IL MITO DELLA BRIGATA EBRAICA

Dal blog alessandramaffilippi@substack.com

M. Alessandra Maf Filippi
apr 27

Storia, simboli e riscritture del 25 aprile e della contesa Festa della Liberazione

Un manifesto del 1944 dell’Agenzia ebraica per Israele che invitava alla coscrizione.

Fioccano, da oltre due giorni, narrazioni distorte e ricostruzioni fantasiose sugli eventi delle manifestazioni dello scorso 25 aprile. Titoli di giornali e commentatori politici hanno descritto la giornata di sabato come attraversata da un “clima antisemita”, addirittura paragonandolo a quello del Ventennio fascista. A Milano, un esponente della giunta Sala, Daniele Nahum, figura nota della locale comunità ebraica, intervistato dal Sole 24Ore, nel bel mezzo del corteo meneghino, ha parlato di “clima di odio contro gli ebrei”, trasformando così il dissenso politico verso le azioni dello Stato di Israele – e la sua impunità nel contesto internazionale – in un odio indistinto che non trova riscontri fattuali nella realtà. Prova ne è il fatto che i gruppi di ebrei che hanno sfilato al di fuori della Brigata hanno ricevuto plauso e sostegno.

Polemiche sterili, rafforzate da una narrazione unilaterale costruita a partire dalle prime pagine di una larga fetta di quotidiani nazionali e da interpretazioni che si sono spinte a definire addirittura “drammatica” la giornata di sabato, consolidando una sola chiave di lettura senza restituirne la complessità. Un fumo che offusca la partecipazione pacifica e imponente in tutta Italia di centinaia di migliaia di cittadini, di ogni età e appartenenza, scesi in piazza per abitare fisicamente questa ricorrenza come raramente era accaduto prima. Questa avrebbe dovuto essere la notizia. Invece è stata sostituita da accuse di antisemitismo spesso ripetute in modo automatico.

Io ero a Roma, sabato, arrivata da Istanbul per partecipare al grande corteo di Roma est, che si è snodato fra Centocelle — quartiere simbolo, Medaglia d’oro della Resistenza — e Quarticciolo: un fiume umano composto da oltre 10.000 persone, famiglie, bambini, anziani, studenti, una grande presenza di giovani che hanno dato vita e colore alla memoria, come in un passaggio di staffetta tra generazioni. Un corteo ampio, trasversale, profondamente civile. L’unico elemento che ho trovato realmente drammatico non appartiene alla manifestazione, ma alle condizioni strutturali di abbandono urbano e sociale in cui versano le case popolari di quei quartieri.

Grave è stato quanto accaduto, sempre a Roma, nel corteo che ha sfilato nel centro, dove una coppia dell’ANPI è stata colpita con una pistola ad aria compressa. Episodio inaccettabile, che va condannato senza ambiguità. Così come è grave la frase che sembra sia stata rivolta a Milano a Emanuele Fiano, nella quale si fa riferimento agli ebrei come “saponette mancate”: un’espressione indegna che non ammette attenuanti, della quale tuttavia non esistono prove audio o video che ne certifichino l’effettiva pronuncia. Nessuna delle persone presenti e in grado di udire afferma di averla sentita.

Detto questo, al netto di episodi isolati e gravissimi che vanno trattati come tali, ciò che colpisce è la costruzione narrativa che li trasforma in paradigma generale, cancellando la natura politica e sociale delle manifestazioni. E allora una domanda rimane, semplice e non eludibile: perché il corteo milanese di una festa nazionale italiana dedicata alla Liberazione è stato aperto da bandiere di uno Stato che non esisteva all’epoca della Resistenza italiana? E ancora: perché a quelle bandiere si sono aggiunte altre simbologie estranee alla storia del 25 aprile, trasformando una ricorrenza nazionale in una piattaforma di rappresentazione identitaria contemporanea?

Il 25 aprile è la Festa della Liberazione italiana e della Resistenza contro il nazifascismo. Non esiste continuità storica tra quella vicenda e Stati successivi, né può essere riscritta retroattivamente la sua natura. Chi contesta la presenza delle bandiere di Israele non nega diritti o identità, ma pone una questione di coerenza storica e di rispetto del contesto originario della ricorrenza. Ridurre tutto a categorie morali assolute — “odio”, “antisemitismo”, “legittimità morale” — non aiuta a comprendere ciò che accade. Al contrario, rischia di oscurare il dibattito e impedire una discussione adulta sul senso delle commemorazioni civili.

