USA: la nuova strategia anti-terrorismo mette nel mirino il dissenso interno

Dal blog https://www.lindipendente.online/

21 Maggio 2026 Michele Manfrin

L’amministrazione Trump ha ufficializzato la nuova Strategia Nazionale di Controterrorismo, un documento destinato a segnare una svolta radicale e controversa nelle politiche di sicurezza degli Stati Uniti. La nuova dottrina ridefinisce integralmente le priorità di Washington, declassando parzialmente la minaccia storica del jihadismo globale, che ha dominato l’agenda geopolitica occidentale fin dall’indomani dell’11 settembre 2001, per focalizzare l’apparato repressivo federale su due nuovi fronti principali: i cartelli della droga latinoamericani, ufficialmente classificati come “narcoterroristi”, e i movimenti politici interni.

Questa rimodulazione non rappresenta soltanto un semplice cambio di vocabolario o una riorganizzazione burocratica, bensì una pericolosa militarizzazione della sicurezza interna. Per la prima volta in un documento strategico ufficiale di tale portata, movimenti definiti “anti-americani”, “anarchici”, “anti-fascisti” e “radicalmente pro-transgender” vengono formalmente inseriti nell’elenco delle minacce terroristiche. In questo modo si espandono a dismisura i poteri di sorveglianza elettronica, infiltrazione e persecuzione legale nei confronti del dissenso politico e delle storiche organizzazioni della società civile, minando le fondamenta stesse del tessuto democratico statunitense.

In passato avevamo già analizzato come la presidenza stesse preparando minuziosamente questo terreno. Attraverso una serie di sotterfugi normativi, decreti esecutivi opachi e memorandum del Dipartimento di Giustizia, la Casa Bianca si era mossa nell’ombra per erodere progressivamente i limiti legali imposti al governo federale nel contrasto al terrorismo interno. Quelli che prima apparivano come tentativi sotterranei, forzature isolate del quadro giuridico o manovre di propaganda, oggi hanno trovato una formalizzazione organica e istituzionale all’interno di questa nuova dottrina strategica.

Il primo asse della strategia sposta in modo aggressivo l’asse d’intervento militare e d’intelligence verso il confine meridionale e l’America Latina. Classificare i cartelli latinoamericani come organizzazioni terroristiche consente all’esecutivo di sbloccare fondi e risorse militari finora riservati esclusivamente alla caccia ad Al-Qaeda o all’ISIS.

Tuttavia, come sottolineato da esperti di diritti umani, il vero cuore ideologico del documento risiede nella sezione dedicata alle minacce domestiche.

Includere le istanze dell’attivismo LGBTQ+ radicale, i collettivi anarchici o il movimento Antifa sotto la categoria del terrorismo significa dotare agenzie federali come il FBI e la NSA di strumenti intrusivi di sorveglianza di massa, solitamente concepiti per contrastare minacce straniere.

La distinzione fondamentale tra opinione radicale, disobbedienza civile e atto terroristico viene deliberatamente sfumata, lasciando alle autorità un’enorme discrezionalità nell’identificare e perseguire i nuovi “nemici dello Stato”. Questa dottrina non mira realmente a sventare attacchi violenti, quanto a strutturare un’infrastruttura legale permanente per silenziare l’opposizione politica e criminalizzare preventivamente i movimenti di protesta sociale.

Già nel settembre scorso, l’American Civil Liberties Union (ACLU) ha espresso fortissima preoccupazione, evidenziando come l’uso strumentale delle leggi anti-terrorismo contro le minoranze e i movimenti di giustizia sociale rappresenti la più grave minaccia al Primo Emendamento della Costituzione degli ultimi decenni.

La militarizzazione della risposta federale solleva spettri legati a una nuova stagione di abusi investigativi, simile a quella del programma COINTELPRO, un programma di infiltrazione e controspionaggio interno del FBI attivo formalmente tra il 1956 e il 1971, ma oggi potenziata dalle moderne tecnologie di tracciamento digitale e intelligenza artificiale applicata alla sorveglianza.

In conclusione, la Strategia Nazionale di Controterrorismo non è semplicemente un piano tecnico di difesa, ma un manifesto politico volto a blindare il potere esecutivo e a restringere lo spazio democratico negli Stati Uniti.

Spostando l’obiettivo dai teatri di guerra esteri alle piazze, alle università e alle comunità emarginate interne, l’amministrazione Trump ha ridefinito le regole del gioco. La sicurezza nazionale viene così trasformata in uno strumento di controllo e sottomissione del dissenso legittimo, ponendo un’ipoteca drammatica sul futuro delle libertà civili in America.

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Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.

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