Unione Europea: come Bruxelles costruisce la propria legittimità

Dal blog krisisinfo@substack.com

Krisis.info
apr 13 di Thomas Fazi

«La Grande Torre di Babele», dipinto da Pieter Bruegel il Vecchio nel 1563. Kunsthistorisches Museum. Licenza CC BY-SA 4.0.

Nel suo ultimo saggio, di cui Krisis anticipa l’abstract, Thomas Fazi sostiene che l’Unione Europea compensa la sua cronica assenza di legittimità democratica attraverso narrazioni autocelebrative. Dalla pace del Dopoguerra ai cosiddetti «valori europei», tali narrazioni hanno contribuito a sacralizzare il progetto comunitario. Lungi dal colmare il vuoto di rappresentanza, la continua invenzione di imperativi morali e tecnici ha approfondito il solco tra vertici e cittadini. Oggi, però, il doppio standard tra Ucraina e Gaza ha smascherato l’uso strumentale dei principi per fini geopolitici.


IN BREVE

Deficit di democrazia Thomas Fazi sostiene che l’integrazione europea soffre di una cronica mancanza di basi popolari. Bruxelles compensa questo vuoto strutturale con narrazioni auto-legittimanti.

Evoluzione dei miti Dalla pace del Dopoguerra al mercato unico, l’UE ha alternato diverse giustificazioni simboliche. Ogni racconto svanisce quando non riesce più a nascondere la natura tecnocratica del potere.

Schermo dei valori Il richiamo ai principi morali agisce come strumento di depoliticizzazione. Trasformando scelte politiche in imperativi etici, Fazi sostiene che le élite blindano il progetto da ogni critica democratica.

Geopolitica del doppio standard La crisi di credibilità è oggi irreversibile. Il contrasto tra l’approccio al conflitto in Ucraina e il silenzio su Gaza svela l’uso strumentale e selettivo dei diritti umani.


L’Unione Europea non ha mai posseduto fondamenta democratiche nel senso significativo del termine. In assenza di un demos europeo, di una sfera pubblica condivisa o di un qualsiasi atto fondativo di autodeterminazione collettiva, l’UE ha storicamente compensato il proprio deficit strutturale di legittimità attraverso la continua produzione e rotazione di narrazioni auto-legittimanti. Questo saggio ripercorre tale evoluzione, dal progetto di pace del dopoguerra all’integrazione dei mercati, all’unione monetaria e al costituzionalismo basato sui diritti, fino all’emergere di un registro esplicitamente morale e geopolitico incentrato sui «valori europei».

Si sostiene che questa successione di narrazioni non abbia mai rappresentato la maturazione di un’identità politica, bensì una serie di aggiustamenti simbolici compensativi: ognuno emerso quando il precedente si esauriva, e nessuno in grado di risolvere la contraddizione di fondo tra governance sovranazionale tecnocratica e autogoverno democratico.

Il saggio argomenta inoltre che il discorso sui valori dell’UE, lungi dal riflettere un reale impegno normativo, ha sempre funzionato come strumento di depoliticizzazione e di potere delle élite: un mezzo per sacralizzare il progetto di integrazione, restringendo lo spazio della legittima contestazione democratica ed esternalizzando la colpa di politiche internamente impopolari sulla necessità sovranazionale. Piuttosto che aprire la politica, le narrazioni valoriali dell’UE l’hanno costantemente chiusa, riformulando scelte politiche fondamentali come imperativi morali, requisiti tecnici o obblighi esistenziali al di là di ogni legittima messa in discussione.

Questa ipocrisia strutturale è stata ora definitivamente smascherata. I tanto sbandierati impegni dell’UE nei confronti del cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole, dei diritti umani, della sovranità democratica e del divieto di aggressione si sono rivelati del tutto subordinati all’allineamento geopolitico. Il contrasto tra la risposta dell’UE all’invasione russa dell’Ucraina – inquadrata come una lotta di civiltà che richiede solidarietà e sacrifici illimitati – e il suo silenzio o la sua attiva complicità di fronte al genocidio in corso a Gaza, all’erosione della sovranità venezuelana e all’aggressione militare israelo-statunitense contro l’Iran mette a nudo ciò che il discorso sui valori ha sempre celato.

