce.

Le rivendicazioni avanzate in questi giorni da organizzazioni sindacali e sociali vanno esattamente in questa direzione: da un lato, soluzioni abitative dignitose, superamento dei ghetti e assunzione di responsabilità pubblica sulla casa, come hanno ribadito l’USB e la FLAI CGIL; dall’altro la necessità di affrontare strutturalmente lo sfruttamento del lavoro agricolo, la precarietà contrattuale, il caporalato, e di portare la vertenza dei braccianti al centro dell’agenda politica anche a livello europeo. Sono rivendicazioni fondamentali, che vanno sostenute e rilanciate[8]. Rivendicare a gran voce soluzioni abitative è tanto più necessario se si considera che il PNRR aveva stanziato centinaia di milioni di euro per il superamento degli insediamenti informali — una misura che aveva fatto sperare si potesse finalmente prendere atto del fatto che questi insediamenti hanno perso ogni carattere stagionale, trasformandosi in veri e propri villaggi, se non città, e intervenire di conseguenza in modo adeguato. Portare il tema dello sfruttamento al cuore dell’agenda dell’UE è un atto politico dovuto, di fronte alla ormai chiara consapevolezza che lo sfruttamento del lavoro migrante è un elemento strutturale del sistema agroalimentare non solo in Italia ma a livello europeo — se non globale — e che per affrontarlo servono politiche migratorie e del lavoro in aperta controtendenza rispetto alle recenti riforme varate a Bruxelles.

Ma il punto decisivo è da dove partire. Non da astrazioni o modelli ideali, ma dalle persone che oggi lavorano nei campi e abitano questi spazi. Dalle loro richieste immediate: documenti, residenza, accesso ai servizi — a partire da un conto corrente e dai servizi bancari — casa e lavoro dignitoso. La sequenza non è indifferente. A cosa servono case vere e lavori dignitosi se lavoratori privi di permesso di soggiorno o di una preliminare residenza continuano a essere spinti ai margini, costretti alla precarietà e impossibilitati a sottoscrivere contratti di affitto o di lavoro? E a cosa servono rivendicazioni anche giuste se non si parte dal sostegno alle domande immediate dei lavoratori e delle lavoratrici, se non si generano processi che li mettano in condizione di diventare protagonisti della lotta, liberi di scegliere della propria vita — e liberi, se lo desiderano, anche di vivere e lavorare altrove?

Solo a partire da qui può prendere forma una battaglia più ampia: per politiche abitative degne di questo nome, capaci di garantire una casa alla classe lavoratrice su cui si regge un settore cruciale della nostra economia; e per forme di lavoro dignitoso, sottratte alla precarietà strutturale che segna l’agricoltura contemporanea.

Dopo l’acqua

A Torretta Antonacci l’acqua prima o poi si ritira. Il fango si secca. Le baracche vengono rimesse in piedi. Le persone tornano nei campi. Ma le condizioni restano. Restano i ghetti. Resta il lavoro precario. Resta l’attesa di un documento. Resta l’assenza di alternative abitative. Resta un sistema agricolo che continua a reggersi sulla totale precarietà. E allora la domanda non è cosa è successo lì. La domanda è perché continuiamo a permettere che succeda. E soprattutto cosa significa, oggi, cambiare davvero.

Significa partire dalle persone che abitano questi luoghi. Dai lavoratori e dalle lavoratrici migranti che tengono in piedi interi segmenti della produzione agricola. Dalle loro richieste più immediate: permesso di soggiorno, residenza, accesso alla casa e al lavoro dignitoso, e accesso ai servizi – a partire da un conto corrente e dalla possibilità di esistere formalmente dentro lo spazio sociale ed economico in cui già vivono.

Significa anche avere l’audacia di guardare oltre le tragedie, di leggere il cambiamento climatico non solo come emergenza ma come ristrutturazione, di interrogare il modo in cui si produce il cibo, si organizza il lavoro e si costruiscono le forme dell’abitare nelle campagne, all’interno delle forme che prende il conflitto di classe nell’attuale congiuntura. Solo a partire da qui possono prendere forza reale le rivendicazioni per il superamento dei ghetti, per politiche abitative pubbliche, per il contrasto allo sfruttamento, per la redistribuzione del valore lungo la filiera agroalimentare. Solo così la transizione ecologica smette di essere uno slogan e diventa trasformazione reale delle campagne.

Perché se accettiamo che alcune vite siano sacrificabili per tenere basso il prezzo del cibo, non stiamo solo tollerando un’ingiustizia. Stiamo accettando un modello agricolo fondato sulla precarietà. Stiamo accettando una transizione climatica costruita sulle disuguaglianze. Stiamo decidendo che tipo di sistema alimentare vogliamo sostenere. E, in fondo, che tipo di società vogliamo essere davvero.


[1] https://www.facebook.com/FoggiaToday/videos/braccianti-bloccati-a-torretta-antonacci/938948445525978/

[2] https://ilmanifesto.it/torretta-antonacci-i-dannati-dei-campi-tra-fango-e-gelo

[3] https://www.avvenire.it/attualita/il-dramma-del-bracciante-alagie-29-anni-che-si-e-impiccato-nella-baraccopoli_106739

[4] https://openknowledge.fao.org/items/d4c93ed3-7a63-47f3-a29f-ced0458bd5dc

[5] https://www.taylorfrancis.com/books/edit/10.4324/9781315659558/migration-agriculture-alessandra-corrado-domenico-perrotta-carlos-de-castro

[6] https://www.torrossa.com/it/resources/an/5320868

[7] https://www.youtube.com/watch?v=KQD9FvyvClY

[8] https://www.usb.it/leggi-notizia/torretta-antonacci-un-bracciante-trovato-morto-impiccato-nel-ghetto-ieri-lalluvione-oggi-un-corpo-senza-vita-fino-a-quando-1718.html

https://www.flai.it/primo-piano/torretta-antonacci-le-vite-dei-migranti-vengono-spremute-come-i-pomodori-che-raccolgono/

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.