Turchia, potenza mineraria in fieri

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«Veduta di Costantinopoli e del Bosforo», dipinto da Ivan Ajvazovskij nel 1856. Wikimedia Commons. Public Domain.

Krisis.info
mag 4 di Paola Ottino

Tra posizione geografica ed enormi giacimenti di terre rare, Ankara si candida a baricentro strategico tra Europa, Asia e Medio Oriente.

Nel riposizionamento energetico europeo, la transizione verso le energie alternative si lega sempre di più ai minerali critici. In questo contesto, la Turchia emerge come un nodo geopolitico fondamentale, grazie alla sua collocazione nelle catene globali del valore e alla ricchezza del suo sottosuolo. Il giacimento di terre rare di Beylikova evidenzia tuttavia un limite strutturale: la capacità industriale. I minerali critici diventano così il terreno di una nuova geopolitica, in cui la Turchia è un attore centrale, ma ancora incompiuto, della trasformazione globale.


IN BREVE

Hub emergente La Turchia punta a trasformare la propria ricchezza geologica in leva geopolitica. Il giacimento di terre rare di Beylikova simboleggia quest’ambizione strategica.

Sfida tecnologica Nonostante l’abbondanza di risorse, Ankara sconta gap industriali. La mancanza di una filiera di raffinazione complessa frena la capacità di competere su scala globale.

Snodo per Bruxelles L’Europa, dipendente dalle importazioni, guarda ad Ankara come partner chiave. La fornitura di boro è cruciale, ma la Turchia mantiene una postura negoziale autonoma.

Limiti strutturali L’estrazione deve fare i conti con incertezze normative, costi ambientali e la complessità mineraria. Il passaggio a hub tecnologico richiede investimenti di lungo periodo.

Competizione asimmetrica La transizione energetica ridefinisce le gerarchie di potere. Il caso turco dimostra che il controllo delle materie prime è ormai inscindibile dalla sicurezza strategica.


Dopo le oscillazioni imposte dalle recenti crisi globali, che hanno costretto l’Europa a un temporaneo ripiegamento sulle fonti fossili, la transizione energetica è tornata al centro dell’agenda di Bruxelles con una nuova veste. Non più soltanto obiettivo climatico, ora è definita un’esigenza di sicurezza economica e strategica. Nel contesto delle tensioni in Medio Oriente e della volatilità dei mercati energetici, la produzione interna di energia da fonti alternative diventa così un imperativo politico.

In questo quadro, la transizione energetica non appare più soltanto come una traiettoria tecnologica, ma come un processo strettamente legato alla disponibilità, al controllo e alla valorizzazione delle risorse minerarie. Asset che sono sempre più al centro di una competizione globale che ridefinisce gerarchie industriali e relazioni di potere.

Politicizzazione delle risorse

Questa rinnovata urgenza si inserisce in un contesto sempre più teso, segnato da nuove scoperte minerarie e dalla loro rilettura in chiave politica. In Italia, l’annuncio di un nuovo minerale denominato delchiaroite, individuato nel bacino marmifero di Colonnata, nelle Alpi Apuane 1, ha acceso l’attenzione mediatica sul potenziale estrattivo nazionale, sebbene con implicazioni limitate sul piano industriale.

A livello internazionale, l’eco mediatica attorno al grande giacimento di terre rare di Kızılcaören nel distretto di Beylikova, in Turchia, evidenzia ancor più come la dimensione geologica venga reinterpretata alla luce delle esigenze geopolitiche contemporanee. Individuato nel 2022, il giacimento è stimato in circa 694 milioni di tonnellate. Ed è stato presentato dalle autorità turche come il secondo deposito di elementi delle terre rare più grande al mondo, dopo quello cinese di Bayan Obo 2.

