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Lunedì 20 aprile 2026
Il carcere “San Michele” di Alessandria, in Piemonte, è considerato un carcere virtuoso: al suo interno lavorano da tempo diverse cooperative e associazioni che si occupano del reinserimento delle persone detenute, una delle quali è anche stata premiata, l’anno scorso, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Da qualche mese però i progetti educativi, formativi e professionali sono stati interrotti per volere del ministero della Giustizia, perché il carcere è stato in parte svuotato per essere convertito al regime di detenzione 41-bis, il cosiddetto “carcere duro”. Non sono state date spiegazioni sui motivi di questa decisione.
La trasformazione del San Michele in un carcere per il 41-bis è avvenuta in sordina e senza comunicazioni all’amministrazione locale. Dallo scorso autunno sono stati avviati massicci lavori edilizi all’interno per cambiarne la struttura, e i detenuti sono stati via via trasferiti. Solo a marzo il provveditorato dell’amministrazione penitenziaria ha infine annunciato la conversione del carcere.
Per avere chiarimenti, a ottobre il sindaco di Alessandria Giorgio Abonante aveva chiesto un incontro al ministero della Giustizia: lo aveva ottenuto a inizio dicembre, quando aveva incontrato l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (che si è dimesso a fine marzo). In quell’occasione Delmastro lo aveva informato dei piani per trasformare il San Michele in un carcere per il 41-bis: Abonante ha detto che per giustificare la scelta del carcere di Alessandria Delmastro aveva citato le competenze del Piemonte nella gestione delle carceri e alcuni generici criteri edilizi che a suo parere rendevano il San Michele un carcere adatto al 41-bis.
Trasformare un carcere in una struttura per il 41-bis comporta cambiamenti profondissimi: il 41-bis è un regime detentivo speciale che isola completamente le persone detenute per reati di mafia, terrorismo e altri tipi di crimini associativi, per impedire loro di comunicare con l’esterno e continuare le attività criminali. L’isolamento viene attuato attraverso misure molto concrete, che riguardano l’organizzazione del tempo trascorso in spazi esterni, la grandezza e la posizione delle celle, tra le altre cose.

Non ci sono informazioni ufficiali sul tipo di lavori in corso al carcere San Michele: al Post risulta che gli interventi abbiano finora riguardato soprattutto celle e finestre. Ancora non si sa nemmeno come la città dovrebbe gestire l’arrivo di circa 200 detenuti sottoposti al 41-bis, dato che il ministero non si è messo d’accordo col comune: «spostamenti e operazioni molto banali, come può essere un ricovero in ospedale, sono molto più complicate per una persona al 41-bis, e coinvolgono anche l’organizzazione di spazi e strutture esterne al carcere: anche da questo punto di vista non siamo stati coinvolti e non abbiamo avuto informazioni», dice Abonante.
Attualmente risulta che dentro il carcere ci siano 50 detenuti rispetto ai quasi 400 che c’erano prima (la capienza sarebbe di 269, ma come la gran parte delle carceri italiane era sovraffollato), e che 151 posti non siano disponibili. Trasferire circa 200 detenuti al 41-bis al San Michele significa quindi riempirlo. Duecento detenuti con questo regime sono tanti, tenendo conto che in totale, in Italia, ce ne sono circa 750. Non è chiaro da quali carceri verranno trasferiti i detenuti in questione, né entro quando.
In Sardegna è successo qualcosa di simile: negli ultimi mesi il governo ha deciso di trasferire molti detenuti sottoposti al 41-bis in tre carceri dell’isola, trasformandole in istituti penitenziari dedicati esclusivamente a quel regime detentivo. Anche in quel caso le autorità locali si sono lamentate per non essere state coinvolte nella decisione. Alla conferenza Stato-Regioni dello scorso dicembre, Delmastro aveva detto che il governo intendeva trasformare in tutto sette carceri italiane in istituti di detenzione solo per il 41-bis.
– Leggi anche: La Sardegna non vuole più essere l’isola del 41-bis
Il carcere San Michele è uno dei due di Alessandria, insieme a quello “Cantiello e Gaeta” che si trova in centro, in piazza Don Soria. Sia il carcere di piazza Don Soria che il San Michele hanno tutti i problemi di molte altre carceri italiane: sono fatiscenti e sovraffollati, e ci sono stati detenuti che si sono suicidati. È anche per questo che la fitta rete di attività educative e lavorative nate al San Michele era considerata una risorsa: negli anni sono stati fatti studi che dimostrano che queste attività riducono il rischio di reiterazione del reato una volta che i detenuti escono dal carcere, e favoriscono effetti virtuosi e benefici sulla salute mentale delle persone detenute, sulla loro autostima e capacità di imparare a fare cose nuove.
Al San Michele finora c’erano corsi di giardinaggio, cucina, musica, pittura, agricoltura, sartoria, oltre alla possibilità di laurearsi in lettere e ad altre iniziative. Quelle premiate dal presidente della Repubblica sono organizzate dalla cooperativa “Idee in fuga”: nate con un laboratorio di falegnameria, negli anni hanno incluso laboratori di pasticceria, panificazione, un luppoleto per produrre birra e l’apertura di un bistrot con i prodotti all’interno del carcere.
La cooperativa oggi ha 21 dipendenti regolarmente assunti. Sono tutti detenuti ed ex detenuti: ci sono anche attività svolte all’esterno del carcere, con cui viene data la possibilità di continuare a lavorare anche dopo la fine della pena. Carmine Falanga, presidente della cooperativa sociale, dice che le attività al San Michele sono «azzerate» e che nessuno sa se e come la cooperativa potrà continuare a lavorare coi detenuti al suo interno. Falanga ha detto che la cooperativa ha ricevuto una comunicazione a inizio marzo in cui venivano dati 15 giorni di tempo per interrompere le attività: «Con la pasticceria in carcere abbiamo molti contratti di fornitura all’esterno, anche con la grande distribuzione, e la mail è arrivata nel pieno dei preparativi delle commesse per Pasqua».
La trasformazione in un carcere per il 41-bis del San Michele di Alessandria ha anche un’altra incognita, che riguarda il Centro Agorà: è un’ampia area allestita all’interno del carcere proprio per ospitare attività educative e culturali, inaugurata nel 2025 dopo anni di lavoro e un investimento di 850mila euro. Il Centro, come suggerisce il nome stesso – dal greco agorà, “raduno”, che nella Grecia antica indicava la piazza principale della città –, è stato pensato e costruito per garantire spazi di incontro e socialità tra i detenuti, utilizzandoli per il loro reinserimento nella società libera: esattamente il contrario di quello che prevede il rigido isolamento del 41-bis.
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