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- 24 Aprile 2026 Piero Orteca
Due campane, dai rintocchi assai diversi. Quella della Casa Bianca, tra qualche lusinga e molte minacce, cerca di far intendere che la matassa iraniana presto verrà sbrogliata. Con le buone o con le cattive. Ma, dall’altro lato, i suoni sono decisamente stonati. Gli ayatollah la pensano in un altro modo, e uno dei nuovi leader, Qalibaf il Presidente del Parlamento, chiarisce la loro posizione.
La ‘testa pensante’ del regime
Il nostro piccolo viaggio all’ombra dei minareti del potere sciita, nell’Iran teocratico di oggi, non poteva non soffermarsi sul nuovo ‘uomo forte’ del regime: Mohamnad Bagher Qalibaf, il Presidente del Parlamento. Uno dei pochi superstiti ‘eccellenti’, sopravvissuti alla sanguinosa decapitazione dei vertici persiani ordinata da Netanyahu e appoggiata (fino a un certo punto) da Donald Trump. In effetti, dopo la solenne stupidaggine effettuata con l’uccisione di Alì Khamenei, che ha trasformato la crisi, a tutti gli effetti, in guerra di religione, gli Usa hanno dato una frenata alle foie israeliane di sterminare tutta la ‘nomenklatura’ di Teheran.
Considerazioni morali o giuridiche? Per niente. Solo che al Dipartimento di Stato e al Pentagono hanno tirato Trump per la giacca, facendogli capire che gli israeliani stavano ammazzando, sistematicamente, tutti i potenziali negoziatori iraniani. Una sorta di ‘metodo Hamas’, come quando Netanyahu faceva finta di trattare, per ‘sistemare’ invece i suoi nemici. Definitivamente. A quanto pare, la Casa Bianca avrebbe salvato la pelle al Presidente Masoud Pezeshkian e, soprattutto, al Ministro degli Esteri Araghchi, entrambi sulla ‘lista nera’ del Mossad. Probabilmente, si spiega pure in questo modo perché un ‘duro e puro’ come Qalibaf si muova senza remore fino ad Islamabad, in Pakistan, per guidare la delegazione che tratta con gli americani. Può sembrare paradossale, ma finora la sua ‘assicurazione sulla vita’ l’ha firmata il Presidente degli Stati Uniti in persona.
Un’intervista, tanti messaggi
Qalibaf è un politico di lungo corso, che sintetizza la figura ideale per l’establishment del regime: è infatti un uomo d’apparato animato, contemporaneamente, da una fortissima motivazione religiosa. Qualcosa di scarsamente comprensibile per noi occidentali, abituati a giudicare la realtà internazionale solo attraverso i filtri della nostra cultura. Un approccio che spesso ci porta a fare dell’universo islamico tutto un fascio e che ci induce a commettere clamorosi errori di (sotto)valutazione dell’interlocutore e dei suoi obiettivi.
Nel caso specifico, ad esempio, non si può certo trattare con Qalibaf come si fece a suo tempo con Javad Zarif, diplomatico e ministro iraniano formatosi negli Usa. O come si sarebbe potuto e dovuto fare con Larijani, negoziatore duro ma esperto e, soprattutto, considerato da Washington una controparte affidabile, essendo ritenuto voce ‘unificante’ delle varie fazioni del regime.
Perché il punto è proprio questo, specie in un simile momento di caos istituzionale. Chi tratta, rappresenta tutto l’Iran? Forse, proprio per sottolineare alcuni punti ‘caldi’ della crisi, ma anche per lanciare un messaggio autoreferenziale sulla sua stabilità, Qalibaf ha deciso di parlare alla televisione iraniana.
Un intervento che ha guardato fuori dai confini, ma che è stato rivolto anche alla propria popolazione. Per dare un segnale inequivocabile su chi ancora eserciti il potere in Iran. Il Presidente del Parlamento ha risposto a una serie di domande, integralmente riportate da Teheran Times. Proponiamo alcuni estratti delle sue risposte.
Le parole di Qalibaf
«Gli americani possiedono più ricchezza, equipaggiamento e infrastrutture militari, e anche il regime sionista detiene un grande potere. Non li abbiamo distrutti. [Ciononostante,] siamo noi i vincitori di questa guerra. Abbiamo combattuto una guerra asimmetrica e respinto il nemico grazie alla nostra strategia e preparazione»..
«Il governo statunitense afferma ‘America First’, ma in pratica dimostra che ‘Israel First’ è più importante. Abbiamo il vantaggio sul campo, ed è per questo che Trump chiede un cessate il fuoco. L’obiettivo del nemico era costringere l’Iran alla resa in una guerra di soli due o tre giorni, ma noi abbiamo combattuto per 40 giorni e il nemico è stato costretto ad accettare un cessate il fuoco. Non sono riusciti a farci arrendere»..
«La negoziazione è semplicemente un’altra forma di lotta. Non ci saranno compromessi in diplomazia. Se il nemico commette un errore in qualsiasi momento, siamo pronti. Non abbiamo fiducia nel nemico. Le forze armate sono pienamente preparate»..
«Se gli Stati Uniti si rifiutano di revocare il blocco, lo Stretto di Hormuz sarà interdetto al transito. Se ci verrà impedito di passare, faremo in modo che nessuno [legato agli avversari] possa attraversarlo»..
«Che si tratti di documenti di negoziazione o di piani di guerra, la mia determinazione rimane immutata. Sono pronto a sacrificare la mia vita e il mio onore. Ci muoviamo uniti sotto la guida del Leader della Rivoluzione Islamica, seguendo scrupolosamente le sue direttive: senza oltrepassare i limiti, né restare indietro».
«Tutti gli sforzi del nemico sono volti a distruggere l’unità e la solidarietà del popolo. Quasi 30 milioni di iraniani si sono già iscritti alla campagna JANFADA [coloro che sono pronti a sacrificare la propria vita]».
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