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27 Aprile 2026 Chiara Colombini
I mille tipi di Resistenza di cui parlava Nuto Revelli nell’orazione per la festa della Liberazione tenuta ad Alba da Chiara Colombini
Non è mai facile un discorso per il 25 aprile, e non solo perché il rischio di una celebrazione retorica è dietro l’angolo. Certamente non è facile parlare in questo 25 aprile, davanti a una situazione mondiale che ha polverizzato i parametri del diritto internazionale e insieme i limiti della decenza, forse lo stesso senso di umanità. Proprio l’ordine e il sistema di riferimenti ideali e giuridici che, per l’Italia, diventano reali grazie – e unicamente grazie – alla Liberazione dal fascismo e dal nazismo.
Non è facile parlare, quindi, ma è quanto mai necessario, appunto a fronte di questa situazione globale e, sul piano interno, a fronte di un discorso pubblico fatto di parole vuote, e più spesso avvelenate. Un discorso in cui a volte pare che la democrazia sia spuntata improvvisamente come un fungo, a volte – ed è peggio – pare che la democrazia e la repubblica siano state una costruzione cui ha contribuito chiunque, qualunque famiglia politica. Non è così.
Allora, in questo frastuono così allarmante, vale la pena di cominciare con parole che appartengono a Nuto Revelli. Le scrive il primo luglio del 1955, nel mezzo delle celebrazioni per il primo decennale della Liberazione. Il giorno prima, il suo amico Alessandro Galante Garrone è intervenuto su La Stampa con un articolo intitolato Mito e storia della Resistenza. E Revelli gli scrive, perché per lui leggere quell’articolo è stato come una boccata d’aria. Perché Galante Garrone ha invitato a studiare la Resistenza, come fenomeno storico. Revelli spiega al suo amico che la retorica delle celebrazioni lo spiazza, che ciò che legge lo spiazza. È una citazione lunga, e me ne scuso, ma è utile leggerla per intero:
Madonna santa, – dice Revelli – ma che partigiani in gamba, tutti robusti, tutti perfetti, politicamente ben inquadrati, che di «mangiare» non parlavano mai, che ammazzavano i tedeschi a centinaia, e sparavano sempre fino all’ultima cartuccia. Possibile che soltanto per noi, partigianelli GL del Cuneese, esistessero un’infinità di piccoli problemi – le scarpe, il sacco di farina, il chilo di sale, il partigiano lazzarone, il partigiano fifone, il comandante sfessato e mille altre diavolerie? Che il nostro fosse soltanto un «piccolo» partigianato?
Da quando però ho ripreso a girare e rigirare i miei mucchi di scartoffie – scartoffie di allora – mi sono accorto che il nostro «piccolo» partigianato è quello vero, proprio perché dice che i tedeschi li ammazzavamo soltanto a decine e non a centinaia; non parlavamo mai di strategia ma soltanto di tattica e spesso i problemi logistici erano più impegnativi dei problemi militari. Non piantavamo le bandiere sulle torri, né trovavamo il tempo per le «ore politiche»; alcuni di noi scappavano in combattimento, altri si facevano scannare piuttosto di mollare. Politicamente chi ne capiva di più e chi di meno: chi era salito in montagna per rischiare la pelle, chi per salvarla. Questo era il nostro partigianato: un’esperienza meravigliosa perché vissuta da gente diversa – mille tipi con mille idee – da gente diversa che s’era ritrovata proprio nel partigianato, nella lotta. Gente comune, con pregi e difetti: non un esercito di santi.
Le ultime frasi, dal mio punto di vista, andrebbero scolpite nella pietra o almeno mandate a memoria, perché sono come un manuale per capire la guerra partigiana e la Resistenza.
