L’Europa tra dazi e missili

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Luca Lombardi 17 Aprile 26

La guerra commerciale ingaggiata dagli Stati uniti in declino nello scenario globale prelude al conflitto armato su larga scala. E l’Ue che fa?

Nella vita dei popoli i grandi problemi vengono risolti solo con la forza – Lenin

L’attacco israelo-americano all’Iran segue a una crescita generalizzata di conflitti militari seppure in varie forme, dall’invasione «vecchio stile» dell’Ucraina da parte della Federazione Russa al rapimento del presidente Maduro a opera delle forze armate americane. La conflittualità politico-militare cresce di pari passo agli scontri economici e commerciali e ha le stesse cause: gli Stati uniti, e l’occidente nel suo complesso, non sono più in grado di frenare l’ascesa dei propri concorrenti con mezzi ordinari. Devono dunque ricorrere a guerre commerciali e a guerre vere e proprie. I due seguenti grafici mostrano bene questa escalation parallela:

(Fonti: a sinistra Wto; a destra Epu).

Viviamo, in questo senso, in un’epoca di transizione: per la prima volta da molti secoli, l’Occidente non si avvantaggia del commercio mondiale e deve dunque ricorrere al protezionismo, non per difendere industrie nascenti, come i paesi occidentali hanno sempre fatto uno contro l’altro, ma industrie mature contro nuovi concorrenti. Dal canto suo, la Cina aumenta sistematicamente la propria capacità produttiva perché utilizza i propri minori costi di produzione per ampliare le quote di mercato delle proprie aziende. Questa strategia, che gli analisti occidentali riducono a «investire troppo» determinando un eccesso di capacità produttiva  ha permesso alla Cina di conquistare un settore dopo l’altro e così all’Occidente, per salvare le proprie imprese, non rimane che ricorrere ai dazi o ai divieti diretti, come quello americano di chiudere il proprio mercato a chi impiega software cinese.

Perché i dazi?

Già con la prima amministrazione Trump il tema dei dazi era stato posto al centro della politica economica americana, invertendo trent’anni di consenso verso la globalizzazione e il libero commercio. Sicuramente la bilancia commerciale statunitense è peggiorata durante l’epoca della globalizzazione.

(bilancia commerciale degli Stati Uniti 1989-2025; fonte

La prima amministrazione Trump intraprese un’articolata serie di iniziative per cercare di ridurre questa dinamica, soprattutto in chiave anticinese. L’aspetto più immediato della strategia e anche più discusso mediaticamente, è stato, come poi anche dal 2024, quello dei dazi. Rompendo una tendenza, in essere dal dopoguerra, alla loro riduzione, Trump decise di servirsi dei dazi non solo per ridurre il deficit commerciale, ma anche per aumentare il gettito fiscale in modo da poter ridurre le tasse ai ceti più abbienti, con ciò determinando un enorme travaso di fardello fiscale dai ricchi ai lavoratori, e riportare produzioni manifatturiere nel paese (il cosiddetto reshoring).

Quest’ultimo scopo non è stato minimamente raggiunto. Le nazioni colpite dai dazi hanno utilizzato metodi di aggiramento dei dazi che sono stati pagati per la massima parte da aziende e consumatori americani.

Nel complesso, l’industria americana non ha avuto una ripresa significativa dei volumi produttivi nei settori chiave. Solo per fare l’esempio dell’automotive, la produzione resta ben sotto il livello del 2008 o del 2000, nonostante reshoring e incentivi. 

(produzione di automobili negli Stati uniti 1960-2024; fonte: Wards Intelligence, Wards Automotive Yearbook, vari anni) 

I dati confermano che l’utilizzo della capacità produttiva nel settore manifatturiero rimane al di sotto del picco post-pandemia dell’80% e ben al di sotto della media degli anni Novanta e che l’unico settore dove c’è stata una certa inversione di tendenza è quello dei microchip con l’approvazione del CHIPS and Science Act nel 2022. Si parla comunque di una stima attorno ai 200.000 posti di lavoro, un numero esiguo rispetto alle dimensioni del mercato del lavoro americano.