Un dato che è stato recentemente rilanciato nel dibattito europeo, soprattutto in chiave strategica. Da un lato per sostenere il riposizionamento della Turchia come attore centrale, dall’altro come risposta alla crisi delle catene globali di approvigionamento 3. Pertanto, il giacimento viene oggi ridefinito come risorsa strategica.

Tuttavia, emerge un divario cruciale tra potenziale geologico e capacità industriale: le terre rare richiedono processi di separazione complessi e costosi e la Turchia non dispone ancora di una filiera completa di raffinazione. Inoltre, la redditività dipende da concentrazione, mineralogia e costi ambientali. Di conseguenza, il giacimento rappresenta più una leva geopolitica potenziale che una risorsa immediatamente sfruttabile su scala globale.

Boom della domanda

Nel dibattito in corso sulla transizione energetica e digitale, i minerali critici hanno anche assunto una crescente rilevanza geopolitica. Litio, nichel, cobalto, rame e terre rare costituiscono l’ossatura materiale delle tecnologie low-carbon, dai veicoli elettrici ai sistemi di accumulo energetico, fino ai semiconduttori e alle applicazioni militari avanzate.

Dal punto di vista scientifico, la rilevanza dei minerali critici è legata a proprietà fisico-chimiche difficilmente sostituibili: l’elevata densità energetica del litio nelle batterie agli ioni di litio, le proprietà magnetiche delle terre rare come neodimio e disprosio nei magneti permanenti o la stabilità elettrochimica del cobalto e del nichel nei materiali catodici ad alte prestazioni.

Secondo le analisi più recenti della International Energy Agency 4, la domanda globale di minerali critici è destinata a crescere in modo significativo nei prossimi decenni, con un fabbisogno che potrebbe aumentare tra due e cinque volte entro il 2040, a seconda del minerale e delle politiche climatiche adottate. In particolare, il litio mostra le traiettorie di crescita più accentuate, mentre nichel e cobalto seguono dinamiche più contenute ma comunque sostenute.

Questa espansione si scontra tuttavia con vincoli strutturali persistenti. Da un lato, lo sviluppo di nuovi progetti minerari è lento e richiede ingenti investimenti di capitale, con tempi che possono superare il decennio tra esplorazione e produzione. Dall’altro lato, le fasi di raffinazione e trasformazione restano fortemente concentrate, con un’elevata dipendenza da pochi attori dominanti (in primo luogo la Cina) che controllano una quota maggioritaria delle capacità globali, in particolare per le terre rare e diversi metalli per batterie (Figura 1).

Ne deriva un disallineamento tra crescita della domanda e capacità dell’offerta, che trasforma i minerali critici in elemento di rischio sistemico per la sicurezza energetica e industriale delle economie avanzate.

Figura 1 – Concentrazione della raffinazione per alcuni elementi critici. Elaborazione grafico di Paola Ottino su dati IEA, 2025. Nota: il nichel è un caso ibrido poiché la raffinazione è concentrata in Paesi come l’Indonesia, ma il controllo industriale resta in gran parte cinese.
Figura 1 – Concentrazione della raffinazione per alcuni elementi critici. Elaborazione grafico di Paola Ottino su dati IEA, 2025. Nota: il nichel è un caso ibrido poiché la raffinazione è concentrata in Paesi come l’Indonesia, ma il controllo industriale resta in gran parte cinese.

Impianto pilota

In questo contesto, la Turchia emerge come un attore di crescente centralità. Non per supremazia quantitativa nella produzione globale, ma per una combinazione di fattori geologici, geografici e industriali. Allo stato attuale, il Paese non è un grande produttore sistemico di tutte le materie prime critiche, ma rappresenta comunque un nodo geopolitico fondamentale all’interno delle catene globali del valore.

Questa centralità si fonda innanzitutto su una diversificazione mineraria significativa e già sfruttata, che consente maggiore resilienza rispetto alla volatilità dei mercati e una più facile integrazione in filiere produttive differenti. A conferma e rafforzamento di questa traiettoria, recentemente è emerso l’orientamento di Ankara verso una politica integrata sulle materie prime critiche.

