La “Repubblica Tecnologica” di Palantir: l’ontologia del potere nell’era dell’IA

Dal blog https://www.lindipendente.online/

23 Aprile 2026 Michele Manfrin

Un recente post pubblicato sul profilo ufficiale X di Palantir ha scatenato un acceso dibattito, venendo rapidamente etichettato come il “manifesto” politico della colossale società di software statunitense, co-fondata da Peter Thiel e Alexander Karp. Il post, articolato in 22 punti, sintetizza il volume The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, pubblicato lo scorso anno da Karp insieme a Nicholas W. Zamiska, capo degli affari societari e consigliere legale di Palantir. L’opera si configura come un trattato di rottura rispetto alla saggistica aziendale contemporanea.

Non si limita a delineare una strategia industriale, ma propone una vera e propria ontologia politica che vede nella tecnologia l’unica forza capace di preservare i valori democratici occidentali in un secolo segnato dal ritorno del conflitto tra grandi potenze.

La tesi centrale è che l’Occidente viva un’emergenza non dichiarata, causata dallo scollamento tra l’élite della Silicon Valley e le necessità di difesa dello Stato. Karp e Zamiska invocano una “Repubblica Tecnologica”, un modello di governance dove innovazione scientifica e missione nazionale siano indissolubilmente legate. Peccato che il modello politico e sociale di cui parlano sia in realtà in netto contrasto sia con la democrazia sia con la libertà.

Il software come architettura del secolo

Nella sezione “The Software Century”, gli autori analizzano come il software sia diventato l’infrastruttura invisibile del potere globale. Sebbene gli Stati Uniti abbiano generato le tecnologie fondanti del nostro tempo, Krap e Zamiska dicono che hanno al contempo smarrito il senso dello scopo.

La critica punta a una Silicon Valley che ha preferito il profitto facile derivante dalla “gratificazione dei consumatori” rispetto alla responsabilità verso la sicurezza nazionale.

Gli autori introducono il concetto di “Winner’s Fallacy” (La fallacia del vincitore): il successo finanziario travolgente dei social network e delle app di consegna a domicilio ha illuso i leader tecnologici che il valore di mercato fosse l’unico metro di giudizio.

Si sarebbe così formata un’enclave di ingegneri brillanti che ottimizzano algoritmi pubblicitari mentre le potenze straniere corrono a sviluppare intelligenze artificiali militari capaci di alterare l’equilibrio di potere. Per Karp, la Silicon Valley ha un debito morale verso il Paese che ne ha permesso l’ascesa: un debito esigibile solo attraverso una partecipazione attiva alla difesa della nazione.

La tesi è che la frammentazione del talento verso progetti “effimeri e triviali” sia un rischio esistenziale. In un’epoca in cui l’IA sta sostituendo l’atomo come fondamento della deterrenza, restare indietro nella capacità di tradurre il codice in “Hard Power” significa condannare l’Occidente alla subordinazione. L’intelligenza artificiale non è un’arma, ma un “nuovo Progetto Manhattan” che esige una cooperazione inedita tra industria e governo.

La fragilità intellettuale e il ritorno al dogma

La seconda parte del volume, “The Hollowing Out of the American Mind”, sposta il focus sulla sociologia e la psicologia politica. Il declino tecnologico, secondo Karp e Zamiska, è sintomo di un malessere spirituale: l’abbandono di “credenze forti” (come la religione) in favore di un’ideologia secolare rarefatta.

Questo svuotamento ha generato una “fragilità intellettuale” che inibisce i leader dal prendere decisioni coraggiose.

Gli autori stigmatizzano gli “Agnostici Tecnologici”, coloro che sostengono la neutralità della tecnologia. Definita come un atto di codardia intellettuale, questa posizione lascerebbe campo libero ad attori autoritari. Viene citato l’esperimento di Asch per illustrare come la pressione sociale spinga i talenti a rifiutare collaborazioni con il dipartimento della difesa per paura di essere “cancellati” dal gruppo.

Eppure, non si può non notare come il comparto industriale statunitense, compreso quello tecnologico, sia da sempre in affari con il Pentagono così come con tantissimi altri eserciti del mondo (Israele su tutti).

