Dal blog https://www.lindipendente.online/
20 Aprile 2026 Salvatore Toscano
Inquinamento ambientale, devastazione del territorio e danni alla salute. Sono queste le direttrici lungo le quali si sviluppa la causa intentata dai cittadini kenioti contro il colosso del petrolio e del gas BP. L’Alta Corte del Paese ha accettato l’iniziativa popolare, trovando fondati i presupposti per un processo. La multinazionale britannica è accusata di aver inquinato ampie aree del Kenya nordorientale, smaltendo in modo fraudolento i rifiuti tossici derivanti dai lavori di esplorazione. Ciò avrebbe contaminato suolo e falde acquifere, aumentando l’insorgenza di gravi malattie e causando la morte di almeno 500 persone.
La causa intentata a febbraio da 299 cittadini è stata accolta dall’Alta Corte del Kenya, che ha deciso di dare seguito al processo contro BP. La multinazionale britannica ha acquisito nel 1998 Amoco Corporation, azienda che tra il 1985 e il 1990 ha materialmente condotto le attività di ricerca ed esplorazione in dieci pozzi, tra la valle di Anza e la contea di Mandera. «Durante la conduzione di perforazione e indagini sismiche — scrivono i ricorrenti — una notevole quantità di contaminanti pericolosi e tossici sono stati smaltiti impropriamente, scaricati e rilasciati nell’ambiente». Da lì l’inquinamento del suolo e delle falde acquifere: nei documenti presentati in tribunale viene sottolineata la presenza, tra gli altri, di piombo e arsenico, due metalli pesanti altamente pericolosi per la salute. I cittadini denunciano un picco di casi di cancro che ha portato alla morte di almeno 500 persone.
Di fronte alla devastazione del territorio e alle conseguenze per la salute, i firmatari chiedono che BP si faccia carico della bonifica ambientale e risarcisca le famiglie delle vittime nonché le comunità che hanno perso i propri mezzi di sussistenza e si sono viste violare i diritti umani più basilari. La ricerca della giustizia da parte dei cittadini kenioti passa anche per l’accertamento delle responsabilità dell’azienda statale National Oil Corp. e della National Environment Management Authority, accusate di aver spalleggiato i crimini ambientali. «Gli atti e le omissioni documentate costituiscono un genocidio ambientale», ha detto Kelvin Kubai, uno degli avvocati dei firmatari.
Centinaia di migliaia di persone pagano ancora per le esplorazioni tentate negli anni ’80, inserendosi in un lungo filone di comunità travolte dai fenomeni estrattivi. Lo scorso anno le comunità nigeriane di Bille e Ogale — circa 50mila abitanti complessivi — hanno avviato un’azione legale contro la multinazionale Shell e la sua ex controllata nigeriana, oggi ribattezzata Renaissance Africa Energy, per decenni di inquinamento ambientale causato dalle attività petrolifere, incluso il grave danneggiamento delle risorse idriche. Dall’Africa all’America Latina la musica non cambia: si contano decine di cause che vedono protagoniste le comunità indigene contro i colossi estrattivi, dagli idrocarburi alle terre rare. A inizio anno, il governo liberista dell’Ecuador ha ad esempio deciso di riempire l’Amazzonia di trivelle, colpendo anche i territori ancestrali.

Salvatore Toscano
Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.