La Turchia si prepara a presentare una strategia nazionale dedicata, in cui il progetto di Beylikova per le terre rare è posto come fulcro di una visione che connette estrazione, lavorazione avanzata e sviluppo industriale ad alta tecnologia 5. Tale impostazione è stata illustrata dal Ministro dell’Energia e delle risorse naturali, Alparslan Bayraktar, intervenuto il 28 aprile scorso al Forum sui minerali critici dell’Ocse a Istanbul.

In questa sede è stato affermato che la società statale Eti Maden è già impegnata, insieme a partner industriali, nella costruzione di una catena del valore completa che includa anche le fasi di separazione e raffinazione. Un impianto pilota è già operativo e il progetto si sta progressivamente orientando verso la produzione su scala industriale, con l’obiettivo di ottenere ossidi di terre rare destinati, tra l’altro, ai magneti permanenti utilizzati nelle turbine eoliche e nei motori dei veicoli elettrici.

Questa iniziativa si inserisce in una più ampia trasformazione del sistema energetico e industriale turco. Secondo il Rapporto sui minerali critici e strategici del 2025 redatto dal Ministero dell’Energia e delle Risorse naturali della Turchia 6, la futura tabella di marcia nazionale collega esplicitamente la sicurezza nell’approvvigionamento di materie prime alla transizione energetica.

Secondo dati ufficiali nazionali, oltre il 62% della capacità elettrica installata del Paese proviene già da fonti rinnovabili. Gli obiettivi al 2035 prevedono poi un’espansione dell’eolico e del solare fino a 120 gigawatt, accompagnata dalla realizzazione di circa 40 gigawatt di linee di trasmissione ad alta tensione in corrente continua 7. In tale contesto, disponibilità e capacità di lavorazione dei minerali critici diventano elementi imprescindibili.

Tettonica dell’Anatolia

Dal punto di vista geologico, la ricchezza mineraria turca è legata alla complessa storia tettonica della regione anatolica, situata lungo la zona di collisione tra la placca eurasiatica e quella arabica. Questo contesto ha favorito la formazione di sistemi metallogenici diversificati, che includono depositi porfirici (rame e molibdeno), lateritici (nichel) ed evaporitici (borati) (Figura 2).

Secondo le analisi del settore minerario turco e le principali fonti statistiche internazionali 8, la Turchia possiede 80 dei 90 minerali commercializzati a livello globale e mantiene attività commerciali attive in 60 di essi, con un valore potenziale stimato che arriva ai 3.500 miliardi di dollari.

Tra questi, il boro rappresenta il caso più rilevante. La Turchia controlla circa il 70% delle riserve mondiali di questo metalloide, usato per la produzione di pannelli solari e turbine eoliche, e ne è il principale produttore globale, attraverso la società statale Eti Maden 9. I depositi, localizzati principalmente a Eskişehir, Kütahya e Balıkesir 10, sono caratterizzati da elevate concentrazioni di borati che consentono costi di estrazione relativamente bassi.

Accanto al boro, il Paese è un produttore significativo di cromite, feldspati e rame, con attività estrattiva in espansione grazie a progetti su larga scala, tra cui la miniera di oro e rame di Copler. Nel complesso, come evidenziato da analisi di sintesi del portale Critical & Strategic Metals Hub basate su dati e framework istituzionali 11, la Turchia appare come una potenza mineraria diversificata e già integrata nei mercati globali.

Tuttavia, questa base materiale non si traduce automaticamente in controllo delle filiere di valore. Il caso turco può essere interpretato come una forma di specializzazione incompleta: forte nella fase estrattiva, ma ancora limitata nella capacità di trasformazione industriale avanzata.