LA BRIGATA EBRAICA: STORIA E CONTESTO

In questo contesto, il dibattito si è poi polarizzato sulla presenza della Brigata Ebraica nei cortei della Liberazione, che ha sfilato con bandiere dello Stato di Israele, che all’epoca non esisteva, bandiere della Persia che inneggiano alla restaurazione di una dinastia passata alla storia per le sue feroci e sanguinose repressioni, immagini di Trump e Netanyahu che certamente tutto sono fuorché esempi di Liberazione. Ragion per cui, al netto delle polemiche e dell’inutile fiume di parole spese da sabato, la sola cosa utile è chiedersi chi fosse la Brigata Ebraica e da dove nasca.

Composta da ebrei della Palestina mandataria appartenenti allo Yishuv — la popolazione ebraica presente in Palestina prima del 1882, anno della prima grande ondata migratoria dall’Europa orientale — era formata da circa 5000 uomini, arruolati nell’esercito britannico e inquadrati all’interno dell’VIII Armata. Venne costituita formalmente nel settembre 1944 e operò per non più di 40/50 giorni, tra marzo e aprile 1945. Secondo gli archivi militari britannici e le ricostruzioni storiche israeliane, la Brigata operò sul fronte italiano principalmente tra Alfonsine, il fiume Senio e l’area ravennate, durante l’offensiva finale contro la Linea Gotica, quando il collasso tedesco era ormai imminente.

Non partecipò allo sbarco in Sicilia, né alla liberazione di Roma, né alle principali campagne del 1943-44, né all’insurrezione partigiana del Nord. Il suo impiego avvenne dunque in una fase terminale della guerra. Per questo motivo, descriverla come una componente decisiva della liberazione dell’Italia è una semplificazione storicamente infondata e sproporzionata rispetto al suo impiego reale. Allo stesso tempo, è altrettanto impreciso sostenere che il suo contributo sia stato inesistente: combatté effettivamente nel territorio ravennate nelle ultime settimane della guerra, subendo anche perdite. Il nodo resta la sproporzione tra ruolo operativo e costruzione simbolica successiva[i].

Il brigadiere Ernest Frank Benjamin, comandante della Brigata ebraica, ispeziona il 2º battaglione in Palestina, nell’ottobre 1944.

IL DOPOGUERRA E IL NODO DEL PRESENTE

Alla fine della guerra, molti veterani della Brigata tornarono nella Palestina mandataria e una parte di loro partecipò ai processi di addestramento del movimento sionista guidato da David Ben-Gurion, contribuendo alla formazione del futuro esercito che oggi chiamiamo IDF – Israel Defense Forces. In quell’apparato confluirono membri di organizzazioni armate attive nella Palestina mandataria — Haganah, Palmach, Irgun (Etzel), Lehi — coinvolte, tra anni Trenta e 1948, in azioni militari e scontri nel contesto del conflitto arabo-ebraico.La Brigata Ebraica non fu però assimilabile a queste formazioni, pur essendoci una successiva convergenza di esperienze e percorsi individuali nel dopoguerra[ii].

Il punto oggi è la trasformazione simbolica della Brigata nel discorso pubblico italiano. Un’unità militare inserita in un dispositivo alleato già avanzato è diventata progressivamente un simbolo centrale della Liberazione, con una sovrapposizione tra storia operativa e memoria politica che merita una lettura critica. Il problema non è la presenza di simboli, ma la trasformazione di una festa nazionale in un campo di proiezione politica contemporanea, senza più distinzione tra memoria e presente.

E allora la questione finale rimane questa: chiunque si opponga all’idea che la bandiera di uno Stato oggi al centro di un procedimento davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per presunte violazioni della Convenzione sul genocidio, e di accuse davanti alla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, possa aprire il corteo della festa nazionale della Resistenza dedicata ai partigiani, pone una questione politica legittima.


[i] Sulla costituzione della Brigata Ebraica (Jewish Brigade Group), il suo inquadramento nell’esercito britannico e il numero approssimativo dei suoi effettivi si vedano The National Archives (Kew, London), War Office, records, 1944–1945.

[ii] Per un inquadramento storico, si vedano Benny Morris, 1948: A History of the First Arab-Israeli War(Yale University Press, 2008) e Id.,Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict, 1881–2001(Knopf, 1999; rev. 2001; ed. ampliata Yale University Press, 2011).

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Insegna che avevano cucita sulla manica i militari della Brigata ebraica: si legge chiaramente la parola PALESTINA scritta in ebraico, inglese e arabo.

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