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Mille tipi, dice Revelli, ed è una fotografia perfetta. Se consideriamo le formazioni partigiane e, insieme, il livello politico, organizzativo e logistico che permette loro di durare, di crescere e combattere, abbiamo davanti agli occhi un vero e proprio incontro di mondi diversi e anche distanti tra loro: militari e civili, donne e uomini, vecchi (in senso relativo) e giovani, italiani e stranieri, persone colte e persone prive di istruzione, di tutte le estrazioni sociali. Persone che, in condizioni ordinarie, non necessariamente avrebbero avuto a che fare le une con le altre.
Revelli dice mille tipi con mille idee, e qui in verità bisognerebbe fare un’aggiunta. Perché accanto a gente con formazione e idee politiche nette (anche in contrasto le une con le altre), c’è chi di idee politiche non ne ha affatto. E non è strano, se si pensa alla realtà di un paese che viene da vent’anni di dittatura fascista.
Ancora. Revelli dice: gente diversa che s’era ritrovata proprio nel partigianato. Gente diversa; e non meno diverse le motivazioni che portano le persone a ritrovarsi nella lotta. Scelte idealmente e politicamente motivate convivono con scelte condizionate dallo stato di necessità, dal desiderio di avventura o dal caso; scelte chiare fin dal principio e granitiche nella loro coerenza convivono con altre tribolate, magari tardive e a volte precarie.
Infine, scrive Revelli, gente comune, con pregi e difetti: non un esercito di santi. Considerare le cose con quest’ottica, considerare le difficoltà del movimento partigiano, i suoi aspetti non eroici non è un modo per sminuirne il significato. È invece una chiave preziosa, perché permette di capire più cose.
Intanto è un messaggio di speranza: sono persone normali, con pregi e difetti, e non eroi inarrivabili; persone che all’appuntamento con la storia – un appuntamento che probabilmente avrebbero volentieri evitato – hanno fatto tutto ciò che hanno potuto e hanno tirato fuori il meglio di sé. È un messaggio di speranza anche perché nell’Italia devastata di allora gli individui, in condizioni tremende, scoprono sé stessi, ciò che sono in grado di fare, e scoprono anche il significato e la potenza dell’agire collettivo.
Tutto questo è tanto più impressionante pensando in particolare ai moltissimi di cui dicevo poco fa, i moltissimi, specialmente i più giovani, che di idee non ne hanno e non ne possono avere perché sono cresciuti sotto il fascismo. Le idee se le formano, le imparano – meglio: se le conquistano – proprio attraverso la Resistenza. Per questo Revelli dice anche che la Resistenza è stata un’esperienza meravigliosa.
Considerare le difficoltà della Resistenza, anche le incertezze, le approssimazioni, non significa sminuirne il significato perché, soltanto avendo chiaro da quanto in basso si è dovuti partire, si può avere l’esatta percezione del valore di ciò che è stato conquistato.
Certo, sappiamo bene che agli occhi di molti dei protagonisti, a Liberazione avvenuta, quelle conquiste non sono sembrate sufficienti; sappiamo che il dopoguerra per molti è stato fonte di amarezze dolorose e di delusioni, sul piano politico, sul piano sociale, sul piano del mancato riconoscimento pubblico del ruolo della Resistenza in un’Italia che dimentica in fretta e in cui i fascisti rientrano presto in gioco.
Come esclama uno dei personaggi di uno splendido romanzo di Romain Gary – Gli aquiloni – «Il sogno ha toccato terra e questo provoca sempre dei danni». Fuor di metafora, tanta è stata l’intensità dell’esperienza della Resistenza, tanto alti, generosi e radicali le speranze e i progetti coltivati durante la lotta, quanto profondo è stato il disincanto.
Adottando il punto di vista dei protagonisti della Resistenza, tutto questo è senza dubbio comprensibile. Ma adottando una prospettiva storica, oggi quella delusione non ce la possiamo proprio permettere. Ritorniamo a quegli anni e sforziamoci di considerare da quanto in basso si è partiti, appunto.