Questa dinamica diventa evidente nei minerali critici legati alla transizione energetica, come litio, nichel e cobalto, presenti ma non ancora integrati in una filiera completa per batterie e materiali avanzati. In effetti, la produzione di catodi e materiali attivi richiede processi chimici complessi, purificazione estrema e integrazione tra ricerca e industria, settori in cui la Turchia presenta ancora gap strutturali.

Figura 2 - Mappa dei minerali in Turchia. Fonte: Direzione Generale turca per l’Esplorazione mineraria.
Figura 2 – Mappa dei minerali in Turchia. Fonte: Direzione Generale turca per l’Esplorazione mineraria.

Collo di bottiglia

Un passaggio rilevante nelle recenti politiche turche riguarda la crescente sistematizzazione del settore dei minerali critici, sviluppata attraverso documenti strategici nazionali e quadri analitici internazionali. La Turchia ha progressivamente integrato i minerali strategici nelle proprie politiche industriali e minerarie, anche in relazione ai criteri dell’International Energy Agency e della Commissione europea, basati su rischio di approvvigionamento, importanza economica e vulnerabilità delle catene di fornitura.

In questo quadro, la Turchia ha avviato l’elaborazione di liste e classificazioni nazionali dei minerali strategici all’interno delle proprie politiche minerarie e industriali, in coerenza con tali standard internazionali. Dal punto di vista metodologico, queste classificazioni si inseriscono in un approccio più ampio alla governance delle catene di approvvigionamento, che considera indicatori come la concentrazione dell’offerta globale e la vulnerabilità geopolitica delle filiere produttive.

I depositi di Kızılcaören rappresentano un caso emblematico del divario tra disponibilità geologica e valorizzazione industriale. Le analisi geologiche indicano che tali depositi presentano una composizione complessa e la possibile presenza di elementi associati come il torio, che incidono sulle condizioni tecniche di estrazione e trattamento.

A livello globale, le fasi di raffinazione e separazione delle terre rare restano altamente concentrate e tecnologicamente complesse, con una forte presenza della Cina. I processi industriali, come l’estrazione con solventi e l’idrometallurgia, richiedono elevati livelli di capitale, energia e competenze specialistiche e si configurano come uno dei principali colli di bottiglia della filiera.

Dipendenza dell’Ue

Le implicazioni geopolitiche di queste dinamiche emergono particolarmente nel rapporto con l’Unione europea. Secondo dati della Commissione europea riportati da The Guardian, l’Ue importa quasi la totalità di molti minerali critici e dipende dalla Turchia per il 99% del proprio fabbisogno di boro utilizzato nei pannelli solari.

Il grafico di figura 3 rappresenta congiuntamente il grado di dipendenza dell’Unione europea dalle importazioni e il livello di concentrazione delle catene di approvvigionamento globale per alcuni minerali critici selezionati. La distribuzione evidenzia come terre rare e boro si collochino nell’area di massimo rischio, caratterizzata da elevata dipendenza e forte concentrazione dell’offerta, mentre il litio presenta un’elevata dipendenza ma una concentrazione più moderata. Il nichel, infine, si posiziona in una zona di rischio relativamente inferiore, grazie a una maggiore diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

Questa dipendenza si inserisce in un quadro di vulnerabilità più ampio, legato all’assenza di produzione domestica di terre rare e alla limitata capacità di raffinazione. In questo contesto, la Turchia rappresenta un partner strategico naturale, ma anche un attore autonomo, capace di negoziare la propria posizione tra diversi poli di potere.

