La Commissione UE cede alle lobby e cancella il pellame dalla legge anti-deforestazione

Dal blog https://www.lindipendente.online/

Dario Lucisano 08/05/26

Non bastavano i continui rinvii: pezzo dopo pezzo, l’Unione Europea sta smantellando la legge contro la deforestazione. A finire in mezzo alla ribattezzata “semplificazione”, questa volta, sono le restrizioni che il regolamento europeo imporrebbe a pelli e cuoio. Nonostante i buoni propositi annunciati, a fare cambiare idea all’esecutivo comunitario hanno pensato gli oltre 20 incontri con i lobbisti del settore, sponsorizzati anche da eurodeputati di ogni colore politico – da destra a sinistra. La Commissione, di preciso, ha avanzato una proposta formale per escludere il pellame dall’elenco dei prodotti soggetti a controlli, aprendo alla vendita di tali beni al di là loro della provenienza. L’argomentazione è che il pellame si configuri come sottoprodotto dell’allevamento: una posizione «vergognosa», secondo i ricercatori di Human Rights Watch. «In sostanza, stanno dicendo: “Sappiamo che ci sono danni ambientali e violazioni dei diritti umani all’inizio della catena di approvvigionamento dei prodotti, ma non vogliamo assumerci la responsabilità di affrontarli noi stessi”».

La scelta di escludere il pellame dai vincoli anti-deforestazione è arrivata lo scorso 4 maggio, quando la Commissione ha avanzato una proposta per semplificare i provvedimenti previsti dalla legge contro la deforestazione. Nella bozza di proposta, la Commissione ha raccomandato l’esclusione di pelli, cuoio e prodotti in pelle dall’ambito di applicazione del regolamento menzionando il valore economico ridotto del settore rispetto a quello della carne e collegandolo a una presunta «limitata» necessità di introdurre vincoli per la tracciabilità dei suoi prodotti. La Commissione ha inoltre affermato che l’adozione di norme più complete porterebbe a un «approccio frammentato e incoerente» in relazione al settore della pelle, con la conseguente delocalizzazione della produzione dei beni al di fuori dell’area comunitaria. Di preciso, la legge contro la deforestazione prevede che le aziende possano vendere nell’UE solo i prodotti il cui fornitore abbia rilasciato una dichiarazione di “dovuta diligenza”, che attesti che il prodotto non provenga da terreni deforestati a partire dal 31 dicembre del 2020. Le aziende di pellame, insomma, potrebbero vendere prodotti provenienti da terre disboscate.

Negli ultimi anni, le lobby dell’industria di pellame hanno esercitato una crescente pressione sull’UE per ottenere esenzioni dai vincoli comunitari. La decisione della Commissione segue infatti almeno 22 incontri di lobbying dal 2021, l’ultimo dei quali promosso lo scorso mese da diversi eurodeputati – tra cui l’italiano Dario Nardella, ex sindaco di Firenze ora esponente dell’eurogruppo Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (in Italia vi aderisce il PD). I gruppi del settore sostengono l’idea secondo cui le pelli sarebbero un sottoprodotto degli allevamenti per la produzione di carne. Come abbiamo già trattato direttamenteindirettamente in diversi articoli de L’Indipendente, l’allevamento gioca un ruolo importante nelle emissioni di gas serra, ed è una delle cause principali della deforestazione.

Sebbene sia vero che la pelle risulti un prodotto dall’impatto marginale rispetto all’industria della carne, la letteratura scientifica concorda nel considerare l’impronta climatica dei cosiddetti “sottoprodotti” di tale settore ridotta, ma non certamente irrilevante; questo, rimarcano gli studi, sia per il loro ruolo diretto nell’inquinamento e nel consumo di terreni, che per quello indiretto, che assumono contribuendo alla redditività della medesima industria della carne. Negli ultimi anni, nel dibattito sul tema, ancora molto discusso, si sta iniziando sempre più a parlare di pelle comeco-prodotto” delle attività di allevamento, piuttosto che come loro “sottoprodotto”; non è una mera questione di parole: la pelle ha un impatto considerevole sulla solidità economica dell’industria della carne, rendendola più forte, e oltre a ciò appartiene a una filiera che non è riducibile a quella stessa industria; contribuisce, dunque, a ingrossare gli allevamenti e ad aumentarne il rendimento in maniera diretta, rinsaldandone le attività. Per citare uno degli studi menzionati, nonostante sia indubbio che l’industria della pelle svolga un ruolo di gran lunga minore nel cambiamento climatico e nel fenomeno della deforestazione rispetto a quello che ricopre l’industria della carne, «attribuirgli un’impronta di carbonio nulla introdurrebbe un errore sistematico». Al di là della sua incidenza negli allevamenti e, dunque, nel disboscamento, inoltre, l’industria delle pelli è spesso al centro di questioni di diritti umani e contribuisce all’inquinamento delle acque.

La deregolamentazione dei vincoli dei prodotti dell’industria delle pelli è parte di un più ampio disegno di smantellamento della legge contro la deforestazione, in atto da tempo: la legge era stata approvata nel 2023, e sarebbe dovuta entrare in vigore l’anno successivo, ma la sua attivazione è stata oggetto di numerosi rinvii. L’ultimo è giunto proprio all’alba del nuovo anno, e ne ha posticipato l’entrata in vigore a dicembre 2026. Parallelamente, diversi Paesi, Italia compresa, hanno chiesto alla Commissione di varare piani di “semplificazione” ed eccezioni ai suoi provvedimenti per esentare alcune delle categorie produttive che sarebbero state colpite dai vincoli. Lo smantellamento, rimarca Hugo Schally, promotore della proposta originale, è iniziato sin da gennaio 2026, con la cancellazione di obblighi e punti di monitoraggio.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.

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