Sebbene le analisi economiche sui dazi non siano necessariamente affidabili in quanto risentono delle posizioni liberiste, dominanti nel pensiero economico degli ultimi decenni, i dati sono abbastanza concordi sulle conclusioni. Queste misure, che non creano posti di lavoro e sono pagate principalmente dai consumatori americani, danneggiano però anche i paesi esportatori, principalmente la Cina. Tuttavia, non riducono il deficit americano ma al massimo ne cambiano la distribuzione tra i paesi esportatori. In questo senso, gli studi fanno anche emergere la difficoltà di ridurre il peso complessivo della Cina nel commercio, considerando che quasi tutte le catene produttive mondiali hanno almeno alcune articolazioni in Cina.

Le analisi delle guerre commerciali evidenziano anche che, in caso di ritorsione, il danno peggiora per tutti. È però ragionevole attendersi questa ritorsione, che infatti si è data frequentemente. Ad esempio, anche dopo lo Smoot-Hawley Act del 1930, che aumentava fortemente i dazi statunitensi, diversi partner commerciali dell’America avevano imposto controdazi. Nel 2024 l’escalation, soprattutto con la Cina, è stata drammatica ma alla fine ha costretto Trump a un’umiliante marcia indietro. Occorre anche osservare che se la guerra commerciale si trasferisse sul piano valutario e finanziario l’esito sarebbe ancora peggiore, considerando la necessità dell’America di rifinanziare il proprio mostruoso debito pubblico e privato (siamo a cifre superiori ai 10.000 miliardi di dollari l’anno). Le continue giravolte di Trump rendono impossibile impostare una strategia di politica industriale di lungo termine e dunque pensare a un’ancorché parziale reindustrializzazione del paese.

Le iniziative di Trump hanno accentuato un trend crescente di controversie commerciali che mirano non solo a ridurre i disavanzi del paese, ma anche a ridurre le strozzature delle catene di approvvigionamento. Non a caso, il numero di queste misure tra il 2009 e il 2020 è aumentato da meno di 3.500 a oltre 18.000, delle quali 13.000 concernenti le materie prime, tanto che ormai circa il 10% del valore totale delle esportazioni di materie prime è soggetto a misure restrittive.  

Oltre ai dazi, già dal 2014, e poi in modo strutturale con la guerra in Ucraina, l’Occidente ha approvato una quantità enorme di misure diverse dai dazi (non-tariff barriers), come le sanzioni, che mirano, in prima battuta, a colpire lo sforzo bellico russo, ma in realtà servono ad attaccare tutto il blocco nemico, soprattutto la Cina. Con Trump, anche l’Europa è nel mirino e proprio nel momento più difficile. Del resto, l’Europa ha un surplus commerciale significativo verso gli Stati uniti (nel 2025 attorno a 200 miliardi di euro). Infatti, se all’apice della fase di iper-globalizzazione, il peso del commercio mondiale aveva assunto in Cina una dinamica simile a quella europea, dopo il 2008 mentre la Cina impostava un cambiamento di rotta con un maggior peso sulla componente interna, l’Europa con l’austerity schiacciava la domanda interna esaltando la natura export led del proprio modello di crescita.  Adesso l’economia europea dipende in modo schiacciante dal commercio mondiale, proprio quando siamo entrati nell’era delle guerre commerciali. La minaccia di invadere la Groenlandia e di punire i paesi europei che si opponessero all’annessione vanno nella stessa inedita direzione. 

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Ulteriore incertezza è derivata dallo stop della Corte Suprema di Washington che ha bocciato alcuni dazi, lasciandone in vigore altri. Non è chiaro se verranno rimpiazzati né se e come verranno rimborsati quelli pagati. È interessante anche osservare che molti commentatori avevano ipotizzato che i dazi avrebbero condotto a una rivalutazione del dollaro come effetto della minor richiesta di merci estere. Così non è andata. Dall’inizio del 2025 a oggi il dollaro si è svalutato di circa l’11% contro l’euro e ha avuto cali simili verso il renminbi e molte altre valute. In teoria questo dovrebbe aiutare le aziende americane a esportare di più, ma rende i titoli americani meno appetibili. Si consideri, ad esempio, che i risparmiatori europei hanno circa 25 mila miliardi di dollari di titoli denominati in dollari. La svalutazione ha già comportato una perdita di circa 2,5 mila miliardi, una cifra colossale ma per ora senza grandi conseguenze. Solo che una svalutazione eccessiva potrebbe provocare la fuga degli investitori e renderebbe difficile piazzare l’immenso debito pubblico americano.