Non si può non notare come il comparto industriale statunitense, compreso quello tecnologico, sia da sempre in affari con il Pentagono, così come con tantissimi altri eserciti del mondo (Israele su tutti)

Karp invoca il ritorno a un senso di appartenenza che trascenda l’individuo, verso una dimensione religiosa o patriottica. La tolleranza non deve trasformarsi in un relativismo paralizzante: una repubblica vitale deve definire chiaramente la propria identità e ciò che è disposta a difendere.

Secondo gli autori, la fede non dovrebbe essere un ostacolo al progresso, ma un ancoraggio necessario per evitare il nichilismo che accompagna il successo materiale estremo. Così, le culture non sono tutte uguali: ce ne sono di regressive così come di beneficio umano e sociale. Gli autori non specificano quali siano le culture migliori così come non specificano se la fede va bene indistintamente o se ve ne sia una in particolare più valida delle altre. Vedendo chi propone queste teorie, come vedremo più avanti, si può intuire che vi sarà una sola cultura e una sola fede al di sopra di tutte le altre.

“Eck Swarm”: ingegneri al comando (o quasi)

La terza sezione, “The Engineering Mindset”, offre uno sguardo interno su come Palantir implementa i principi della “Repubblica Tecnologica”. Gli autori propongono il modello dello “Eck Swarm”, ispirato metaforicamente alle api esploratrici di Karl von Frisch.

Il principio cardine è la distribuzione dell’autorità: il potere decisionale non deve risiedere in comitati o livelli manageriali intermedi, ma negli ingegneri “sul campo” che affrontano problemi reali.

Questo approccio mira a superare il “complesso industriale delle riunioni”, che soffoca l’efficacia aziendale. Karp sottolinea come la “volontà di rischiare la disapprovazione della folla” sia il prerequisito fondamentale per l’innovazione. L’organizzazione deve preservare uno spazio per il confronto ideologico, rifiutando la fragilità che impedisce discussioni franche su temi come guerra e sorveglianza.

Qui però emerge una delle grandi contraddizioni del pensiero esposto nel libro: sebbene l’ingegnere debba essere, in teoria, il decisore autonomo, la sua funzione deve essere subordinata alla richiesta bellica.

Come spiegano gli autori, quando un soldato necessita di uno strumento, l’ingegnere non deve interrogarsi sull’etica o sulla filosofia della violenza, ma fornire il mezzo più efficace possibile rispetto alla richiesta. Si chiede, in sostanza, una neutralità etica dell’ingegnere che stride con il fervore ideologico richiesto dall’azienda. Insomma, gli ingegneri comandano come fare bene il loro lavoro rispetto al comando dell’ape regina, ovvero al Pentagono.

Nuove geopolitiche e il futuro dell’Occidente

L’ultima parte del libro, “Rebuilding the Technological Republic”, invoca un ritorno alla mentalità della prima Guerra Fredda, dove tecnologia, cultura e difesa nazionale convergevano in uno scopo comune.

Una proposta è il superamento dell’esercito di soli volontari (quindi l’esercito professionale) in favore di un servizio nazionale universale: una democrazia dovrebbe combattere guerre solo se l’intera società ne condivide il rischio. Condivisibile e attuabile solo quando la guerra viene combattuta per difendere il proprio Paese sul proprio territorio, non quando si compiono guerre di conquista imperiale per l’interesse e il profitto di alcuni.

Il testo richiede inoltre una revisione radicale delle alleanze: la Germania e il Giappone, definiti in uno stato di “pacifismo teatrale” derivante da una storica “iper-correzione”, devono essere incoraggiati a riarmarsi tecnologicamente per riequilibrare il potere delle potenze in Europa e in Asia. Sebbene non venga affermato esplicitamente, questo sembra suggerire la volontà di una nuova alleanza tra Stati Uniti, Europa (Germania in testa) e Giappone in funzione anti-russa e anti-cinese nello scacchiere globale. 

Il futuro delineato dagli autori prevede un’IA che sostenga l’intera infrastruttura del benessere, dalla sanità alla logistica, a patto di abbracciare questa visione egemonica. Insomma, una sorta di patto faustiano. Il capitolo conclusivo, “The Next Thousand Years”, proietta la visione verso un orizzonte millenario. La proposta è quella di una “Nuova Atlantide” baconiana, dove la scienza serve un progetto di civiltà ordinatrice.

Chi sarà l’ordinatore? Non è spiegato ma abbiamo qualche sospetto. La storia del Novecento, e più in generale della Modernità, insegna che quando la scienza è posta acriticamente al servizio dello Stato, e del suo potere coercitivo, il rischio di derive autoritarie è più che concreto, i cui esiti possono essere “olocaustici”.