I «valori europei» non sono principi universali, ma strumenti di interesse geopolitico occidentale, impiegati in modo selettivo e abbandonati senza imbarazzo nel momento in cui diventano scomodi. Questa analisi restituisce l’immagine di un’UE che non è una comunità di valori condivisi, ma un colosso tecnocratico e antidemocratico il cui linguaggio morale ha sempre servito un duplice scopo imperiale: giustificare la subordinazione delle democrazie degli Stati membri alla governance delle élite sovranazionali – una forma di «autocolonizzazione» interna – fornendo al contempo copertura ideologica per la proiezione del potere occidentale all’estero.

Il saggio conclude che la crisi di legittimità dell’UE non può essere risolta attraverso narrazioni migliori o una comunicazione dei valori più coerente, ma risiede nel modello stesso di integrazione sovranazionale. Il problema della legittimità politica è inseparabile dalla produzione di senso. Tutti gli ordini politici, siano essi democratici o autoritari, dipendono da schemi simbolici attraverso i quali il potere si presenta come necessario, naturale e giustificato.

Dai miti fondativi e dai momenti costituzionali fino alla routine quotidiana della governance, l’autorità politica non è mai sostenuta unicamente dalla coercizione o dalle prestazioni. Necessita di narrazioni che definiscano chi ne fa parte, cosa è in gioco, quali conflitti sono legittimi e quali orizzonti d’azione sono concepibili.

Queste pratiche di attribuzione di senso possono essere descritte come processi di legittimazione: operazioni simboliche, culturali e istituzionali attraverso le quali il potere politico cerca di giustificare sia le proprie politiche sia la sua stessa esistenza. Anche nelle società secolarizzate, la politica non può funzionare senza tali narrazioni. Come ha osservato il giurista Harold Berman, «in tutte le società» il diritto «deriva la propria autorità da qualcosa al di fuori di sé». Quel «qualcosa» – logicamente antecedente alle regole e alle procedure – costituisce il fondamento dell’autorità stessa.

Storicamente, tale fondamento era individuato nella religione, nella tradizione e nella consuetudine. A partire dal diciottesimo secolo, sono emerse nuove fonti di legittimità: la sovranità popolare, il nazionalismo, la scienza, l’ideologia e la leadership carismatica. Nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, i regimi liberal-democratici occidentali potevano ancora contare su potenti forme di quella che potrebbe essere definita «religione secolarizzata» – comprendente ideologie di massa, narrazioni nazionali e, in molti contesti, una versione del cristianesimo stesso basata sulle tradizioni.

Nell’ultimo mezzo secolo, tuttavia, le società occidentali hanno sperimentato una continua erosione di queste «grandi narrazioni» tradizionali. La religione, la nazione e l’ideologia hanno tutte perso gran parte della loro forza vincolante. Eppure, tale erosione non ha eliminato il bisogno di legittimazione politica; ne ha semplicemente alterato la forma, la temporalità e la stabilità.

In particolare, nell’era neoliberista post-1989, le élite politiche occidentali hanno cercato di governare depoliticizzando allo stesso tempo i processi decisionali. La legittimità si è sempre più fondata sull’esperienza tecnica, sulle norme giuridiche, sulle procedure tecnocratiche e su presunte leggi economiche «naturali». La politica è stata ridefinita come amministrazione, il conflitto come inefficienza e le alternative come irrazionali o irresponsabili. Questa trasformazione è stata catturata in forma celebre dall’affermazione di Francis Fukuyama, secondo cui la democrazia liberale e il capitalismo di mercato rappresentavano il «punto di arrivo dell’evoluzione ideologica dell’umanità».

Tuttavia, questo consenso si è ormai frantumato. Dalla crisi finanziaria globale del 2007-2008, la politica – assieme al conflitto politico – è tornata con prepotenza, cristallizzandosi sempre più, non principalmente attorno a divisioni ideologiche socio-economiche come in passato, ma attorno a valori: identità, storia, religione, sessualità, appartenenza nazionale e sovranità.

È all’interno di questa più ampia condizione di politica tardo o ipermoderna – caratterizzata da individualizzazione, sfere pubbliche frammentate, declino della fiducia istituzionale, crisi permanente e ritorno di conflitti basati sui valori – che l’Unione Europea deve essere collocata. L’UE è spesso ritratta come un’entità politica tecnocratica, post-politica e orientata ai risultati, che storicamente ha fatto affidamento sulle prestazioni più che sul simbolismo.

