Propaganda UE e pragmatismo bulgaro

Dal blog https://altrenotizie.org/

diMichele Paris

Non c’è stato nemmeno il tempo per l’Unione Europea di godersi la sconfitta di Orbán in Ungheria che gli elettori bulgari hanno consegnato una nettissima vittoria, nelle elezioni del fine settimana, a una nuova forza politica che Bruxelles e la stampa ufficiale hanno da tempo classificato come “filo-russa”. Quest’ultima è il partito Bulgaria Progressista (PB) dell’ex presidente, Rumen Radev, capace di presentarsi come l’uomo (forte) giusto al momento giusto con due semplici messaggi: mettere fine alla gestione mafioso-oligarchica del potere e ristabilire relazioni normali – e, soprattutto, vantaggiose per la Bulgaria – con la Russia. Come in Ungheria, anche qui la burocrazia europea e la classe dirigente europeista indigena avevano denunciato le fantomatiche “interferenze” del Cremlino, ma è bastato il discredito degli ultimi governi e una situazione economica a dir poco precaria a mobilitare un numero insolitamente alto di votanti che ha deciso di provare finalmente a voltare pagina.

La dimensione della crisi politica che attraversa il più povero dei paesi UE è spiegata da un dato: quelle di domenica sono state le settime elezioni anticipate in cinque anni. L’instabilità ha dominato il quadro domestico almeno dalle dimissioni nel 2021 dell’allora primo ministro conservatore, Boyko Borissov, in seguito all’esplosione di proteste popolari contro ingiustizie, povertà e corruzione diffusa. Da allora, nessuno dei gabinetti che si sono susseguiti è durato più di un anno. Le elezioni di domenica erano state indette dopo le ennesime manifestazioni di piazza, questa volta contro il governo del premier Rosen Zhelyazkov, anch’egli dimessosi a novembre e poi sostituito a febbraio da un esecutivo ad interim.

In questa confusione, si è inserito il presidente Radev, il quale ha interrotto a gennaio con alcuni mesi di anticipo il suo secondo mandato alla presidenza per guidare in campagna elettorale il suo nuovo partito di centro-sinistra. Ex comandante dell’aeronautica militare, Radev era stato eletto la prima volta nel 2016 e ha sempre mantenuto un atteggiamento pragmatico sulla questione dei rapporti tra Sofia e Mosca. Questo approccio gli ha fatto senza dubbio guadagnare consensi, essendo i problemi economici bulgari in buona parte diretta conseguenza delle politiche auto-lesioniste europee e degli ultimi governi indigeni riguardo la crisi russo-ucraina.

Un’immagine di autorevolezza e integrità in un panorama politico segnato da corruzione e strapotere di ristrette oligarchie – spesso legate ad ambienti criminali – ha fatto il resto. Alla fine, secondo i dati quasi definitivi, il PB di Radev è riuscito a ottenere il 44,7% dei voti totali e la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento (135 su 240). Un risultato che è andato ben oltre le previsioni dei sondaggi e degli exit poll, che davano il partito dell’ex presidente in testa ma con poche possibilità di evitare un governo di coalizione. Il dato dell’affluenza, salita a oltre il 50% rispetto a una media del 35% nelle ultime elezioni, è stato a sua volta determinante, indicando una certa capacità da parte di Radev e del suo partito di far superare tra i bulgari scoraggiamento e sfiducia nelle istituzioni.

La misura del successo di Bulgaria Progressista è data dai risultati modestissimi dei due principali rivali, il partito di Borissov (GERB) e il DPS-Nuovo Inizio di Delyan Peevski, fermatisi rispettivamente al 13,4% e al 7%. Questi due leader sono stati frequentemente attaccati in campagna elettorale da Radev. Nei giorni scorsi, alla vigilia del voto, Borissov, primo ministro a più riprese tra il 2013 e il 2021, e Peevski erano stati definiti come il vertice della “piramide oligarchica” che controlla lo stato mafioso bulgaro. Gli attacchi contro il sistema consolidato di potere sono andati di pari passo con la promozione di politiche economiche moderatamente progressiste, con Radev che si è impegnato a implementare misure per ridurre i livelli di povertà nel paese.

La Bulgaria è entrata nell’eurozona a inizio anno dopo una lunga striscia di polemiche e accesi scontri politici, culminati nella bocciatura da parte della corte costituzionale di un referendum popolare sull’adozione dell’euro, voluto dallo stesso Radev. L’economia bulgara è da tempo ben integrata con quella dell’UE, ma la rottura forzata con Mosca ha creato serissimi problemi in questi ultimi anni. L’abbandono ad esempio della partecipazione al progetto del gasdotto South Stream ha fatto perdere a Sofia miliardi di euro in investimenti, oltre a migliaia di posti di lavoro e centinaia di milioni ogni anno sotto forma di diritti di transito. Una decisione che ha portato la classe dirigente bulgara a optare per altri progetti decisamente più onerosi, come quello del Corridoio Verticale del Gas, collegati alle forniture di GNL americano.

La Bulgaria ospita quattro basi militari NATO e, per via della sua posizione geografica, è un elemento chiave della strategia anti-russa dell’Occidente. Il fatto che questo paese condivida solidi legami storici, culturali e religiosi con la Russia ha fatto inoltre in modo che l’UE e i suoi riferimenti politici nel paese abbiano dovuto ricorrere a pervasive operazioni di propaganda e disinformazione per cercare di impedire un cambio di rotta strategico con le elezioni di domenica. Attraverso una campagna ormai ben consolidata, questi ambienti hanno denunciato a ripetizione i presunti legami di Radev e del suo partito con il Cremlino.