Ad ogni modo, non è la prima volta che gli Stati uniti si trovano a dover frenare l’ascesa di un rivale economico con accordi valutari. Negli anni Ottanta con gli accordi del Plaza, il Giappone fu costretto a rivalutare lo yen, cosa che comunque ritardò solo di alcuni anni un ulteriore aumento del deficit commerciale. Simili accordi furono conclusi, sempre a metà degli anni Ottanta, con la Germania. Ancora prima, Nixon, quando pose fine al sistema di cambi fissi di Bretton Woods, che impediva la convertibilità del dollaro, aveva anche annunciato l’introduzione di un dazio generale del 10%; tuttavia con la vittoria nella Guerra fredda, prevalsero le tendenze globalizzatrici, come si è visto con l’accordo Nafta del 1991 con Messico e Canada e altri negoziati in sede Gatt e poi Wto. 

L’ingresso della Cina nel Wto segnò il culmine di questo processo con effetti significativi sul commercio mondiale, che dal crollo dell’Urss alla crisi del 2008 è cresciuto di circa 5 volte. All’interno di questa crescita, già notevole, quella cinese è stata enormemente maggiore, portando a un aumento del deficit commerciale tra i due paesi che era inferiore ai 100 miliardi nel 2011 e aveva raggiunto un picco di oltre 400 miliardi nel 2018. A questo deficit l’America non poteva rispondere con mezzi «ordinari» e ha quindi fatto un ricorso crescente a dazi e ostacoli allo sviluppo tecnologico cinese. Non è però facile sostituire i produttori cinesi, dato che in alcuni comparti la supremazia cinese è schiacciante, come nelle batterie elettriche, nei prodotti manifatturieri concernenti energie pulite e nei pannelli solari. 

La risposta scomposta dell’amministrazione Trump a questi trend non identifica una politica industriale che possa anche solo avvicinarsi alle linee a lungo termine dei piani quinquennali cinesi. Non comporta dunque cambiamenti incrementali della composizione produttiva del paese. Prevale dunque, lo sforzo di imitazione laddove possibile, o di distruzione degli sforzi altrui più di frequente. L’idea di sviluppare un corridoio commerciale che va dall’India al Mediterraneo e che per funzionare prevede la liquidazione dell’Iran e dei palestinesi (il cosiddetto Imec) è appunto un tentativo di creare un’alternativa alla Belt and Road Initiative. Il distacco tra i blocchi riguarda ormai ogni ambito. Ad esempio una compagnia privata russa, la Bjuro 1440, sta sviluppando un sistema satellitare alternativo a Starlink.  Questo segue iniziative analoghe nell’ambito del sistema dei pagamenti, dei social, del finanziamento degli investimenti internazionali con la nascita della banca Ndb nell’ambito dei Brics+. È un muro di Berlino economico e tecnologico eretto da entrambe le parti. 

In questo crescente scontro tra blocchi è appena il caso di ricordare la definitiva irrilevanza politica europea, ridotta ad alleato di secondo rango degli Stati uniti e la cui agonia economica è stata autorevolmente sintetizzata dal Rapporto Draghi del 2024. Totalmente dipendente sul piano tecnologico, finanziario, militare e politico dagli Stati uniti, il vecchio continente vede un rapido sgretolamento della propria potenza industriale ed è privo di qualunque progetto di sviluppo alternativo al quadro dell’austerità che, dal Trattato di Maastricht sino al Patto di Stabilità e al Six Pack, hanno condannato l’Europa al declino economico e politico. 

Quanto manca all’uccisione dell’arciduca? 

