Il tallone d’Achille del Medio Oriente

Dal blog https://comune-info.net/

Paola Bonora 22 Aprile 2026

Sharq, Kuwait City, Kuwait. Foto di Azhar Munir Din su Unsplash

Nello scenario in ebollizione concentriamo l’attenzione sul petrolio, dimentichiamo l’acqua e il suo ruolo essenziale per i paesi del Golfo. Dove le metropoli fondate su petrodollari, business finanziari, turismo internazionale e immaginario dell’opulenza concentrano milioni di abitanti in terre aride, desertiche, e debbono la propria sopravvivenza ai dissalatori. Una vulnerabilità insidiosa, nel mezzo di un conflitto irresponsabile e dell’ambigua partnership con gli Usa. Ma anche prefigurazione dei rischi dell’adattamento tecnologico al surriscaldamento oltre che conferma delle fosche previsioni che indicano l’acqua come l’obiettivo bellico del futuro.

I dissalatori, in gran parte integrati alle centrali elettriche di frequente minacciate e in alcuni casi lesionate, sono installazioni enormi, vistose, distribuite lungo le coste. Anche se formalmente protetti come infrastrutture civili, di fatto sono esposti a violazioni come mostrano gli episodi di danneggiamento. Se il petrolio è l’arma economica, l’acqua è il tallone d’Achille del Medio Oriente.

Dalla metà del Novecento la popolazione della penisola arabica è passata da pochi milioni a oltre 80 milioni di abitanti concentrati in grandi aree urbane. Una crescita consentita dall’installazione dei dissalatori a partire dagli anni ’60-70. Attualmente a Riad si addensano 7 milioni di abitanti, a Dubai tra 3,5 milioni a oltre 4 nelle ore diurne. Il Kuwait, che non ha fiumi né laghi, poche falde in prevalenza salmastre, dipende per il 90% da acqua dissalata. L’Oman per l’86%. Il Bahrain, che sconta anche l’insularità, ha una dipendenza quasi assoluta.

Riad, lontana dal mare a un’altitudine di 600 metri nell’altopiano desertico del Najd, riceve acqua dal Golfo, attraverso reti di pompaggio ad altra pressione lunghe più di 500 chilometri in grado di superare il dislivello. Si è anche dotata di giganteschi serbatoi che però garantiscono acqua per soli due giorni e sta lavorando per arrivare a 7 nel 2030. Il Qatar, quasi privo di risorse idriche, ha costruito enormi serbatoi che portano l’autosufficienza fino a 14 giorni. Abu Dhabi inietta acqua in una vecchia falda sotterranea a 160 chilometri nel deserto, nella Liwa Oasis, e promette 90 giorni per 1 milione di persone. Soluzioni diverse che in ogni modo garantiscono autonomie limitate rendendo i sistemi urbani sauditi altamente vulnerabili.

Anche Israele ha il problema dell’acqua, lo ha affrontato con riuso delle acque reflue e irrigazione a goccia, con cui ha messo a coltura parte del deserto del Negev. La dissalazione su larga scala è partita dal 2000 con cinque grandi impianti sulla costa mediterranea e dallo scorso anno con una pipeline che porta acqua dissalata verso l’entroterra fino al Lago Kinneret (Mare di Galilea), eroso dall’utilizzo e dal surriscaldamento, che potrà ora fungere da serbatoio. Mentre la guerra con Beirut apre prospettive implicite di controllo delle acque del fiume Litani, perno del conflitto, che irriga le aree rurali del Libano meridionale.

L’Iran, paese in gran parte montuoso, è meno dipendente dalla dissalazione, continua a sfruttare falde, fiumi e vecchie dighe, ma ha infrastrutture datate e malridotte e si trova in una crisi idrica strutturale legata a sovrasfruttamento delle falde e cambiamento climatico.

Sotto il profilo geopolitico e ecologico il caso più emblematico è quello dell’Iraq, antica Mesopotamia, le cui famose paludi, il “Giardino dell’Eden” patrimonio Unesco, si sono trasformate in distese di fango secco e deserti salini. A monte, grandi dighe costruite in Turchia e in Iran hanno ridotto la portata del Tigri e dell’Eufrate e causato l’abbassamento del flusso alla foce dello Shatt al-Arab, il corso d’acqua formato dall’unione dei due fiumi. Associato al surriscaldamento, ciò ha provocato l’estensione del cuneo salino, che ora entra per decine di chilometri e ha portato a rovina i territori invasi dal mare, espulso il vivente, popolazioni e fauna, decimato la biodiversità. Esempio drammatico del combinato di contrapposizioni per l’accaparramento delle risorse idriche e cecità ecosistemica.

Non a caso la geopolitica dell’acqua è uno dei temi centrali del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), a cui aderiscono i paesi della penisola arabica che, pensando soprattutto alle emergenze belliche, intendono unificare, come hanno già fatto per l’elettricità, la rete idrica per scambiarsi acqua in caso di necessità.

I dissalatori sono infrastrutture imponenti in cui realizzazione, funzionamento, manutenzione assorbono quantità di danaro ingentissime che poggiano sulle ricchezze del petrolio. E sono perno di un contratto sociale in cui gli stati forniscono acqua e energia a prezzi (per ora) irrisori in cambio del consenso. L’acqua è dunque un bene politico su cui si regge il patto tra monarchie, investitori e cittadini. Non a caso fino all’inizio degli anni Novanta gli impianti appartenevano a organismi nazionali mentre quelli recenti sono realizzati in project financing, un passaggio per attrarre capitali e scaricare il rischio finanziario sui mercati globali. Quote di maggioranza e supervisione rimangono in ogni modo in mano governativa, come le reti di distribuzione, gestite da enti statali o municipali. Un controllo biopolitico ben saldo.

Per i nuovi complessi è intensa la ricerca per l’efficientamento energetico attraverso tecnologie a osmosi inversa, che riducono fabbisogno energetico e costi, integrazione con energia solare, riutilizzo delle acque reflue, abbassamento dei sussidi ai consumi a fronte di uno spreco sfarzoso. Innovazioni che inducono a ritenere che in futuro i paesi del Golfo non venderanno solo petrolio, ma know-how su come sopravvivere in un mondo surriscaldato. Rinnovando in certo qual modo il primato su estrazione e distribuzione dell’acqua che, nel medioevo, la dominanza araba aveva trasferito ai paesi mediterranei.

Alla fine le petromonarchie del Golfo possano essere assunte come reificazione del paradigma economico e politico in corso, oltre che presagio del suo destino climatico. Rendite (petrolifere) che alimentano regimi di accumulazione assoggettati a asset finanziari dall’influenza globale e faraoniche rendite immobiliari in metropoli che esistono sotto il perenne ricatto delle risorse vitali. Estremizzando le condizioni del rentier capitalism e liberandolo da vecchie ubbie come quella della democrazia. Coronazione insomma dei sogni del neoliberismo redditiere.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.