Dal blog https://www.lindipendente.online/
1 Giugno 2026 Salvatore Toscano
Chi controlla i semi controlla il futuro. E oggi gran parte del futuro appartiene a una manciata di multinazionali che in mezzo secolo hanno stravolto il settore agricolo, rompendo quella relazione ancestrale tra frutto, seme e comunità contadine. Il mercato globale delle sementi è in crescita ed entro la fine del decennio dovrebbe superare la soglia dei cento miliardi di dollari in transazioni.
C’è però una minoranza che si sottrae a questa logica e resiste, opponendo alla logica della grande distribuzione organizzata una visione fondata sul locale e sulla biodiversità. Queste sacche di resistenza sono sparse per il mondo, soprattutto nei luoghi più esposti alle fragilità dell’attuale filiera agricola — a partire dall’importazione di semi e fertilizzanti — oggi messa in crisi dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’insostenibilità della grande distribuzione
Se poco più di mezzo secolo fa avessero chiesto al mondo contadino di immaginare il futuro dell’agricoltura, in pochi avrebbero risposto con distese intensive di monoculture, la perdita di sovranità sulla riproduzione delle sementi, l’uso di fertilizzanti e pesticidi chimici. Pilastri su cui si è retta, a partire dal secondo dopoguerra, la cosiddetta rivoluzione verde.
Quel sistema è poi esploso su scala mondiale sfruttando i venti della globalizzazione, di cui è diventato parte integrante: da un lato sono finiti i Paesi produttori dei materiali di sintesi, dall’altro quelli dipendenti, perché nel frattempo convertitisi ai semi ibridi e “affamati” di quell’energia contenuta nei fertilizzanti. In mezzo le multinazionali che producono le sementi e ne detengono i brevetti, decidendo cosa far arrivare nei supermercati della grande distribuzione organizzata (GDO).
Oggi il 50% del mercato dei semi e dei pesticidi è controllato da sole 4 multinazionali: Bayer, Syngenta, Basf e Corteva.
Si tratta di un mercato in espansione, che nel giro di cinque anni dovrebbe superare la quota di 120 miliardi di dollari in transazioni. D’altronde i semi ibridi che le multinazionali ottengono con selezione genetica non sono riproducibili dagli agricoltori, che quindi ogni anno sono costretti a tornare sul mercato. Cosa che non accadeva prima della rivoluzione verde, quando i contadini riproducevano sementi antiche direttamente dai frutti ottenuti dal raccolto e li scambiavano proprio per rafforzare, in modo naturale, la loro genetica.
La filiera agricola globalizzata rompe non solo il legame atavico tra contadino e sementi, ma anche quello tra comunità e terra. A fronte di un iniziale aumento della resa, che ha salvato dalla fame milioni di persone, il paradigma post-rivoluzione verde ha esportato in giro per il mondo innumerevoli disastri ambientali e sanitari. I fertilizzanti azotati chimici aumentano le rese in agricoltura ma, allo stesso tempo, inquinano suolo e acqua, alterando l’equilibrio degli ecosistemi.
Da anni la laguna di Orbetello, in Toscana, affronta una crisi ecologica causata dall’abuso dei fertilizzanti. Le tonnellate di azoto provenienti da questi ultimi vengono sversate nelle acque, provocando la morte delle alghe e favorendo la proliferazione di batteri, che a sua volta porta a una carenza di ossigeno, al punto da uccidere i pesci, predatori naturali delle larve di moscerini. Il risultato dello stravolgimento ecologico è un’invasione di moscerini in tutto il comune di Orbetello.
Non sono da meno i pesticidi, l’altro alleato dell’agricoltore moderno, alle prese con appezzamenti che si estendono per ettari ed ettari di terreno, nel tentativo di creare delle economie di scale per sopravvivere ai prezzi al ribasso della GDO. Si sprecano gli studi sulla pericolosità dei pesticidi, in particolare sulla correlazione con diversi tumori.
Per tenere a bada il diserbo e le malattie delle piante, che trovano terreno fertile nelle monocolture, gli agricoltori fanno un uso massiccio di pesticidi, impattando su salute e ambiente. I pesticidi contribuiscono al declino delle popolazioni di insetti impollinatori, come le api, il cui ruolo è essenziale per la produzione agricola e il mantenimento degli ecosistemi.