Non esiste speranza senza paura né paura senza speranza – Spinoza 

Come noto, l’assassinio dell’arciduca Ferdinando condusse a un’escalation politica che in poche settimane portò allo scoppio della Prima guerra mondiale. Le ragioni del conflitto furono molteplici ed è difficile, tuttora, qualificarne l’inevitabilità. Le potenze europee si scontravano per le colonie da secoli, e avevano una lunga tradizione di guerre dirette tra loro, si pensi alla guerra franco-prussiana nel 1870-1871. L’irrompere sulla scena mondiale di nuove potenze, la Germania, la Russia, l’Italia, gli Stati uniti, rendeva inevitabile il formarsi di nuovi equilibri che, la storia ci ha mostrato, non poterono risultare il frutto di un dibattito diplomatico ma dei più grandi scontri militari della storia. Assistiamo oggi a una situazione che ha aspetti simili, con il declino delle potenze occidentali e la crescita del mondo Brics+. 

Dal 2008 la globalizzazione è ferma, eppure il mondo non si è deglobalizzato perché non si trovano alternative. Così l’economia mondiale procede a tentoni aspettando nuovi modelli di sviluppo. Di fronte alla crisi della propria egemonia, l’Occidente riscopre il «nazionalismo economico», come idea di legare in modo strutturale aziende e governi attraverso un labirinto di politiche industriali, sanzioni, controlli sugli investimenti, vantaggi fiscali e normativi, con la scusa di salvaguardare la sicurezza nazionale. Tuttavia, i comportamenti erratici dell’amministrazione Trump, se possono avere successo nell’immediato in quanto sottomettono alcuni paesi deboli, rendono l’Occidente strutturalmente più inaffidabile e, per confronto, spingono ad affidarsi più alla Cina che sembra più stabile e ragionevole. 

Fa impressione che, in un recente sondaggio, solo il 25% dei britannici e il 16% degli abitanti dell’Unione europea consideri gli Stati uniti un alleato. Nel blocco occidentale, la politica sussume i commerci: anche se a molti paesi, a partire da quelli europei, converrebbe mantenere buone relazioni con i Brics+, devono ridurre o azzerare queste relazioni per ragioni di allineamento politico. Non è prevedibile se e quanto l’Europa rimarrà subordinata all’alleato americano. Dal canto suo, gli Stati uniti moltiplicano i segnali di aggressività, dalla ridenominazione del Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra allo strangolamento economico del Venezuela e di Cuba, al bombardamento dell’Iran. Allo stesso tempo, il Pentagono è ben consapevole che nel caso di una guerra, non contro le propaggini minori del blocco nemico, che comunque nel caso dell’Iran si sono dimostrate più resistenti del previsto, ma contro Russia e soprattutto Cina, il rapporto di forza sul piano industriale sarebbe sfavorevole. 

Il dispositivo industriale di cui disponeva l’Occidente all’epoca dei due conflitti mondiali è largamente perso. Nel 2023 è uscito il primo rapporto complessivo sulla base industriale statunitense (la National Defense Industrial Strategy), che evidenzia inequivocabilmente l’impossibilità dell’economia americana di reggere a una guerra prolungata su vasta scala. Mancano gli stabilimenti industriali, le catene di approvvigionamento, i tecnici, la forza lavoro di base. Dal 1985, la base industriale della difesa ha perso quasi 2 milioni di addetti, circa due terzi del totale. Al contrario, la capacità dell’industria russa di rispondere alle esigenze belliche ha completamente rovesciato i piani dell’Occidente secondo cui le sanzioni avrebbero distrutto il paese. 

Considerando che l’industria cinese è enormemente più forte di quella russa, non si vede come l’America possa impegnarsi in una guerra contro la Cina e i suoi alleati con la speranza di vincere. Non resterebbe che ipotizzare un attacco atomico che provi ad annientare il nemico con il first strike. Strategia che, in effetti, è stata già sdoganata da Biden.

*Luca Lombardi ha un dottorato di ricerca in economia. Lavora da oltre 25 anni nel settore bancario ed è un esperto di stabilità finanziaria ed economia internazionale.

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