Ciononostante, negli ultimi decenni, e con un’intensità crescente dai primi anni Duemila, l’UE è diventata iperattiva nella produzione narrativa, in gran parte nel tentativo di compensare l’assenza di un demos condiviso, di una forte identità collettiva e di qualsiasi forma radicata di attaccamento pre-politico all’Unione. Lungi dall’essere un segnale di forza, questa proliferazione narrativa è sintomatica del deficit strutturale di legittimità dell’UE.

L’Unione Europea costituisce un caso particolarmente rivelatore per lo studio della legittimazione politica. A differenza dei moderni Stati-nazione, manca di molti dei fondamenti classici dell’autorità democratica: un popolo unificato, una lingua comune, una sfera pubblica condivisa e un singolo momento di potere costituente. La sua autorità non deriva da un atto di autodeterminazione collettiva, ma da una fitta rete di trattati negoziati in gran parte dalle élite nazionali e ratificati con un limitato coinvolgimento popolare. Di conseguenza, l’UE si è storicamente basata su forme indirette di legittimità: competenza tecnocratica, autorità legale, performance economica e mediazione delle élite.

Negli ultimi anni, gli studiosi hanno affrontato la questione delle narrazioni (auto)legittimanti dell’UE da diverse angolazioni. Un contributo particolarmente degno di nota al dibattito è The European Union in Search of Narratives di François Foret. Il problema centrale affrontato da Foret è semplice: come fa a cercare legittimità un’entità politica a cui mancano un popolo condiviso, una lingua comune, una sfera pubblica unificata e un forte legame emotivo? Foret non tratta le narrazioni come strategie di comunicazione superficiali, ma come quadri strutturanti di dominio, appartenenza e senso.

Il suo lavoro evidenzia come l’UE si affidi sempre più a narrazioni simboliche, morali e culturali per giustificare la propria autorità in un contesto di disincanto e crisi permanente. Questo saggio si basa sulle intuizioni di Foret, ma sposta il baricentro analitico: invece di chiedersi se l’UE riuscirà alla fine a trovare una narrazione unificante, si interroga se la legittimazione narrativa possa mai compensare i deficit democratici strutturali dell’Unione.

Lo fa avanzando un’argomentazione critica: l’Unione Europea non è semplicemente un’entità politica che lotta per trovare la narrazione «giusta». Essa è un progetto intrinsecamente guidato dalle élite, calato dall’alto e strutturalmente antidemocratico, il cui problema di legittimità non può essere risolto unicamente attraverso l’innovazione narrativa.

Le narrazioni dell’UE non falliscono perché sono comunicate male, perché sono insufficientemente emotive o inadeguatamente partecipative – sebbene tendano in genere a essere tutte queste cose. Falliscono perché tentano di compensare simbolicamente un sistema politico che esautora sistematicamente la sovranità popolare, restringe la scelta democratica ed esternalizza il processo decisionale allontanandolo dai cittadini.

L’affidarsi dell’UE a narrazioni legittimanti in costante mutamento – dalla pace e prosperità ai valori, ai diritti, all’emergenza e alla geopolitica – non dovrebbe pertanto essere letto come un processo di apprendimento o una maturazione narrativa, ma come una serie di aggiustamenti simbolici ad hoc volti a stabilizzare una struttura di governance guidata dalle élite e sempre più contestata.

Tali narrazioni sono reattive anziché costitutive: emergono in risposta a crisi di autorità, politicizzazione e dissenso popolare, e vengono abbandonate o riconfigurate non appena perdono il loro potere persuasivo. Piuttosto che generare una legittimità duratura, esse espongono la contraddizione di fondo tra la governance tecnocratica sovranazionale e l’autogoverno democratico.

Questo saggio offre un resoconto completo di tale traiettoria. L’analisi procede in ordine cronologico, tracciando l’evoluzione dal progetto di pace del dopoguerra all’integrazione dei mercati, passando per l’unione monetaria, il discorso sui diritti e sui valori, la governance dell’emergenza e l’attuale era di moralizzazione geopolitica. Ma avanza anche una tesi strutturale: la svolta verso i valori non rappresenta un approfondimento dell’identità normativa europea, bensì la sua strumentalizzazione e la crescente ipocrisia di questa strumentalizzazione ha ormai reso irreversibile la crisi di legittimità.

Testo tratto da:

Thomas Fazi

Selling the EU: How Brussels legitimates European integration — Part 1

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13 days ago · 50 likes · 2 comments · Thomas Fazi

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Thomas Fazi Giornalista e saggista, è autore di diversi libri e scrive per varie testate italiane e straniere.

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