Su richiesta del governo di Sofia, Bruxelles aveva nello specifico attivato il cosiddetto Sistema di Allarme Rapido, ovvero il meccanismo di censura mascherato da “fact-checking” con il quale vengono individuati e segnalati quei contenuti dei social network bollati come “disinformazione” (russa), ma che nella stragrande maggioranza dei casi sono soltanto critici dell’Europa e delle “verità” promosse dall’UE. Una volta marchiati in questo modo, i contenuti devono essere rimossi dalle varie piattaforme e, se queste ultime non agiscono, possono essere sanzionate secondo quanto previsto dall’antidemocratico Digital Services Act (DSA). Questo stesso procedimento era stato messo in funzione anche nel recente voto in Ungheria, mentre fino ad ora è stato utilizzato in occasione di altre quattro elezioni a partire dal 2024: in Francia, Germania, Romania e Moldavia.

Le posizioni di Radev, a uno sguardo onesto, possono essere considerate filo-russe solo se si è partecipi delle isterie anti-russe dell’UE. L’ex presidente bulgaro aveva condannato l’invasione russa dell’Ucraina, ma ha poi sempre insistito sull’impossibilità di risolvere la crisi con la forza militare. Le sue opinioni circa il conflitto rientrano nella categoria della logica, a cominciare dalla necessità di interrompere le forniture di armi a Kiev per favorire una soluzione diplomatica. Radev ha anche sostenuto di riconoscere l’appartenenza della Crimea alla Russia perché ciò riflette semplicemente la realtà dei fatti. Non solo, per il probabile futuro premier la normalizzazione dei rapporti con Mosca è dettata in primo luogo dall’importanza di costruire una nuova “architettura della sicurezza” in Europa, al fine di evitare altre guerre, e da una questione di pragmatismo, visto che la Bulgaria, come altri paesi europei, non può prescindere dalle risorse energetiche russe se si vuole rimettere in piedi l’economia e rilanciare la competitività industriale.

Queste posizioni razionali e tutt’altro che radicali o “filo-russe” sono considerate inaccettabili da Bruxelles e dalla maggior parte dei governi europei. Anzi, esse sembrano sconfinare nell’estremismo se non addirittura nel tradimento. Accettare quanto chiesto ad esempio da Radev comporterebbe per l’Europa un’ammissione del totale fallimento della scommessa ucraina. Per questo, i politici che in campagna elettorale si discostano dalle posizioni ufficiali sono bersaglio di feroci campagne di propaganda che puntano a screditarli, nonostante sempre più frequentemente risultino in sintonia con i loro elettori.

Per quanto riguarda la Bulgaria, Radev ha cercato di assumere un tono conciliante dopo che sono iniziati a circolare i risultati del voto. In un comizio domenica sera a Sofia, ha ad esempio assicurato che il suo paese continuerà il “percorso europeo”, mentre si è astenuto dal citare esplicitamente i piani per riallacciare i contatti con la Russia. Radev ha però ribadito che l’UE, se intende ricoprire un ruolo di primo piano a livello internazionale, dovrà necessariamente essere più “pragmatica”.

Se i dati finali delle elezioni confermeranno la conquista della maggioranza assoluta in parlamento del PB, Radev avrà probabilmente maggiori spazi di manovra nel tentativo di svincolarsi almeno in parte dalla linea anti-russa. Ci saranno tuttavia pressioni enormi sul governo entrante, sia dall’UE sia in sede NATO, e difficilmente avverranno cambiamenti di rotta drastici in un paese cruciale per l’offensiva anti-russa in corso. Se Sofia ostacolerà o meno le future iniziative europee a favore del regime di Zelensky è insomma tutto da vedere.

D’altronde, il premier bulgaro ad interim, Andrey Gyurov, nelle scorse settimane si era affrettato a consolidare i legami con l’Ucraina, proprio in previsione di un possibile cambio di passo in caso di successo di Radev. Il capo del governo uscente, appartenente ai liberali di “Continuiamo il Cambiamento”, a fine marzo aveva firmato a Kiev un accordo di cooperazione militare della durata di dieci anni. Il testo prevede, tra l’altro, la fornitura di armi e altri equipaggiamenti bellici, la produzione congiunta di droni e munizioni, oltre che esercitazioni tra le rispettive forze armate. Il tempismo di questa iniziativa è stato oggetto di aspre critiche anche da parte di politici filo-europei, come lo stesso ex premier Borissov, perché quanto meno inopportuna per un governo non eletto e, di conseguenza, senza nessun mandato specifico.

Al netto della propaganda UE, in definitiva, Rumen Radev non è un burattino di Putin né romperà totalmente con le politiche filo-ucraine dei suoi predecessori. Dopo la recente sconfitta di Orbán, limitatamente all’approccio alla guerra e ai rapporti con la Russia, l’esito del voto in Bulgaria rilancia però il fronte del pragmatismo proprio mentre la situazione degli approvvigionamenti energetici per l’Europa rischia di diventare drammatica a causa dei riflessi dell’aggressione illegale di USA e Israele contro l’Iran.

Solo questo fatto alimenta un’esilissima speranza di un futuro ravvedimento continentale. Ma c’è di più. Pur con tutti i limiti del caso per un politico – ed ex militare – integrato nel sistema di potere, il successo di Radev e del suo neonato partito rappresenta una novità quasi assoluta di una formazione di centro-sinistra che auspica un ripensamento delle politiche anti-russe. Finora, infatti, questa attitudine è stata monopolio quasi esclusivo della destra populista, sia pure con la notevole eccezione, prima di Radev e del PB in Bulgaria, del governo socialdemocratico di Robert Fico in Slovacchia.

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