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Roberto Romano 28 Aprile 2026
Le trasformazioni delle strutture produttive si possono orientare, possibilmente scegliendo di investire in settori con effetti moltiplicativi ampi. L’industria militare non è tra questi, la transizione ecologica sì
Il capitalismo non è mai stato un sistema statico. La sua storia coincide con una continua trasformazione delle strutture produttive, delle tecnologie, dell’organizzazione del lavoro e dei rapporti tra Stato e mercato. Il profitto rappresenta il principio ordinatore del sistema, ma le modalità concrete attraverso cui esso viene perseguito cambiano nel tempo. In questa prospettiva, la riconversione produttiva non costituisce un’anomalia, bensì una componente strutturale dello sviluppo capitalistico. Ogni fase storica vede il declino relativo di alcuni comparti e l’ascesa di altri. Il problema economico e politico non consiste dunque nel cambiamento in sé, ma nella capacità di governarlo, orientandolo verso obiettivi di maggiore efficienza sociale, piena occupazione e sostenibilità ambientale. La trasformazione non è mai soltanto spontanea: richiede istituzioni, coordinamento e scelte collettive.
Dall’Ottocento all’economia digitale
Il capitale dell’Ottocento era prevalentemente industriale e territoriale. Le infrastrutture ferroviarie, il carbone, l’acciaio, il tessile e la meccanica di base costituivano i settori trainanti. La competitività dipendeva dall’espansione dei mercati nazionali, dalla disponibilità di manodopera a basso costo e dalla costruzione delle prime economie di scala.
Nel Novecento il quadro muta radicalmente. La grande impresa fordista organizza la produzione di massa; aumentano produttività e salari; lo Stato assume un ruolo crescente nella stabilizzazione macroeconomica e nella costruzione del welfare. Accanto alla manifattura emergono l’energia, la chimica, l’automobile, l’aerospazio e, in molti paesi, il complesso militare-industriale come componente permanente della domanda pubblica.
Con la globalizzazione e la finanziarizzazione degli ultimi decenni si apre una nuova fase. Le catene globali del valore frammentano la produzione, il capitale si muove rapidamente tra paesi e settori, la logistica diventa strategica, i dati assumono valore economico diretto e la piattaforma digitale ridefinisce i mercati. Parallelamente cresce l’instabilità: polarizzazione dei redditi, vulnerabilità delle filiere, dipendenze energetiche e tensioni ambientali.
Il profitto resta il criterio decisivo dell’investimento privato, ma esso non opera nel vuoto. Senza una domanda solvibile, privata o pubblica, il capitale non investe o si dirige verso attività speculative. È questo il punto su cui Paolo Leon ha insistito con particolare forza: la composizione della domanda influenza la struttura dell’offerta e, nel tempo, la specializzazione produttiva di un paese. Quando una domanda rallenta, si esaurisce o diventa socialmente inefficiente, il sistema economico è spinto verso la riconversione. È accaduto nel passaggio dal carbone al petrolio, dalla manifattura tradizionale all’automazione, dall’economia materiale a quella digitale. Oggi la nuova domanda emergente riguarda almeno quattro ambiti strategici: transizione ecologica, cura delle persone, manutenzione del territorio, sicurezza energetica e tecnologica.
Profitto, domanda e riconversione
Ne derivano bisogni concreti: riqualificazione energetica del patrimonio edilizio, energie rinnovabili, mobilità sostenibile, prevenzione del dissesto idrogeologico, sanità territoriale, istruzione, ricerca pubblica, infrastrutture digitali e cura di lungo periodo. Si tratta di domande ad alta intensità sociale e, spesso, ad elevato contenuto di lavoro.
Schumpeter e la trasformazione sistemica
Schumpeter ha mostrato come il capitalismo proceda per ondate innovative che rompono equilibri precedenti. L’imprenditore innovatore introduce nuove tecnologie, nuovi prodotti, nuovi mercati e nuove forme organizzative. Tuttavia, la distruzione creatrice non è indolore: imprese obsolete chiudono, competenze si svalutano, territori specializzati entrano in crisi.