Figura 3 - Dipendenza dell’UE e concentrazione della supply chain dei minerali critici. Elaborazione grafico di Paola Ottino su dati European Commission, Study on Critical Raw Materials for the EU (2023), RMIS (JRC) e International Energy Agency. Nota: il grafico rappresenta, per ciascun minerale, la dipendenza dell’Ue dalle importazioni (asse orizzontale) e il livello di concentrazione globale dell’offerta (asse verticale). La dimensione delle bolle riflette la rilevanza relativa dei singoli minerali, mentre il colore indica il grado di rischio complessivo derivante dalla combinazione dei due fattori. Tonalità più intense indicano condizioni di maggiore vulnerabilità, colori più chiari segnalano una minore esposizione al rischio. Le etichette identificano il minerale e il principale attore dominante nella supply chain.
Figura 3 – Dipendenza dell’UE e concentrazione della supply chain dei minerali critici. Elaborazione grafico di Paola Ottino su dati European Commission, Study on Critical Raw Materials for the EU (2023), RMIS (JRC) e International Energy Agency. Nota: il grafico rappresenta, per ciascun minerale, la dipendenza dell’Ue dalle importazioni (asse orizzontale) e il livello di concentrazione globale dell’offerta (asse verticale). La dimensione delle bolle riflette la rilevanza relativa dei singoli minerali, mentre il colore indica il grado di rischio complessivo derivante dalla combinazione dei due fattori. Tonalità più intense indicano condizioni di maggiore vulnerabilità, colori più chiari segnalano una minore esposizione al rischio. Le etichette identificano il minerale e il principale attore dominante nella supply chain.

Vincoli ambientali e sociali

Nonostante le potenzialità, persistono limiti strutturali rilevanti. Il primo riguarda la capacità tecnologica nella raffinazione e nel processingdei minerali critici, ancora insufficiente rispetto agli standard globali, con conseguente esportazione di materiali a basso valore aggiunto e reimportazione di prodotti lavorati. Il secondo limite è l’elevata intensità di capitale richiesta dai progetti minerari, che li rende dipendenti da investimenti esteri e sensibili al rischio politico e alla stabilità normativa.

Un ulteriore fattore critico riguarda l’incertezza geologica ed economica di alcune risorse, in particolare le terre rare, dove concentrazione e mineralogia incidono sulla redditività. Depositi con basse concentrazioni o con composizioni mineralogiche complesse possono risultare economicamente non competitivi rispetto a quelli di altri Paesi. Inoltre, la presenza di elementi radioattivi associati, come il torio, aumenta i costi di gestione ambientale e le difficoltà regolatorie.

A tal proposito, va aggiunto che i vincoli ambientali e sociali sono sempre più stringenti. L’estrazione e la lavorazione dei minerali critici sono attività ad alto impatto, che richiedono grandi quantità di acqua, energia e reagenti chimici, oltre a generare residui potenzialmente pericolosi. L’adozione di standard ambientali elevati, sempre più richiesti anche dai mercati europei, comporta costi aggiuntivi e può rallentare lo sviluppo dei progetti. Allo stesso tempo, l’accettabilità sociale delle attività minerarie rappresenta un elemento non trascurabile, soprattutto in aree densamente popolate o ecologicamente sensibili.

Infine, il quadro istituzionale e normativo gioca un ruolo determinante. La stabilità delle politiche minerarie, la trasparenza delle procedure autorizzative e la prevedibilità del contesto regolatorio sono fattori essenziali per attrarre investimenti a lungo termine. Eventuali incertezze o cambiamenti frequenti possono aumentare il rischio percepito dagli operatori internazionali e rallentare lo sviluppo del settore. Nel complesso, questi limiti non annullano il potenziale della Turchia, ma ne delineano i confini realistici, evidenziando come il passaggio da produttore di materie prime a hub integrato dei minerali critici richieda trasformazioni profonde e tempi necessariamente lunghi.

La posizione geostrategica della Turchia rafforza ulteriormente questo percorso. L’Anatolia si colloca al crocevia tra Europa, Asia centrale e Medio Oriente, fungendo da snodo logistico attraverso cui transitano corridoi energetici, infrastrutture e rotte commerciali. Tuttavia, questa centralità non è stabile né pienamente controllata in quanto dipendente dalla riconfigurazione continua delle catene di approvvigionamentoglobali.