L’inquinamento della GDO passa poi per la dipendenza dai trasporti, tanto nelle reti nazionali quanto in quelle internazionali, che portano ad esempio sulle nostre tavole caschi di banane prodotti in Guatemala o pomodori provenienti dalla Cina. C’è poi il capitolo degli sprechi alimentari, una realtà diffusa lungo la filiera, nonostante i tentativi messi in campo.
La soluzione arriva dal locale
Di fronte all’incertezza generata dalla dipendenza da input esterni, dai semi ai fertilizzanti, c’è chi punta sul locale e sulla sovranità alimentare. «Non abbiamo bisogno di aziende più grandi per sfamare il mondo, ma di più orti che nutrono le comunità locali».
Con queste parole l’associazione no profit Slow Food inquadra la sfida del presente. Di fronte a un paradigma intensivo e insostenibile, diverse comunità sparse per il mondo mostrano la via, che passa per la cooperazione, l’autonomia e il rispetto per l’ambiente circostante. Punto fondamentale diventa la riproduzione delle sementi antiche e locali, a rischio estinzione.
«Le comunità decidono collettivamente cosa coltivare in base alle circostanze ambientali, alla loro cultura e alle loro esigenze, utilizzando pratiche quali il compostaggio, la rotazione delle colture, la pacciamatura e il controllo naturale dei parassiti», dichiara Slow Food in riferimento a diverse esperienze di sovranità alimentare sparse per il continente africano, uno dei più colpiti dalla dipendenza da input esterni.
L’approccio ecologico riduce questa dipendenza, aumentando la fertilità del suolo e riducendo l’utilizzo di acqua. «Gli orti collettivi stanno diventando luoghi di dignità, opportunità e scambio intergenerazionale. I bambini portano conoscenze a casa e le famiglie iniziano a organizzare i propri orti», creando una comunità più resistente agli shock, sottolinea Slow Food.
Nelle terre ancestrali di Palos Blancos e Alto Beni, in Bolivia, la produzione di cacao biologico si inserisce in un più ampio sistema agroforestale, un ecosistema cioè ricco di biodiversità, dove alberi a ciclo lungo coesistono con specie arbustive e coltivazioni annuali, rafforzando anche la qualità della produzione. La sovranità alimentare è stata, e continua a essere, un pilastro della Rivoluzione zapatista in Chiapas.
Qui, dopo aver sottratto la proprietà ai latifondisti, è stato collaudato un sistema di gestione collettiva della terra e degli altri beni comuni, per ridurre la dipendenza da input esterni.
La questione del ritorno al locale, alla doppia dimensione tra autonomia individuale e tendenza alla cooperazione, è sentita anche in Italia, dove contadini uniti in reti più o meno informali tramandano saperi, pratiche e sementi, sfidando repressione e GDO. La normativa europea ha messo a punto un modello basato sull’uniformità, con il risultato di tagliare fuori dal mercato buona parte delle varietà presenti in natura e ridurre la biodiversità.
C’è poi la questione dei brevetti, che impedisce la libera riproduzione dei semi. Attraverso la vendita diretta o con mercati locali, i contadini cercano di superare questi vincoli, abbattendo anche i costi della distribuzione e le relative svalutazioni del prodotto. Nel 2010 è nata la Rete Genuino Clandestino, con l’obiettivo di «sostenere e diffondere le agricolture contadine che tutelano la salute della terra, dell’ambiente e degli esseri viventi, a partire dall’esclusione di fertilizzanti, pesticidi di sintesi, diserbanti e organismi geneticamente modificati; che riducono al minimo l’emissione di gas serra, lo spreco d’acqua e la produzione di rifiuti, e che eliminano lo sfruttamento della manodopera».
Esperienze simili si moltiplicano in Italia e nel mondo, tracciando una strada alternativa allo stato presente delle cose. Si tratta di riprendere il passato e adattarlo a nuove sfide, come dimostra la presenza di sistemi agroforestali in diverse regioni italiane, Liguria su tutte, prima dell’arrivo della rivoluzione verde.

Salvatore Toscano
Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.