Nel contesto contemporaneo tale intuizione va integrata con una dimensione politica. Se la trasformazione viene lasciata interamente al mercato, i costi sociali della transizione rischiano di essere elevatissimi. Disoccupazione, desertificazione industriale e aumento delle disuguaglianze possono bloccare lo stesso cambiamento. Per questo la riconversione richiede politiche industriali attive capaci di anticipare i processi invece di subirli.
L’approccio input-output: interdipendenze settoriali
Uno strumento essenziale per progettare la riconversione è l’analisi input-output. Essa consente di osservare come ciascun settore utilizzi input provenienti da altri comparti e come la domanda finale si propaghi lungo la struttura produttiva. Il punto cruciale è che non tutti i settori presentano la stessa capacità di attivazione economica. Esistono settori relativamente isolati, caratterizzati da filiere ristrette, forte concentrazione tecnologica, pochi fornitori qualificati e domanda pubblica o privata concentrata. Tali comparti possono generare elevato valore aggiunto unitario, ma tendono a diffondere meno reddito e meno occupazione nell’insieme del sistema.
Esistono invece settori ad alta interazione, che mobilitano edilizia, servizi avanzati, trasporti, manutenzione, componentistica diffusa, ricerca applicata e lavoro territoriale. In questo caso la spesa iniziale si trasmette a una pluralità di attività economiche, con effetti moltiplicativi più ampi. L’analisi input-output permette dunque di distinguere tra crescita concentrata e crescita diffusa, tra produzione ad enclave e sviluppo sistemico.
Economia militare ed economia civile della transizione
Questa distinzione è rilevante nel confronto tra spesa militare e investimenti civili. Una parte significativa dell’economia della difesa è capital intensive, ad alta intensità tecnologica e concentrata in poche grandi imprese integrate in supply chain selettive. Ciò non significa assenza di innovazione, ma implica spesso una diffusione occupazionale più limitata rispetto ad altri impieghi alternativi della spesa pubblica.
Gli investimenti connessi alla transizione ecologica e sociale, al contrario, tendono ad attivare filiere più estese: installazione e manutenzione energetica, edilizia specializzata, servizi locali, ricerca, componentistica, trasporto pubblico, economia circolare. Per questa ragione presentano frequentemente moltiplicatori occupazionali e territoriali più elevati.
La questione, pertanto, non è soltanto etica o geopolitica. È anche economica: quali impieghi della spesa pubblica massimizzano capacità produttiva, occupazione e resilienza del sistema?
Un progetto di governo del cambiamento
Se la riconversione è un fenomeno strutturale, allora essa richiede una capacità pubblica di governo. Si possono indicare almeno quattro linee di intervento.
Primo: mappare le filiere esistenti e i territori maggiormente dipendenti da singole specializzazioni produttive.
Secondo: individuare la domanda strategica futura, orientando investimenti pubblici e privati verso obiettivi coerenti con la sostenibilità economica e ambientale.
Terzo: utilizzare strumenti input-output e modelli macroeconomici per selezionare gli investimenti con maggior contenuto occupazionale e tecnologico.
Quarto: coordinare Stato, regioni, enti locali, università e sistema produttivo, poiché nessuna transizione complessa si realizza spontaneamente.
Conclusione
Il capitale continuerà a inseguire il profitto, ma la direzione dello sviluppo dipende dall’assetto istituzionale e dalla composizione della domanda. Ogni epoca ha avuto i propri settori dominanti; la nostra deve decidere se restare ancorata a modelli ad alta rendita e bassa diffusione sociale oppure promuovere attività capaci di aumentare occupazione, sostenibilità e coesione.
Schumpeter ci ricorda che il cambiamento è intrinseco al capitalismo. Leon ci insegna che esso può e deve essere orientato. La riconversione produttiva, in questa prospettiva, non è una parola d’ordine morale, ma il terreno concreto sul quale si decide quale economia costruire nei prossimi decenni.
” Buona analisi, ma conclusioni senza senso poiche le condizioni del cambiamento e delle ovvie decisioni istituzionali non sono oggi a mio parere possibili e presenti, neppure come prospettiva dai vari partiti di questa destrorsa sinistra. Le decisioni non sono frutto di accordi diplomatici o di miglioramenti strappati sindacalmenti, ma concreti progetti programmati nel tempo G. G.”