Instabilità strutturale

La Turchia si colloca in una posizione ibrida. Pur non essendo un fornitore marginale, non la si può ancora definire una potenza mineraria integrata. Rappresenta piuttosto un elemento di tensione strutturale nelle catene globali dei minerali critici, in cui la combinazione di risorse geologiche, posizione geografica, tecnologia e strategia politica si sovrappongono. Ne emerge un attore sempre più rilevante, soprattutto per l’Europa, ma ancora caratterizzato da elementi di instabilità strutturale. In un sistema internazionale caratterizzato da crescente competizione per le risorse, il caso turco mostra come la transizione energetica globale non sia un processo lineare, bensì una trasformazione materiale profondamente asimmetrica in cui la certezza di avere materie prime diventa sempre più inseparabile dalla sicurezza geopolitica.


  1. Il minerale delchiaroite (Dch), scoperto nel maggio 2025 e ufficialmente approvato dalla Commission on New Minerals, Nomenclature and Classification (CNMNC-IMA), appartiene alla classe dei minerali organici ed è il primo ioduro-metantiolato di rame noto in natura e mai sintetizzato in laboratorio. Dal punto di vista geologico, l’area apuana è già nota per la sua elevata complessità mineralogica e per la presenza di sistemi metamorfici e idrotermali che favoriscono la formazione di specie minerali rare. Tuttavia, il nuovo minerale non è critico per la transizione energetica, non implica automaticamente un valore economico o industriale e non modifica in modo significativo la posizione dell’Italia nelle supply chain globali. ↩︎
  2. Bayan Obo si trova nell’area di Baotou, nella Mongolia interna, e, oltre a essere un’importante miniera di ferro, è l’unica area mineraria al mondo a contenere tutti gli elementi delle terre rare. Per questo motivo è stata definita la «capitale mondiale delle terre rare», contenendo oltre l’80% delle riserve nazionali e oltre il 30% delle riserve mondiali totali. ↩︎
  3. Daily Sabah, 2026. Critical minerals labelled as core of Türkiye’s energy transition↩︎
  4. IEA, Global Critical Minerals Outlook 2025. ↩︎
  5. Hurriyet Daily News, 2026. Türkiye to announce critical raw materials strategy: Minister↩︎
  6. Republic of Türkiye – Ministry of Energy and Natural Resources, 2025. Critical and Strategic Minerals Report. ↩︎
  7. Hurriyet Daily News, 2026. Türkiye to announce critical raw materials strategy: Minister↩︎
  8. Anadolu Agency, 2025. Türkiyes mining sector push strengthens global position with $3.5 trillion resource potential. Maden Platformu, 2026. Türkiye Mineral Map 2026: Complete List and Reserves by Province↩︎
  9. Eti Maden, 2024. Sustainability Report. ↩︎
  10. USGS Boron Deposit Studies, 2023–2024; MTA – General Directorate of Mineral Research and Exploration, Türkiye Boron Deposits Report. ↩︎
  11. Critical & Strategic Metals Hub, 2026. Turkey: Critical Minerals Profile↩︎

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Paola Ottino Laureata in Scienze Naturali all’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito una specializzazione post-laurea presso l’Università dell’Aquila e un Master of Science allo University College of Cork (Irlanda). Docente a contratto all’Università di Trieste, dove ha tenuto il corso in Studi Strategici, ha un insegnamento intitolato Il ruolo delle risorse naturali nelle crisi internazionali. Ha anche insegnato all’Università di Roma La Sapienza, Roma Tre e Tor Vergata, all’Università dell’Aquila e a quella di Chieti-Pescara. Giornalista pubblicista, è ufficiale superiore dell’Esercito italiano. In qualità di specialista funzionale in materia di problematiche ambientali, ha prestato servizio in vari reparti, tra cui lo Stato Maggiore dell’Esercito, il Comando Truppe Alpine e il Nato Rapid Deployable Corps. È qualificata Specialista Cimic e Specialista di II livello in sistemi software GIS.

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