Per un movimento clandestino, volontario, che ha dovuto imparare e costruire tutto da zero – come organizzarsi, con chi farlo, quale regole darsi, come combattere, per quali scopi ostinarsi a farlo – per un movimento che ha fatto tutto questo tra enormi difficoltà e davanti a un nemico enormemente superiore, ecco: per un movimento in queste condizioni di partenza, arrivare a liberare il territorio in parallelo all’avanzata alleata, a organizzare l’insurrezione in molte città anticipandoli, gli Alleati, è stato un risultato enorme.
Come enorme è stato, dopo vent’anni di dittatura, dopo una guerra civile, in un paese lacerato materialmente e moralmente, arrivare a conquistare la democrazia, a conquistare la Repubblica – di cui festeggeremo l’80° – e a redigere la Costituzione.
Ancora, e per finire, considerare la Resistenza nella sua cruda realtà di movimento costruito con fatica, da gente normale, che impara e definisce cammin facendo la lotta stessa, è necessario per capire interamente il costo di queste conquiste.
Costo in termini di rischi accettati, di sofferenze patite e di vite spezzate, certamente. Ma anche e soprattutto il costo in termini di responsabilità assunte.
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Bisogna avere la lucidità di tenere a mente anche ciò che oggi ci mette a disagio. Bisogna ricordare, e bisogna dirsi, che entrare nella Resistenza per molti ha significato non solo accettare il rischio di morire ma anche assumersi la responsabilità terribile di usare la violenza e di dare la morte, per decisione volontaria, cioè senza l’ordine di uno Stato, senza un’autorità a coprire le spalle per quella decisione e a sollevare dalle responsabilità.
Certo, chi entra nella Resistenza reagisce a un contesto di violenza che già esiste, quello imposto dai nazisti e dai fascisti, e reagisce proprio per mettere fine a tutto questo e alla guerra. Ma, appunto, la ribellione, la reazione è fatta anche di questa durezza.
Non servono versioni edulcorate, tranquillizzanti. Serve conoscere ciò che è stato, e – nel frastuono sgradevole che ci circonda dal quale sono partita – serve rivendicare ciò che è stato per come è stato. Oggi, serve rivendicarlo con fermezza, e direi anche con orgoglio, perché è necessario avere chiara la durezza per ricordare bene che la democrazia viene da lì, e soltanto da lì; per ricordare bene chi l’ha costruita, la democrazia, e contro chi e contro che cosa l’ha costruita.
Aggiungo – guardando oltre l’Italia – che, nel mondo devastato dalla Seconda guerra mondiale, è grazie allo sforzo di chi si è ribellato alla protervia dei fascismi, è grazie alla durezza di quello sforzo che il diritto si è imposto sulla legge del più forte, sull’irrazionalità e sul delirio di onnipotenza.
Ricordare però non basta, serve non stancarsi di conoscere. Se, ancora oggi, pur con le più diverse accezioni, continuiamo a fare riferimento all’antifascismo e alla Resistenza, vuol dire che ancora sono una sorgente di legittimazione.
Spesso ci chiediamo che cosa significhino oggi parole come antifascismo e Resistenza e come vadano declinate. È importante farlo, ed è sano. Ma occorre anche continuare a conoscere. La memoria, perché non si atrofizzi e non si distorca sulla base delle esigenze del presente, va nutrita di storia.
Le sorgenti vanno tenute pulite.
*Chiara Colombini lavora all’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea «Giorgio Agosti». È autrice di Anche i partigiani però… (Laterza 2021) e Storia passionale della guerra partigiana (Laterza, 2023). Con Carlo Greppi ha curato Storia internazionale della Resistenza italiana (Laterza, 2024). Ha curato inoltre: Giulio Bolaffi, Partigiani in Val di Susa. I nove diari di Aldo Laghi (FrancoAngeli, 2014) e Pedro Ferreira, Diario partigiano
(Bollati Boringhieri, 2025).