Un prototipo di alleanza Stato-Privato

Il CEO di Palantir, Alexander Karp

Karp non nasconde che Palantir rappresenti il prototipo di questa nuova fusione tra apparati di sicurezza e settore privato. Attraverso piattaforme come Gotham e Foundry, l’azienda vuole dimostrare che il software non deve essere solo reattivo, ma predittivo e capace di gestire risorse pubbliche con precisione.

Le criticità sono estremamente profonde. Da una parte, Karp usa un linguaggio accademico sofisticato per legittimare interessi commerciali che convergono con la difesa; dall’altra, la sua retorica del “pensatore libero” appare in netto contrasto con l’integrazione totale che promuove tra tech e apparati statali.

La contraddizione tra l’elogio dell’ingegnere come mente sovrana e la richiesta di un’esecuzione cieca agli ordini del Pentagono solleva dubbi sulla reale natura di questa “libertà”. Come può la creatività, e la libertà, sopravvivere in un sistema che esige segretezza militare e obbedienza dogmatica?

Se, come sostengono gli autori, la scienza non deve porsi domande etiche di fronte alla necessità del soldato, allora l’ingegnere del futuro rischia di trasformarsi, più che in un custode della repubblica, in un esecutore efficiente di una volontà statale insindacabile.

Il manifesto di Palantir è una chiamata alle armi che sfida il relativismo liberale, proponendo un ordine tecnologico-scientifico autoritario, in cui il pluralismo può essere considerato un ostacolo. In tale ordine, l’osannato ingegnere, non sarebbe anch’egli che un ingranaggio nella macchina che produce la “banalità del male” di cui parlava Hannah Arendt, dove non vi sono responsabilità personali negli esecutori materiali, in quanto obbedienti agli ordini. 

Palantir e i suoi architetti: tra sorveglianza globale e potere d’ombra

Per comprendere la portata ideologica della “Repubblica Tecnologica”, è necessario analizzare Palantir Technologies, l’azienda che ne incarna i principi. Fondata nel 2003, nel pieno della paranoia post-11 settembre, Palantir è il braccio analitico del complesso militare-industriale statunitense.

Il suo nome, mutuato dalle “pietre veggenti” di Tolkien che permettono di osservare eventi lontani, ne chiarisce la missione: trasformare oceani di dati frammentati in strumenti di sorveglianza e previsione totale. Fin dai suoi esordi, come molte delle società tecnologiche, l’azienda ha goduto di un legame privilegiato con l’intelligence americana, ricevendo i primi finanziamenti da In-Q-Tel, il braccio di venture capital della CIA.

Oggi, le sue piattaforme sono l’impalcatura invisibile su cui poggiano le operazioni del Pentagono, dell’FBI, della NSA e di numerosi governi alleati, inclusi i servizi di sicurezza israeliani, dove il software di Palantir viene impiegato per il monitoraggio e l’identificazione dei bersagli in contesti di conflitto.

A destra: Peter Thiel cofondatore di Palantir

Al vertice di questa struttura siedono due figure antitetiche ma complementari.

Da un lato Peter Thielmiliardario libertario e primo investitore esterno di Facebook, Thiel è diventato il principale ponte tra l’universo tecnologico e la destra populista americana, agendo come grande finanziatore e consigliere di Donald Trump, nonché avendo fatto da padrino al suo vice, J.D. Vance.

La sua visione fonde un’ostilità radicale verso le istituzioni democratiche tradizionali con la convinzione che solo una tecnologia egemonica possa garantire l’ordine.

Dall’altro lato c’è Alex Karp, l’attuale CEO: un intellettuale eccentrico, con un dottorato in teoria sociale a Francoforte, in Germania. Karp rappresenta l’evoluzione del pensiero “liberal” verso un interventismo tecnologico muscolare. Sebbene si definisca un progressista, è lui il volto pubblico che difende con maggior vigore l’uso dell’IA nei conflitti armati. Thiel e Karp, i quali si sono detti sostenitori di ferro di Israele e del progetto sionista, hanno trasformato Palantir nel prototipo di una nuova entità geopolitica: una società privata che detiene il monopolio degli algoritmi di controllo e che, di fatto, agisce come un’estensione della sovranità statale, operando però al di fuori del controllo pubblico e della trasparenza democratica.

Avatar photo

Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.